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MATTARELLA STRIGLIA SALVINI: “NESSUNO E’ AL DI SOPRA DELLA LEGGE, TANTO MENO I POLITICI. I GIUDICI SONO LEGITTIMATI DALLA COSTITUZIONE”

Settembre 12th, 2018 Riccardo Fucile

“IL RISPETTO DELLE REGOLE E’ RISPETTO DELLA DEMOCRAZIA”

“Nessuno è al di sopra della legge. Neanche i politici”. Sergio Mattarella prende la parola nella sala della Lupa di Montecitorio per ricordare il centenario della nascita di Oscar Luigi Scalfari e ne approfitta per prendere posizione sulle recenti polemiche fra Matteo Salvini e la magistratura.
Con il ministro dell’Interno che di fronte ad un avviso di garanzia per le vicende della nave Diciotti aveva replicato di essere un eletto del popolo e di godere di un vasto consenso popolare.
Il presidente della Repubblica non cita mai Salvini, ma quando dice che “nel nostro ordinamento non esistono giudici elettivi: i giudici traggono la loro legittimazione dalla Costituzione. Nessuno è al di sopra della legge, neppure gli esponenti politici. Il rispetto delle regole è rispetto della democrazia”, il bersaglio sembra proprio il ministro degli Interni e le sue dichiarazioni.
Mattarella richiama al rispetto delle regole e aggiunge: “Come spesso ebbe a ricordare anche il presidente Scalfaro, queste valgono per tutti, senza aree di privilegio per nessuno, neppure se investito di pubbliche funzioni, neppure per gli esponenti politici”.
Naturalmente il discorso di Mattarella è equilibrato e contiene anche un richiamo alle toghe. “La magistratura non può e non deve fermarsi mai nella sua opera di giustizia nei confronti di chicchessia. Ma non si deve neppure dare l’impressione che in questa opera vi possa essere la contaminazione di una ragione politica”, spiega.
E citando Scalfaro negli anni della Costituente ricorda che “non potrà  mai esservi giustizia di destra, di centro o di sinistra. Guai a porre a fianco del sostantivo giustizia un qualunque aggettivo. Alla base della democrazia due colonne stanno, entrambe salde: la libertà  e la giustizia”.
Un equilibrio che trova sostanza nell’appello finale: “È buona regola che i poteri statali non si atteggino ad ambienti rivali e contrapposti ma collaborino lealmente al servizio dell’interesse generale. Occorre – continua Mattarella- che vi sia intesa, collaborazione coerenza tra poteri dello Stato. È questa la democrazia, ciascuno dei poteri deve restare nel proprio ambito costituzionale e tutti devono essere convergenti nel bene comune che è servire il cittadino”.
ll presidente della Repubblica sottolinea che “il pluralismo dei poteri e l’equilibrio tra gli stessi è garanzia di democrazia e presidio delle libertà  dei cittadini”.
Dunque, l’interesse generale al centro della vita politica e istituzionale. Lo stesso che, secondo Mattarella, ha improntato tutta la vita politica di Scalfaro e che caratterizzato il suo settennato al Quirinale in un periodo turbolento che segnò un passaggio d’epoca politico e istituzionale.
E qui sembra scattare un parallelo fra gli anni scalfariani e quello attuali, dove si vive una fase politica di confuso cambiamento. Scalfaro, conclude Mattarella, trovò come linea guida il rispetto della Costituzione. E per questo fi accusato di conservatorismo istituzionale.
“Ma – conclude Mattarella – non aveva mai escluso la possibilità  di riformarla, in una prospettiva di aggiornamento, che lasciasse però intatta la parte dei principi e, in quella ordinamentale, mantenesse ferma la centralità  del Parlamento e l’equilibrio dei poteri disegnato dai costituenti”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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JOE PETROSINO, L’INCORRUTTIBILE CHE UNA SERA SALVO’ LA VITA AL TENORE ENRICO CARUSO

Settembre 1st, 2018 Riccardo Fucile

L’EMIGRATO CHE DA SPAZZINO DIVENNE UN GRANDE POLIZIOTTO IN UN PAESE DOVE L’ITALIA ESPORTO’ MIGLIAIA DI MAFIOSI… PETROSINO RISCATTO’ LA NOSTRA IMMAGINE

All’inizio del ventesimo secolo, è cosa nota, gli italiani negli Stati Uniti non godevano di buona fama.
Eppure, fu proprio in quel periodo che cominciarono ad assurgere a una notorietà  internazionale due italiani destinati a rimanere nella storia, anzi, a entrare nel mito. Due italiani come il tenore Enrico Caruso e il poliziotto Giuseppe “Joe” Petrosino
I due si conobbero in una circostanza molto particolare.
Nel 1903 Caruso arrivò negli States dove, il 23 novembre, esordì col Rigoletto al Metropolitan di New York. La performance ebbe un successo travolgente e Caruso si esibì per numerose serate. Una di queste, però, rischiava di essere l’ultima per il tenore di origini partenopee. Ma, per fortuna di Caruso, quella sera tra il pubblico del teatro newyorchese era presente Petrosino, che con grande entusiasmo si era recato, dopo il servizio, ad assistere allo spettacolo in cui, finalmente, grazie al tenore, «si parlava bene di un italiano».
Finita la rappresentazione, il poliziotto aspettò incuriosito vicino alla macchina dell’artista per poterlo vedere da vicino e, magari, stringergli la mano
La macchina era lì, pronta e scintillante. Il tenore, uscito dal teatro, fu presto in mezzo a due ali di folla. Lo sguardo del poliziotto, però, fu attratto da un qualcosa che non tornava, un’anomalia: il cofano dell’auto sembrava manomesso.
Petrosino, che era anche un esperto artificiere, si fece largo tra la folla e, urlando, bloccò l’autista che stava per mettere in moto. Il poliziotto si qualificò, fermò Caruso, fece scendere il suo autista e aprì il cofano: qualcuno aveva posizionato una bomba con innesco a orologeria che, si scoprirà  dopo un attento esame, sarebbe esplosa otto minuti dopo la partenza
Caruso, il volto paonazzo, ancora frastornato, ringraziò e volle sapere il nome del suo salvatore. Il poliziotto, basso, tarchiato, il petto prominente e il volto segnato dal vaiolo, si presentò: sergente Joe Petrosino.
Ma, spiegarono a Caruso i suoi collaboratori, Petrosino non era un poliziotto normale: da semplice spazzino, per la sua intelligenza e il suo coraggio, era stato assunto nel dipartimento di Polizia.
Si era fatto subito notare per gli importanti risultati ottenuti nella lotta al crimine, tanto che tra i suoi ammiratori c’era Theodore Roosvelt, futuro presidente degli Stati Uniti, che aveva detto: «Petrosino è nato poliziotto e non sa cosa sia la paura»
Come ricorda ad “Avvenire” il pronipote Nino Melito Petrosino, autore del recente libro L’incorruttibile (in cui ripercorre le gesta di Joe attraverso i ricordi familiari, in particolare del nonno Michele, l’unico tornato in Italia dall’America), fra Caruso e Petrosino ci fu subito un sentimento di fratellanza, lo stesso che si ha tra connazionali che si ritrovano in terre straniere.
Entrambi italiani, entrambi campani, entrambi emigrati (anche se per ragioni totalmente diverse). Caruso rimase favorevolmente colpito da quel suo strano connazionale e, in segno di gratitudine, gli fece pervenire un disco d’oro che il poliziotto apprezzò molto.
Petrosino era un grande appassionato di musica. Arrigo Petacco, nella sua famosa biografia, ricordava che Petrosino si vantava di aver studiato l’arpa a Napoli. Nella casa museo Petrosino a Padula, addirittura, una stanza è stata dedicata al rapporto del poliziotto con la musica: vi sono conservati la chitarra con cui Joe accompagnava la sorella Caterina che cantava canzoni della tradizione partenopea e il violino che aveva imparato a suonare nel silenzio del suo appartamento.
Dopo il primo, adrenalinico, incontro, Caruso fu costretto di nuovo a rivolgersi al mastino italiano.
La Mano Nera lo stava taglieggiando ormai da tempo: prima con una richiesta di pizzo di duemila dollari e poi con una seconda di quindicimila. Il temutissimo boss Ignazio Lupo era stato chiaro: o pagare o morire, e il tenore si sarebbe aggiunto all’elenco di oltre sessanta omicidi da lui realizzati.
Petrosino usò Caruso come esca e riuscì ad arrestare gli scagnozzi della Mano Nera per poi avviare indagini che porteranno, qualche anno dopo, agli eclatanti arresti di Ignazio Lupo e Giuseppe Morello, capi della mafia newyorchese.
La brutta esperienza di Caruso con la Mafia sembrava finita qui, ma, probabilmente il cantante non aveva capito bene la lezione, oppure era stranamente attratto da questi ambienti. Si legò infatti con una singolarissima amicizia al capomafia di Chicago, Giacomo “Big Jim” Colosimo.
Big Jim era un tipo totalmente opposto rispetto a Lupo e Morello. Uomo dai gusti raffinati, aveva avviato un giro di bordelli di lusso e locali alla moda, oltre a essere un noto melomane.
Come spiega molto bene il giornalista Rai Michele Bovi nel recente Note segrete (un interessante libro edito da Graphofeel che prende in esame l’inedito rapporto tra crimine e musica) «con Colosimo si sviluppò un nuovo metodo di gestire le comunità  italiane d’America, non più fondato su sopruso e soggezione: Cosa Nostra sembrava prendersi cura dell’immagine della confraternita di immigrati, giocando molto sulla nostalgia incrementata in particolare attraverso la canzone, il repertorio italiano e soprattutto il partenopeo. Si rafforzerà  negli anni Venti la consuetudine di invitare artisti italiani per lunghe tournèe nelle città  statunitensi che ospitavano nutrite comunità  tricolori, sponsorizzate palesemente da Cosa Nostra. La canzone divenne così il più importante strumento di aggregazione sociale».
Una storia lunga e complessa quella del rapporto tra mafia (e organizzazioni criminali più in generale) e musica, nata proprio nei primissimi anni del Novecento a New York.
Non a caso, come fa notare Bovi, quando Bernardo Provenzano fu arrestato, nel 2006, nel suo covo, fu trovata una pila di musicassette. Provenzano si era nascosto nella masseria di Montagna dei Cavalli, vicino a Corleone, da dove, tanti anni prima, erano partiti Morello e Lupo, i mafiosi contro cui aveva lottato Petrosino, il poliziotto amico del tenore Caruso che aveva detto: «la vita mi procura molte sofferenze. Quelli che non hanno mai provato niente, non possono cantare».

(da Globalist)

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ADDIO A RITA BORSELLINO, VESSILLO DI UN INTERO POPOLO IN LOTTA CONTRO LA MAFIA E LA CORRUZIONE

Agosto 15th, 2018 Riccardo Fucile

TENNE ALTA LA MEMORIA DELLE VITTIME DI VIA D’AMELIO PORTANDO NELLE SCUOLE D’ITALIA L’AMORE PER LA LEGALITA’

Se n’è andata Rita Borsellino.
La combattente, testimonial del Movimento antimafia, ha perso la sua battaglia contro la malattia dopo una lunga sofferenza vissuta con estrema dignità  e senza mai cedere di un millimetro ai suoi doveri di donna impegnata in politica.
Rita non era soltanto la sorella di Paolo Borsellino. Per lunghi anni è stata, insieme con la famiglia, il vessillo di un intero popolo in lotta contro il giogo della mafia e della corruzione.
Fu lei, mentre ancora non si erano spente le fiamme provocate dal tritolo mafioso in via D’Amelio, a caricarsi sulla spalle l’impegno di tenere alta la memoria delle vittime di Cosa nostra e l’onere di avviare un processo di educazione alla legalità  che potesse affrancare le nuove generazioni dal giogo dell’illegalità .
Chi ha memoria la ricorda nelle aule di tutte le scuole d’Italia, tra i giovani, a spiegare perchè la mafia è negazione delle libertà  e della democrazia.
Si deve a lei l’intuizione di trasformare un luogo di tragedia (via D’Amelio) in un palcoscenico di rivolta contro la violenza, un simbolo di speranza rappresentata dall’ulivo piantato proprio dove esplose la bomba assassina che portò via Paolo e la sua scorta, a due passi dalla casa della vecchia madre. Le è stata vicina l’Associazione Libera, che l’ha voluta sua presidente onoraria.
Nel 2017, già  malata, non ha voluto sottrarsi all’impegno della memoria, decidendo di partecipare alla serata di Raiuno condotta da Fabio Fazio, andata in onda da via D’Amelio.

(da “La Stampa”)

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ITALIA GLOBAL DA MEDAGLIA

Agosto 12th, 2018 Riccardo Fucile

LA CITTADINANZA DI YASSINE RACHIK, VINCITORE DEL BRONZO NELLA MARATONA, OTTENUTA TRE ANNI FA GRAZIE A UNA PETIZIONE ONLINE

Il medagliere italiano agli europei di atletica si arricchisce ogni giorno anche grazie a loro, a quella generazione di italiani dalle origini in continenti vicini e lontani.
Hanno coltivato per anni il desiderio di vestire i colori della nazionale, hanno intrapreso il cammino impervio per l’ottenimento della cittadinanza ed oggi sono lì, sui gradini del podio a stringere tra le mani la nostra bandiera.
Storie di successi sportivi, storie di vita come quella di Yeman Crippa, nato in Etiopia ed adottato insieme a 7 fratelli. Ci sono loro e ce ne sono tanti altri, ancora più giovani, oggi sconosciuti e alle prese con gli allenamenti e la burocrazia.
Un po’ come è successo a Yassine Rachik che proprio oggi ha conquistato la medaglia di bronzo, la quarta per l’Italia, nella maratona maschile.
Yassine è cittadino italiano dal 2015, da tempo aveva intrapreso l’iter per l’ottenimento della cittadinanza, ma grazie all’interessamento dal deputato Pd Khalid Chaouki e ad un forte sostegno popolare tradottosi in 21mila firme di una petizione su change.org, i tempi si sono velocizzati e Yassine ha ottenuto la cittadinanza.
“Oggi sono italiano a tutti gli effetti e potrò correre per la nazionale, rappresentare l’Italia all’estero” commentò nel 2015. Una firma arrivata al fotofinish, alla vigilia degli europei under 23 di Tallin dove portò a casa il bronzo nei 10mila metri.
Da allora Yassine è diventato uno dei portavoce della campagna per lo ius soli e un esempio per tutti i numerosi atleti che sognano di vestire il tricolore e rappresentare l’Italia nelle competizioni internazionali. Se nella precedente legislatura lo ius soli appariva e scompariva dall’agenda, oggi di quella riforma non c’è traccia nel dibattito politico.
Yassine viene da una lunga corriera tra allievi e juniores partecipando a gare di diverse lunghezze e vincendo una trentina di titoli. In un primo momento era riuscito ad ottenere lo status di “italiano equiparato”: un forma di tesseramento degli atleti stranieri residenti in Italia promossa dalla Federazione Italiana di Atletica Leggera. Uno status provvisorio che si acquisisce sino all’ottenimento della cittadinanza italiana, ma che non è sufficiente per poter partecipare alle categorie superiori.
Poi nel 2015 la firma di Sergio Mattarella, la cittadinanza e i colori della nazionale. Yassine è in Italia dal 2004 da quando aveva solo 11 anni, vive nella provincia di Bergamo a Castelli Calepio con la famiglia, oggi corre distanze più lunghe rispetto a quando era più giovane e c’è da credere che dopo questo risultato non mollerà  di un metro la sua gara più importante, quella che l’ha visto protagonista per l’ottenimento della cittadinanza italiana. La correrà  per tutti gli altri.
“Ci credevamo, era veramente un sogno. Nonostante il caldo siamo riusciti a dare il massimo, in una gara uomo contro uomo, e a portare questa doppia medaglia che per me vale davvero tanto” ha commentato Yassine Rachik dopo il bronzo vinto nella maratona agli Europei di atletica di Berlino e il successo dell’Italia nella classifica a squadre maschile.
“Ho fatto una gara molto coraggiosa, cercando di spingere fino alla fine. Mi sono allenato moltissimo, soprattutto nell’ultimo periodo. Peccato per l’assenza di Daniele Meucci, ma ho dimostrato che basta crederci e non arrendersi”, ha aggiunto.
Quello sulle strade di Berlino è il secondo risultato più importante con la maglia azzurra di Yassine, dopo quello agli Europei under23 del 2015 nei 10000 metri.
E dire che quando ancora viveva in Marocco preferiva il Karate. Yassine oggi ha anche migliorato il suo record sulla lunghezza della maratona tagliando il traguardo in 2 ore 12’09”. Ottimo quinto posto per Eyob Faniel, 25enne poliziotto originario di Asmara in Eritrea che vive a Bassano del Grappa.
Il bronzo di Yassine Rachik è la quarta medaglia dell’Italia agli Europei dopo di bronzo di Yeman Crippa sui 10.000, Yohanes Chiappinelli sui 3000 siepi e di Antonella Palmisano nella 20 km di marcia

(da “Huffingtonpost”)

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LA NUOVA ITALIA: I NOSTRI AZZURRI AGLI EUROPEI DI ATLETICA A BERLINO

Agosto 10th, 2018 Riccardo Fucile

CANTANO IL NOSTRO INNO, STRINGONO LA NOSTRA BANDIERA, SONO FELICI DI ESSERE ITALIANI

Quanta bellezza e quanto talento in queste atlete e in questi atleti, nelle nostre ragazze e nei nostri ragazzi che vestono l’azzurro agli europei di atletica a Berlino con il sorriso, italiani nel modo di essere e di pensare, figli della nostra terra, delle nostre abitudini, delle nostre contraddizioni.
Si allenano, corrono, saltano, vincono stanno arricchendo il nostro medagliere. L’atletica leggera sta ritornando, grazie anche a loro, a essere pratica sportiva di vittoria e non di rimpianto.
Hanno la pelle nera, però; per questo, nell’assurdità  di questi tempi, non piacciono a molti, a troppi.
Il veleno del razzismo, che non dovrebbe appartenere per storia cultura e memoria al nostro Paese, ha creato, e continua a creare, pozzi di rancore e di rabbia. Ma loro sono l’esempio, tra i più chiari, della forza dell’accoglienza e dell’amore.
Perchè esiste anche un’altra Italia. E quante assurde polemiche intorno a loro!
Libania Grenot, quattrocentista di origini cubane, scatenò una polemica tra Matteo Salvini e Roberto Saviano, dopo un tweet dello scrittore che parlò di “risposta italiana a Pontida”.
Ma come si fa a non tifare e a non apprezzare, oltre a Libonia, Daisy Osakue, Maria Benedicta Chigbolu, Raphaela Lukudo, Ayomide Folorunso, Yadisleidy Pedroso, Yeman Crippa e Yohanes Chiappinelli e tutti gli altri?
Stanno facendo bene al nostro Paese, soprattutto in queste buie stagioni dove la tolleranza è un vuoto a perdere, dove il nero, sempre e comunque, viene visto con disprezzo, bisogna allontanarlo, non farlo sbarcare.
Ma guardateli questi ragazzi, guardateli bene: stringono la nostra bandiera, cantano il nostro inno, sono felici di essere italiani, di indossare quella maglietta azzurra, amano i nostri autori, i nostri cantanti, dicono le nostre stesse parolacce, seguono le nostre serie televisive, alcuni parlano persino il dialetto.
Come si fa a odiarli, proprio noi!
Io sono nato a San Paolo del Brasile, figlio nipote e pronipote di migranti, gente partita per fame, per sogno, per speranza, per disperazione: trovando sempre, per buona sorte, la benedizione dei porti aperti.
Abbiamo conosciuto la fatica, a volte sdegno e disprezzo (gli italiani non godevano ancora negli anni Cinquanta di buonissima fama), ma soprattutto gli abbracci, l’ospitalità  e la solidarietà .
I miei genitori, nel 1961, sono riusciti a tornare in Italia, non più nella loro Verona, ma a Torino, in quei giorni avvolta e stravolta dalla meraviglia e dall’illusione del boom economico.
Ma il Brasile è sempre rimasto nel cuore di mio papà  e di mia mamma, per davvero la “terra del futuro” come intuì Stefan Zweig. Mi fece effetto vedere, a Torino, in certi palazzi il cartello “Non si affitta ai meridionali”.
L’Italia agli italiani, già : ma non per tutti, evidentemente…
La mia fortuna è stata quella di crescere in un quartiere, Cambuci, nella metropoli paulistana, dove giocavo a pallone per strada con i miei coetanei: musulmani, mulatti, ebrei, giapponesi.
Non importava il colore della nostra pelle o la religione dei nostri padri, eravamo felici di stare insieme, e inseguendo quella palla inseguivano la vita, il domani.
Lì, in quella strada, ho capito che il razzismo è veramente la cosa più stupida del mondo. E sono qui a tifare per Daisy e Yohanes.
Italiani. Come me.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA AD ADA COLAU, SINDACA DI BARCELLONA: “LA QUESTIONE MIGRANTI MI PREOCCUPA? NO, MI FA VERGOGNARE”

Agosto 10th, 2018 Riccardo Fucile

“UNA DEMOCRAZIA FORTE CHE HA UN PROGETTO DI FUTURO NON HA BISOGNO DI CHIUDERSI”

Tutto intorno, leader che appassiscono nel tempo di una giostra; partiti che sbandano di fronte al razzismo, alle istituzioni svuotate via Facebook, alle prospettive di lavoro erose, a un’Europa impegnata a costruire barriere.
In un panorama così, Ada Colau sembra parlare davvero dalla luna rossa dell’altra notte, mentre discute “fiducia”, “democrazie aperte”, “potere ai cittadini”.
Però non solo ne discute, cerca anche di scansare il rischio di accordarsi alla retorica, portando esempi di pratiche messe in campo nella sua città , che raccontino nel concreto la possibilità  che lei vede, e in cui crede, di riformare dal basso «quest’Europa unita per le merci e i grandi patrimoni, non per le persone», partendo soprattutto dalle città , «dove davvero si può ricostruire la comunità , perchè lo straniero, ad esempio, non è “l’altro” che spaventa ma è il mio vicino, è il papà  che incontro a scuola».
Ada Colau è sindaco di Barcellona dal 2015.
Eletta con “Barcelona en Comດ, lista civica che univa Podemos ad altre sigle, è arrivata all’istituzione dopo anni di militanza per il diritto alla casa, da attivista di strada, in prima fila contro gli sgomberi.
Insieme a Podemos, è stata uno dei volti della primavera degli “indignati”, quando le novità  sembravano promessa di un futuro solidale nei paesi europei.
Il vento ha fatto un altro giro, adesso le parole d’ordine ai governi sono frontiere, difesa, controllo. Davanti a questa china, Ada Colau continua a navigare controcorrente.
E lo scontro con la realtà  amministrativa non ha offuscato la sua voce. Anzi.
I sondaggi dopo i primi due anni di mandato le davano un appoggio del 52,2 per cento fra i cittadini. Le ultime ricerche dicono che verrebbe riconfermata alla guida di Barcellona, alle prossime elezioni.
E fuori dai confini, i movimenti progressisti si contendono la sua alleanza o il suo sostegno.
Sindaca, cos’ha Barcellona di così particolare?
«Perchè siamo un gruppo di persone affiatate, credo, che si stanno impegnando al massimo. I dipendenti del municipio un giorno mi hanno detto: “Non avevamo mai visto dei politici lavorare così tanto”. Un funzionario, il responsabile della fiscalità  generale, stava andando in pensione. Durante la festa organizzata dai colleghi per salutarlo, ha voluto dirci che siamo stati la prima giunta, in tutta la sua carriera, in cui nessuno gli ha chiesto di annullare una multa o fare un favore a un amico. Mi sono commossa. Ma non ci basta essere “gli onesti”, quelli che gestiscono la città  semplicemente in modo più corretto o trasparente. Non ci immaginavamo di arrivare qui, o di dover superare il momento più difficile del nostro Paese, con il referendum per l’indipendenza della Catalogna e la repressione fatta dal partito Popolare. Ma ora che abbiamo questa responsabilità , e sentiamo di dover essere ambiziosi: dobbiamo portare avanti politiche coraggiose. Penso ad esempio a quanto stiamo facendo sull’energia, un tema fondamentale per il futuro».
Ecco, esempi. Ne indichi alcuni.
«Quello che è successo con la privatizzazione dell’acqua, o con l’avanzata degli oligopoli nell’energia, è una delle molte spiegazioni del perchè i partiti di sinistra abbiano perso credibilità : i consigli di amministrazione di queste aziende private, che gestiscono i servizi senza trasparenza e con prezzi altissimi, sono pieni di politici socialisti. A Barcellona abbiamo invece rimunicipalizzato le forniture, con un operatore pubblico che usa fonti rinnovabili e ci permette di essere sempre più autonomi. Mentre sull’acqua, grazie alle nuove regole per la partecipazione popolare che abbiamo varato, i comitati per l’acqua pubblica hanno potuto portare la loro proposta in consiglio comunale. Senza passare da un partito: direttamente, da cittadini, grazie alle firme raccolte. La multinazionale che aveva in gestione il servizio idrico ha allora ingaggiato grandi studi d’avvocati per farci causa. Intentando ricorso non solo sul caso specifico, ma contro l’intero sistema di regole per la partecipazione. La questione è ancora aperta ma intanto, di sicuro, ha dato visibilità  a un dilemma politico che esisteva anche prima, ma nascosto. Ha messo sul tavolo cioè il dissidio cruciale, presente, fra gli interessi di quei privati e la possibilità  di partecipazione da parte dei cittadini».
Partecipazione. È una delle parole chiave del “modello Barcellona”. Ma cosa vuol dire nei fatti?
«Aggiornare le forme delle nostre democrazie è fondamentale. La società  è cambiata. Non può non cambiare anche il sistema dei partiti. Abbiamo bisogno di strutture più ibride, più simili alle comunità  che devono rappresentare: il partito, con le sue gerarchie, i suoi riti chiusi, alla gente sembra avere come fine primario solo la sua continuazione, più che le risposte alle persone. Oggi bisogna ragionare per obiettivi concreti, per campagne e progetti, non per strutture. Non si tratta di proporre programmi chiusi a cui il cittadino aderisce e poi scompare. La fiducia persa dai politici per i troppi casi di corruzione, per la distanza dai problemi comuni, si riconquista attraverso una pratica democratica continua, con Internet e non solo. Di certo non può servire la tessera per avere voce. E per una partecipazione che non sia retorica, ma esercizio concreto della possibilità  di intervenire e scegliere. Anche nelle stesse istituzioni: le burocrazie lente e ostili devono diventare uffici pubblici efficaci, moderni, in sintonia con il tempo. La società  ci spinge a cambiare».
In Italia il movimento anti-casta che aveva fatto della partecipazione la propria bandiera e del cambiamento il proprio slogan, ora spartisce poltrone con la Lega sovranista e vaticina la fine del Parlamento.
«L’errore è sempre confondere gli obiettivi con gli strumenti. Gli strumenti non sono neutri nè innocenti, possono essere più o meno orizzontali o trasparenti; e sono fondamentali. Ma restano strumenti. Però poi la politica è fatta dalle persone e dai loro obiettivi, idee, valori. Che per la sinistra restano sempre gli stessi: libertà , uguaglianza, fraternità . E devono essere continuamente riportati a pratiche sociali, reali».
Parlando di pratiche, lei come ha vissuto il passaggio da attivista a sindaca? Il compromesso del potere può solo inquinare le volontà ?
«Dico sempre che io sono la stessa persona. Da attivista ho capito molto sul potere che hanno i cittadini; e oggi ho gli stessi obiettivi di allora: una democrazia più aperta. Fin dal primo giorno come sindaca, però, sono stata consapevole del mio nuovo ruolo. Quando hai un incarico istituzionale devi rendere conto a tutta la popolazione, non solo a chi la pensa come te. Da attivista cerchi gli affini, mentre da sindaca hai un’altra responsabilità . Hai un incarico, pagato con soldi pubblici, che ti richiede di ascoltare ogni parte della cittadinanza, allargare il consenso. Ma sul piano personale non c’è alcuna frattura».
Chi sono i suoi affini oggi?
«Innanzitutto nelle città . È dalle città  che va rifondata l’Europa, dal basso. I giornali spagnoli mi chiedono continuamente: “Ci dica la verità , lei vuole competere per diventare premier”. Non mi credono quando rispondo di no. Considerano il Comune meno importante, ma è un’errore. La politica locale, in prospettiva, sarà  sempre più centrale. Per questo sono molto concentrata su questa rete di città  “fearless” – senza paura – che abbiamo fondato. Si è appena tenuto un congresso negli Stati Uniti: anche lì la resistenza a Trump si sta consolidando a partire dalle città . Ho conosciuto Alexandria Ocasio-Cortez (la giovane sfidante socialista di New York, ndr), siamo vicine. Abbiamo lo stesso obiettivo: trovare soluzioni ai problemi della gente. La rete che ho in mente unisce progetti, non abbiamo fretta di creare sovrastrutture. E poi ci sono le esperienze che ci accomunano come sindaci. Penso ad esempio a Napoli o Palermo con l’alleanza delle città  rifugio, che vogliono accogliere. Come accade in esempi quali in Calabria Riace, che sono felice di conoscere finalmente di persona perchè è una risposta bella, e concreta, a una politica codarda».
La questione migranti la spaventa?
«No. Mi fa vergognare. A Barcellona ci vergogniamo delle politiche degli Stati sui migranti. In quest’Europa tecnocratica garantiamo tutti i diritti ai grandi capitali ma abbiamo dimenticato le persone. Si crea ricchezza, ma la si distribuisce in modo ingiusto. E allora è più facile cedere al discorso dell’altro come “nemico che minaccia la nostra identità ”. Ma noi non abbiamo paura. Di fronte alla terrificante crisi umanitaria del Mediterraneo, dove la criminale politica europea sta condannando a affogare migliaia di persone, abbiamo scelto di aiutare e sostenere in ogni modo la missione di Open Arms. Così come abbiamo investito risorse per dare consulenze legali a chi arriva e garantire che i profughi siano trattati da cittadini, con l’accesso a tutti i servizi municipali. Poi non sono ingenua: si tratta di dinamiche complesse, su cui l’Italia ha ragione a chiedere risposte comuni. Ma è proprio per quelle risposte comuni, europee, nel senso dell’apertura e della condivisione delle responsabilità  però, che ci battiamo anche noi».
Il sentimento collettivo sembra soffiare però contro l’accoglienza. La chiusura dei porti viene applaudita, ha consensi.
«Una democrazia forte, che ha un progetto di futuro, non ha bisogno di chiudersi. Ma non voglio minimizzare. Fra gli errori più importanti della sinistra di sicuro c’è stato il non aver visto come il liberismo sfrenato stesse portando incertezze e paura nella popolazione: non sappiamo se domani avremo un lavoro, o la pensione, sappiamo che i nostri figli rischiano di stare peggio di noi; oltre alla minaccia del terrorismo globale. Sono paure vere, e legittime che non bisogna negare. Vanno guardate negli occhi. Per trovare però delle soluzioni concrete. Che ridiano spazio alla comunità . E non alla paura».
È possibile?
«Anche questa Europa vecchia e in crisi è piena di persone generose e di progetti straordinari. Abbiamo spesso una pessima idea di noi stessi, che diventa poi una profezia che si autoavvera. Mentre gli esempi da cui riprendere fiducia sono moltissimi. E il nostro compito, come diceva Italo Calvino, è proprio “cercare e saper riconoscere cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”».

(da “L’Espresso”)

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IL RAGAZZINO DI 14 ANNI CHE A SCAMPIA VENDE POMODORI IN STRADA PER TENERSI LONTANO DALLA MALAVITA

Agosto 9th, 2018 Riccardo Fucile

LA SCELTA DI CIRO, UN PICCOLO UOMO CHE HA SCELTO LA LEGALITA’

Tre casse di pomodori ai piedi e un ombrellone per ripararsi dal sole.
È un caldo pomeriggio d’agosto e Ciro è assorto nei suoi pensieri: paziente attende che qualcuno lo raggiunga lì, in quell’angolino di Scampia dove racimola qualche soldo aiutando la zia a vendere pomodori.
Sguardo basso, non si accorge che un passante lo fotografa: è suo cugino Francesco che, incredulo, decide di postare lo scatto su Facebook e raccontare la sua storia. Qualche ora più tardi la foto diventa virale: oltre 10mila condivisioni e altrettanti commenti, senza contare gli utenti che hanno copiato e incollato il racconto nel proprio profilo.
Per tutti Ciro è diventato “l’altro volto di Scampia”, un piccolo uomo che ha scelto di non mollare, anche se abita in un luogo spesso associato solo alla criminalità .
“Non mi aspettavo tutto questo clamore, ma ne sono davvero felice – dice Francesco a Repubblica -. Ho condiviso quella foto per far sapere a chi non è di Scampia che anche qui c’è gente per bene, che riga dritto anche se nella vita va tutto storto”.
E Ciro è l’esempio perfetto, con un passato doloroso e un presente complicato.
“A 12 anni un tumore gli ha portato via il papà  nel giro di due mesi – continua il cugino – A casa lui è l’ultimo di sei fratelli e i soldi non sono molti”.
Così da bravo ometto ha deciso di guadagnarsi da solo il gelato, aiutando la zia a vendere gli ortaggi mentre i suoi coetanei vanno in spiaggia.
“E poi mi diverto”, spiega Ciro emozionato, un po’ incredulo per l’attenzione che sta ricevendo.
La storia ha davvero fatto breccia nel cuore di tanti e i racconti di vita lasciati sotto il post di Francesco fanno intendere il perchè: c’è chi rivede in Ciro le difficoltà  vissute e anche superate, e chi lo eleva a simbolo del riscatto sociale di un’area che, benchè non sia più tra le principali piazze di spaccio della Camorra, rimane comunque un luogo dove la battaglia tra bene e male è sempre accesa.
Battaglia che, forse, oggi si complica un po’ di più dopo l’annuncio dei tagli alle periferie contenuti nel decreto Milleproroghe: una mossa con cui la provincia di Napoli ha perso 40 milioni, parte dei quali sarebbero serviti a riqualificare anche Scampia.
“COSàŒ RIMANE LONTANO DAI GUAI”
“La vita qui non è semplice — spiega la sorella maggiore di Ciro, Antonia -. Per i ragazzi non c’è molto e finire sulla cattiva strada è facile. Sapere che passa in questo modo i pomeriggi ci fa stare tranquilli. Qui le famiglie che non se la passano bene come noi sono tante, alcune non hanno nemmeno il piatto da mettere in tavola, ma per fortuna non tutti finiscono nella criminalità . È che di noi parlano solo quando accadono fatti brutti di cronaca”.
“La delinquenza c’è, non la possiamo nascondere — ribadisce Francesco –   ma dobbiamo smetterla di etichettare le persone. Essere di Scampia, o venire dalle vele, è come un marchio, ma è un automatismo errato. Io abito alla vela celeste, ho frequentato persone di ogni tipo eppure sono sempre rimasto sui binari della legalità . Il punto è che non siamo tutti uguali: se uno vuole lavorare, lavora, poi ci sono persone più deboli che si lasciano andare”.
“PER FORTUNA CI SONO LE ASSOCIAZIONI
“Quella di Ciro è una storia molto bella, ma anche esemplificativa: rivela a tutti che a Scampia c’è ancora molto, molto da fare”, dice Rosario Esposito la Rossa, scrittore e attivista nominato Cavaliere della Repubblica proprio per il suo impegno sul territorio.
“Oggi viviamo in un quartiere totalmente cambiato rispetto al passato –   continua lo scrittore – grazie alle forze dell’ordine la criminalità  organizzata sta perdendo, ma se non si creano posti di lavoro molte persone diranno che si stava meglio prima. C’è una cosa che ripeto sempre: Scampia ha il più alto numero di giovani disoccupati d’Europa. E i giovani si arrangiano come possono per aiutare le famiglie”.
È la rossa a spiegare che Scampia si regge in gran parte sull’associazionismo, lo stesso da cui è nata la “scugnizzeria”, la prima libreria del quartiere, che è soprattutto un luogo di incontro per i giovani.
“Le associazioni qui sono molto attive, organizzano attività  di svago e tanti gruppi per lo sport   – spiega la Rossa – tuttavia non portano lavoro: a quello ci deve pensare lo Stato. Se per assurdo le associazione un giorno dovessero decidere di scioperare, Scampia ritornerebbe in un attimo un quartiere dormitario”.
“Sono orgoglioso di lui – conclude il cugino Francesco – alla sua età  non lo avrei mai fatto. Ho scoperto che è un esempio anche per me che ho 26 anni e lavoro da dieci. A 18 anni cercherò di farlo assumere nella tavola calda che gestisco, ma fino ad allora non bisognerà  staccargli gli occhi di dosso: basta un attimo per fare la conoscenza sbagliata”.
Intanto una cosa è certa: Francesco venderà  molti, ma molti pomodori, data tutta la gente che ha promesso di passare a salutarlo. Sempre con il suo sguardo schivo e quel sorriso di adolescente un po’ imbarazzato.

(da agenzie)

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LA FAVOLA DI YEMAN CRIPPA, BRONZO ITALIANO NEI 10.000 METRI

Agosto 9th, 2018 Riccardo Fucile

NATO IN ETIOPIA E ADOTTATO IN ITALIA CON SETTE FRATELLI, TUTTI SALVATI DALLA GUERRA

Ha ottenuto il bronzo nei 10mila agli Europei di atletica a Berlino.
Yemaneberhan Crippa, o Yeman Crippa, 22 anni, nato in Etiopia, è stato adottato in Italia da genitori speciali insieme a sette fratelli e cugini rimasti orfani.
A Quotidiano.net, il padre Roberto ha espresso il suo orgoglio per il traguardo raggiunto dal figlio e ha raccontato la scelta sua e della ex moglie di adottare otto bambini, salvandoli dalla guerra.
I piccoli sono stati riuniti tutti tra il 2003 e il 2008: “Come li ho cresciuti? Puntando sulla qualità  del cibo e riciclando gli abiti”, ha spiegato Crippa.
I ragazzi, ormai diventati grandi, vivono ognuno per conto proprio: hanno trovato la propria strada o la stanno cercando. In ogni caso hanno abbandonato il nido familiare, di comune accordo con i genitori, e pagano l’affitto o il mutuo.
“Il mio orgoglio per loro è immenso. E il loro orgoglio per quello che stanno realizzando è ancora più grande”, ha raccontato il padre.
È proprio lui a ricapitolare i loro lavori:
“Mekdes, femmina, ha 19 anni, fa la commessa e abita a Trento; Mulu, femmina, 20 anni, è cameriera e anche lei abita in provincia di Trento; Gadissa, 21 anni, maschio, fa il cameriere stagionale in provincia di Trento; Yeman, 21 anni — quasi 22 — è poliziotto nelle Fiamme Oro e con la medaglia al collo adesso se lo coccolano tutti; Asna, 23 anni, femmina, è parrucchiera a Milano; Neka, 24 anni, maschio, fa il cameriere a Trieste ed è l’altro atleta di casa: nel 2013 ha vinto il Mondiale juniores di corsa in montagna, poi si è infortunato e ora sta cercando di risalire con due sessioni di allenamento quotidiane; Elsabet, 27 anni, femmina, è rientrata in Etiopia e lavora nella cooperazioone; Kelemu, 28 anni, maschio, fa l’operaio a Tione, in provincia di Trento”.
Di certo, vivere con otto figli non è una scelta facile. Ma Roberto non si è mai pentito della sua decisione. La quale non sembra essergli pesata più di tanto.
“Un buon stipendio aiuta, ma più importante è guardare alla sostanza. Si investe sulla qualità  del cibo, si riciclano i vestiti e per il resto si fa economia. La motivazione è tutto. I ragazzi si responsabilizzano e i genitori ringiovaniscono. Ho 51 anni e me ne sento 31”.
Il padre è soddisfatto anche dell’educazione che gli è stata data: “Sono stati educati al rispetto. E se rispetti gli altri, il rispetto ti torna indietro”.
Per questo, dice, non hanno subito episodi di razzismo. In ogni caso, Roberto non si sente un santo nè un pazzo:
“Sono solo entusiasta. Del resto senza entusiasmo non vai in Etiopia ad adottare tre figli in orfanotrofio e poi torni indietro a prendere i fratellini che erano dagli zii, e poi i cugini”.

(da “La Repubblica“)

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DAISY FA 58,73 E VA IN FINALE NEL DISCO: GRAN CONSUMO DI MAALOX PER I RAZZISTI

Agosto 9th, 2018 Riccardo Fucile

SABATO SI GIOCHERA’ UNA MEDAGLIA: “UN SOGNO, PERDONO TUTTI”

L’azzurra Daisy Osakue si è qualificata per la finale del lancio del disco agli Europei di atletica in corso a Berlino.
La 22enne torinese, alla sua terza partecipazione in Nazionale, debuttante alla rassegna continentale, dopo aver aperto le qualificazioni in pedana con un primo tentativo nullo, ha ottenuto il pass con la misura di 58,73.
La finale è in programma sabato.
La giovane atleta, figlia di genitori nigeriani, ha rischiato di rimanere a casa dopo l’aggressione subita a Moncalieri a pochi giorni dalla partenza per la Germania quando, mentre attraversava la strada, è stata colpita a un occhio da un uovo lanciato da un’auto in corsa.
Il controllo oculistico effettuato venerdì scorso aveva però registrato un miglioramento del quadro clinico tale da consentire la sospensione progressiva della terapia cortisonica e la conseguente partecipazione agli Europei.
“E’ la ciliegina sulla torta, quello che serviva per dimenticare quello che è successo, perdono tutti” ha detto a caldo subito dopo la gara.
“Per me la finale era un sogno, questo Europeo sta già  iniziando alla grande – racconta ai microfoni di Rai Sport – Dopo tutto quello che ho passato mi ero detta: ‘o la va o mi spacco’. Ed è andata, è bellissimo”.

(da agenzie)

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