Dicembre 13th, 2012 Riccardo Fucile
ARRIVANO A MIGLIAIA A PECHINO DALLE PROVINCE PIU’ POVERE: INVECE CHE SFAMARLI LI RINCHIUDONO NELLE TERRIBILI “CARICHE NERE”
Nella Cina che vede crescere la diseguaglianza sociale, per i poveri la vita è sempre più
dura: sarebbero infatti migliaia, almeno cinquemila, i cinesi arrestati lunedì 10 dicembre, giornata mondiale per i diritti umani.
A riferirlo sono le fonti di Radio Free Asia, che hanno denunciato il fermo e l’arresto nelle cosiddette “prigioni nere”, di migliaia di “petizionisti” o “postulanti”, giunti a Pechino dalle varie province per esporre le lamentele o chiedere diritti, nei confronti del governo centrale.
Nella Cina che ha appena concluso un faticoso cambio politico e che si affaccia ad una nuova stagione, tra crisi economica e bisogno di stabilità sociale, ogni data “sensibile” diventa un giorno a rischio per i suoi attivisti.
Non solo infatti la giornata mondiale dei diritti umani, ma anche l’anniversario del conferimento del premio Nobel, nel 2009, a Liu Xiaobo, dissidente cinese condannato a undici anni di carcere: oltre agli arresti, infatti, ad alcuni noti attivisti locali sarebbero stato comunicate nuove misure cautelari.
Gli arresti di questi giorni hanno a che vedere con due pratiche tipiche del Paese della Grande Muraglia: la petizione, ovvero l’abitudine — ancora in voga dai tempi imperiali — di recarsi nella capitale per sottoporre al governo centrale le manchevolezze di funzionari periferici, e la conseguente “reclusione” all’interno delle “carceri nere”, hei jianyu in cinese.
Si tratta di strutture detentive illegali, temporanee, spesso al centro della città , dove vengono rinchiusi i “petizionisti” prima di essere rispediti al loro Paese di origine.
Le “carceri nere” sono spesso anonimi palazzi — presenti anche nella città vecchia di Pechino — e costituiscono un motivo di grande imbarazzo per il governo cinese, come quando ne venne scoperta una in pieno centro nella capitale, dalla reporter di al Jazeera, successivamente espulsa dalla Cina.
Il paradosso è che proprio una settimana fa centinaia di persone erano state rilasciate dalle carceri nere, lasciando intendere ad un primo gesto distensivo da parte del nuovo Imperatore Xi Jinping, segretario del Pcc, capo delle forze armate e da marzo anche presidente della Repubblica Popolare, nei confronti delle persone che in Cina protestano.
I petizionisti, del resto, molto spesso sono povera gente che arriva dalle province più remote della nazione per denunciare mancati pagamenti di infortuni sul lavoro o fenomeni di corruzione di funzionari locali.
Si tratta di poveracci, per la prima volta a Pechino, spesso catturati appena mettono il piede giù dal treno e rispediti in modo quasi sempre energico nelle proprie regioni di origine.
Si tratta di un fenomeno in crescita, date le attuali condizioni economiche del Paese. Se infatti i dati di novembre hanno indicato una produzione industriale in crescita (10,1%), recenti ricerche condotte da enti universitari cinesi hanno sancito due dati preoccupanti per il Dragone: il coefficiente di Gini, che misura la diseguaglianza economica di uno Stato, è salito allo 0,61% (la media è 0,4), mentre la disoccupazione reale sarebbe all’8,1%, cifra che doppia quella fornita ufficialmente dalle autorità , mentre l’inflazione sale al 2% confermando la sensazione di un aumento vertiginoso del costo della vita in Cina, specie nelle grandi città (a Pechino i prezzi delle case arrivano ormai a 6mila euro al metro quadro).
Alla nuova commissione permanente quindi un compito molto arduo: ancora prima di chiedersi quali saranno le riforme politiche ed economiche, la richiesta è quella di consentire al Paese di tenere.
Tra rivolte e proteste, infatti, la tensione sociale in Cina è palpabile e rischia di tramutarsi in un grave impiccio per il Partito comunista, teso a ristabilire quel rapporto che sembra ormai perduto tra i suoi leader e il tanto decantato “popolo”.
Stando però alle prime avvisaglie, i metodi di Xi Jinping non sembrano discostarsi da quelli dei suoi predecessori: la repressione rimane lo strumento migliore, ad ora, per il controllo sociale in Cina.
Simone Pieranni
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Dicembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
UNA DONNA COME TANTE, REGINA PER SEMPRE
Cara Isabella, ho scoperto la sua storia da un articolo di Laura Bogliolo sul
Messaggero e ho capito subito che dentro c’era qualcosa di duro e di vero.
C’era la vita.
L’ho vista alzarsi tutte le mattine alle quattro nel suo appartamento di Torvajanica, rassettare in silenzio, preparare la colazione ai quattro bambini, uscire piano quando fuori era ancora buio e non si poteva vedere il mare.
L’ho vista salire sul pullman che percorre la Pontina facendo lo slalom fra le buche, arrivare a stazione Laurentina e prendere la metro B, scendere a Termini e dopo attese e sballottamenti infiniti, salire sulla linea A, mescolandosi ai volti sfatti che si incontrano sui mezzi pubblici.
L’ho vista scendere al quartiere Tuscolano, percorrere a piedi via Nocera Umbra, entrare nel bar e mettersi al forno per preparare i cornetti.
Il suo orgoglio. Il suo sogno. Aprire un forno tutto suo.
L’ho vista, Isabella, tornare a casa la sera, dopo la stessa trafila di metro e di bus, quando era di nuovo buio e a Torvajanica non si poteva vedere il mare.
L’ho vista consumarsi giorno dopo giorno, sera dopo sera, a soli 34 anni.
Stanca morta, eppure così viva, così leggera, così attenta alle vicende del quartiere, persino a trovare rifugio a tre cani randagi.
La più randagia di tutti era lei e a un certo punto ha cominciato a sentirsi male.
Ma suo marito muratore aveva perso il lavoro e lei non poteva fermarsi.
C’erano anche i regali di Natale per i bambini da comprare.
Bisognava lavorare anche di più.
Così una domenica di metà novembre si è alzata alle quattro, è salita sul pullman senza vedere il mare, ha preso la metro e ha cambiato a stazione Termini.
Lì si è afflosciata, senza dire una parola. Dopo è stato inutile tutto.
Tutto, tranne la sua vita.
L’edicolante all’angolo del suo bar ha preso una scatola, ci ha fatto un buco in mezzo per le offerte e ha scritto sopra: “Aiutiamo i figli di Isabella”.
Sono due settimane che davanti a quella scatola scorre una processione di studenti, impiegati, pensionati.
Ognuno si rovista le tasche in cerca di uno spicciolo.
Lo fanno per i suoi figli, certo,
Ma anche perchè il suo sacrificio silenzioso ricorda a tutti noi che, sebbene questa vita non sia una vita, certe persone riescono ancora a nobilitarla con il fremito della passione.
Se usciremo vivi da questa crisi che ci abbruttisce, il merito sarà esclusivamente delle persone come lei, che abitano la fatica continuando a coltivare un cuore aperto e gentile.
Qualcuno ha detto che lei era una schiava.
Non sono d’accordo.
Lei, per me e per tanti, sarà sempre una regina.
Massimo Gramellini
(da “chetempochefa.rai.it“)
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Dicembre 1st, 2012 Riccardo Fucile
A MONTI E’ INVECE PERMESSO DI VIOLARE LE NORME GIURIDICHE: SOLO RIESAME E CASSAZIONE POTEVANO RIBALTARE L’ORDINANZA DEL GIP… QUALCUNO SI PORTERA’ I MORTI SULLA COSCIENZA
Fiato alle trombe e ai tromboni, arriva il decreto “salva-Ilva”.
Breve riassunto delle puntate precedenti.
I giudici di Taranto accertano che, producendo acciaio con gli attuali impianti “a caldo”, l’azienda inquina e uccide; quindi gl’impianti vengono sequestrati e possono restare accesi solo per essere risanati, ma non per produrre altro acciaio, altrimenti il delitto di disastro colposo e omicidio colposo plurimo continua e la magistratura ha il dovere di impedirlo; se e quando gli impianti fuorilegge — l’arma del delitto — saranno finalmente a norma, cioè smetteranno di avvelenare e ammazzare, potranno tornare a produrre.
Il governo dice: l’Ilva s’è impegnata a investire subito 4 miliardi (a fronte di 3 miliardi di utili accumulati in 17 anni) per bonificare gli impianti, quindi può riprendere subito a produrre mentre li risana; se poi non mantiene i patti, il governo gliela fa vedere lui e magari sostituisce i Riva con qualcun altro.
È un po’ come se ci fosse un maestro pedofilo che ogni giorno molesta i bambini in classe.
I giudici lo arrestano per impedirgli di molestarne altri.
Ma il governo fa un decreto per rimandarlo a scuola, a patto che nel frattempo si impegni a curarsi: se poi non si cura e continua a molestare bambini, verrà sostituito.
Già : e ai genitori dei nuovi bimbi molestati chi glielo spiega?
Il decreto salva-Ilva è ancora peggio.
Perchè nessuno dei contraenti dell’accordo è credibile.
Non lo sono i Riva, che si sono impegnati infinite volte a mettere a norma i loro impianti e non l’hanno mai fatto.
Non lo è il presidente Bruno Ferrante, prefetto: a luglio il giudice impose il blocco della produzione nelle aree “a caldo” e ora si scopre che quell’ordine fu violato dall’azienda presieduta da Ferrante, che continuò a produrre (dunque a inquinare), tant’è che il gip ha dovuto sequestrare tonnellate di acciaio che non dovrebbero esistere (corpo del reato).
A Servizio Pubblico, l’incredibile Clini ha detto che “il presidente Ferrante s’è impegnato”.
Me’ cojoni , dicono a Roma.
E naturalmente il governo se l’è bevuta (tanto, quando si scoprirà che è l’ennesima truffa, il governo sarà un altro).
Ecco, non è credibile neppure il governo.
Uno dei registi del decreto è Passera, che ai tempi di Intesa prestava soldi a Riva e lo reclutava per la cordata Alitalia: un ministro super partes.
C’è poi la palese incostituzionalità del decreto che dissequestra impianti sequestrati da un gip con un’ordinanza che, in uno Stato di diritto, può essere ribaltata solo al Riesame e in Cassazione.
Non a Palazzo Chigi e al Quirinale.
Se una porcata del genere l’avesse fatta B., che osò molto ma non al punto di cancellare sentenze per decreto (ci provò con Eluana, ma fu stoppato dal Colle), avremmo le piazze e i giornali pieni di costituzionalisti, giuristi, intellettuali e politici “democratici” sdegnati che sventolano la Costituzione. Invece la fanno Monti e Napolitano, quindi va tutto bene.
Corriere : “Decreto del governo per riaprire l’Ilva. Monti: coniugare lavoro e salute” (impossibile: l’Ilva se produce uccide).
Repubblica : “Ecco il decreto per l’Ilva. Monti: nessuna polemica coi pm” (infatti cancella l’ordinanza di un gip).
Sole 24 Ore: “Ilva, dissequestro per decreto. Monti: nessun contrasto coi magistrati”.
Avvenire : “Decreto per salvare l’Ilva ed evitare un flop da 8 miliardi l’anno”. Messaggero : “Monti sull’Ilva: a rischio 8 miliardi”.
La Stampa: “Ilva, un garante per ripartire”.
Il Foglio : “Il governo tecnico soccorre l’Ilva (e la siderurgia) per decreto”. Libero : “Decreto per riaccendere l’impianto tutelando la salute” (sì, dei Riva). La fu Unità : “Ilva, decreto per salvare 8 miliardi. Tutela della salute e controllo indipendente del risanamento ambientale”.
Altro che corrompere i giornalisti: qui ormai c’è chi viene via gratis.
Perepè perepè perepè.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
A DIFFERENZA DELLO STATO BISCAZZIERE, LA BARISTA HA UNA SENSIBILITA’: “PERDO GLI INCASSI, MA SALVO I CLIENTI”….”RISCHIO DANNI ANCHE DALLA SOCIEGTA’ DELLE MACCHINETTE, MA NON TORNO INDIETRO”
Una signora di mezza età si piega per raccogliere da terra la spina e infilarla nella presa
della corrente.
La barista la ferma: «L’ho staccata io, le slot sono fuori uso».
Quando la cliente esce, aggiunge: «Le ho spente perchè non sopportavo più di vedere persone che si rovinavano in quel modo».
Di macchinette, nel bar tabaccheria «Gio» di via Mantova, prima periferia di Cremona, Monica Pavesi ne ha due.
«Non le volevo sin dall’inizio, a me – dice – interessava solo il Totocalcio, i cui proventi però sono crollati. E così, per non essere in perdita, sono stata costretta a tenerle».
E ad assistere allo «spettacolo» che ogni giorno andava in scena dall’altra parte del banco, a destra dell’ingresso.
«I giornali e la televisione – racconta – la crisi l’hanno scoperta da qualche mese. Io, invece, ce l’ho davanti agli occhi da tre anni. Italiani e stranieri, molti anziani ma anche giovani, forse più donne che uomini: gente che non se la passa bene e si aggrappa ai videopoker spendendo tutto quello che ha».
La barista anti slot ha rilevato il locale nel 1987 e ha ancora un mutuo da pagare.
«A me piace fare i caffè, parlare con i clienti. Non voglio più avere a che fare con chi è convinto che il denaro per vivere arriva da quegli apparecchi».
Il «silenziatore» è stato messo un mese fa.
Una decisione che sta già costando cara alla titolare perchè le slot incassavano 40-50 mila euro al mese e il 6 per cento (1.500 euro ogni quindici giorni) andava a lei.
Una decisione che in futuro potrebbe costarle ancora di più: il contratto scade nel 2015 ed è probabile che la concessionaria si farà sentire.
«Che danni avrò? Non lo so. Mi dicevano che non potevo recedere». Ma intanto il Comune, impegnato in una crociata contro le slot, ha deciso che premierà la barista. «Ha fatto un gesto coraggioso – dice il vicesindaco Carlo Malvezzi – che può essere un esempio per tutti i suoi colleghi».
Adesso, dunque, l’ultima frontiera della lotta alle macchinette mangiasoldi che scatenano il «gioco compulsivo», autentica malattia che rovina migliaia di famiglie, arriva dai locali che per la prima volta – vista l’assenza dello Stato, che dal gioco ricava 12,5 miliardi l’anno – lanciano la questione morale.
In Lombardia, dove negli ultimi dieci mesi le 60 mila slot hanno bruciato 10 dei 60 miliardi (stime prudenti) inghiottiti in Italia dal gioco d’azzardo, la rivolta silenziosa di Monica Pavesi è già stata raccolta dal presidente dei baristi di Bergamo aderenti all’Ascom: «Non è danneggiando gente che magari ha già i suoi problemi – dice Giorgio Beltrami – che si giustificano certi guadagni».
Ma chi rinuncia alle macchinette, da cui arrivano quasi sempre gli incassi che permettono di tenere aperto il bar, avrebbe bisogno di sostegno.
Anche perchè le concessionarie invogliano sempre più i baristi a installare le slot.
Lo racconta Simone Feder, psicologo, impegnato da anni nella lotta alle slot e nell’assistenza ai malati da gioco a Pavia, che è in testa alla classifica delle città italiane per spesa pro capite alle macchinette (2.870 euro all’anno).
«Alcune concessionarie – dice Feder – con le slot offrono un pacchetto che prevede anche l’installazione gratuita di telecamere di sorveglianza, mega televisore al plasma e impianto d’allarme».
E, così, resistere diventa sempre più difficile.
Luigi Corvi
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 17th, 2012 Riccardo Fucile
ALLA SUA FRASE, COLTI DA LAPSUS FREUDIANO, SI SONO ALZATI, PER TRIBUTARGLI UNA STANDIND OVATION, GASPARRI, LA RUSSA, RAVETTO E CARFAGNA, GLI INDIZIATI NUMERO UNO
Per Angelino Alfano la “battaglia” in vista delle politiche è “difficile, ma si può vincere”. 
“La battaglia” che ha davanti il Pdl “è difficile, ma si può vincere: certo ci devono essere facce pulite, perchè non sarà possibile andare avanti se le nostre idee saranno rappresentate da facce impresentabili”.
E’ l’avvertimento lanciato da Alfano, nel suo intervento all’incontro ‘Sempre con gli italiani mai con la sinistra’ organizzato da alcuni esponenti ex an nel cortile di Palazzo Lombardia. “Queste sono battaglie – ha aggiunto – in cui mi impegnerò nel Pdl”.
Non appena il segretario del Pdl ha pronunciato questa frase i partecipanti all’evento, tra cui Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, Mara Carfagna e Laura Ravetto, si sono alzati in una standing ovation.
“C’è gente che non dovrebbe essere in consiglio comunale e si trova in Parlamento”, ha proseguito Alfano, che ha invitato nuovamente a rinnovare il processo di selezioni dei dirigenti che devono essere, a suo giudizio, “rappresentati dal basso e non nominati dall’alto” (come lui insomma…n:d.r..).
Per il segretario Pdl, “non immaginabile un nuovo governo con la sinistra” perchè persegue “una ricetta economica dettata dalla Cgil” fatta di più spese e più tasse. “Non intendo immaginare un altro governo con la sinistra, che non ha una visione europea” ha detto aggiungendo che nelle riunioni della “strana maggioranza” sostenute da Mario Monti si è “accorto che le differenze esistono intatte”.
Secondo la sinistra, a suo dire, per spendere di più occorre mettere più tasse “se la scelta spetta a noi – ha concluso – diremo sempre no ad aumentare le tasse ma diminuiremo lo spreco”.
Anche perchè, ha continuato, “Bersani ha votato i provvedimenti di Monti e Vendola fa i referendum contro: non sono idonei a governare questo Paese”.
Quella tra il Pd e Sel, ha aggiunto il segretario del Pdl, è “una coalizione che farà assolutamente tutti quei disastri che hanno fatto le coalizioni di centrosinistra che hanno governato in questo Paese”.
Vendola e Bersani, ha proseguito Alfano, “non hanno un progetto chiaro di governo, non saranno loro a farci uscire da questa crisi economica”.
Alfano ha detto di “non essere più disponibile” ad accettare sacrifici “se capiremo, come stiamo iniziando a capire, che non ce li chiede l’Europa, ma ce li chiedono Francia e Germania per legittimi interessi francesi e tedeschi”.
In quel caso, ha proseguito, anche noi “faremo gli interessi nazionali” e comunque è necessario chiedere all’Unione europea “di cambiare rotta” sennò saranno i popoli europei stessi a imporre il cambiamento.
Che la sinistra non sia in grado di governare sono “parole che sembrano tratte da una gag di ‘Scherzi a parte'”, ha replicato Nichi Vendola.
“Siamo alla fine di quindici anni di berlusconismo che per devastazione morale, economica e sociale rappresentano davvero un unicum nella storia d’Italia. Alfano e gli altri abbiamo perlomeno il pudore di tacere e di andare al diavolo”, ha continuato il presidente della Regione Puglia e Leader di Sel, candidato alle primarie del centrosinistra. Vendola ha partecipato a Bologna a una riunione con i militanti del suo partito.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 16th, 2012 Riccardo Fucile
CRESCE LA SODDISFAZIONE PER LE RELAZIONI AFFETTIVE, AUMENTA CHI NON SI PUO’ PERMETTERE UNA SETTIMANA DI FERIE L’ANNO
La soddisfazione per le proprie condizioni di vita, complice la crisi, cala e gli italiani si rifugiano
nella famiglia e nei rapporti di amicizia.
È il quadro che emerge dall’indagine Istat su Deprivazione e soddisfazione, aspetti di vita quotidiana secondo cui «si riscontra una contrazione del livello di soddisfazione per la vita in generale, mentre aumenta per alcuni ambiti rilevanti della vita quotidiana, come le relazioni familiari e amicali».
Anche la soddisfazione per il tempo libero cresce, mentre peggiora quella per la situazione economica personale e familiare.
Secondo l’indagine, nel 2011 sono aumentate le famiglie che dichiarano di non poter sostenere spese impreviste di 800 euro (dal 33,3% al 38,4%), di non potersi permettere una settimana di ferie all’anno (dal 39,8% al 46,5%) o, se lo desiderassero, un pasto con carne o pesce ogni due giorni (dal 6,7% al 12,3%), nonchè quella di chi non può permettersi di riscaldare adeguatamente l’abitazione (dal 11,2% al 17,9%).
In compenso, il 91% degli intervistati si dichiara soddisfatto per le relazioni familiari (il 36,8% lo è molto): per le relazioni amicali tale quota è pari all’84,0%, con il 26,6% di molto soddisfatti.
Dichiarano un peggioramento della propria situazione economica in misura superiore quelle con persona di riferimento lavoratore in proprio (58,8%), operaio (56,9%) e in cerca di occupazione (73,4%). Rispetto al 2011, sottolinea l’Istituto di statistica, si riscontra una contrazione del livello di soddisfazione per la vita in generale, mentre la soddisfazione aumenta per alcuni ambiti rilevanti della vita quotidiana, come le relazioni familiari e amicali. Anche la soddisfazione per il tempo libero cresce, mentre peggiora quella per la situazione economica personale e familiare.
Sempre riguardo il disagio economico, la percezione delle famiglie, prosegue l’Istat, è, comunque, molto diversificata rispetto alla condizione della persona di riferimento. Dichiarano un peggioramento della propria situazione economica in misura superiore quelle con persona di riferimento lavoratore in proprio (58,8%), operaio (56,9%) e in cerca di occupazione (73,4%).
Cala anche, sottolinea l’Istat, la soddisfazione per la situazione economica personale. Il 55,7% delle persone di 14 anni e più si dichiara per niente o poco soddisfatto, contro il 49,5% dell’anno precedente.
Il calo della soddisfazione per la situazione economica registrato nel marzo 2012, spiega l’Istat, si lega al peggioramento avvenuto nel 2011 degli indicatori europei di deprivazione. In complesso, prosegue l’Istat, la quota di individui in famiglie deprivate, con tre o più sintomi di disagio economico, passa dal 16,0% al 22,2%; quella delle persone in famiglie gravemente deprivate, con quattro o più deprivazioni, dal 6,9% all’11,1%.
Una condizione di più marcato svantaggio si osserva, rileva ancora l’Istat, tra i residenti nel Mezzogiorno (il 36,5% è deprivato e il 19,3% è gravemente deprivato), oltre che tra quanti appartengono a famiglie con persona di riferimento disoccupato (il 51,8% e il 32,1%), operaio (30,6% e 14,9%), lavoratore in proprio (19,7% e 8%), giovane con meno di 35 anni (28,9% e 15,6%).
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Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
IL 21 IN PIAZZA SENZA RESPIRATORI: CONTINUA LA PROTESTA DEL COMITATO PER LE NON AUTOSUFFICIENZE… “LA PROPOSTA DEL GOVERNO E’ UN INSULTO”
“Il giorno 21 novembre 2012 davanti al Ministero dell’Economia, alcuni malati in carrozzina, con tracheostomia, si presenteranno senza ventilatore polmonare di scorta, dopo 5-6 ore si scaricheranno le batterie e moriranno per soffocamento”: ad annunciare la notizia, nella tarda serata di ieri, è Salvatore Usala che, raggiunto in mattinata da Redattore Sociale con la notizia dell’emendamento, prometteva nel pomeriggio “un comunicato esplosivo”, definendo l’emendamento “una provocazione, un insulto, un’elemosina. Loro vogliono dare 200 milioni indifferenziati per tutte le disabilità — scrive a Redattore Sociale – la ripartizione fra le regioni sarebbe un brodino solo per i loro bilanci. Per meno di 400 milioni finalizzati per le gravissime disabilità secondo l’incidenza, ci lasciamo morire”.
Poche ore dopo, il comunicato ufficiale conferma la notizia, aprendo con una digressione storica che vale da premessa : “Hitler pianificava la razza pura, l’eliminazione dei diversi, i disabili venivano usati come cavie. Sono passati 70 anni, la società moderna si è evoluta, ma l’emarginazione continua. I disabili gravissimi continuano a morire nel più assordante silenzio istituzionale. Il Governo non usa certamente metodi hitleriani — continua – ci mancherebbe, ma l’abbandono di una politica sociale produce effetti devastanti: le persone disabili e sane si lasciano morire, una vera eutanasia di stato”.
Poi, riferendosi alla recente visita che ha ricevuto da parte dei ministri Fornero e Balduzzi, e che ha determinato la sospensione del primo sciopero, commenta: “Oggi la comunicazione è sofisticata, i Ministri vanno a casa degli scioperanti, si impegnano, promettono di scrivere, fanno dichiarazioni da Città del Messico, concordano elemosine. I partiti sono impegnati con le primarie, con la riforma elettorale anti Grillo, con i saldi di bilancio. Sembra una partita a scacchi, ma tutti dimenticano la disperazione, la solitudine, la vita delle persone”.
Quindi, il commento della notizia del giorno: di fronte a una situazione in cui “ogni anno in Italia muoiono 1000 persone che rifiutano la tracheostomia per l’abbandono dello stato”, l’emendamento concordato in Commissione Bilancio con i relatori per la non autosufficienza di 200 milioni non finalizzati, generici” suona come “un’elemosina, un insulto, una vergogna”.
Usala passa quindi a suggerire il testo dell’emendamento che potrebbe rispondere ai bisogni dei malati: “Del presente fondo, 400 milioni sono riservati all’incremento del fondo di cui all’articolo 1, comma 1264, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, finalizzato al finanziamento dell’assistenza domiciliare delle persone gravemente non autosufficienti, bisognosi di assistenza vigile 24 ore su 24 con Piani Assistenziali Individualizzati (PAI).
Tali PAI dovranno essere cofinanziati dalle Regioni con almeno il 30% dell’importo. Dovranno essere rapportati al livello di stadiazione. Il riparto fra le Regioni avverrà in base all’incidenza e non alla popolazione”.
E poi riflette: “Non trovate 400 milioni per la vita ma spendete miliardi in armamenti, ponti fantasma, sprechi sanitari, corruzioni, ostriche e cenette, appalti truccati. Non mi si dica che è responsabile Monti, Grilli, Fornero o Balduzzi: le leggi le fa il Parlamento, sfiduciatelo se non vi sta bene! I 400 milioni vanno trovati in maniera strutturale. Non vi basta lo sciopero della fame? Volete il morto in diretta TV? Sarete accontentati! Noi non siamo ministri o politicanti, abbiamo una parola, un impegno, una dignità interiore.”
Il comunicato si conclude con una replica alle critiche di chi, come Mario Melazzini, prende le distanze dallo sciopero: “Non è un ricatto, come dice l’assessore alla Sanità della Lombardia, nonchè ex Presidente di Aisla, è un diritto costituzionale dovuto. Vogliamo vivere nella nostra casa, attorniati dai nostri cari, rifiutiamo le Rsa, che sono lager in mano a sporchi affaristi che costano 90 mila euro l’anno: a noi ne basta un terzo”.
(da “Redattore Sociale”)
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Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
ANDREA DI PIETRO, 31ENNE CONSIGLIERE COMUNALE PIDIELLINO, SI DICHIARA “NON PENTITO” PERCHE’ “NON VOLEVO OFFENDERLO”
Una “semplice battuta”, si giustifica adesso. Andrea Di Pietro, 31 anni, è il consigliere comunale del Pdl a Vigevano (quasi 70mila abitanti in provincia di Pavia) che su Twitter ha commentato così il confronto su Sky fra i candidati alle primarie del centrosinistra: “Vendola è tanto viscido quando la vaselina che usa!!”, punti esclamativi inclusi.
Il problema è che quel tweet ci ha messo un paio d’ore a girare sul social network e a furia di condivisioni la sua sparata omofoba (ma lui nega che lo sia) è diventata un caso.
Nel giro di poco, sempre su Twitter, sono arrivate le reazioni di Anna Paolo Concia del Pd (“Potresti semplicemente chiedere scusa a Vendola”), di Aurelio Mancuso dell’Arcigay (un ironico “bravo, li senti li applausi?”), di Giulio Cavalli di Sel (“civiltà lombarda di un consigliere del Pdl”, del rapper Frankie Hi-Nrg (“sei uno sfigato”), della portavoce della campagna di Pier Luigi Bersani, Alessandra Moretti (“questo fatto dimostra due cose: che serve una legge contro l’omofobia e che non sempre essere giovani è sinonimo di intelligenza”).
È così che Di Pietro si dev’essere accorto che con la tastiera c’era andato un po’ pesante. Tanto che sul suo profilo Facebook un paio d’ore dopo ha postato un parziale dietrofront che – se possibile – ha peggiorato la situazione. L’ex di Azione Giovane (la costola giovanile della defunta An) denunciava l'”accanimento pazzesco” che “alcune persone stanno facendo nei miei confronti”.
Poi si “spiegava”:
“Era per evidenziare in modo scherzoso la falsità di certe persone, in questo caso del vostro amico Vendola, che predica “bene” ma razzola male”.
E poi, “se il popolo gay si è irritato io non posso farci nulla.. Non era riferito a voi e non era offensivo. Come molti di voi gay si stanno comportando nei miei confronti. Siete voi i primi che dovete il rispetto alle persone che non hanno la vostra tendenza”.
Insomma, alla fine la vittima è lui: “Cosa volete farmi adesso per una semplice battuta? Volete giustiziarmi in piazza? Se siamo nel 2012 come dite voi, dovete capire che molte persone non sono come voi ed hanno diritto a fare una battuta che oltretutto non era riferita a voi”.
Di Pietro anche con noi non cede di un millimetro: “No che non mi sono pentito, era una semplice battuta, non volevo essere offensivo. Faccio un sacco di cose per il territorio e ora vi interessate solo per questo…”.
Pare che per ora dal Pdl non sia arrivato alcun segnale.
“Ma no, nel mio partito queste cose non sono un problema. Mi hanno solo detto che hanno capito che ho fatto solo una battuta, io non discrimino nessuno”.
E se Vendola si fosse offeso? “Mi dispiacerebbe per lui, gli direi scusa, ma ribadisco che non mi piace la sua politica. Renzi è giovane e stimabile, gli altri hanno fatto il loro tempo, Vendola pure ma non mi ispira fiducia”.
Ricapitolando, non è una questione di vaselina, ma politica, dice sempre Di Pietro.
Il quale in passato, forte della sua identità della “nostra destra nel Pdl”, si era contraddistinto per alcune proposte tipo la pena di morte (“sono cristiano, ma per gli stupratori ci vorrebbe”, disse nel 2009) e la revoca dei fondi per gli indigenti immigrati a favore dei soli italiani.
Matteo Pucciarelli-
(da “il Fatto Quotidiano”)
Il commento del ns. direttore
Ho sempre pensato che in politica contassero il cervello, le idee e i valori di riferimento.
Non so se ci vuole anche “culo” in politica, certamente farei volentieri a meno di “facce da culo”.
Questo ragazzotto dalll’aspetto fighetto-rampante mi sta sul cazzo solo a vederlo, figurarci a sentirlo sparare le sue cazzate omofobe e qualunquiste in nome di una sua presunta destra.
La sua profonda “analisi politica” si sintetizza nel giudizio “Renzi è giovane e stimabile, Vendola è vecchio”.
Non a caso preferisce il nulla generazionale come lui.
Non a caso ben rappresenta quella becero-destra che giudica gli altri in base al colore della pelle e agli orientamenti sessuali.
Non a caso è in buona compagnia con i razzisti padagni.
Non a caso proviene dalla sub-cultura di una pseudo destra mantenuta in vita da qualche patetica macchietta per meri interessi elettorali.
Si dichiara di destra, è un fervente anticomunista: negli anni in cui i comunisti c’erano davvero e ti aspettavano sotto casa, soggetti del genere si dilettavano a fare i fighetti della buona borghesia, tra vestiti firmati e week end a St. Moritz.
Allora l’unica vera e meritoria “azione giovani” da porre in essere verso costoro era quella di usare il loro culo (tanto per restare nel tema) come bersaglio delle nostre pedate per accompagnarli alla porta delle sezioni.
Luoghi dove si respirava aria pulita e non ammorbata da razzisti, puttanieri di regime e apologeti del nulla.
Noi i libri li leggevamo, non li usavamo come carta igienica.
Anche per questo abbiamo imparato a rispettare gli avversari politici e a disprezzare i paraculi.
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Novembre 7th, 2012 Riccardo Fucile
I CONFLITTI INTERNI ALLA DESTRA: DA GASPARRI FINITO IN UNA FONTANA ALLA RISSA DEL CONGRESSO DI PESCARA DEL 1965, DALLA LITE TRA STORACE E ACCAME AL TENTATIVO DI FINI DI COMMISSARIARE NEL 1977 LA FEDERAZIONE DI FOGGIA
Fratelli coltelli, i militanti della destra in Italia. E non è solo una frase fatta. 
Nella lunga e travagliata storia del Movimento sociale italiano, infatti, non ci sono stati soltanto scontri con i “rossi” o con le forze dell’ordine.
Se le davano di santa ragione anche tra loro, divisi come erano (e come sono) tra mille correnti.
Di scontri duri, a volte anche fisici, ce ne furono davvero tanti.
All’inizio del 1965, ad esempio, Giorgio Almirante aveva bisogno di una mano per contrastare la gestione “molle” del segretario Arturo Michelini.
Soccorso “nero” che trovò in Avanguardia Nazionale, i cui militanti trasformarono in una gigantesca rissa il congresso di Pescara.
Ma mentre la base se le dava di santa ragione, i due leader si accordavano in segreto: a Michelini restava la segreteria, a Almirante andava il ruolo di capogruppo alla Camera.
Pochi anni dopo, invece, il casus belli fu l’atteggiamento da tenere nei confronti del Sessantotto.
Il primo marzo di quell’anno, dopo la battaglia di Valle Giulia, i neofascisti di Delle Chiaie e gli universitari missini del Fuan occuparono la facoltà di Giurisprudenza.
Il 17 marzo, alla Sapienza arrivarono i Volontari Nazionali guidati da Almirante che pretendevano la fine dell’occupazione dell’ateneo romano.
Quando tentarono di liberare la rossa facoltà di Lettere, però, Delle Chiaie e i militanti del Fuan uscirono da Giurisprudenza e si schierarono sui gradini del rettorato, per protesta contro l’iniziativa dei loro compagni di partito.
E nemmeno Fini è nuovo a contestazioni e scontri interni.
Nel 1977, giovane delfino di Almirante e segretario nazionale del Fronte della Gioventù, aveva deciso di commissariare la federazione provinciale di Foggia.
Ma durante un incontro alla sede di via Garibaldi, nella città pugliese, i “camerati” fecero intendere al leader che non era il caso.
Prima con le buone e poi, visto che Fini resisteva, con le cattive: “Se rimuovi il segretario non esci dalla federazione!”.
E uno dei militanti gli mise addirittura le mani addosso.
Risultato: niente commissariamento.
Un altro big della politica di oggi ha avuto brutte esperienze con i suoi stessi camerati. È Maurizio Gasparri, che una volta, durante un virile confronto ideologico, venne lanciato in una fontana dalla base più oltranzista, che mal tollerava i giovani dirigenti in doppiopetto.
Altro scontro che ha fatto epoca è quello tra Francesco Storace e Giano Accame, nella redazione del Secolo d’Italia.
Storace, all’epoca fedelissimo finiano, non apprezzava particolarmente la linea del direttore rautiano.
Chi c’era parla di tensione alle stelle e di scontro quasi fisico.
Un momento cruciale della storia recente dell’Msi è datato 1990.
Rimini, congresso del partito.
Pino Rauti si è alleato con Domenico Mennitti, riuscendo a disarcionare Fini e a prendere le redini dell’Msi.
Il clima era così surriscaldato che tra le due fazioni si arrivò alle mani.
E qualcuno, racconta chi c’era, aveva deciso di usare le robuste sedie per “colpire” l’attenzione degli avversari interni.
Ogni voto a Rauti era sottolineato da urla di giubilo. Ogni voto a Fini, invece, da composti e istituzionali applausi.
Di notte, poi, si andava a dormire con la consegna di essere sempre pronti alla chiamata “alle armi”.
Dopo la svolta di Fiuggi e la vittoria finale di Fini su Rauti, erano spariti i modi “burberi”, ma non certo le divisioni interne.
E basta pensare agli scontri durissimi, ormai diventati solo verbali, tra finiani e colonnelli dopo la scissione di Futuro e Libertà per comprendere che in sessant’anni non è cambiato nulla.
Con la differenza che un tempo, forse anche per difendersi dall’accerchiamento dei partiti “costituzionali”, i panni sporchi si lavavano in casa.
Oggi, a quanto pare, anche sul sagrato di una chiesa.
Domenico Naso
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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