Maggio 14th, 2020 Riccardo Fucile
“HO SEMPRE SEGUITO IL MIO CUORE E QUELLO NON TRADIRA’ MAI”
“Vi chiedo di non arrabbiarvi per difendermi, il peggio per me è passato”. Sono le parole di Silvia
Romano, scritte nel suo profilo Facebook che è visibile solo ai suoi amici. “A tutti gli amici e le amiche che mi sono stati vicini con il cuore in questo lungo tempo – questo il testo completo – grazie grazia grazie”.
“Grazie anche a chi non era un amico, ma un conoscente o uno sconosciuto e mi ha dedicato un pensiero”, aggiunge la cooperante sotto sequestro per 18 mesi in Somalia e liberata sabato. “A tutti coloro che hanno supportato i miei genitori e mia sorella in modo così speciale e inaspettato: scoprire quanto affetto gli avete dimostrato per me è stato ed è solo motivo di gioia, sono stati forti anche grazie a voi e io sono immensamente grata per questo. Non vedevo l’ora di scendere da quell’aereo perchè per me contava solo riabbracciare le persone più importanti della mia vita, sentire ancora il loro calore e dirgli quanto le amassi, nonostante il mio vestito”.
E ancora: “Sentivo che loro e voi avreste guardato il mio sorriso e avreste gioito insieme a me perchè alla fine io sono viva e sono qui. Sono felice perchè ho ritrovato i miei cari ancora in piedi, grazie a Dio, nonostante il loro grande dolore. Perchè ho ritrovato voi tutti pronti ad abbracciarmi. Io ho sempre seguito il cuore e quello non tradirà mai. Vi chiedo di non arrabbiarvi per difendermi – è l’appello finale – il peggio per me è passato. Godiamoci questo momento insieme. Vi abbraccio tutti virtualmente forte e spero di farlo presto anche dal vivo.Vi voglio bene”.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2020 Riccardo Fucile
ANDRANNO A SCAMPIA, AFRAGOLA E CARDITO… L’IMPRENDITORE: “LA CARITA’ NON E’ APPARENZA, ALTRIMENTI E’ PRIVA DI SOSTANZA, MIA MADRE NON C’E’ PIU’ MA SEGUO I SUOI INSEGNAMENTI”
I primi 100 chili sono già arrivati alla palestra di Gianni Maddaloni.
Il maestro judoka guarda i 9 scatoloni pieni di banane e non crede ai suoi occhi. Tutto è iniziato con una telefonata: «Gianni, c’è un imprenditore di Cardito che ha comprato una tonnellata di banane per i bisognosi e vuole donarle alle famiglie di Scampia». Un’unica condizione: il benefattore, in epoca di protagonismo social, pretende di restare anonimo.
Si è chiuso così un triangolo della solidarietà che parte a Cardito, passa per Afragola e finisce nell’area nord di Napoli.
Già , perchè a telefonare Maddaloni è il padre di un bambino autistico di Afragola, che porta Scampia nel cuore, e a dicembre ha vissuto una di quelle sofferenze che accendono qualcosa dentro: il figlio autistico escluso a scuola dalla recita di Natale. Quando è scoppiato il coronavirus, quel papà è diventato uno dei tanti volontari che distribuiscono alimenti, su e giù tra Afragola e Cardito, a stretto contatto coi rispettivi sindaci Claudio Grillo e Giuseppe Cirillo.
«L’altro giorno – rivela il papà – il sindaco Cirillo mi ha indicato dove andare a prendere delle banane e ho conosciuto questo signore che mi parlava della “beneficenza che non può essere apparenza, altrimenti è priva di sostanza”. Indicava il quadro di Gesù e mi diceva di ringraziare lui”.
Era il benefattore anonimo. “Mi scuso se non rivelo la mia identità – spiega l’imprenditore – Ma se chi è in difficoltà in questo momento si sente inferiore, quasi in colpa, non vedo perchè chi ha possibilità debba ostentare. Con questo maledetto virus ho visto la mia attività andare avanti e altri fermarsi. Senza più un lavoro. Non è giusto. Mi sono detto: tutto quello che posso fare per gli altri, lo farò. In nome di mia madre che non c’è più e tanto faceva per i meno fortunati. Ho iniziato a donare tra Cardito e Afragola, poi sono incappato in questo papà , che è venuto con l’auto a caricare la merce, il merito è suo…”.
E le banane sono arrivate così nella palestra di Maddaloni e all’associazione per la legalità “Senza bavaglio” di Claudio Ferrara. «Da due anni distribuisco pacchi alimentari – spiega Maddaloni – Ma col Covid le famiglie da 120 sono diventate 300. Serve una mano. Oltre alle banane, questo imprenditore vorrebbe aiutarci ancora con cibo, pasta, salsa. Io sono un sognatore. Volevo vincere l’Olimpiade e con Pino ce l’ho fatta. Ora voglio trasformare questa palestra che è del Comune in una mensa per i poveri e in un banco alimentare dove arriverà cibo tutti i giorni».
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2020 Riccardo Fucile
“MAI LEGATA, SEQUESTRATORI SEMPRE GLI STESSI, CAMBIAVANO SPESSO COVO, NESSUNO MI HA COSTRETTA ALLA CONVERSIONE RELIGIOSA, MIA LIBERA SCELTA”
“Sto bene, ora voglio solo stare tanto tempo con la mia famiglia”. Vestita con jilbab, un abito tradizionale indossato dalle donne in Kenya e Somalia, con il capo coperto, guanti sulle mani e mascherina sul volto abbassata solo per salutare, Silvia è scesa dalla scaletta dell’aereo che l’ha riportata in Italia dopo la lunga prigionia.
Quindi il trasferimento in caserma per incontrare i pm che hanno avviato un’indagine per rapimento a scopo di terrorismo. “Sono serena. Durante il sequestro sono stata trattata sempre bene”, ha detto agli agenti del Ros in un colloquio durato quattro ore per ricostruire le fasi della vicenda.
Il racconto della prigionia
Sono state settimane dure quelle vissute da Silvia dal momento del rapimento: la giovane cooperante italiana è stata ammalata in modo serio. “Ogni tre mesi cambiavo covo”, ha raccontato Silvia agli inquirenti dando nuovi dettagli di quei mesi trascorsi senza mai essere stata legata nè aver visto in volto i suoi rapitori. Molti i trasferimenti da un nascondiglio all’altro, e sempre in luoghi abitati, dove Silvia non ha mai incontrato altre donne. Così i carcerieri, – sempre gli stessi e presenti in tre, ha spiegato – sono riusciti a tenerla nascosta. “Mi hanno assicurato che non sarei stata uccisa e così è stato”, ha detto la cooperante ai pm di Sergio Colaiocco che l’hanno ascoltata con i carabinieri dell’antiterrorismo.
Per arrivare in Somalia ci sono volute quattro settimane di spostamenti in moto, spesso a piedi e con altri mezzi, ha chiarito Silvia nell’interrogatorio
La conversione all’Islam
Poi, la conversione all’Islam. “E’ successo a metà prigionia, – ha raccontato – quando ho chiesto di poter leggere il Corano e sono stata accontentata”. Già al suo arrivo Silvia aveva fugato i dubbi che la decisione fosse avvenuta a causa delle condizioni psicologiche affrontate in Africa, chiarendo che si è trattato di una sua libera scelta. “Nessuno mi ha costretta. E non è vero che sono stata costretta a sposarmi, non ho avuto costrizioni fisiche nè violenze”, ha dichiarato.
“Non c’è stato alcun matrimonio nè relazione, solo rispetto”.
“Mi sono spostata con più di un carceriere in almeno quattro covi, che erano all’interno di appartamenti nei villaggi -ha ricordato Romano- Loro erano armati ed a volto coperto, ma sono sempre stata trattata bene ed ero libera di muovermi all’interno dei covi, che erano comunque sorvegliati.
La prigionia è trascorsa in stanze chiuse, dove Silvia dice però di non essersi mai sentita “carcerata” perchè libera di muoversi nei covi, almeno quattro, all’interno di villaggi. “Mi è stato messo a disposizione un Corano e grazie ai miei carcerieri ho imparato anche un po’ di arabo. Loro mi hanno spiegato le loro ragioni e la loro cultura. Il mio processo di riconversione è stato lento”.
Il ritorno a Milano, città in festa
Dopo l’interrogatorio durato quattro ore, Silvia rientrerà con un volo a Milano. La sua città nelle ultime ore si è riempita di striscioni di “Bentornata”, e il suo quartiere, nel Terzo municipio, sta pensando a una festa speciale compatibile con il regime di lockdown in una città ancora nella bufera per il Covid-19.
(da agenzie)
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Maggio 10th, 2020 Riccardo Fucile
DOPO L’INTERROGATORIO CON I PM PROSEGUIRA’ PER MILANO, IL SUO QUARTIERE IN FESTA L’ATTENDE
Silvia Romano è tornata in Italia alle 14, atterrata all’aeroporto di Ciampino su un volo dell’Aise, i servizi segreti per la sicurezza esterna.
Ad accoglierla il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.
La ragazza è scesa dalla scaletta indossando una veste somala, oltre a una mascherina e i guanti. Da lì sarà portata in una caserma dei carabinieri del Ros per essere interrogata dal pm della procura di Roma, Sergio Colaiocco e dagli ufficiali dell’antiterrorismo dei carabinieri, che in questi mesi hanno indagato sul rapimento della cooperante in Kenya.
L’interrogatorio sarà indispensabile per chiarire ulteriormente cosa sia successo dal 20 novembre 2018, quando la cooperante della onlus Africa Milele è stata rapita nel villaggio di Chakama, a circa 80 chilometri da Malindi, in Kenya.
L’operazione, secondo quanto noto finora, era stata gestita da una banda di otto persone che avrebbe poi ceduto la ragazza a gruppi islamisti legati ai terroristi di Al Shabaab in Somalia.
Tra i punti da chiarire ci sarà anche la possibile conversione all’islam (che in ogni caso sarebbe un fatto personale) e l’eventuale pagamento del riscatto nella fase della liberazione.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2020 Riccardo Fucile
CHI E’ SILVIA ROMANO, LAUREATA IN MEDIAZIONE LINGUISTICA, ISTRUTTRICE DI GINNASTICA, CONVINTA CHE UN MONDO PIU’ SOLIDALE SIA POSSIBILE
20 novembre 2018: quel giorno Silvia Romano, cooperante milanese, veniva sottratta alla sua
attività umanitaria a Chakama, un villaggio a 80 chilometri da Malindi, in Kenya. Oggi, a quasi un anno e mezzo di distanza, la 25enne è finalmente libera.
Ma chi è Silvia? Laureata pochi mesi prima del sequestro, nel febbraio 2018, in una scuola per mediatori linguistici per la sicurezza e la difesa sociale con una tesi sulla tratta di esseri umani, ma con un altro grande amore: lo sport.
La giovane inizia a lavorare nella palestra ‘Pro Patria 1883’ di Milano per poi passare alla ‘Zero Gravity’, dove i colleghi ne parlano come una ragazza che “ama i bambini, la ginnastica” e “portata per aiutare la gente”.
Gli studi e gli impegni sportivi non distraggono Silvia dalla solidarietà .
Sul suo profilo Facebook scrive: “Si sopravvive di ciò che si riceve ma si vive di ciò che si dona”, allegando una foto con alcuni bimbi kenyani.
Nell’estate 2018, è nella contea di Kilifi, vicino a Malindi, sulla costa del Kenya, e riparte a novembre dello stesso anno per prestare ancora il suo contributo nel continente prima con la onlus “Orphan’s Dream” e poi con “Africa Milele”.
“I giovani trovano molte strade per seguire le loro passioni e i loro sogni”, scrive ancora su Facebook. “Grazie a ciascuno di voi che mi è stato accanto, mi ha supportato e sopportato, dato forza, per questo obiettivo che mi rende cosi orgogliosa. È il primo di una lunga serie di sogni da realizzare”, posta Silvia dopo le prime esperienze come cooperante.
“Ha lottato e sta lottando per quello in cui crede e spero tanto che la sua lotta abbia solo incontrato un piccolo ostacolo”, sono le parole pronunciate da Federica Stizza, la tutor di Silvia Romano all’Università Ciels di Milano, all’indomani del rapimento.
Così viene raccontata Silvia, così viene raccontato il suo più grande sogno: un mondo dominato dalla cooperazione e dall’aiuto fra popoli.
Bentornata piccola grande donna
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2020 Riccardo Fucile
L’EX PARLAMENTARE: “NON DIMENTICO I COMMENTI INDEGNI QUANDO FU RAPITA”
“Lo posso dire? Quando l’ho saputo non ci ho creduto. Le ultime informazioni che mi erano arrivate erano vaghe, fumose, poco incoraggianti. Una volta capito che era tutto vero, sono scoppiato a piangere”.
Nessuno più di lui si è speso pubblicamente per non far calare il silenzio sul suo nome. Ogni giorno, tutti i santi giorni da quel 28 novembre 2018, ha dedicato il suo primo pensiero al mattino a Silvia Romano, la cooperante italiana rapita in Kenya e liberata oggi a pochi chilometri da Mogadiscio, in Somalia.
Giuseppe Civati, deputato nella scorsa legislatura e fondatore di Possibile ora ha una casa editrice. La sua battaglia quotidiana da diciassette mesi, un tenace e perpetuo esercizio della memoria, è stata per la giovane rapita da Al Shabab: “All’inizio”, racconta all’HuffPost, “non c’era una strategia ma solo una esigenza: non far passare il messaggio cinico, razzista e anche un po’ sessista che stava iniziando a circolare: ‘Era meglio se se ne stava a casa’ o ‘se l’è andata a cercare’.
Poi il messaggio è stato amplificato dalle tante persone che lo hanno condiviso. Ed è diventato un esercizio quotidiano, non strumentale nè, soprattutto, solitario”.
La lista di messaggi dedicati a Silvia Romano è impressionante, mai un giorno senza un ricordo, mai una festività saltata, mai un compleanno dimenticato.
Civati ha abbandonato la politica ma continua a farla nella sua forma più genuina, a contatto con la gente, ben distante dalle aule parlamentari. “Quando Silvia è stata rapita molte persone, anche insospettabili, si sono lasciate andare a dichiarazioni superficiali, oltre ai soliti spiritosi. Nel corso di questi mesi, però, lo spirito di condivisione e di affetto per Silvia e per l’importanza della sua azione a contatto con i più deboli invece di diminuire è aumentato. Mentre chi faceva lo spiritoso è sparito. Credo che questo sia un bel messaggio che arriva dalla società civile, anche in rete. Ma ora l’importante è che Silvia stia bene e sia finalmente libera”.
È stata una azione comune per tenere viva l’attenzione “ma senza mai protestare, sempre con discrezione verso le istituzioni, e con rispetto per il loro silenzio operoso”. Con la sua casa editrice ha pubblicato un libro dal titolo ‘Silvia. Diario di un rapimento’, scritto dal giornalista Angelo Ferrari, “e poi abbiamo incontrato persone, organizzato eventi pubblici e nelle scuole con i ragazzi”, ricorda Civati.
“Ho mai pensato che quello che facevo fosse inutile? Certo, anzi ne ero sicuro, ma mi sbagliavo. L’utilità , soprattutto nelle situazioni più complicate, non è semplice da misurare: certamente potevamo fare ben poco per riportarla a casa, ma tenere in vita il suo ricordo ha avuto una rilevanza importante per la vita di molte persone, non solo di Silvia. Questo piccolo merito, se posso, me lo riconosco”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 9th, 2020 Riccardo Fucile
LA LIBERAZIONE DI SILVIA E’ MERITO DELLA PROFESSIONALITA’ DI UOMINI CHE NON AVRANNO MAI UNA FOTO IN PRIMA PAGINA
La liberazione di Silvia Romano è un successo dell’AISE, il nostro servizio segreto per la sicurezza
esterna, condotto nel silenzio, con grande professionalità e anche, lo ha sottolineato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, “con sprezzo del pericolo”. Riportando a casa Silvia, dopo 18 mesi, la nostra intelligence si conferma patrimonio di competenza e dedizione.
In un’operazione tutta basata sulla cosiddetta humint, cioè il reperimento delle informazioni sul campo da fonti umane, su un terreno in cui l’apporto della tecnologia è stato importante ma, ultimativamente, non decisivo.
Mentre lo è stato lo scambio informativo con i servizi segreti della Turchia, servizi collegati, come si dice, cioè di un Paese alleato nella NATO.“Intellego ac tueor” è il motto dell’AISE, comprendo e difendo.
La liberazione è un successo che avviene sotto il segno del generale Luciano Carta, il cui mandato come capo dell’AISE è stato si è dipanato per tutto il periodo delle ricerche di Silvia, rapita un giorno prima della sua nomina, nel novembre 2018, e liberata qualche giorno prima della sua sostituzione, dal momento che Carta è stato chiamato a presiedere il colosso dell’industria della difesa, Leonardo ,e quindi dovrà essere sostituito obbligatoriamente entro e non oltre il 20 maggio.
La liberazione è soprattutto un successo del numero 2 dell’AISE, il capo operazioni, generale Gianni Caravelli, che ha già ottenuto altri successi per la liberazione di ostaggi, in pole position per sostituire Carta, e la cui nomina è prevista per il prossimo Consiglio dei ministri.
La liberazione della cooperante italiana è – infine, ma non alla fine – un successo di tutti gli uomini dell’AISE che non avranno mai una foto in prima pagina nè un nome scritto in grassetto, nè una dichiarazione virgolettata.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
MA PENSATE AI VOSTRI 66.415 MORTI CAUSATI DA UN PRESIDENTE DA RICOVERO E A QUEI COGLIONI CHE FATE GIRARE LIBERAMENTE ARMATI DI MITRA PER LE STRADE
“I romani hanno la reputazione di aggirare le regole, nel traffico e nella vita”. Jason Horowitz ha firmato un lungo articolo sul New York Times, per raccontare come la Capitale si sta avviando verso la Fase 2.
Il giornalista ripercorre la storia di Roma, dall’epoca fascista, sino ai giorni nostri. Nell’articolo vengono elencati i pregi dei romani, ma più spazio ancora è dato a una serie di luoghi comuni sulla nullafacenza e il il loro egoismo.
“La turbolenta storia della città ha forgiato un carattere irriverente, anti-autoritario e, in qualche modo, cinico. Può sopravvivere al coronavirus?”, si chiede Horowitz, già autore di un reportage sul dramma di Bergamo ospitato sempre sulle pagine del Nyt.
“Roma è stata saccheggiata, conquistata e abbandonata. Ora è il turno della Pandemia”, titola l’articolo, nel quale il giornalista si dice certo che “il virus non sia chiaramente un pericolo per la bellezza di Roma”. Ma “cosa farà al suo spirito?”.“Mi chiedevo se questi mesi, forse anni, di quarantena o di convivenza con il virus avrebbero cambiato irrevocabilmente i romani o sarebbero diventati un altro di una lunga serie di difficoltà che hanno plasmato un carattere romano noto per irriverenza, anti-autoritarismo e più di una goccia di cinismo”.
Per il giornalista, è natura dei romani aggirare le regole. Nella Capitale il “dolce non far niente” dei giovani “viene elevato a una forma d’arte pubblica”.
“I romani hanno la reputazione di aggirare le regole – nel traffico e nella vita. I ‘fan’ la chiamano accattivante creatività ; i critici la definiscono inciviltà insopportabile. Vivere con il virus lo migliorerà o lo eliminerà ?“
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2020 Riccardo Fucile
“GRAZIE PER AVER PERMESSO ALLA NOSTRA AZIENDA DI PAGARCI GLI STIPENDI E MANTENERE IL POSTO DI LAVORO”… QUESTE SONO LE PERSONE CHE ONORANO IL NOSTRO PAESE PRATICANDO SOLIDARIETA’ REALE
Eleonora, Marco, Cristina, Alice e Rosy lavorano in un negozio di abbigliamento intimo al centro di Brescia. Come tutti, da settimane sono a casa.
Come tanti, sono preoccupati per il loro stipendio e per il loro futuro. Il negozio è chiuso e ancora non si sa quando e come potrà riaprire.
Purtroppo alcuni esercizi commerciali rischiano proprio di non riaprire, soprattutto i più piccoli. A pesare in questa fase sono non solo gli stipendi dei dipendenti, ma anche l’affitto delle mura.
Proprio per questo i cinque colleghi hanno deciso ieri di scrivere un cartello e di appenderlo alla vetrina del negozio per cui lavorano.
Il loro è un caso fortunato. Sul cartello infatti hanno scritto: “Ringraziamo i proprietari di questo immobile per aver sospeso l’affitto, permettendo alla nostra azienda di pagarci lo stipendio e mantenerci il posto di lavoro”. Poi hanno messo le loro cinque firme.
“La foto me l’ha spedita ieri un amico che era fuori per lavoro – racconta Giorgio De Martin – il negozio si trova in corso Zanardelli. Ho pubblicato l’immagine sulla mia pagina facebook, ricevendo migliaia di condivisioni. È un gesto di solidarietà , che in questi giorni difficili, ci fa sentire tutti un po’ più uniti”.
(da “La Repubblica”)
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