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CHI ERA LUCA ATTANASIO, L’AMBASCIATORE ITALIANO UCCISO IN CONGO: 44 ANNI, TRE FIGLIE, LAUREA ALLA BOCCONI

Febbraio 22nd, 2021 Riccardo Fucile

CON LA MOGLIE L’IMPEGNO UMANITARIO IN UNA ONG CHE SI OCCUPAVA DI MADRI E BAMBINI

Era nato a Saronno (in provincia di Varese, anche se la sua famiglia si era trasferita poi a Limbiate) 44 anni fa, li avrebbe compiuti a maggio. Luca Attanasio, ambasciatore italiano in Congo, è stato ucciso con il carabiniere della sua scorta Vittorio Iacovacci e con il loro autista in un attacco a un convoglio delle Nazioni Unite nel Congo orientale. Aveva tre figlie piccolissime, due gemelle e una prima bimba nate negli anni scorsi.
Attanasio si era laureato all’Università  Bocconi in economia aziendale nel 2001, due anni dopo la nomina a segretario di legazione in prova nella carriera diplomatica, nel 2004 la conferma nel ruolo e la nomina a Segretario di legazione.
Una carriera rapida e brillante: secondo segretario commerciale a Berna nel 2006, confermato con funzioni di primo segretario commerciale l’anno dopo, fino al trasferimento a Casablanca con funzioni di Console nel 2010.
L’ultimo incarico a Kinshasa nel 2017 quando era stato nominato capo missione nella Repubblica Democratica del Congo, dove era stato riconfermato in qualità  di Ambasciatore Straordinario Plenipotenziario accreditato in RDC.
“All’ambasciatore d’Italia nella Repubblica democratica del Congo, Luca Attanasio, il Premio Internazionale Nassiriya per la Pace 2020. La cerimonia, organizzata dall’associazione culturale Elaia, si è tenuta in seduta straordinaria nella chiesa di San Marco Evangelista a Licusati. Il diplomatico, 43 anni ed originario della provincia di Milano, è stato insignito dell’importante riconoscimento “per il suo impegno volto alla salvaguardia della pace tra i popoli” e “per aver contribuito alla realizzazione di importanti progetti umanitari distinguendosi per l’altruismo, la dedizione e lo spirito di servizio a sostegno delle persone in difficoltà ”.
Attanasio è uno degli ambasciatori italiani più giovani nel mondo. Dal 5 settembre 2017, dopo diverse esperienze nelle ambasciate in Svizzera, in Marocco e in Nigeria, è capo missione a Kinshasa, nel Congo, dove sta portando a termine numerosi progetti umanitari al fianco dei circa mille cittadini italiani attualmente residenti nel Paese del Centro Africa.
“Tutto ciò che noi in Italia diamo per scontato — ha raccontato l’ambasciatore — non lo è in Congo dove purtroppo ci sono ancora tanti problemi da risolvere. Il ruolo dell’ambasciata è innanzitutto quello di stare vicino agli italiani ma anche contribuire per il raggiungimento della pace”.
A consegnare il riconoscimento il presidente del Premio, Vincenzo Rubano. Premiata anche la moglie del diplomatico, Zakia Seddiki, fondatrice e presidente dell’associazione umanitaria “Mama Sofia” che opera nelle aree più difficili del Congo salvando la vita ogni anno a centinaia di bambini e giovani madri.
“Non si può essere ciechi davanti a situazioni difficili che hanno come protagonisti i bambini — ha spiegato Zakia — è necessario agire per dare loro un futuro migliore. Cerchiamo, nel nostro piccolo, di ridisegnare il mondo”.
Alla cerimonia hanno presenziato anche il vicesindaco di Camerota Giovanni Saturno, il vicepresidente della Provincia di Salerno Carmelo Stanziola e numerosi rappresentati delle forze dell’ordine. Particolarmente toccante, durante la cerimonia, l’interpretazione di “Mission” di Ennio Morricone effettuata dal parroco don Antonio Toriello accompagnato dal maestro Gerardo Bovi.
A Casablanca Attanasio aveva sposato Zakia Seddiki, presidente e fondatrice della ong Mama Sofia (di cui Attanasio era presidente onorario) che si occupa di situazioni di grave difficoltà  nella Repubblica Democratica del Congo soprattutto di bambini e madri, con ambulatori medici, presidi mobili e progetti per le madri detenute.
Un impegno che la coppia, che si era sposata alcuni anni fa, condivideva quotidianamente. Insiene, lo scorso ottobre, avevano ricevuto il premio Internazionale Nassiriya per la Pace.
La famiglia di Attanasio vive a Limbiate, in provincia di Monza e Brianza, dove l’ambasciatore aveva frequentato la scuola e dove tornava, quando poteva, per salutare i suoi parenti. E qui nel 2015, dopo il matrimonio celebrato in Marocco con Zakia, aveva voluto festeggiare le nozze con amici e parenti nella chiesa del centro cittadino. Il sindaco di Limbiate ha disposto le bandiere a mezz’asta in segno di lutto.

(da “La Repubblica”)

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IL SEGRETO DI LUNA ROSSA: PIETRO SIBELLO E LE OLIMPIADI RUBATE

Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile

NEL 2008, IN COPPIA CON IL FRATELLO, VIDE SFUMARE L’ORO OLIMPICO A PECHINO A CAUSA DI UN’ONDA… POI LA MALATTIA E LA FINE DELLA CARRIERA AGONISTICA…ORA E’ UNO DEI PROTAGONISTI DEL SOGNO, BATTERE “GLI IMBATTIBILI”

Se vi siete appassionati anche voi a questa bizzarra magia delle barche che volano in tv alle due del mattino trasformando il mare in un circuito da motomondiale, se appartenete alla tribù di insonni che fanno finta di sapere cosa siano gli scarsi pur di non ammettere che sì, in effetti, non ci capiscono moltissimo ma le facce altezzose dei marinai inglesi strapazzate da un tipo di Rimini valgono eccome una notte in bianco, insomma se anche voi vi state godendo in diretta lo spettacolo di Luna Rossa che ad Auckland è arrivata apparentemente senza fatica alla sfida ai padroni di casa per l’America’s Cup, allora dovete proprio sapere che questa avventura ha una data e un luogo di inizio: 17 agosto 2008, Quingdao, Cina, e soprattutto che a determinare buona parte delle fortune dell’imbarcazione italiana è stata ed è la determinazione inossidabile di un 41enne di Albenga.
Si chiama Pietro Sibello, è un omone dalla faccia buona e il sorriso educato. Ma è anche un tipo solido come una quercia, uno che negli ultimi 13 anni ha saputo essere più forte di tutto – della sfortuna, delle onde, delle malattie – e di tutti: dei giudici sportivi, soprattutto, e dei burocrati e dei papaveri dello sport internazionale. Quel 17 agosto 2008 fu il giorno peggiore della vita di Pietro Sibello.
Il furto di Pechino
Era in programma la finale olimpica (la medal race) della classe 49er. Per un velista olimpico la medal race   è semplicemente il giorno più importante di tutti. E lo era ancor di più per Pietro e suo fratello Gianfranco, entrambi figli di velista olimpico (il papà  aveva partecipato a Monaco ’72). Loro a quella finale arrivavano da favoriti. Solo l’equipaggio danese poteva contendergli l’oro.
Di solito a Quingdao (nella grafia romanizzata Tsingtao, proprio come la famosa birra dei ristoranti cinesi, viene prodotta lì) c’è bonaccia. “Noi ci eravamo preparati in maniera maniacale – racconta oggi Pietro Sibello dalla sua stanza d’albergo di Auckland, una stanza luminosa, vista New Zealand – eravamo entrambi 15 chili sotto peso e avevamo studiato il campo di regata fino al millimetro”.
Quel giorno però gli dei del mare, o anche solo la sfortuna, vollero che su Quingdao ci fosse una tempesta come nessuno da quelle parti ne ricordava da anni. “Era pericolosissimo, gareggiamo con l’unico obiettivo di arrivare interi alla fine – dice Sibello –   e ci eravamo quasi riusciti, eravamo primi, gli altri erano tutti dietro che avevano problemi enormi a gestire l’onda isterica che si crea in quelle acque quando fa brutto”.
L’onda del destino
I danesi avevano addirittura rotto la barca. A un centinaio di metri dal traguardo, con l’oro ormai a tiro, arrivò l’onda del destino e travolse tutto, la barca, i due uomini che erano a bordo, i loro sogni: “Si aprì una voragine davanti alla nostra prua e non potemmo fare altro che scuffiare”. Piano piano le barche che erano dietro cominciarono a recuperare acqua. Mentre cercavano di raddrizzare la propria barca, i Sibello videro l’oro trasformarsi in argento, e l’argento in bronzo.
Poi quando avevano ripreso la rotta verso la terza posizione videro una barca con la bandiera croata sulla vela tagliare il traguardo. Non lo capirono subito, ma erano i danesi, che avevano preso “in prestito” la barca e gli portavano via anche il bronzo.
Nessuno lì per lì pensò che il Cio avrebbe mai potuto convalidare quel risultato. Ma fu una sottovalutazione della fantasia criminale dei giudici sportivi. Che infatti premiarono i danesi e lasciarono i Sibello senza medaglia. Scrissero anche una lettera, i due. Si trova ancora on line. “Dov’è lo spirito olimpico?”, si chiesero citando Dorando Pietri. Nessuno gli rispose. Da oro probabile a nulla, in un soffio, con la complicità  del mare e di una giuria internazionale.
L’angioma e la maledizione
“Ci mettemmo mesi a rialzarci”, racconta oggi Pietro. “Con mio fratello non riuscivamo a superare quel colpo”. Poi piano pian abbiamo ripreso il mare. E ci siamo concentrati su Londra. Vincemmo tutto negli anni successivi, circuiti olimpici, regate di classe, mondiali. A un anno dalle olimpiadi di Londra del 2012 eravamo in grandissima forma”.
Ma una visita medica gli trova una malformazione cardiaca fino ad allora mai riscontrata, un angioma. Stop cautelativo e inizio di un calvario incredibile. La malformazione sembra destinata a rientrare, i medici si dicono ottimisti, Pietro spera di farcela. Anzi è sicuro di farcela. Si sente bene e invece a gennaio arriva la comunicazione da parte del Coni: non c’è niente da fare, la Commissione Medica del Coni non gli rilascia l’idoneità  per l’attività  agonistica. Niente olimpiadi di Londra, fine della carriera agonistica. Altri quattro anni di lavoro buttati via. Un altro sogno da cancellare.
L’alba di Luna Rossa
“A questo punto della storia – racconta Pietro – arriva Max”. Max è Sirena, lo skipper di Luna Rossa, per capirci, il tipo di Rimini che ha strapazzato gli inglesi, uno che a vederlo così sembra Doron Kavillio di Fauda se non fosse che quando si arrabbia fa molta più paura. “Ero nel dimenticatoio, come si usa dire, lui mi venne a pescare e puntò forte su di me. Mi voleva nel progetto. Accettai. Gli devo molto”.
Luna Rossa stava lavorando a lungo termine, non era tanto interessata alla Coppa del 2013 (quella di San Francisco, quella della più grande rimonta della storia dello sport, da 8-1 per i neozelandesi a 8-9 per gli americani) quanto alla successiva, Bermuda 2017.
Un appuntamento al quale era talmente preparata che gli americani dovettero cambiare le regole in corsa per farla fuori altrimenti l’avrebbe certamente vinta.
Quello sgarbo made in Usa fu la terza tappa di una via crucis, per Pietro. Ma alle difficoltà  ormai era abituato. “Ci ritirammo ma non ci buttammo giù – racconta – aiutammo New Zealand a vincere la gara del 2017 e a strappare dagli americani il pallino del gioco e cominciammo a lavorare per l’edizione del 2021”. Questa.
Copiare gli inglesi e poi batterli
Ma anche una volta arrivati ad Auckland, senza più gli americani a pasticciare con le regole, non è stato tutto facile. Perchè sì, la barca è veloce e la tecnologia avanzata, “ma alla fine in questi ultimi anni avevamo regatato solamente contro i nostri gommoni e -insomma – per dirla con qualcuno dell’equipaggio regatare contro i gommoni è un po’ come fare l’amore con una bambola… Il match race è tutta un’altra cosa e sia negli eventi di Natale sia durante i round robin (la fase eliminatoria della Prada Cup)   ci siamo accorti che qualcosa non andava”
Quel qualcosa era -detto in maniera semplice – che la vela in mezzo alla barca non permetteva a James Spithill – il timoniere – di vedere per bene tutto il campo di regata, nè di confrontarsi in maniera naturale con Checco Bruni, l’altro pezzo da novanta dell’equipaggio. “Così i nostri allenatori hanno avuto l’idea di usarmi come stratega. Non tattico, ma stratega. Mi hanno spostato a poppa, mi hanno dato libertà  di muovermi, di ‘cercare’ il mare. L’idea l’abbiamo rubata proprio agli inglesi”.
Sibello non ci ha pensato due volte, ha preso tutta la sua storia, la scuffia di Quingdao, la delusione di Londra, il lavoro nella base di Luna Rossa di Cagliari e ha messo tutto a disposizione della squadra; e adesso è l’unico membro dell’equipaggio libero di muoversi a poppa, per scrutare il mare e cercare il vento tra le creste delle onde. A chiunque dell’equipaggio si chieda qual è stata la mossa che ha fatto la differenza, la risposa è unica. Pietro.
“E’ un ruolo fantastico, guardo l’acqua e dico quale parte del campo mi piace, dove penso sia il buono, dove lo scarso. Quale lato devo difendere, come penso si debba affrontare un incrocio”. Da quando ha preso questa posizione a bordo, Luna Rossa ha cominciato a volare sul serio, lasciando agli avversari solamente briciole amare. “Ma non penso sia davvero solo tutto merito mio, è solo che era inevitabile che navigando e gareggiando imparassimo a conoscerci e a comunicare”
Ed è proprio sulla comunicazione che il suo contributo è più evidente: “Sono quello che deve cominciare la discussione, in una regata come queste ogni incrocio è passaggio cruciale, con due barche che si sfiorano a 40 nodi, bisogna avere le idee chiare di cosa si voglia fare, di come si voglia entrare nell’ingaggio e come si voglia uscire. Così sono io che – avendo il quadro più chiaro del campo di regata – comincio a parlare con Checco e Jimmy, dico come penso che dovremmo affrontare l’incrocio, quando occorrerebbe cominciare la manovra. A quelle velocità  non si può sbagliare di un metro”.
Marinai tra i marinai
E così adesso arriveranno i neozelandesi, leggendari maestri del mare, tattici diabolici, apparentemente imbattibili con la loro barca nera come la notte. All Blacks in tutto e per tutto. Il trauma, o forse più precisamente il lutto nazionale della rimonta americana del 2013 l’hanno superato con la straordinaria vittoria del 2017, quando – anche con l’aiuto di Luna Rossa – si presentarono in acqua con le biciclette montate sottocoperta (per generare energia da usare nelle manovre).
Nessuno li ha ancora visti navigare davvero, i kiwi. Si sa solo che sono velocissimi. E la loro sagoma fa già  paura. Ma Sibello ne ha passate troppe per pensare alla paura. “Se c’è una cosa che ho imparato è che siamo privilegiati perchè ci è data la possibilità  di tornare ogni volta a competere al massimo livello. La paura non è un’opzione. Sono qui che mi godo questo momento fantastico, entusiasta di quello che ho. Soprattutto sono grato a me stesso per essere riuscito a superare tutte le difficoltà , le ingiustizie e le malattie, per aver sempre trovato il coraggio di dimenticare tutto e tornare nell’unico posto dove un marinaio deve stare: in acqua, in mezzo al mare e agli altri marinai a guardare in faccia le onde, a lasciarsi bagnare il volto dagli schizzi, cercando sempre di tenere gli occhi aperti in cerca del vento”.

(da La Repubblica)

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AMERIGO VESPUCCI, LA REGINA DEI MARI COMPIE 90 ANNI

Febbraio 19th, 2021 Riccardo Fucile

ERA IL 22 FEBBRAIO 1931…TRA VELE, CIME E PENNONI SONO PASSATI CENTINAIA DI GIOVANI E GENERAZIONI DI UFFICIALI DELLA NOSTRA MARINA MILITARE

Era il 22 febbraio 1931 quando venne varata presso il Regio Cantiere di Castellamare di Stabia. C’erano le autorità  militari, civili e religiose così come il progettista, l’ingegnere Francesco Rotundi, un tenente colonnello del Genio navale, e la madrina del varo, la signora Elena Cerio.
Consegnata alla Regia Marina il 26 maggio 1931, entrò in servizio come nave-scuola il successivo 6 giugno, aggiungendosi alla gemella Cristoforo Colombo, di tre anni più anziana, e costituendo con essa la Divisione Navi Scuola al comando dell’Ammiraglio Domenico Cavagnari.
Il motto originario era Per la Patria e per il Re, ma venne modificato successivamente con l’avvento dell’Italia repubblicana e la caduta della monarchia, nel 1946, in Saldi nella furia dei venti e degli eventi.
Oggi, tutti i cadetti dell’Accademia Navale di Livorno che varcano la scaletta del veliero si ritrovano a centro nave, sul ponte di coperta, davanti all’attuale motto Non chi comincia, ma quel che perservera. Assegnato nel 1978 è un’esortazione all’impegno e alla perseveranza, a non mollare nei momenti difficili. Un richiamo per coloro che sono chiamati a salpare ogni anno e vivere per circa tre mesi un’intensa fase di addestramento durante la campagna d’istruzione.
Il “battesimo del mare” avviene in quei 101 metri, tra la poppa e l’albero di bompresso. Qui i futuri comandanti delle “navi grigie” prendono dimestichezza e confidenza con le regole e gli strumenti della tradizione marinara. Bussola, sestante, calcolo del punto nave, la sfida dei venti e delle onde, ma anche conoscere quei segreti che solo un nostromo, ossia il nocchiere più anziano ed esperto di bordo, può rivelare.
Insomma una “scuola” galleggiante a tutto tondo che prima di tutto trasferisce l’importanza di essere un equipaggio e di contribuire tutti al bene comune rappresentato dalla nave stessa.
“Nave Vespucci ha rappresentato il sogno da conquistare al termine del primo anno di allievo in Accademia Navale — ricorda l’Ammiraglio di Squadra Pierluigi Rosati, Presidente dell’Anmi, l’Associazione nazionale marinai d’Italia -. Imbarcare sul veliero più bello del mondo voleva dire aver superato gli esami. Intensa esperienza di vita, che ha fortificato lo spirito di gruppo e l’appartenenza al Corso. L’immagine che ricordo con maggiore piacere, fra le tante, è quella delle ore trascorse per individuare il nome da dare al Corso e per realizzare la bandiera, che ci avrebbe rappresentato da quel momento per tutta la nostra vita in Marina e anche dopo — racconta Rosati -. Eravamo nel Golfo del Leone, a pochi giorni dal termine della campagna addestrativa. Le condizioni meteo erano pesanti; pioggia, mare e vento caratterizzavano quelle ore. Il Vespucci, con le vele serrate, riusciva a procedere a lento moto, a causa della forza della natura. Gli allievi, riuniti nei propri locali di vita, decisero di chiamarsi Tempeste e di riconoscersi in una bandiera raffigurante un veliero stilizzato in mezzo proprio a una tempesta”.
Il Vespucci è anche il simbolo dell’eccellenza delle maestranze italiane visibile in ogni angolo della nave, a partire dalla polena di prora raffigurante proprio il celebre navigatore in onore del quale il “Nuovo Mondo” venne chiamato America. Una decorazione di cui erano dotati i vascelli più prestigiosi che solcavano i mari dal XVI al XIX secolo.
Non mancano poi i dettagli caratteristici delle imbarcazioni ottocentesche a cui la nave si ispira come nel caso dei fregi che si sviluppano ai lati della prora e a poppa, ricoperti di foglie d’oro zecchino, e i fascioni bianchi e neri che ricordano le linee di cannoni di un vascello da guerra.
Ciò che però contraddistingue l’Amerigo Vespucci, sia in lontananza che “alla fonda”, ma anche quando è ancorata in porto, sono i suoi tre alberi (trinchetto, maestro e mezzana) a cui si aggiunge il bompresso a prua. L’altezza degli alberi sul livello del mare è di 50 metri per il trinchetto, 54 metri per la maestra e 43 metri per la mezzana mentre il bompresso sporge per 18 metri.
C’è infine un posto che resta nel cuore e nella mente di tutti i marinai che hanno vissuto a bordo del Vespucci: la timoneria storica del veliero.
Un connubio tra tradizione e innovazione con le sue quattro ruote “a caviglia” che solitamente vengono governate da otto allievi, quattro a dritta e quattro a sinistra, a dimostrazione dello sforzo di braccia che viene affrontato ogni qualvolta si riceve l’ordine di cambiare rotta.
Quattro giri completi delle ruote “a caviglia” equivalgono a un solo grado di barra. Insomma una scuola, quella che si vive a bordo del Vespucci, improntata sul sacrificio e sullo spirito di adattamento, dai turni di guardia alle manovre di vela che vengono effettuate in qualsiasi momento, se necessario, del giorno e della notte.
Un altro aspetto originale sono gli alloggi degli allievi che si trovano sottocoperta. Prima della notte o nei momenti di riposo, liberi da guardie o servizi, ragazzi e ragazze srotolano la propria amaca come un tempo. Un “letto mobile” che risente di meno il rollio e il beccheggio della nave.
Ogni angolo del veliero narra episodi di storia navale rimasti nella memoria collettiva. Ne sono un esempio le fotografie in bianco e nero collocate nel quadrato ufficiali, prima tra tutte quella dell’Amerigo Vespucci ritratta insieme alla nave gemella Cristoforo Colombo oppure lo scatto che ha immortalato l’incontro, nel 1962, nel Mar Mediterraneo, con la portaerei americana USS Independence.
Quel giorno dalla plancia della portaerei battente bandiera a stelle e strisce, il comandante americano, come da tradizione marinaresca, inviò un messaggio a lampi di luce chiedendo al vascello di identificarsi.
La risposta fu “Nave Scuola Amerigo Vespucci — Marina Militare Italiana”. La replica del comandante statunitense fu quasi un’esclamazione: “The most beautiful ship in the world”, ossia “La nave più bella del mondo”.
Infine “la sala consiglio”, un luogo di rappresentanza dove sono avvenuti incontri tra autorità  politiche, diplomatiche e militari di vario livello a dimostrazione del ruolo ricoperto dalla nave come “ambasciatrice” dell’Italia nel mondo.
E’ un locale ricco di cimeli e quadri firmati da Claudus, un “pittore del mare” di fama internazionale. Dalla “sala consiglio” poi un corridoio conduce a quello che viene chiamato “il giardinetto” caratterizzato da una balconata collocata a poppa del veliero.
Dalla sua entrata in servizio il veliero ha svolto ogni anno attività  addestrativa, ad eccezione del 1940, a causa degli eventi bellici, e degli anni 1964, 1973 e 1997, per lavori straordinari.
Oltre a numerose brevi campagne in Mediterraneo, effettuate per lo più nel periodo primaverile e autunnale, da quella del 1931 ad oggi il Vespucci ha effettuato oltre ottanta campagne di istruzione a favore degli Allievi della 1 ª Classe dell’Accademia Navale, di cui 42 in Nord Europa, 23 in Mediterraneo, 4 in Atlantico Orientale, 7 in Nord America, 1 in Sud America e 2 nell’ambito dell’unica circumnavigazione del globo, compiuta tra il maggio 2002 ed il settembre 2003, periodo nel quale la Nave è stata coinvolta nelle attività  connesse con l’edizione della America’s Cup del 2003 in Nuova Zelanda.
Infine nel 2020, anno della pandemia, il veliero, non sostando in porto e non potendo ricevere a bordo visite, attraverso la sua navigazione lungo le coste italiane ha voluto trasmettere un segno di fiducia e di speranza in un momento difficile per il Paese e per gli italiani.
Nave Vespucci può contare 122 comandanti che si sono alternati alla guida dell’equipaggio dal 1931 ad oggi. L’ultimo in ordine cronologico è il capitano di vascello Gianfranco Bacchi, ma tra i suoi predecessori spiccano l’ammiraglio Agostino Straulino e l’ammiraglio Ugo Foschini, due ufficiali che legano i loro nomi a due imprese rimaste storiche: quella del 1965 con l’uscita dal porto di Taranto a vela con vento di tramontana secca che consentì di issare le vele e di uscire dal Mar Piccolo. L’altra, invece, è la risalita del Tamigi nel 1968 a vele spiegate.
L’equipaggio è composto da 264 militari, di cui 15 Ufficiali, 30 Sottufficiali, 34 Sergenti e 185 Sottocapi e Comuni. Durante ogni campagna di istruzione l’equipaggio viene a tutti gli effetti integrato dagli allievi (circa 100 l’anno) e dal personale di supporto dell’Accademia Navale, raggiungendo quindi circa 400 unità .
Alla propulsione a vela, dopo importanti lavori di adeguamento, è stata abbinata la propulsione Diesel-Elettrica, realizzata con un sistema integrato che vede l’impiego di moderni ed efficienti gruppi Diesel-Generatori.
Durante la sosta lavori di Prolungamento Vita Operativa (PVO), iniziata a ottobre 2013 e terminata ad aprile 2016, è stata data particolare attenzione all’implementazione delle più moderne tecnologie per una maggiore efficienza energetica e una riduzione dell’impatto ambientale della nave.
Oggi il Vespucci è anche Goodwill Ambassador dell’Unicef dopo una solenne cerimonia il 30 luglio 2007 svoltasi nel porto di Genova.

(da Avvenire)

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MORTO PER COVID A PADOVA L’ONCOEMATOLOGO DEI BAMBINI GIUSEPPE BASSO: “ERA L’ANGELO CUSTODE DEI NOSTRI FIGLI”

Febbraio 16th, 2021 Riccardo Fucile

AVEVA 73 ANNI, UNA ECCELLENZA SANITARIA E UNA GRANDE UMANITA’

Dopo un mese di terapia intensiva è morto il professor Giuseppe Basso, una vita dedicata all’oncoematologia pediatrica. Aveva 73 anni, è stato ucciso dal Covid. “È stato l’angelo custode dei nostri figli”, dicono i genitori di alcuni bambini che a lui devono la vita.
Giuseppe Basso, storico direttore della clinica di Oncoematologia Pediatrica di Padova, era uno dei professionisti del settore più noti a livello italiano.
Era stato anche presidente della Città  della Speranza, l’istituto di ricerca con sede a Padova. Nel 2018, dopo la pensione, venne nominato direttore dell’istituto italiano per la Medicina Genomica di Torino. E lì è rimasto fino al giorno prima di essere ricoverato in ospedale.
“Scienziato di valore e medico appassionato, con competenza e determinazione ha applicato i progressi della scienza alla cura dei giovanissimi pazienti, che nei momenti difficili della malattia in lui hanno trovato le terapie più efficaci ed un sorriso amico. Intelligente, critico, ironico, mai banale, di lui ricordo tante discussioni accese, animate dalla comune passione per la scienza e da una profonda stima reciproca. Mancherà  a tutti noi”, ha detto Rosario Rizzuto, rettore dell’Università  di Padova.
Basso era stato ricoverato in terapia intensiva il 17 gennaio scorso, dopo i primi inequivocabili sintomi: febbre alta e insufficienza respiratoria. Fin da subito si è resa necessaria la sedazione ma le sue condizioni non sono mai migliorate. Lunedì sera l’epilogo. “Il Covid ci ha portato via la stella cometa delle cure per i bambini malati di tumore. Con Giuseppe Basso la sanità  veneta perde non solo un grande clinico, ma anche una persona incomparabile per le qualità  sul piano umano, che ho avuto la fortuna di conoscere molto bene”, ha detto invece il governatore Luca Zaia.
Chi ha lavorato a stretto contatto con Basso è Chiara Girello Azzena, anima dell’associazione Team For Children. “Quando c’era un bambino che stava male rimaneva con lui fino all’ultimo. Questo ricorderò del professor Basso”, evidenzia Azzena.
Una delle sue grandi battaglie fu il caso di Eleonora Bottaro, la ragazzina di 17 anni morta di leucemia dopo aver rifiutato la chemioterapia. Dopodomani, in corte d’Appello a Venezia, si celebrerà  il processo ai genitori, convinti che la ragazza sarebbe guarita con le vitamine e terapia psicologica che prevede il metodo Hamer. Contro questa decisione Basso, che era medico di Eleonora, si era schierato con tutte le sue forze: “Il genitore può pensare ciò che vuole ma io, da medico, devo intervenire e così feci con Eleonora. Fui io ad avvisare il tribunale dei minori e avviare l’iter di sospensione della potestà  genitoriale”, disse Basso in una intervista a Repubblica, senza mai nascondere la sua amarezza.

(da agenzie)

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I PATRIOTI EUROPEI DI OPEN ARMS SALVANO 146 ESSERI UMANI NEL MARE IN TEMPESTA CON ONDE ALTE 4 METRI

Febbraio 15th, 2021 Riccardo Fucile

C’E’ ANCHE UN BIMBO DI TRE MESI… LA NAVE DIRETTA A PORTO EMPEDOCLE

Con 146 persone a bordo salvate negli ultimi giorni, la nave umanitaria della ong spagnola Open Arms è ora diretta verso Porto Empedocle, in Sicilia.
«La nostra nave non sarà  in grado di arrivare prima di 24 ore dovendo affrontare il viaggio in condizioni di mare avverse», spiegano su Twitter dalla ong postando anche un video delle attuali condizioni di navigazione.
Nel frattempo nelle ultime ore un barchino è naufragato a 100 km a nord-ovest di Lampedusa. La Marina tunisina ha salvato 25 persone e recuperato il cadavere di una persona affogata. 22 sono i dispersi.
Nel primo dei due soccorsi, il 13 febbraio, nella zona Search and Rescue maltese, la Open Arms ha salvato 40 persone: tra loro una donna, Rafel, e il suo bimbo di tre mesi, Moez, nonchè tre minori non accompagnati.
Erano in acqua da 24 ore su una barca in legno alla deriva — ricostruisce Euronews, unica emittente al momento a bordo — ammassati in pochi metri e con il giubbotto di salvataggio, e sono originari di Sudan, Egitto, Camerun, Algeria e Marocco.
«In zona erano presenti molte imbarcazioni, nessuna delle quali è intervenuta», raccontano dalla ong. «E nonostante fossimo in zona sar maltese siamo stati avvicinati dalla motovedetta libica Fezzan P658 che ci ha intimato di abbandonare quelle che loro consideravano “acque territoriali libiche”».
Dopo alcuni «momenti di tensione», secondo Open Arms, i libici si sono allontanati e i volontari e le volontarie hanno portato a termine le operazioni di soccorso.
Anche il secondo soccorso non è stato semplice: «Pochi minuti dopo aver messo in salvo 106 persone in alto mare, la barca si è rovesciata e si è spezzata con arrivo del temporale e di onde alte 4 metri», dicono dalla ong spagnola.

(da Open)

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PALERMO, IL GIOVANE MIGRANTE CHE CONSEGNA IL PORTAFOGLIO TROVATO ALLA POLIZIA: “QUESTA E’ LA MIA CITTA’, SE C’E’ QUALCUNO DA AIUTARE IO LO SOCCORRO”

Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile

“TENGO CON ME CIO’ CHE E’ MIO, NON QUELLO CHE NON LO E’, ORA VORREI SOLO IL PERMESSO DI SOGGIORNO, LO ASPETTO DA ANNI”

Sorride, timido, e tutto si aspettava tranne questo clamore. “Tengo con me ciò che è mio ma non quello che non lo è. Per me va così”, dice Regikumar Mariyarasa. A terra, in piazza Politeama, qualche giorno fa ha trovato un portafogli. Nemmeno lo ha aperto. “Ho chiesto prima in giro, a chi passava dalla piazza – racconta nel suo italiano stentato – e poi l’ho consegnato alla polizia”. Il suo senso civico ha commosso il proprietario di quel portafogli, che adesso vuole incontrarlo per ringraziarlo.
Dentro c’erano meno di dieci euro ma c’erano, soprattutto, documenti e carte di credito. Sarebbe stata una giornata nera per quel signore: avrebbe dovuto bloccare le carte e poi rinnovare tutti i suoi documenti. Invece, tutto questo gli è stato risparmiato grazie a Regikumar che, nella nostra città , è un cittadino irregolare perchè senza permesso di soggiorno.
Sembra tutto molto scontato ma non lo è. Regikumar avrebbe potuto mettere in tasca soldi e carte e, invece, con disarmante naturalezza, ha consegnato tutto agli agenti.
Ma la storia di Regikumar Mariyarasa, 32 anni, dello Sri Lanka, colpisce perchè questo giovane uomo dagli occhi nocciola e i modi gentili è un irregolare senza permesso di soggiorno nonostante le sue ripetute richieste.
Anche se lui dice: “Palermo è la mia città  e se vedo una carta per terra io la prendo e la getto nel cestino. E se c’è qualcuno da aiutare, io lo soccorro. Sto bene qui ma lotto da 9 anni per essere regolarizzato prima a Palermo, poi in Francia e poi di nuovo a Palermo”.
Regikumar è in attesa da almeno due anni del permesso di soggiorno dopo avere vinto una battaglia legale davanti al giudice di pace, assistito dalla sua avvocata Sonia Spallitta, contro un decreto di espulsione che pendeva sulla sua testa. “C’era stato un vizio procedurale. Adesso sto seguendo l’iter, previsto da una legge dell’anno scorso, per l’emersione del rapporto di lavoro così da regolarizzare la posizione del mio assistito”, spiega la legale.
Regikumar lavora come badante e domestico e ha un contratto, quello sì, regolare. “A Palermo abita mio fratello e questa città  è quella dove sento di avere un futuro”, dice lui. A rallentare l’iter del permesso di soggiorno è stato il decreto di espulsione che l’avvocata è riuscita a fare annullare l’anno scorso.
“Da quando è in Italia, da inizio 2020, Regikumar ha lottato contro quel decreto illegittimo. Stiamo seguendo la procedura per la regolarizzazione ma la burocrazia è rallentata anche dal periodo di pandemia. Speriamo in una accelerazione dei tempi”, spiega Sonia Spallitta.
Ma c’è di più. Regikumar da irregolare, intanto, versa i contributi per il suo impiego esattamente come il suo datore di lavoro. Una situazione anomala, se solo si pensa che sono tanti i cittadini regolari che però lavorano in nero. Anche sotto questo punto di vista Regikumar è già  un buon cittadino.
Nel suo Paese Regikumar non ha più radici, è scappato a 22 anni per gli scontri tra tamil e cingalesi. Lui è tamil. A Palermo ha lavorato regolarmente, con un permesso di soggiorno, ma poi alla fine del 2018 è stato licenziato e per questo aveva deciso di trasferirsi in Francia, da alcuni parenti, in cerca di un nuovo impiego.
L’esigenza di regolarizzarsi lo aveva spinto a chiedere l’asilo politico. Il giudice del tribunale amministrativo di Montreuil però non ha accolto la sua richiesta per il solo motivo che già  vi erano altre autorità  (quelle italiane), competenti ad esaminare la questione.
Subito dopo l’arrivo a Venezia in aereo e il trasferimento a Palermo, Regikumar ha ricevuto un decreto di espulsione. Ma lui non era un irregolare perchè aveva un permesso di soggiorno ancora valido. Una vicenda che Repubblica aveva già  raccontato l’anno scorso quando l’incubo dell’espulsione era stato scacciato dalla sentenza del giudice di pace.
“Adesso spero di diventare davvero un cittadino palermitano, anche se già  mi sento un vostro concittadino”, si augura Regikumar e aspetta che la burocrazia faccia il suo corso.
Il suo gesto di civiltà  ha commosso polizia e proprietario del portafogli. Chissà  che questa storia di fiducia nel prossimo non riscaldi anche i cuori delle istituzioni che, come ricompensa, potrebbero accogliere per sempre Regikumar nella nostra città .

(da “La Repubblica”)

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SAN VALENTINO IN CORSIA PER ANTONELLA E MICHELE, GLI INFERMIERI CHE SI SONO INNAMORATI DURANTE L’EMERGENZA

Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile

“L’OSPEDALE CI HA REGALATO L’AMORE E IL LAVORO”

Innamorati in piena pandemia, tra le corsie dell’ospedale. Perchè anche tra la sofferenza, le emozioni sono sempre lì, pronte a fiorire.
E’ nata così la storia d’amore di Antonella e Michele, due infermieri in servizio al Policlinico di Bari nei reparti Covid di Nefrologia e Pneumologia. Sguardi intensi attraverso la visiera protettiva, incontri quotidiani sul posto di lavoro e la condivisione emotiva della stessa esperienza.
I due giovani infermieri si sono conosciuti e innamorati in pieno lockdown quando era vietato uscire e si poteva solo andare a lavorare. Probabilmente una storia come tante. Ma la loro fotografia, bardati dalla testa ai piedi, con tutoni, mascherine, guanti, visiera, mentre si baciano simbolicamente, ha fatto commuovere tutti.
Ricordano quasi il famoso quadro “Les Amants” di Magritte, in un paradosso al contrario: i corpi non si toccano tra loro, ma si vedono.   Esattamente il contrario di quanto accade nell’opera d’arte.
“Il Policlinico mi ha regalato quello che tutti sognano: l’amore e il lavoro – ha scritto Michele per ringraziare la direzione dell’ospedale – Ho conosciuto medici, operatori sociosanitari, infermieri che non sono mai stati solo colleghi ma degli amici con cui ho condiviso tutto. Gioie e dolore. E in corsia ho conosciuto la mia ragazza e per questo non basterebbero i grazie, perchè senza il Policlinico non ci saremmo mai trovati”. Così oggi festeggiano il loro San Valentino, augurando a tutti gli innamorati di trovare la felicità , anche nei momenti più difficili.

(da agenzie)

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SE NE VA FRANCO MARINI, IL “LUPO MARSICANO” EX PRESIDENTE DEL SENATO E LEADER CISL

Febbraio 9th, 2021 Riccardo Fucile

SCOMPARSO ALL’ETA’ DI 87 ANNI

“Io il mare l’ho visto per la prima volta durante una gita dell’Azione cattolica a Silvi Marina. Il primo calcio a un pallone di cuoio l’ho dato nell’oratorio. I primi corteggiamenti li ho fatti nella mia parrocchia. Come potevo non essere democristiano?”.
E lo è stato per tutta la vita Franco Marini, uno degli ultimi cavalli di razza dello Scudocrociato, scomparso stanotte all’età  di 87 anni stroncato dal Covid.
Lui stesso si raccontava così su Repubblica a Sebastiano Messina alla vigilia di una delle sue più importanti battaglie, l’elezione alla presidenza del Senato. Che fu anche una vittoria, ottenuta non senza patemi. Ma nella vita del “Lupo Marsicano”, (il soprannome che gli piaceva di più, forse perchè legato ai suoi monti abruzzesi), ci sono state anche pesanti sconfitte.
Nel 2008 per poco non divenne premier, ma la disfatta peggiore fu senz’altro quella che impedì all’alpino Marini di scalare l’ultima vetta, quella del Quirinale. Perchè a sbarrare il passo prima a lui e poi a Romano Prodi, non furono gli avversari ma il fuoco amico. Sarebbe stato, il Colle, il suggello di una vita spesa tutta dentro le istituzioni, la lunga carriera nei palazzi del potere di un uomo del popolo.
Le origini
Primo dei sette figli di Loreto, un operaio della Snia Viscosa, Marini nasce a San Pio Delle Camere, paesino di poche anime in provincia dell’Aquila, nel 1933. Sembra che sia stata la sua professoressa di lettere delle medie, a Rieti, a caldeggiare per lui liceo classico, un tempo riservato solo alle classi più agiate. A 17 anni prende la tessera della Dc, milita nelle Acli e nell’azione cattolica. Poi legge all’università  e l’ingresso in Cisl. Il sindacato è la sua prima vera passione, in cui si getta anima e corpo appena finita la leva negli Alpini.
L’ingresso in Cisl
“Nella mia vita più di ogni altra cosa ho voluto diventare leader della Cisl” confidava spesso. Non fu semplice, perchè ci mise 20 anni prima di sedersi su quella poltrona. Un’ambizione nata fin da quando approda a Roma come funzionario dell’ufficio organizzativo: “Ero un giovane arrembante, mi davo da fare fino all’inverosimile, non mi perdevo neanche un’iniziativa, comprese quelle di congiura contro Storti” ammise in seguito. Tanto che l’allora segretario generale, scoperte le manovre, lo licenzia. L’estromissione però dura poco: Marini rientra nella Cisl nel 1965 grazie a uno dei suoi fondatori, Giulio Pastore. Vent’anni all’opposizione, due congressi persi, il Lupo Marsicano già  in quegli anni dà  prova di tenacia e capacità  di mediazione. Stringe con Pierre Carniti un patto per la successione. E così nel 1985 conquista per la Dc il vertice dell’organizzazione.
“In quegli anni   – spiegò in una intervista a Gianni Pennacchi – non era facile fare il moderato e il democristiano nel sindacato”. Si spende per ricucire l’unità  sindacale con la Cgil dopo la rottura sul taglio della scala mobile, ma è un anticomunista viscerale: “Noi eravamo l’ala più a sinistra della Dc, la più vicina al mondo operaio, ma proprio per questo avevamo un rapporto molto competitivo con i comunisti”.
Non ha mai temuto il conflitto. Alle assise Dc del 1984 in un epica rissa sfidò l’allora leader Ciriaco De Mita. Ma in realtà  il Lupo Marsicano si teneva lontano dai clamori, preferiva agire dietro le quinte senza dare neanche il tempo all’avversario di accorgersi che gli aveva dato scacco matto. “Franco è uno che ti uccide col silenziatore” diceva di lui Donat Cattin.
La pipa e le cravatte colorate
Amava andare al sodo, senza tanti giri di parole, mentre non gli piacevano i salotti, da cui si è tenuto sempre alla larga. Con i giornalisti era sbrigativo, minimizzava: “E mo’ vediamo…” rispondeva alle domande più incalzanti. Le sue vacanze frugali per molti anni sono state sempre le stesse: l’isola del Giglio, nella casa comprata con la moglie Luisa, scomparsa nel 2012, dove andava a   trovarli il figlio. O le montagne abruzzesi della sua infanzia. Unici vizi la pipa e il toscano. Unico vezzo, negli anni del sindacato, le giacche e le cravatte colorate che gli valsero un altro soprannome, quello di “Scintillone”.
Dalla Dc al Pd, passando per la Margherita
Il suo esordio in politica fu un successo. Legato alla corrente Forze Nuove, quella che nella Dc era più vicina al mondo del lavoro, Marini ne eredita la guida alla morte di Donat Cattin nel 1991 e diventa ministro del Lavoro dell’ultimo governo Andreotti.
Nel 1992 si candida alla Camera e fa il pieno di voti: è il primo degli eletti con oltre 100 mila preferenze. Dopo Tangentopoli e il crollo del partito si schiera con Buttiglione per la guida del Ppi. Ma quando il politico filosofo stringe il patto con Berlusconi, Marini lo silura per affidare il partito a Gerardo Bianco.
Qualche   anno dopo toccata lui   guidare i Popolari e ingaggia un braccio di ferro con Romano Prodi resistendo al progetto dell’Ulivo, ma negò sempre l’esistenza di un complotto per far cadere il Professore. Con la stessa tenacia, una volta entrato nella Margherita, osteggia inizialmente la nascita del partito democratico, di cui poi invece divenne uno dei fondatori.
La presidenza del Senato nel 2006
Nel 2006, dopo una votazione notturna al cardiopalma, viene eletto presidente del Senato. È una sfida tra due ex grandi della Dc, perchè a perdere per un pugno di voti è Giulio Andreotti, sostenuto dalla Casa delle Libertà .
Durante quei venti mesi di governo dell’Unione al Senato se ne vedono di tutti i colori. La maggioranza ha solo due voti di vantaggio sul centrodestra, che in aula si scatena. Una volta Marini schiva per un pelo il libro del regolamento lanciatogli da qualche pasdaran della Cdl, spesso deve censurare gli insulti, con tanto di esibizione di pannoloni, contro la senatrice a vita Rita Levi Montalcini. Poi arriva la caduta di Prodi e il centrodestra festeggia in aula con champagne e mortadella. “Colleghi – grida – questa non è una osteria”
L’incarico esplorativo dopo il crollo di Prodi
Tocca proprio a lui poi provare a cercare una soluzione per il dopo Prodi. Alla fine del gennaio 2008 Giorgio Napolitano gli affida un incarico esplorativo per formare un nuovo governo finalizzato alla riforma elettorale. Ma il tentativo naufraga e si va ad elezioni.
La corsa al Quirinale
E arriva l’ultima battaglia. Nell’aprile 2013 Marini entra nella rosa di candidati che Bersani propone a Berlusconi per la presidenza della Repubblica. Il favore del Cavaliere ricade proprio su di lui, che diventa così il candidato di Pd, Pdl e Scelta civica. Ma le cose si mettono male da subito: all’assemblea dei grandi elettori del Pd la corsa del Lupo Marsicano passa con 220 sì, ma si contano ben 90 no e 21 astenuti. Renzi, che lo aveva già  inserito tra i big da rottamare, lo ostacola apertamente: “Non lo votiamo, è un uomo del secolo scorso, ve lo immaginate con Obama?”. E così alla prima votazione è fumata è nera: oltre 200 franchi tiratori fermano Marini a quota 521, molto al di sotto della soglia dei 672 voti necessari. Ma più che sufficienti per essere eletti al quarto scrutinio. Al quale però non arrivò, nonostante la sua ostinazione. Il ruolo di nuova vittima sacrificale del centrosinistra toccò a Prodi, impallinato dai famosi 101. La ferita lasciò un segno profondo. Marini si sfogò contro quella   operazione “volgare e ingiusta”. A Renzi non gliele mandò a dire: “Ha una ambizione smodata”.
Ma nonostante la disfatta si può dire che insieme a Bertinotti è stato uno dei pochissimi sindacalisti ad avere una carriera politica di primo piano. Marini era a suo agio sia quando doveva placare gli animi in una assemblea in fabbrica che quando doveva cimentarsi in un congresso di partito: “Ero capace di duellare   al microfono, dare la caccia ai delegati e tenere le fila dell’organizzazione contemporaneamente. Poi – confidò – quando si cominciava a votare, io avevo già  fatto quello che dovevo fare e andavo a dormire”

(da “La Repubblica”)

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DENTRO IL POPOLO DI NAVALNY

Febbraio 1st, 2021 Riccardo Fucile

CHI SONO I PATRIOTI RUSSI CHE SCENDONO IN PIAZZA E CHI COMPONE IL TEAM DEL BLOGGER CHE LANCIA LA SFIDA A PUTIN

Sono giovani, di livello economico e culturale medio-alto, vivono soprattutto nelle grandi città . Sono cresciuti nel mondo di internet e dei social network. Hanno viaggiato all’estero e sperimentato una dimensione più ampia della libertà , pur rimanendo sintonizzati sui bisogni e sulle preoccupazioni della maggior parte dei russi.
Dopo il fallimento delle proteste degli anni 2011-2012, il movimento dell’opposizione russa che si condensa attorno ad Alexei Navalny è determinato a fare il salto di qualità : di fronte al nervosismo crescente del Cremlino, con arresti di massa e repressioni, continuare a fare più rumore possibile, facendo leva sul sostegno internazionale ma anche e soprattutto provando a convincere il maggior numero possibile di russi.
È questa la doppia sfida che oggi si trovano di fronte Navalny e la sua squadra: resistere alla repressione facendo crescere tra la popolazione l’idea che la Russia di Putin, corrotta e arretrata, non sia un paesaggio immutabile.
Navalny è in arresto dal 17 gennaio, ma in queste settimane la sua rete ha dato prova di notevoli capacità  di organizzazione e mobilitazione.
Anche qui, le donne, come è normale nella società  russa, sono in prima linea.
Yulia Navalnaya, la moglie di Navalny fermata e poi rilasciata ieri dalla polizia di Mosca, è già  un punto di riferimento per l’opposizione. “Ha carisma e fascino, è una persona creativa e coraggiosa e può facilmente sostituire suo marito se necessario”, spiegava un paio di settimane fa l’esperto di politica russa Konstantin Kalachev all’Afp.
Laureata in Relazioni internazionali, ex funzionaria di banca, Yulia ha 44 anni, di cui più di venti trascorsi al fianco di Navalny, con cui ha due figli. La più grande, Daria, è studentessa alla Stanford University e sembra aver ereditato dai genitori la passione politica.
Un ruolo determinante lo sta svolgendo il canale YouTube Navalny Live, la cui produttrice è Lyubov Eduardovna Sobol, 33 anni, avvocato della Fondazione per la lotta alla corruzione (Fbk) fondata da Navalny e membro del Consiglio di coordinamento dell’opposizione russa (2012-2013).
Kira Yarmysh, 31 anni, è portavoce e assistente di Navalny: anche lei, come Navalnaya e Sobol, è stata fermata nel corso delle recenti proteste.
Il team di Navalny può contare sull’esperienza di Leonid Volkov, 40 anni, stratega dell’Information technology e co-fondatore della Società  per la Protezione di Internet.
Già  capo della campagna di Navalny per le elezioni presidenziali del 2018 e successivamente della campagna per lo “sciopero degli elettori”, Volkov vive all’estero ma sta svolgendo un ruolo di primo piano nel fare da megafono “al potere e alla forza che stanno dimostrando i cittadini russi”.
Il Cremlino ha provato a giustificare gli oltre 5mila arresti di ieri sostenendo che a prendere parte alle proteste sono stati “teppisti e provocatori”.
Ma il punto è che il movimento di opposizione non è mai stato così forte nella Russia di Putin.
A sottolineare l’unicità  di questo momento in Russia è Aldo Ferrari, docente all’Università  Ca’ Foscari di Venezia e direttore del Programma di Ricerca su Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’Ispi.
“Qualcosa di simile è avvenuto negli anni 2011-2012, ma oggi la situazione è molto diversa. A innescare le proteste di allora fu la decisione di Putin di candidarsi per il terzo mandato. Oggi a scendere in piazza è più o meno lo stesso tipo di persone, ma con una forza e un’organizzazione molto maggiori”, osserva Ferrari.
“Si tratta soprattutto di persone relativamente giovani, tra i 20 e i 40 anni, ma molti anche più giovani, che vivono nelle città  principali, Mosca e San Pietroburgo, ma questa volta anche in tante altre città  provinciali, il che dimostra il rafforzamento del sentimento di insoddisfazione e protesta”.
Putin oggi si trova ad affrontare un problema notevole: il mutare di un’opposizione che ha, seppur in carcere, un leader carismatico e che sta crescendo.
Come cresce la pressione internazionale, guidata dalla nuova amministrazione americana: la dura condanna di Washington rende più difficile per l’Unione europea non condannare gli arresti e la repressione del dissenso, tanto che l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell ha già  messo in chiaro che il tema verrà  trattato durante la sua visita a Mosca venerdì prossimo.
Negli auspici di Parigi, il caso Navalny dovrebbe convincere Berlino ad abbandonare il progetto di gasdotto Nord Stream 2, ma una portavoce di Merkel ha chiarito che la linea del governo non cambia, anche se per ammissione del vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo, Dmitry Medvedev, non c’è alcuna certezza su “quando” l’opera verrà  portata a termine.
Di fronte alla forza inedita dell’opposizione e alle critiche internazionali, le autorità  russe se la prendono — oltre che con Navalny e gli Usa — con “l’ingerenza di Twitter”.
Putin aveva già  lanciato il suo anatema nel suo discorso di qualche giorno fa a Davos: Twitter, Facebook e le grandi piattaforme digitali “non sono più solo giganti economici: in alcune aree sono già  de facto in competizione con gli Stati”.
Oggi è stato Medvedev a rilanciare le accuse, sostenendo che l’algoritmo di Twitter suggerisce il profilo di Navalny ai suoi nuovi utenti russi. ”È capitato a un mio amico di recente, era il primo profilo consigliato”, ha detto in un’intervista ripresa dalla Tass.
Secondo Ferrari, questo nervosismo crescente fa presagire “una possibile stretta sui social media da parte delle autorità . Finora i social media sono stati sostanzialmente lasciati in pace, non ci sono state particolari censure. La circolazione delle informazioni su internet, malgrado alcune restrizioni, è relativamente libera rispetto ad altre sfere dell’attività  pubblica russa, a partire da quella politica”.
Di sicuro il caso Navalny è unico nel panorama russo. “Nella Russia di Putin — ricorda l’esperto Ispi – non c’è mai stata una vera opposizione politica. Anche i leader liberali filo-occidentali che negli anni Novanta e all’inizio degli anni Duemila avevano una certa visibilità  sono sostanzialmente scomparsi dalla scena politica. Il più famoso, Boris Nemcov, venne assassinato nel 2015 in circostanze poco chiare. Il volto reale dell’opposizione, l’unico che abbia saputo avere un peso effettivo, è proprio quello di Navalny e del gruppo che si è riunito intorno a lui”.
A cosa è dovuta questa unicità ?
“Probabilmente — osserva Ferrari – al fatto di essere riuscito, in questi anni, a cavalcare non una generica opposizione occidentale filo-liberale che desta il sospetto di molti russi, ma a toccare un aspetto che a molti russi (anche lealisti nei confronti di Putin) dà  fastidio, vale a dire la corruzione”.
In Russia la corruzione è forte e capillare: “buona parte della società  vede malvolentieri il fatto che si sia creata un’elite di persone che, sulla base di un sistema fortemente corrotto e clientelare, si sono impadronite della maggior parte delle ricchezze del Paese”, prosegue Ferrari.
“Facendo leva su questo risentimento diffuso in tutta la società  russa, tranne presso chi è beneficiario di questo sistema, Navalny riesce ad avere successo anche su fasce dalla popolazione che di per sè non sarebbero anti-sistema. Inoltre, non bisogna dimenticare che Navalny, almeno da giovane, aveva delle posizioni nazionaliste. Fatico a dargli una definizione politica. Sicuramente è un uomo molto coraggioso, che sta sfidando un potere fortissimo, che insiste molto sulla necessità  di una Russia meno corrotta e più moderna, in grado di completare quei processi di modernizzazione e democratizzazione che sostanzialmente, dopo la fine dell’Unione Sovietica e del sistema comunista, sono state interrotte da Putin. Putin ha privilegiato la stabilità  del sistema allo sviluppo dell’economia e della società  russe. Navalny vorrebbe portare la Russia in uno stadio successivo di fuoriuscita dal modello comunista sovietico”.
L’incognita, adesso, è fino a che punto il movimento d’opposizione sarà  in grado di crescere. “Navalny sta raccogliendo il consenso di una minoranza riformatrice importante; bisognerà  vedere quanto compatta sarà  la maggioranza silenziosa che finora, un po’ per interesse un po’ per quieto vivere, è rimasta fedele al presidente. Per chi si è formato sotto l’Unione sovietica, il concetto di libertà  è diverso rispetto al nostro”, sottolinea ancora Ferrari. “La maggior parte dei russi si sente comunque libera perchè può fare tantissime cose che in epoca sovietica erano vietate. Il bisogno di cambiamento è più pressante per le nuove generazioni, che spesso hanno viaggiato o studiato all’estero e conoscono una dimensione più ampia della libertà ”.
In questi decenni c’è stato un interscambio eccezionale di studenti tra la Russia e il resto del mondo. Allo stesso tempo, il Paese attraversa una crisi demografica: malgrado la sua immensa estensione geografica, ha solo 145 milioni di abitanti e il trend è in diminuzione. In questi anni sono emigrati moltissimi russi, soprattutto persone simili a quelle che stanno manifestando: persone colte, preparate, che si sentono a disagio nella Russia di Putin e preferiscono andare altrove, in alcuni casi diventando dei ponti tra l’estero e chi resta in patria.
“Il problema chiave di ogni situazione di questo genere è capire quanto forte sia quantitativamente questa opposizione”, conclude Ferrari. “Nelle prossime settimane sicuramente queste manifestazioni continueranno, ma bisognerà  vedere come. Potrebbe configurarsi uno scenario bielorusso, con proteste che vanno avanti da mesi ma sostanzialmente incapaci di abbattere l’uomo forte al potere. Siamo in una fase decisiva per capire come potrà  evolvere la situazione. Se è già  sceso in piazza tutto il nucleo di coloro che sono disposti a correre dei rischi importanti, vista anche la violenza della repressione, per opporsi alla situazione attuale, è probabile che pian piano la forza dell’opposizione scemerà . Se invece i manifestanti riusciranno a rimanere saldi, e soprattutto a convincere chi ancora non è sceso in piazza, la situazione potrebbe compromettere la stabilità  del potere putiniano. Sicuramente siamo di fronte a un momento importante per la storia del Paese”.

(da “Huffingtonpost”)

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