Ottobre 21st, 2019 Riccardo Fucile
DOTTORATO DI RICERCA A LISBONA, IL GIOVANE PORTOGHESE E’ ACCUSATO DI FAVOREGGIAMENTO DELL’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA PER AVER PARTECIPATO A QUATTRO MISSIONI DI SALVATAGGIO A BORDO DELLA NAVE DELLA ONG, UNA VERGOGNA PER IL MONDO CIVILE
Miguel Duarte è un giovane portoghese che vive a Lisbona, dove frequenta un dottorato di ricerca in Matematica. In Italia rischia di essere condannato a 20 anni di carcere per favoreggiamento di immigrazione clandestina, a causa delle quattro missioni di salvataggio che ha condotto nel Mediterraneo, come volontario, a bordo della nave Iuventa.
L’imbarcazione si trova sotto sequestro dal 2 agosto 2017 per ordine del gip di Trapani, dopo che la procura siciliana ha aperto un’indagine sull’operato della Ong tedesca Jugend Rettet.
Oltre a Miguel Duarte, altri nove membri dell’equipaggio della Iuventa sono indagati e rischiano di finire a processo.
TPI ha contattato telefonicamente il volontario portoghese per sapere come è cambiata la sua vita da quando si è aperta l’inchiesta sulla Iuventa.
Miguel, come ti sei avvicinato alla Jugend Rettet?
Ho finito di studiare per la magistrale nel 2016. In quel periodo leggevo le notizie sulle persone che giungevano ai confini europei dalla Siria e da altri paesi. Come tanta altra gente avevo l’impressione che la risposta fornita dall’Europa non fosse sufficiente e anche un po’ ridicola. Ho fatto delle ricerche, per capire dove potessi essere utile. Ho scoperto la Jugend Rettet attraverso un’amica tedesca. Li ho chiamati e ho chiesto se avessero bisogno di aiuto. Mi hanno detto che stavano cercando persone per l’equipaggio e mi hanno invitato. Così mi sono imbarcato.
Perchè questa decisione?
Per me la cosa più triste della situazione delle Ong è che noi non eravamo professionisti. Non sono un marinaio, non sono un infermiere, al momento sto facendo un dottorato in matematica. Quindi la mia attività non c’entra nulla col lavoro umanitario.
Certo, a bordo avevamo capitani, medici, ingegneri, ma la maggior parte dell’equipaggio non era composta da professionisti. Tanti — come me — non si erano mai imbarcati su una nave.
Sicuramente, molte persone che si occupano di salvataggi in mare avrebbero fatto un lavoro migliore, perchè noi abbiamo dovuto imparare. Ma questa gente non era lì. Gli Stati non c’erano, le risorse, i soldi, le navi da salvataggio, gli equipaggi dei professionisti non erano lì. Abbiamo dovuto prendere in mano questo problema, fare qualcosa anche se non era proprio quello che sapevamo fare.
Per senso del dovere?
Certamente, è dovere di tutti noi fare qualcosa. Noi in un anno abbiamo salvato 14mila persone, però tanti altri sono morti perchè non avevamo le risorse o un equipaggio sufficientemente grande. Quindi non ci siamo mai visti come una soluzione a lungo termine per questo problema, ma soltanto come una risposta di emergenza.
Hai mai avuto la sensazione che la vostra presenza in mare incoraggiasse in qualche modo più persone a partire, come sostengono gli autori della guerra alla Ong?
È assurdo pensare che se non ci fossero le Ong la gente non partirebbe: abbiamo visto esattamente il contrario in tutti questi anni. Nel 2013, quando non c’erano le Ong, ci sono stati i naufragi di cui sappiamo. L’anno successivo sono morte tantissime persone. Così a un certo punto MSF ha deciso di prendere una nave e andare a fare salvataggi in mare. Le Ong sono andate nel Mediterraneo proprio perchè la gente partiva comunque.
Ci sono stati sviluppi recenti nella vostra vicenda giudiziaria?
No, in realtà non è cambiato molto. La nave è stata sequestrata ad agosto 2017. A giugno 2018 dieci di noi hanno ricevuto le notifiche dalla procura di Trapani, che ci comunicavano che eravamo ufficialmente sotto indagine con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Hanno sequestrato molto materiale che era sulla nave, computer e cose del genere, su cui stanno facendo degli accertamenti. Non sappiamo ancora se andremo in tribunale oppure no.
Sei preoccupato su questo?
Non sono preoccupato per la mia libertà personale. In un anno abbiamo salvato 14mila persone. Poi ci hanno fermati per due anni. Questo fa capire la misura di quanto è successo: nel Mediterraneo c’era bisogno di più navi, non di meno navi. C’è tantissima gente che è morta proprio perchè non eravamo lì. È questo che mi preoccupa.
Abbiamo imparato a fare i salvataggi, lo facevamo abbastanza bene anche se non eravamo professionisti. Ma ora dobbiamo stare a casa, a fare iniziative di crowdfunding per raccogliere soldi per le spese legali. Questo richiede impegno e risorse che in realtà potevamo utilizzare per salvare la gente, che è più importante.
I naufragi intanto continuano, l’ultimo a destare reazioni è stato quello del 7 ottobre al largo di Lampedusa.
Le Ong non svolgevano soltanto attività di soccorso in mare, ma anche di monitoraggio. Raccontavano al pubblico europeo cosa stesse succedendo lì, incluso l’operato della cosidetta guardia costiera libica, pagata dal governo italiano. Ora è molto più difficile, perchè non ci sono così tante navi come nel 2016 o nel 2017. Quindi non sappiamo esattamente qual è il numero di persone che non riescono ad arrivare e quante vengono respinte.
Nel 2017, quando è scoppiato il caso Iuventa, non c’era ancora Salvini al governo. Secondo te si può parlare di una motivazione politica?
Sì, secondo me è un caso del tutto politico, non ha nulla di giuridico. Per questo richiede una risposta politica e dobbiamo impegnarci a parlare con la gente, a far conoscere il caso Iuventa. Il caso Iuventa ci spiega abbastanza bene a che punto è arrivata la politica italiana sulla questione migratoria. Tutta la campagna elettorale di Salvini e della Lega, ma anche di altri partiti, è stata condotta attraverso una guerra informativa contro le Ong. Secondo me la Iuventa è una delle tante vittime di questo processo.
Una delle talpe che passò le informazioni alla Lega, Pietro Gallo, ha detto di essere pentito e sostiene che il partito lo ha abbandonato. Vuoi dirgli qualcosa?
Credo che lui abbia già capito cosa ha fatto, non ho nulla da dirgli. Credo si senta — e si debba sentire — responsabile per ciò che è successo e continua a succedere ai confini europei. Tantissima gente muore e rischia la vita proprio perchè persone come lui hanno compiuto determinate azioni.
Nei vostri confronti c’è stata anche tanta solidarietà , con campagne e raccolte fondi. Te l’aspettavi?
No. È stato bellissimo. Quando abbiamo cercato di far conoscere il nostro caso abbiamo assistito a una mobilitazione gigantesca in Portogallo, Spagna e Germania. Adesso abbiamo una rete di supporto enorme, a livello istituzionale, di attenzione mediatica, ma soprattutto a livello popolare. Questo mi dà speranza.
C’è stato anche un momento in cui il tuo è diventato un caso internazionale, quando Costa ne parlò con Conte.
Sì, è successo dopo una raccolta fondi qui in Portogallo, che è diventata virale sui social media. A un certo punto i media mainstream hanno cominciato a fare domande al governo portoghese e per due o tre settimane se n’è parlato tantissimo. Alla fine Costa ha fatto questa domanda a Conte, che ha risposto parlando dell’indipendenza della magistratura. Però secondo me è importante arrivare al punto in cui i governi parlano di queste cose, perchè sono molto importanti, ben più importanti della nostra libertà personale. Se noi andassimo in galera per qualche ragione, si creerebbe un precedente gravissimo per l’Europa.
Cosa ti rimane oggi dell’esperienza della Iuventa?
Ho fatto 4 missioni con la Iuventa e davanti a me sono passate moltissime persone, uomini, donne e bambini. Mi ricordo i volti di tantissima gente, l’emozione che si vedeva nei loro volti. All’inizio era paura, perchè tanti di loro non avevano mai neanche visto il mare prima. Poi quando arrivavano sulla Iuventa potevano rilassarsi un po’.
Moltissimi poco dopo essersi seduti si addormentavano di colpo, nonostante tutto il caos intorno a loro: si sentivano al sicuro per la prima volta dopo tantissimo tempo. Per me è un privilegio essere tra le persone che potevano dare loro questa opportunità . Anche se poi, una volta arrivate in Italia, spesso queste persone si trovano davanti altri problemi di tipo legale.
Hai mantenuto i rapporti con alcune di queste persone?
Sì, ogni tanto avevamo qualche ora per parlare con la gente, quindi sono rimasto in contatto con alcuni di loro, che sono tutti in Italia e hanno una vita difficile.
Rifaresti questa esperienza?
È la cosa più importante che abbia fatto nella mia vita.
E se invece tornassimo nel 2016 e tu fossi a conoscenza dei rischi legali, lo rifaresti lo stesso?
Certo, sì. L’indagine della procura di Trapani ha cambiato tantissimo nella nostra vita. Ma non cambia i nostri principi, i valori che ci hanno portati a stare lì. Se succedono queste cose è un motivo in più per fare azioni di solidarietà .
(da TPI)
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Ottobre 21st, 2019 Riccardo Fucile
UNA VITA PER COMBATTERE I TERRORISTI DELL’ISIS E PER I DIRITTI DEL SUO POPOLO… SEMPRE IN PRIMA LINEA, ANCHE QUANDO ERA FERITA… MENTRE L’OCCIDENTE VIGLIACCO NON MUOVE UN DITO
Sehid zin Amara, nome di battaglia Zain Kobani, è stata uccisa nei giorni scorsi dai turchi dopo l’inizio dell’invasione del Rojava.
Era una comandante che lottava per la liberta e i diritti delle donne: “Ha dato un impulso per liberare le donne dall’oppressione patriarcale e ha mostrato a tutte le donne prigioniere di questa mentalità che il mondo è è migliore quando sono libere e attive nella società ”
Sehid era stata una delle più attive combattenti contro i jihadista ex al Qaida di Al Nusra nel 2013, per poi diventare una delle leader della resistenza a Kobane, dove fu ferita e infine protagonista dell’operazione finale contro lo Stato Islamico a Deir Ez Zor
Oggi le autorità curde hanno voluto ricordare una delle loro più importanti comandanti: “Nel 2013, dopo che i gruppi mercenari hanno lanciato la loro offensiva contro il nostro popolo, Zain è stata una delle prime combattenti a prendere parte alle battaglie contro i mercenari dello Stato Islamico e contro i mercenari di Jabhat al -Nusra che occupavano la città di Serekaniya. Poi Zain ha combattuto con coraggio a Kobane, Suluk, Shadadi e Manbij. Durante le battaglie di Kobani e nonostante ferita alla spalla, non ha smesso di combattere. Poi Manbij e infine a Deir-ez -Zor per l’eliminazione dell’Isis che per tanti ha rappresentato realizzazione delle speranze di tutti i martiri”.
Dicono ancora i comandanti curdi: “A nome delle Unità di protezione delle donne Ypj, diciamo che continueremo la lotta finchè il ricordo e le anime dei martiri Habon, Rosyar, Tekoshin, Avesta, Zain vivranno nei nostri cuori e nelle nostre menti. Con ogni martire, le nostre responsabilità verso la libertà dei popoli sono aumentate”.
(da agenzie)
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Ottobre 20th, 2019 Riccardo Fucile
SE UNO VUOLE FARE LA MORALE AGLI ALTRI ABBIA LE CARTE IN REGOLA O IMPARI A FARSI I CAZZI PROPRI…SIAMO STANCHI DI LEADER CHE STRAPARLANO DI “VALORI CRISTIANI” E POI NON LI SEGUONO
Facciamo una premessa: non abbiamo nulla contro la convivenza o il matrimonio, siamo perchè ognuno segua le proprie inclinazioni senza per questo essere giudicato.
Siamo abituati a valutare le persone per il loro cervello e il loro cuore, non per il conto in banca o per le preferenze sessuali.
Siamo per il rispetto della libertà di scelta dell’individuo da quando avevamo 20 anni e ne abbiamo conosciuto di politici coerenti (pochi) e parolai (tanti).
Ecco, la coerenza per noi è un “valore” che ci permette di aver un “pensiero politico” autonomo e definito e sulla base di questo valutare la “vicinanza” o meno alle idee degli interlocutori politici del momento.
La nostra stima quindi è limitata a quei politici che si esprimono “coerentemente” al loro percorso e al loro stile di vita. Non ce ne frega nulla se sono di destra, di sinistra o di centro o di qualsiasi altro colore.
Una cosa è combattere le loro idee, altra cosa riconoscergli “coerenza”.
E veniamo al dunque.
La nostra avversione politica ai “sovranisti” è nota e cerchiamo da questo blog di spiegarne ogni giorno le ragioni, argomentando nel merito (si può essere d’accordo o meno con noi, ma questo è un aspetto di cui non ce ne frega sinceramente nulla, ognuno è libero di pensarla come gli pare).
Uno degli aspetti che riteniamo insopportabili è che soggetti sedicenti di destra diano lezioni di morale cristiana agli Italiani senza averne titolo.
Da laici rispettosi del credo altrui non sentiamo il bisogno che pluridivorziati che hanno disseminato il Paese di figli e di scandali o che convivono con figli nati “dal peccato” (come direbbero loro) senza legame matrimoniale, ci rompano i maroni con i “valori della famiglia tradizionale”, affermazioni omofobe e family day vari.
Siamo i primi a non giudicare le loro legittime scelte, ma non fate la morale su ciò che è giusto e cià che è sbagliato, perchè NON NE AVETE TITOLO.
Non lo avreste in ogni caso, ma ancora di più quando SIETE INCOERENTI CON VOI STESSI.
Invece che ergervi a SEDICENTI CRISTIANI, cominciate a vivere cristianamente.
Quindi prima vi sposate in Chiesa e poi generate figli, possibilmente non disseminate di figli ogni relazione che avete con partner diversi senza regolarizzare il rapporto, magari evitate di organizzare festini o bunga bunga che non sono notoriamente contemplati nel Vangelo e cercate anche di evitare di agitare rosari e crocifissi se poi non partecipate alle funzioni religiose.
Perchè noi rispettiamo i laici e i cristiani, gli etero e i gay, la destra e la sinistra, i ricchi e i poveri, ma non i PAGLIACCI.
Coerenti a casa nostra, per capirci.
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Ottobre 17th, 2019 Riccardo Fucile
NAUFRAGIO DI LAMPEDUSA, LA TESTIMONIANZA DEL RESPONSABILE DEI REPARTI SUBACQUEI DELLA GUARDIA COSTIERA: “SIAMO PROFESSIONISTI, MA CI SONO VENUTE LE LACRIME AGLI OCCHI”… “ABBIAMO RIDATO DIGNITA’ A QUELLE PERSONE. E DICO PERSONE, NON MIGRANTI”
Il capitano Rodolfo Raiteri è il responsabile dei reparti subacquei della Guardia costiera. Ed è lui, insieme ad una squadra di sommozzatori, che sta preparando le operazioni per il recupero dei corpi che si trovano all’interno del relitto naufragato lo scorso 7 ottobre.
“Credo che lo stato d’animo di tutti noi sommozzatori che stiamo partecipando a questa operazione si legga sui nostri volti. Una stretta allo stomaco, un nodo alla gola. Siamo professionisti abituati a queste situazioni, ma mi creda che scendere lì sotto è veramente durissima”.
Raiteri racconta di aver partecipato alle operazioni nel caso della Costa Concordia e in quello della Torre dei piloti, ma di non aver retto di fronte alla vista del bambino tenuto ancora fra le braccia da sua madre: “È un colpo al cuore, ad una cosa così forte non sei mai preparato. Ho 52 anni e una bimba di due anni: vedere quel corpicino adagiato sul fondo a fianco di quella che probabilmente è sua mamma è stato un pugno allo stomaco. Il fatto che siano rimasti così vicini e le braccia della ragazza ci fanno pensare che lo abbia tenuto stretto fino all’ultimo”.
Il capitano racconta quindi come è stato ritrovato il relitto, spiegando che i primi giorni dopo il naufragio sono stati molto duri per i sommozzatori, in quanto nonostante la squadra fosse arrivata a Lampedusa quella mattina stessa, le condizioni meteo non permettevano l’immersione.
“Un terribile stato di impotenza sapendo quanto vale ogni minuto”, spiega Raiteri. “Ma non ci siamo arresi e venerdì per la prima volta il sonar ha suonato. Le correnti avevano spostato barca e corpi di 450 metri, sembrano pochi ma a quelle profondità sono tanti. Abbiamo mandato giù il nostro robot e quando, sulla consolle che abbiamo sul gommone, sono apparse le prime immagini ci sono venute le lacrime agli occhi”.
Raiteri spiega anche a Repubblica che non si tratta di operazioni semplici. “Avremmo anche potuto lasciar perdere, la complessità dell’intervento e il tempo inclemente avrebbero potuto indurci a concludere tutto dichiarando impossibile l’impresa. E invece abbiamo voluto testardamente continuare per ridare dignità a queste persone. E dico persone, non migranti”.
(da Fanpage)
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Ottobre 15th, 2019 Riccardo Fucile
LAMORGESE CONCEDE IL PORTO SICURO, RISPETTANDO LE NORME INTERNAZIONALI (QUELLE CHE NON PIACCIONO AI SEQUESTRATORI DI PERSONE)
La Ocean Viking ha finalmente ricevuto il via libera per attraccare al porto di Taranto e far sbarcare le 176 persone a bordo.
Le operazioni di salvataggio hanno avuto inizio la sera del 12 ottobre: la Ocean Viking aveva ricevuto una mail di allerta inviata da Alarm Phone: un’imbarcazione in difficoltà stava andando alla deriva vicino alla piattaforma pertrolifera Al Jurf, che ha concesso alla nave il permesso di entrare nella zona ristretta di 3 miglia nautiche che si estende intorno alla struttura. Le squadre hanno proceduto al recupero di 74 persone, tutti uomini, compresi dei minori non accompagnati.
A mezzanotte e mezza circa la Ocean Viking riceve poi la comunicazione di un’altra imbarcazione in difficoltà e una posizione però approssimativa. La nave segue le istruzioni ma dopo oltre 9 ore di ricerca non trova l’imbarcazione.
Nella mattinata di ieri, poi, la Ocean Viking è avvisata di un altro gommone in difficoltà : alle 13:50 le squadre completano il salvataggio di 102 persone, tra cui 4 donne incinte e 9 ragazzi sotto i 16 anni.
L’Ocean Viking secondo il diritto marittimo ha chiesto al Jrcc libico un luogo sicuro (Place of Safety) per sbarcare le 176 persone salvate. Poichè le autorità libiche hanno indicato Tripoli come porto di sbarco abbiamo gentilmente rifiutato in quanto, secondo il diritto e le convenzioni internazionali, nessun luogo in Libia può essere considerato attualmente un luogo sicuro”.
“Mentre la Ocean Viking si sta dirigendo a nord e gli Rcc con maggiore capacità di assistenza sono stati informati, esortiamo vivamente gli Stati membri dell’UE e le autorità competenti ad assegnarci prontamente un luogo sicuro dove le 176 persone salvate possano essere sbarcate in sicurezza. Questi, uomini, donne, bambini hanno attraversato un viaggio terribile e spaventoso in mare; il ponte di poppa della Ocean Viking è una soluzione di emergenza, ma il salvataggio potrà considerarsi concluso solo una volta che queste persone raggiungeranno una costa in cui potranno ricevere cure”, dice Frederic Penard, direttore delle operazioni di Sos Mediterranee.
“Da quando la Ocean Viking ha iniziato le operazioni è la quarta volta che siamo in attesa che ci venga assegnato un luogo sicuro per lo sbarco delle persone salvate. Finora i governi della Ue non sono riusciti a istituire un meccanismo prevedibile di sbarco in conformità con il diritto marittimo. Gli accordi ad hoc non possono essere la soluzione. Invitiamo i governi a porre fine a questa situazione inaccettabile”, conclude la nota di Sos Mediterranee.
(da agenzie)
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Ottobre 14th, 2019 Riccardo Fucile
L’INCONTRO CON I SOCCORRITORI: “MI HA INCANTATO IL LORO CALORE, LA VICINANZA, LA DELICATEZZA, CI HANNO AIUTATO DAVVERO”
Una passione nata da una tragedia. Quel 14 agosto, quando il ponte Morandi è crollato su se stesso, la vita
di Michele è cambiata. Suo fratello, Luigi Matti Altadonna, è morto. E lui ha deciso di voler aiutare i soccorritori che avevano recuperato il suo corpo. A soli 15 anni si è iscritto alla Croce Azzurra.
Come riporta il Corriere, ora Michele si destreggia tra scuola e volontariato per riuscire a incastrare tutti i suoi impegni. La scintilla è scoccata quando ha conosciuto i ragazzi che hanno tentato di salvare suo fratello.
“Il 14 agosto avevamo preso il primo treno per Genova e mentre eravamo in viaggio ci hanno dato la brutta notizia della morte di Luigi. Siamo così andati direttamente all’obitorio del San Martino e l’abbiamo atteso. Luigi è arrivato con loro, con i ragazzi della Croce Azzurra di Fegino”, spiega al Corriere.
Dopo la tragedia si è trasferito da Lamezia a Genova. Sono stati mesi difficili. La pizzeria del padre, che si trovava vicino al ponte, è andata distrutta. Poi però tutto è cambiato: Michele ha rincontrato i ragazzi della Croce Azzurra e ha capito che un modo per affrontare il dolore era impegnarsi a favore del prossimo.
Racconta al Corriere:
“Avevano organizzato un evento al quale partecipavano i soccorritori e i familiari delle vittime del ponte Morandi. È stato lì che ho ritrovato quei ragazzi e li ho conosciuti meglio. Mi ha incantato il loro calore, la vicinanza, la delicatezza. Ci hanno aiutato davvero e ho sentito di voler aiutare anch’io qualcuno. Così sono diventato un volontario”.
Prima di quel 14 agosto, Michele voleva fare il ristoratore. Ma con la distruzione della pizzeria di famiglia, ha deciso di cambiare sogno.
“Mi prenderò il diploma dell’alberghiero e poi vediamo. Visto che l’attività non c’è più sto cambiando progetto. Forse mi iscriverò all’Accademia militare di Modena, sto pensando agli alpini…”, spiega.
A Genova ha incontrato il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli. Per lui è stata un’emozione. Michele cerca di andare avanti. Ma quella tragedia l’ha segnato.
“Luigi era per me un secondo padre, un amico confidente, che mi dava consigli un po’ su tutto, sui primi rapporti, sulle droghe. Aveva quattro figli e se n’era andato da Lamezia perchè con lo stipendio da pizzaiolo non ce la faceva. Aveva trovato questo lavoro a Mondo Convenienza a Genova. Era lì da otto giorni”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 12th, 2019 Riccardo Fucile
SI SONO SPOSATI DOPO UN ANNO DALLA TRAGEDIA: PRECIPITARONO DAL PONTE, UN ANNO DI CURE, TERAPIE E RIABILITAZIONE E ORA L’ALTARE
Era la promessa che si erano fatti quando riuscirono a scampare alla drammatica tragedia del crollo del ponte Morandi, quella di sposarsi dopo una vita trascorsa insieme.
Eugeniu Babin e Natalya Yelina si sono finalmente sposati a Napoli, con il rito della chiesa ortodossa, come desideravano ormai da un anno, da quando riuscirono a sfuggire alla morte nel crollo del Ponte Morandi di Genova il 14 agosto del 2018, tragedia che causò la morte di 43 persone.
L’auto su cui viaggiavano i due, che si stavano recando in vacanza in Francia, precipitò nel vuoto finendo su un cumulo di macerie. I due non persero mai conoscenza e rimasero lucidi per tutto il tempo fino a quando i vigili del fuoco riuscirono a tirarli fuori da quell’ammasso di lamiere, polvere e calcinacci che era diventata la loro auto.
Eugeniu riportò la rottura del collo e ferite in diverse parti del corpo, Natalya invece si fratturò in più punti la gamba.
Lui parrucchiere, lei estetista, Eugeniu e Natalya, entrambi originari dell’Est Europa, vivono a Santa Maria Capua a Vetere in provincia di Caserta dove gestiscono un salone di bellezza. Hanno un figlio, Bodan, che è arrivato per primo in chiesa nel giorno del matrimonio dei suoi genitori.
“Non riesco a spiegare cosa significhi per me questo giorno — ha detto Bodan a Fanpage.it — credo che la cosa più importante è che i miei genitori siano vivi, siano qui, tra le persone che amano e che vanno avanti”.
I due hanno dovuto affrontare un anno molto travagliato tra interventi chirurgici e una lunghissima riabilitazione. Speravano di potersi sposare già lo scorso autunno a pochi mesi dalla tragedia del ponte Morandi, ma le loro condizioni fisiche non glie lo hanno consentito.
Ora, dopo un lungo percorso riabilitativo e un lungo percorso psicologico di assimilazione di quello che gli è capitato, Eugeniu e Natalya si sono finalmente detti sì davanti a Dio.
Ad attenderli in chiesa i parenti e gli amici di sempre, come Valentina arrivata da Trento per l’occasione: “C’è chi crede al destino e chi in Dio, io credo che la cosa più bella è vivere circondato dall’amore delle persone che ti vogliono bene, questo ti da la forza e ti fa venire voglia di vivere, oggi celebriamo un passaggio”, ha spiegato a Fanpage.it.
I due sono giunti con un ritardo di circa 30 minuti alla celebrazione, tenutasi nel pieno centro di Napoli con il rito della chiesa ortodossa. Dopo la lunga cerimonia, il lancio di riso e petali ha sciolto anche l’emozione e la tensione di una tanto agognata giornata che sembrava non arrivasse mai.
“Ce l’abbiamo fatta — ha detto Eugeniu ai nostri microfoni — è una giornata importante perchè è un passo avanti che ci aiuta psicologicamente e fisicamente. D’altronde dopo quello che ci è capitato, un po di felicità nella vita doveva pur esserci”.
Emozionatissima Natalya, in abito bianco con una rosa disegnata al centro, ha abbracciato tutti all’uscita della chiesa. “E’ un giorno pieno di significati — ha commentato — tanto atteso soprattutto. Dopo la tragedia mi sono avvicinata molto a Dio, lo era anche prima ma dopo quello che è successo ancora di più, oggi finalmente possiamo ascoltare la nostra messa sulle nostre gambe e questo vuol dire che ce la stiamo facendo, stiamo andando avanti, è un giorno bellissimo”.
(da Fanpage)
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Ottobre 11th, 2019 Riccardo Fucile
“LA SFIDA DEL CAPORALATO E’ LA MIA VITA”
“Ho visto lo sfruttamento brutale e ho visto morire delle braccianti davanti ai miei occhi: per questo
ritengo il caporalato una battaglia importantissima”. Ha la voce limpida e obiettivi ambiziosi la ministra delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Teresa Bellanova.
Comincia a lavorare giovanissima come bracciante, ha un passato sindacale e nell’impegno contro il caporalato, piaga del territorio in cui è nata.
Classe 1958, di Ceglie Messapica in provincia di Brindisi, è stata viceministro dello Sviluppo economico nei governi Gentiloni e Renzi. Nel 2018 è stata nominata da Maurizio Martina responsabile Mezzogiorno del Pd. Adesso è una delle ministre del governo Conte bis e da poco è entrata a far parte del partito di Renzi Italia Viva.
Lei ha usato parole forti per definire il caporalato: l’ha equiparato alla Mafia. È davvero così?
Dobbiamo guardare al fenomeno del caporalato per quello che effettivamente è: mafia appunto. Criminalità organizzata. Il caporale è uno che utilizza modi illegali e lo fa in modo organizzato. Incastra in primo luogo i lavoratori e le lavoratrici, con salari da fame, spesso senza assicurazione e magari attiva anche un mercato delle assicurazioni dove effettivamente le persone che lavorano non vedono registrate le giornate di lavoro ai fini previdenziali presso l’Inps e quelle stesse giornate vengono vendute a persone che poi in agricoltura non lavorano.
Solo che finora non è mai stato considerato come criminalità organizzata. Una legge già c’è ed è la 199 del 2016, ma è incompleta e i casi di sfruttamento sono ancora troppi…
Non si tratta solo di gestire un servizio: il caporale si inserisce in una mancanza di strumenti di gestione, all’incrocio tra domanda e offerta di lavoro e sul mezzo di trasporto.
Ma il caporale è anche quello che, nel momento in cui porta i lavoratori in un’azienda, se l’azienda non utilizza i suoi servizi magari, come accade purtroppo…Fa danni anche all’azienda stessa. Cioè il caporalato ricatta i lavoratori e spesso anche gli imprenditori.
Ci saranno delle misure che riguardano l’intera filiera e non solo i caporali nel Piano Nazionale che vuole proporre?
Abbiamo già convocato per il 16 ottobre un tavolo interministeriale che vede oltre il ministero dell’agricoltura, la ministra del lavoro, Nunzia Catalfo e il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese perchè il caporalato va combattuto a tutti i livelli.
Da una parte dobbiamo darci una strumentazione che è una piattaforma di segnalazione per l’imprenditore per chiedere la manodopera che serve e farlo in tempi utili per il mercato agricolo che è diverso da altri sistemi produttivi. Perchè in agricoltura spesso la manodopera viene richiesta un giorno per il giorno successivo. Si vive alla giornata e si è legati alle condizioni metereologiche e quindi deve essere data la possibilità di reperire manodopera velocemente ma legalmente.
Poi, bisogna intervenire sui trasporti. Bisogna togliere lo strumento di potere dalle mani dei caporali: cioè il potere di far arrivare le persone direttamente nei campi.
A volte il caporalato ricatta addirittura i consumatori perchè l’intricato sistema di rapporti della filiera agroalimentare parte dalla Grande Distribuzione Organizzata- i supermercati in cui andiamo a fare la spesa ogni giorno- e arriva fino ai campi. L’uso di manodopera straniera a basso costo — con zero diritti e tutele sindacali — è infatti l’effetto più evidente e scandaloso di un sistema produttivo costretto a modificare i suoi processi per accontentare le richieste, in bilico tra il legale e l’illegale, della distribuzione moderna.
Seguire tutta la filiera è fondamentale. Perchè se su 100 euro di spesa solo 3 euro e 30 centesimi rimangono nella disponibilità del produttore è evidente che c’è una distribuzione del valore che non è equa tra produzione, trasformazione e distribuzione. Su questo io convocherò la filiera in Ministero per fare un lavoro con accordi fra le parti per non far ricadere tutto il costo sull’azienda agricola.
E come possono essere mantenuti a un certo livello i prezzi dei prodotti ortofrutticoli?
Innanzitutto tutto combattendo le aste a doppio ribasso. Perchè le aste a doppio ribasso significano mettere nella condizione di avere prezzi di vendita dei prodotti inferiore al consumo.
E quando il livello dei prezzi si trova in questa situazione da qualche parte scaricano: sull’anello debole, sui lavoratori e le lavoratrici. E anche sull’imprenditore perchè avendo anche noi un sistema fatto anche di piccole e piccolissime aziende, coltivatore diretto o il micro-produttore che non riesce a ricavare un reddito dignitoso.
Quella contro il caporalato è diventata una sua battaglia anche perchè ha potuto vedere da molto vicino le condizioni dei lavoratori, avendo lavorato lei stessa in agricoltura. Ha perso delle persone a lei vicine, delle giovanissime braccianti morte nei campi. Cosa si può fare per non far ripetere più degli episodi così gravi?
Ho visto lo sfruttamento brutale, ho visto ragazze di meno di 18 anni che non hanno avuto la possibilità di vivere la loro vita. Ho visto persone che hanno dovuto togliere un tempo spropositato alla famiglia per portare a casa un reddito non sufficiente spesso in modo dignitoso. E visto che il lavoro deve essere uno strumento per vivere con piena libertà la propria esistenza, non può essere uno strumento di morte e mortificazione.
E è una battaglia in cui dobbiamo avere alleate anche le imprese. Quelle che combattono nel nome della legalità , che fanno sacrifici, che investono e innovano. Ci vuole innovazioni per eliminare una competizione da costi e creare una competizione sulla ricerca.
Lei si è mai trovata quando lavorava come bracciante in una situazione in cui le hanno offerto condizioni di lavoro non degne?
Sì, mi è successo. E ho detto no. È per questo che ho iniziato a combattere come sindacalista. Quando si guardano le cose dall’esterno si può valutare con più laicità e tranquillità un’offerta di lavoro. Quando da quel lavoro dipende l’esistenza tua, della tua famiglia, dei tuoi bambini. A quel punto subisci il ricatto, sei intrappolato.
Quando negli anni ’70 facevamo le manifestazioni per bloccare i pulmini dei caporali volevamo proprio esprimere questo disagio di queste condizioni non dignitose. Non solo le persone partivano alle 2 di notte per avere una paga misera, ma rischiavano quotidianamente la vita.
Quando i caporali prendevano i pulmini da 9 persone e magari ce ne ammassavano 30 o 40, il rischio è evidente.
Le donne in questo sistema sono spesso ancora più fragili degli uomini. Cosa significa essere donna e bracciante? Ci saranno degli incentivi per le donne che vogliono lavorare in agricoltura?
Le imprese a conduzione femminile in agricoltura, che sono circa il 33 per cento, contribuiscono per 9 miliardi di euro alla formazione del valore aggiunto nel settore.
Per avere giovani e donne nel settore dell’agricoltura bisogna investire in innovazione e ricerca. Per fare questo dobbiamo avere tutti la consapevolezza che l’agricoltura deve essere al centro delle nostre azioni politiche, sia a livello nazionale che a livello europeo.
L’agricoltura è il settore attraverso il quale si può guardare con molta attenzione anche alla salute. Perchè se siamo quello che mangiamo, è evidente che un’agricoltura che adotta le buone regole di coltivazione, che rispetta tutti i parametri che vengono condivisi dalla comunità scientifica fa arrivare sulle nostre tavole dei prodotti che fanno bene alla nostra salute.
Per un’agricoltura più “giusta” lei ha proposto il reddito per gli agricoltori. In cosa consiste esattamente?
Il reddito degli agricoltori consiste nel fissare dei diritti di base, scelti con le maggiori rappresentanze sindacali. Come per esempio non segnare in nero le giornate di lavoro nei campi, altrimenti quel lavoratore non avrà poi una pensione.
Se un’azienda non produce ricchezza, non può distribuire ricchezza. Se un’azienda non riesce a arrivare a fine mese, scaricherà i costi sul livello più basso della catena: chi lavora la terra.
Bisogna mettere insieme delle misure per non aumentare la tassazione nel settore, sostenere ricerca e innovazione e utilizzare bene le risorse della Comunità europea — spesso ancora sprecate — e bisogna combattere la concorrenza sleale tra le imprese.
E fare un’alleanza con i consumatori attraverso i bollini qualità . Il consumatore deve sapere che se compra un prodotto che costa di meno rispetto al prezzo di produzione, c’è sicuro dietro qualcuno che sta pagando la differenza con lo sfruttamento, con il sangue del caporalato.
In un momento in cui i giovani hanno lavori precari o lavorano senza contratti, secondo lei i giovani dovrebbero tornare all’agricoltura? Si deve tornare alla terra in questo paese?
La mia funzione al ministero dell’Agricoltura punta proprio a questo. Quello che voglio presentare ai giovani non è un rifugio nell’agricoltura, ma vorrei che si trovasse nell’agricoltura un lavoro di qualità .
C’è un’agricoltura dove c’è innovazione, dove ci può essere attrattiva per i giovani. Potrebbe essere una controtendenza e dare occupazione ai nostri ragazzi.
Il futuro del made in Italy non sembra essere minato solo dal caporalato, ma anche dai recenti dazi statunitensi per 7,5 miliardi di dollari che potrebbe costare all’Italia oltre un miliardo di euro. Come si fa a proteggere le eccellenze a rischio?
Contro i dazi non si vince se mettiamo altri dazi. Dobbiamo far comprendere all’amministrazione americana che sta facendo un gravissimo danno non solo all’agroalimentare italiano, ma anche alla salute dei suoi cittadini.
Se i prodotti italiani cominciano a costare così tanto, sempre più americani mangeranno cibo spazzatura invece che prodotti della dieta mediterranea.
Sui dazi abbiamo bisogno di strumenti europei per compensare la guerra di Trump.
Sull’agricoltura è stata chiarissima Ministra. Adesso voglio farle ancora due domande: una personale e una politica. Quella politica: Italia Viva ha votato a favore del taglio dei parlamentari. Lei cosa ne pensa?
Io nei passaggi in cui sono stata chiamata a esprimermi non ho mai votato a favore. Questa volta Italia Viva ha votato sì perchè quando si fa un accordo, l’accordo si rispetta. È ovvio che ci sono delle mediazioni che non accontentano tutti, ma funziona così.
Ora, fatto il taglio dei parlamentari, è bene che si dia corso alla riforma della legge elettorale, altrimenti rischiamo di avere un sistema democratico che non è all’altezza di quello che deve avere un grande paese come il nostro.
La domanda personale: per il giuramento in Quirinale c’è stato un polverone di critiche non per la sua nomina o per le sue idee, ma per il vestito blu elettrico che indossava. Come risponderebbe agli haters che l’hanno insultata?
Ognuno deve potersi vestire come vuole, esprimere il suo essere e la sua anima. Ognuno deve viversi bene, e se io vivo a colori non vedo perchè qualcuno debba togliermeli.
Se posso permettermi di dare un suggerimento ai giovani per non fermarsi a criticare le apparenze, è quello che do sempre anche a mio figlio: studiare, studiare e studiare quanto più possibile. Più si sa e più si può nella vita. Competi per quello che sai. A quelli che hanno tempo da perdere consiglio di riacquistarlo, perchè è una delle cose più preziose che abbiamo. E a insegnarcelo è proprio la terra.
(da TPI)
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Ottobre 11th, 2019 Riccardo Fucile
UN TERZO DEI COMBATTENTI CURDI SONO DONNE, CIRCA 10.000… LOTTANO CONTRO L’OPPRESSIONE DI VECCHI MODELLI FEUDALI E PATRIARCALI, I DIRITTI DELLE DONNE LI DIFENDONO SUL CAMPO DI BATTAGLIA
Lottano contro l’oppressione dei regimi e dei vecchi modelli feudali e patriarcali. 
Le donne curde sono combattenti coraggiose. Hanno scelto di schierarsi contro l’oppressione del terrorismo fondamentalista islamico. Sono consapevoli che l’esercito turco è molto potente, addestrato e dotato di armi sofisticate.
L’Unità di Protezione delle Donne o Unità di Difesa delle Donne (YPJ) è nata aprile 2013, come organizzazione per garantire l’autonomia del Kurdistan siriano. La loro battaglia ha avuto inizio nel settembre del 2014, quando l’Isis lanciò un’offensiva contro la città di Kobane: da allora decisero di schierarsi contro l’avanzata degli estremisti islamici.
I curdi che combattono lo Stato Islamico sono un gruppo piuttosto eterogeneo di militanti che hanno messo da parte le loro diversità politiche per unirsi contro il nemico comune: l’Isis.
Nelle Unità di protezione curde, un terzo dei combattenti sono donne: sono circa 10mila. Sono per la maggior parte single e sono sottoposte ad allenamenti fisici durissimi. Hanno abbandonato tutta la loro vita per sostenere la causa del popolo curdo.
Non ricevono alcun sostegno dalla comunità internazionale e si appoggiano sulle comunità locali per rifornimenti e cibo.
Il gruppo è stato lodato per aver sfidato le differenze di genere. Si tratta di un raro esempio di forti successi portati a termine da delle donne in un luogo nel quale le donne sono pesantemente discriminate. Le donne che ne fanno parte, sono contro i regimi del mondo islamico, non contro l’Islam inteso come religione.
Lottano contro l’oppressione dei regimi e dei vecchi modelli feudali e patriarcali. Combattono per difendere un territorio, la libertà del loro popolo e, soprattutto, per i diritti che hanno conquistato in quanto donne.
Non sono eroine in cerca di attenzioni, ma donne che tentano di cambiare la mentalità della società , sfidando una realtà dove le donne sono vittime di stupri e violenze, sono costrette a matrimoni forzati e, generalmente, sono vittime di una della società patriarcale.
(da agenzie)
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