Gennaio 14th, 2018 Riccardo Fucile
FUGGITO DAL GAMBIA E PERSEGUITATO DAL DITTATORE JAMMEH, POI LE TORTURE… “DOPO DUE MASTER SOGNO DI DIVENTARE PRESIDENTE DEL MIO PAESE”
Le onde gelide che schiaffeggiano il gommone. Le urla di terrore dei compagni di viaggio
ammassati uno sull’altro. La brutalità degli scafisti.
Quando prende sonno, poche ore a notte, Alagie Jinkang ha ancora gli incubi. E la sua mente torna al novembre 2013, quando ha attraversato il Mediterraneo su una carretta del mare. «Ero certo che sarei morto, ma siamo sopravvissuti tutti», racconta oggi.
Della traversata non parla volentieri. Non perchè sia una ferita aperta. «Adesso sono un’altra persona, ho voltato pagina. Non sono più il ragazzo fuggito dalla Libia su un barcone. Per fortuna sono diventato altro», dice sorridendo poco prima di imbarcarsi su un volo per Valencia.
In Spagna continuerà il dottorato di ricerca in giurisprudenza (specializzazione in diritti umani) iniziato all’università di Palermo.
La nuova vita di questo ragazzo gambiano di 28 anni inizia quando sbarca a Pozzallo. «Il mio primo pensiero era imparare l’italiano. Ho subito cercato una libreria, anche se non avevo un soldo».
Il commesso, poi diventato suo grande amico, gli regala un vocabolario. E gli dà il soprannome con cui lo conoscono ancora tutti: il professore. Ma la vera salvezza di Alagie ha i volti sorridenti di Enzo Bozza e Rosaria Palumbo, una coppia di torinesi in vacanza a Pozzallo.
Lo conoscono al Caffè Letterario e lo «adottano», offrendogli l’opportunità di seguirli sotto la Mole. «Ci ha stupito perchè chiedeva solo di poter studiare. Era il suo più grande desiderio», racconta Enzo Bozza, che ora Alagie chiama papà .
L’occasione della svolta arriva da una borsa di studio vinta all’International university college (Iuc) di Torino, dove nel 2016 ottiene il master in diritto, economia e finanza comparati, e di cui oggi è ricercatore.
Come è evidente, Alagie non è partito per disperazione. Ma ha vissuto lo stesso inferno di migliaia di persone fuggite dall’Africa. In Gambia non ha mai fatto la fame: era professore di inglese e giornalista. E anche attivista politico: la sua condanna.
Durante le lezioni racconta agli studenti di avere un pensiero critico, denunciando la corruzione e i soprusi di Yayha Jammeh, dittatore che ha insanguinato il Gambia dal ’94 fino al 2016.
«Gli altri insegnanti mi guardavano storto. “Ti metterai nei guai”, mi ripetevano». Ed è stato così. Arrivano le prime minacce e Alagie è costretto ad abbandonare la scuola. Torna al suo villaggio, che trova dilaniato dall’estrazione clandestina di diamanti e minerali destinati al presidente-dittatore.
Denuncia la sua scoperta con un’inchiesta su un giornale locale e poco dopo viene arrestato e portato in un campo di lavoro. «Più che prigionieri politici eravamo schiavi. E ci torturavano», racconta. Dopo due tentativi falliti riesce a scappare, «altrimenti sarei morto lì».
Prima raggiunge il Senegal, poi continua la fuga in Mali. L’odissea è solo all’inizio: attraversa il Burkina Faso e il Niger. Poi arriva in Libia, dove conosce di nuovo la schiavitù.
«Ma nella disgrazia sono stato fortunato. Uno dei trafficanti di esseri umani ha scoperto che ero musulmano e mi ha preso a casa sua per fare le pulizie», racconta.
Ma dopo alcuni mesi viene cacciato e consegnato a uno scafista. «Io non volevo andare in Italia, ero terrorizzato». Dalle spiagge di Tripoli parte nel viaggio da incubo che ancora oggi lo tormenta di notte.
A Torino ha ricominciato da zero grazie al visto umanitario, l’affetto della famiglia adottiva e il master allo Iuc.
«Ho girato tutta l’Europa, in nessun posto ho trovato lo stesso calore dei fratelli italiani», sorride. Ma il suo futuro è lontano da qui.
«Finito il dottorato tornerò in Gambia, voglio cambiare il mio Paese». Prima dalle cattedre universitarie.
«Vorrei modificare la mentalità della scuola. Gli atenei tradizionali sono destinati alle èlite che creano dittatori». In questi anni ha continuato a scrivere sui giornali del Gambia: «Spiego ai miei connazionali che l’Europa non è il paradiso. Voglio evitare che altri vivano le tragedie che ho vissuto io».
Ma la sua missione è sconfiggere la corruzione che crea povertà . «Dopo la scuola voglio entrare in politica. Per migliorare il Paese, non per fare soldi».
La politica, d’altronde, è nel suo Dna. Prima di essere arrestato si era candidato come parlamentare con il partito Gambia Moral Congress. Ma il presidente decise di cancellare le elezioni. «Il mio sogno? Diventare il presidente del Gambia».
«Ci siamo fatti promettere che ci ospiterà nel palazzo presidenziale», scherza il padre adottivo Enzo Bozza.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 14th, 2018 Riccardo Fucile
A BAD KLEINKIRCHHEIM SOFIA, FEDERICA E NADIA ENTRANO NELLA LEGGENDA DELLO SCI
Si colora di azzurro il podio della libera femminile di coppa del mondo di Bad Kleinkirchheim, in Austria.
Vince Sofia Goggia che chiude con il tempo di 1’04”00, alle sue spalle due compagne di nazionale: Federica Brignone, vincitrice ieri del superG, è seconda in 1’05”10, terza è Nadia Fanchini in 1’05”45.
Una tripletta storica, un risultato che incoraggia aspettative importanti a meno di un mese dai Giochi di Pyeongchang.
“E’ stata una giornata pazzesca, oggi ho sentito davvero qualcosa di speciale nella mia sciata” ha detto la Goggia
Ai piedi del podio, dietro le tre azzurre, la francese Tiffany Gautier che con il pettorale 35 ha chiuso in 1’05”59 precedendo Tina Weirather, Liechtestein, 1’05″74, sesta la svizzera Michelle Gisin, 1’05″85, settima l’austriaca Stephanie Venier, 1’06″06, ottava l’elvetica Lara Gut, 1’06″13. Le altre azzurre: decima Marta Bassino (1’06”08), 24esima Johanna Schnarf (1’06″67), 31esima Anna Hofer (1’07”41), 37esima Federica Sosio (1’08”96).
Per la Goggia si tratta della terza vittoria in coppa del mondo dopo le due dello scorso anno in Corea (libera e superG).
In questa stagione la 25enne di Bergamo era salita tre volte sul podio: seconda e terza nei due superG in Val d’Isere e terza nello slalom gigante di Kranjska Gora.
Per la Brignone è il 23° podio in carriera, per la Fanchini il 14°, il primo dopo quasi due anni.
La dedica è ovviamente per la sorella Elena, che nei giorni scorsi ha annunciato lo stop alla gare per curare un tumore: ”Non è stato facile per me che vengo da una serie di infortuni ed operazioni alle ginocchia e per quello che sta succedendo a mia sorella Elena. Ma è stata una grande impresa che dedico proprio a lei”.
Si è gareggiato sulla pista intitolata al leggendario campione locale Franz Klammer solitamente riservata alle gare maschili.
Il tracciato, accorciato rispetto a quello del superG, presentava un fondo ghiacciato e molto veloce che ha esaltato coraggio e tecnica delle azzurre.
“Le gare con un fondo ghiacciato come oggi sono le condizioni che ci esaltano. Sono gare in cui bisogna ‘aver pelo’ per scendere veloci”, ha detto Federica Brignone.
“Sono stata anche fortunata perchè abbassando la partenza a quella del superG hanno tolto il pianetto iniziale”, ha aggiunto confermando che le azzurre preferiscono come sempre i tratti ripidi e lì hanno costruito il loro trionfo.
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2018 Riccardo Fucile
LA PEGGIORE CAMPAGNA ELETTORALE DELLA STORIA ITALIANA DOVE MANCANO RIFERIMENTI IDEALI, COERENZA, ETICA, PASSIONE E CAPACITA’ DI SOGNARE
Col passare degli anni siamo sempre più passati dal “voto di opinione” a quello “di
mera appartenenza”.
Fino ad una quindicina di anni fa, tanto per consumare un riferimento temporale, ci si sforzava di votare per le idee, per uno schieramento incarnante determinati valori e visioni. Si rincorreva il “sogno”. Lo facevamo noi elettori, ma anche i “partiti” ed i relativi schieramenti, ci provavano.
Oggi, invece, sembra di assistere alla perenne pantomina dell’inciucio sostanziale.
Si arriva a far parte, a votare ed a sponsorizzare finanche una “ammucchiata di fatto”, ovviamente travestita da coalizione, pur: 1) di continuare a sentirsi parte di qualcosa; 2) ovvero per assuefazione; 3) ovvero, e peggio ancora, per mancanza di voglia e di coraggio, fosse anche soltanto etico…
Quella di questo periodo è la campagna elettorale più brutta che io ricordi. Gli schieramenti sono soltanto potenziali. Si basano su intese di massima. Non sono realmente vincolanti.
Qualora non si raggiungesse il quorum previsto, ognuno farà per se. Le stesse idee di fondo sono annacquate, stantie, ripetitive.
Molte proposte sono del tutto prive di senso, di fondamento e di prospettiva. Non rappresentano un progetto destinato a durare nel tempo.
Non sono un vero e proprio movimento: sono soltanto un cartello per cercare di accaparrare voti per riuscire a far sedere qualche “deretano pesante” su uno scranno. Un marketing meramente “accattorio”. Di realmente valoriale, di autentico, nella maggior parte dei casi, non c’è proprio nulla.
Nel marasma generale – e generalizzato – bisognerà saper scegliere, quindi..
Meglio partecipare al gioco “dell’appartenenza” o badare alla sostanza delle idee, delle visioni e delle prospettive?
Il voto, meglio esprimerlo o evitare?
E, per l’ipotesi affermativa, meglio votare le idee o l'”ammucchiata di fatto”?
“Vendersi” al miglior offerente, magari rinnegando anni di impegno, o essere persone serie?
Rimanere fedeli alle proprie idee o accontentarsi di un compromesso al ribasso?
Ognuno avrà la sua, personale risposta.
Per quanto mi riguarda, guardo alle idee. Alla prospettiva ed al valore (umano e professionale) delle persone che le sostengono e che le portano avanti.
La “pagnotta” non mi interessa. Non mi è mai interessata. La passione, l’autenticità della condotta e l’etica, almeno per quanto mi riguarda, non hanno prezzo.
Per riuscire a servire il mio Paese. Per riuscire a fare il mio piccolo dovere di Cittadino. Per esercitare in modo degno quella “sovranità che mi appartiene”, bado ai sogni.
Mi faccio guidare dalla passione profonda e sincera.
Quelle cose che ti si leggono negli occhi, ed anche quando taci…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Gennaio 10th, 2018 Riccardo Fucile
LA STORIA DEL LUSTRASCARPE SIRIANO KHALED E L’UMANITA’ DI CHI GLI REGALA UN ABBONAMENTO A VITA
Guardava la palestra da fuori, il poggiapiedi legato dietro le spalle. Qualcuno l’ha fotografato, e per Mohammed Khaled è arrivato il regalo più desiderato. Un abbonamento a vita proprio a quella palestra che aveva ammirato da fuori.
È la storia che arriva dalla Turchia, protagonista un rifugiato siriano di 12 anni, Mohammed Khaled, che lavora come lustrascarpe nel sud del Paese.
L’hanno fotografato mentre, da dietro il vetro, guarda chi si allena all’interno di una palestra. La foto è rimbalzata sui social, condivisa da migliaia di persone, il proprietario della palestra Engin Dogan ha deciso di regalare al ragazzo un abbonamento alla palestra per la vita.
«È uno dei membri del nostro club ora» ha raccontato ai media turchi. E poi è arrivata anche l’immagine di lui, davanti alla palestra, con gli altri che lì si allenano.
«Mi hanno aiutato – ha raccontato Khaled – ho sempre sognato di perdere peso e credo di poterlo fare ora allenandomi».
«La sua storia mi ha toccato tantissimo, perchè questo ragazzino non aveva niente» ha sottolineato un altro dei proprietari della palestra.
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 6th, 2018 Riccardo Fucile
CHIAMIAMO I POMPIERI PER LIBERARCENE, MA FA PARTE DI NOI… LE MIE BEFANE SENZA REGALI E QUEL CARBONE ARDENTE PER I POLITICI
Eh sì… Volevo parlare della befana, visto che torna al tempo giusto. E lo fa con la neve, che finalmente arriva quando deve. L’epifania vera è questa, la neve. Come dice l’etimo greco, si è manifestata.
E tante volte non ha misura, non deve averla, non ha sentimento, vien giù d’inverno. Noi non abbiamo più il contatto con la neve perchè non abbiamo più tempo. E chiamiamo i vigili del fuoco per liberarci l’auto in cortile.
Non abbiamo più il «Senso di Smilla per la neve». E’ come il dolore, torna abbondante, ma porta bene, gioia.
E sapete perchè? Perchè è dentro di noi, fa parte della memoria biologica. Ci piace per questo. Un bimbo di 3 o 4 anni se la mangerebbe. Ce l’abbiamo dentro, come l’acqua di un torrente, come un bosco.
Mio nonno mi diceva: «La neve è come l’anima dell’uomo, si sporca subito». Lui voleva che io seguissi le sue orme, senza lasciar altre tracce nella neve, proprio per non sporcarla.
Solo che lui era alto un metro e 97 e per me voleva dire fare un salto dopo l’altro. Della neve non si ha nostalgia, ma memoria. Nostalgia che non ho neppure per la befana. Mi vengono in mente le mie befane d’antan che avevano anche una loro valenza che vi spiego.
Le invocazioni
C’è una leggenda qui da noi, nella montagna dove non nevica firmato, che la befana è una donna infelice ed eternamente vagante perchè non ha ricevuto il battesimo. Adesso vi racconto il perchè. È una storia del mio paese. Lei invocava San Giovanni Battista affinchè la battezzasse, lui non voleva e le consegnò due ceste. Le disse: «Vai a prenderle piene d’acqua così ti battezzo». La befana andava a riempire le ceste ma quando arrivava da San Giovanni le ceste erano vuote. Se fosse furba oggi a Cervinia caricherebbe le ceste di neve e richiamerebbe San Giovanni dicendogli: «Ecco scioglila e poi battezzami». Non credo la vedrete.
Quando ero piccolo non ho mai amato nè la befana nè il bambin Gesù.
Eravamo tre fratelli e mia mamma ci abbandonò in tenera età . E mio padre lo stesso. Mia nonna per cavarsela dall’imbarazzo e dal dolore che il bambin Gesù non ci portava regali e nemmeno la befana, diceva che eravamo stati cattivi e ci riempiva le calze di carbone (quello vero).
Una volta adulto ho capito il dolore di questa vecchia che non potendo farci regali perchè eravamo in miseria nera si salvava affermando che eravamo stati cattivi. Dunque, quella sera bruciavano i falò sulle piazze con sopra, come impalata, l’immagine della befana.
Nella parte che andava in fumo il più anziano del paese prevedeva il futuro di quell’anno. Ovviamente non ci azzeccava mai.
La befana aveva anche un valore di ripresa, cioè veniva a prendersi le feste. È anche per questo che nella mia infanzia non la sopportavo. Veniva a toglierci le piccole gioie di vedere gente muoversi, ridere.
In quel periodo era il tempo – e parlo fino agli Anni 60, poi ci fu il Vajont – di tirare con le slitte il letame sui campi. La befana aveva il compito di aprire la traccia nella neve fresca affinchè i montanari fossero agevolati.
C’erano molte credenze su questa donna, ad esempio che se la vedevi in faccia veramente per quell’anno non avevi più pace.
Quando diventai adulto e seppi la verità sul bambin Gesù e sulla befana fui liberato come da un incubo e tutto si addolcì nel ricordo della nonna, che spacciandoci per cattivi risolveva a modo suo la mancanza di regali.
Dentro quella miseria che rasentava l’indigenza noi siamo cresciuti e se oggi la penso in un certo modo è anche perchè mi sono rassegnato a non avere regali da nessuno. Una cosa che mi spaventava fino ai 9-10 anni era che quella sera un uomo a turno tagliava il fondo di una gerla, vi saltava dentro e davanti metteva il fantoccio della befana: lui camminava con le sue gambe dentro la gerla ma spuntavano solo la testa e le spalle e sembrava fosse la befana a camminare nella gerla.
Poi fingevano che la stessa befana portasse lo stesso uomo dentro il falò e bruciasse con lui. Noi bambini, non sapendo che lui sgattaiolava prima, pensavamo si friggesse nelle fiamme. Non è che rimpianga quelle befane. Ogni tempo ha i suoi usi, oggi magari la befana va in giro con il tablet, ma non perde il suo fascino, soprattutto quando arriva il suo giorno e c’è tanta neve.
Dalle miniere del Belgio
Se fossi un befano oggi, sembra retorico ma purtroppo è così, a certi politici porterei carbone ardente.
Risparmierei per la quasi sua innocua dolcezza Gentiloni, ma per il resto non so se le miniere del Belgio possano dare carbone da regalare a tutti gli altri politici (a Berlusconi no soltanto carbone esausto).
A quelli che hanno rubato il carbone glielo metterei in mano. I banchieri, che hanno portato alla rovina la gente, li metterei a sedere con il culo nudo sui tizzoni appena levati dal fuoco.
Quelli non aspettano la befana per avere i regali, se li sono fatti da sè.
Sono convinto che, nonostante la frenesia di questa società , le feste di Natale e della befana danno ancora una piccola gioia di speranza. Quando noi ci auguriamo buon anno e buona continuazione il giorno della befana, dobbiamo sapere che il 50% delle cose che vanno male ce le crea il destino, o come dicevano i Greci il fato, la sorte, ma l’altro 50 ce lo andiamo a cercare.
Auguro a tutti un anno buono, mite e creativo.
Poi, succeda quel che succeda.
Mauro Corona
(da “La Stampa“)
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Dicembre 27th, 2017 Riccardo Fucile
UNA RETE PER I BAMBINI IN AFFIDO… CI SONO SCUOLA, BAR , RISTORANTE E CENTRO PER L’AFFIDO
È uno dei primi pomeriggi di neve dell’inverno lombardo, i quattro bambini scendono
dalla macchina non appena parcheggia e si buttano zaini in spalla nel cortile per fare a palle.
Una raggiunge in pieno Maria Grazia Figini che non aspetta altro, agguanta un po’ di neve e si mette a giocare con loro.
I bambini portano sul viso i tratti di tutti i continenti del mondo ed è impossibile capire chi sia figlio di chi.
Poi, con la stessa velocità con cui sono arrivati, si dileguano nelle case intorno.
Cometa, l’associazione di famiglie affidatarie nata a Como intorno ai fratelli Figini (oltre a Maria Grazia ci sono Erasmo e Innocente), è così: un caos disciplinatissimo e allegro di volti e storie che si incontrano in uno spazio comune, sotto le parole del Vangelo dipinte in rosso sulle pareti di ogni stanza e con al centro i bambini.
La chiamata di don Giussani
Nel tempo questo spazio di accoglienza, nato su impulso del fondatore di Comunione e Liberazione don Luigi Giussani che a fine anni 80 chiamò Erasmo stilista di tessuti per l’arredamento oggi 69enne chiedendogli di prendersi cura di un bimbo sieropositivo abbandonato da tutti, è diventato così tante cose che è difficile definirlo in un modo solo. «Non ci siamo sviluppati seguendo un progetto organico, ma rispondendo di volta in volta a delle richieste» dice Erasmo.
L’isolamento
«Aprire la nostra casa a quel ragazzo ci ha cambiato. All’inizio è stato difficilissimo – spiega -, all’epoca la gente aveva paura e ci avevano isolati. Mi ha dato una mano solo mio fratello, che è oculista: prima dal punto di vista medico e poi su tutto il resto».
Quel bimbo, che adesso ha 35 anni e una vita «normale», è rientrato dopo qualche anno nella famiglia di origine, ma i fratelli Figini grazie all’esperienza con lui hanno deciso di fare dell’accoglienza una scelta di vita.
Hanno costruito sulle colline che guardano il lago di Como una grande casa dove sono andati a vivere con le loro famiglie: i figli naturali e quelli che via via hanno preso in affido. Tutti indistintamente chiamano i genitori «mamma» e «papà ».
Unire le esperienze
Nella cascina con loro adesso ci sono altre tre comunità familiari (ogni coppia può prendere in affido massimo sei bambini) unite dalla stessa fede, accanto c’è la grande scuola professionale, un bar e un ristorante gestiti dai ragazzi che fanno formazione-lavoro, una struttura per l’affido diurno.
E poi ancora, in città , un centro per i bimbi con difficoltà evolutive; lo spazio per le famiglie che sostiene i genitori in difficoltà con psicologi e mediatori; la falegnameria e il centro tessile dover i ragazzi e le ragazze imparano un mestiere.
Sono 130 i minori dati dai servizi sociali in affido diurno a Cometa: bimbi e ragazzi che affollano, divisi per età e le teste di tutti i colori chine sui libri, gli stanzoni del centro.
Il liceo del Lavoro
«Dopo la scuola pranzano qui – dice Erasmo – e dopo li assistiamo nello studio con volontari ed educatori». Lui sta per andare a dare le «commesse» agli studenti del «Liceo del lavoro»: incarichi in cui devono produrre veri lavori di falegnameria tessili.
«Abbiamo capito che per questi ragazzi fare era essenziale – racconta -: negli stage nelle aziende erano bravissimi, a scuola indisciplinati. Uno di loro mi spiegò perchè: “Lì è per davvero, in classe per finta”. Abbiamo deciso di fare sul serio anche qui».
La scuola è curata e progettata nei minimi dettagli proprio da Erasmo: «Essere circondati dalla bellezza fa sentire a questi ragazzi che hanno un valore» dice.
L’”adozione mite”
E restituire un valore centrale ai minori è la missione dichiarata di tutto il progetto Cometa. «È il punto che non dobbiamo mai perdere di vista, neppure nel dibattito su come migliorare le leggi – chiarisce il direttore di Cometa Alessandro Mele -. Spesso ci si divide tra i fautori dell’affido in famiglia e di quello in comunità : è sbagliato, bambini diversi hanno bisogno di soluzioni diverse in momenti diversi della loro vita». L’esperienza sul campo gli ha insegnato che non funziona neppure la distinzione netta tra affido e adozione: «Oggi possono essere adottati solo i bimbi in stato di abbandono. Ma spesso – dice – ci sono bambini che non sono soli ma hanno scarsissime probabilità di rientrare in famiglia perchè i genitori sono in situazioni troppo compromesse. Per loro ci vorrebbe un’adozione mite, che mantenga un legame con la famiglia d’origine ma anche di avere dei genitori adottivi con cui crescere. Nella vita non bisogna mai tagliare i legami, è meglio aggiungerne».
L’importanza di far rete
Cometa è tra le associazioni che in Lombardia hanno spinto per una legge che riconosca le Reti di famiglie affidatarie, su cui sta lavorando la Regione. «Le reti sono fondamentali», dice Pasquale Addesso 37 anni, avvocato, che con la moglie Annalisa, anche lei 37enne è una delle 60 coppie affidatarie di Cometa (non ci sono single). «Negli affidi hai tante complicazioni pratiche che sembrano insormontabili se le affronti da solo ma superi se hai accanto qualcuno che ci è già passato».
Progetto educativo
Fare rete – spiegano a Cometa – significa anche avere fondi comuni e poter pagare psicologi e specialisti che aiutino nel progetto educativo. Pasquale e Annalisa hanno preso in affido un 15enne straniero arrivato in Italia da solo, poi un neonato in pre-adozione e ora una coppia di fratellini. Nel frattempo hanno avuto due figli insieme. «Se c’è una cosa che questa esperienza ci ha insegnato – dice lui –- è che anche i bimbi che hai generato non sono “tuoi”. Ti sono affidati proprio come gli altri: devi accompagnarli tutti alla vita».
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 26th, 2017 Riccardo Fucile
UN INTERVENTO RAPIDO, EFFICIENTE E LA TIPICA SOLIDARIETA’ E UMANITA DEL MERIDIONE
La strada che collega Genova e Napoli è un viaggio nel tempo in queste Feste del 2017. 
Due città di storia e cultura simbolo del nostro Paese sono a 700 chilometri di code e stress, perchè le alternative per “raggiungersi” sono poche.
Una sola compagnia aerea a collegarle e una tratta ferroviaria che obbliga al cambio a Roma.
E il viaggio in macchina, così, diventa una sorta di ritorno al passato, come se si avessero ancora carri e cavalli per attraversare l’Italia, come se questa Nazione fosse ancora ferma al palo della storia a cui attaccare i buoi all’arrivo in locande trasformate in autogrill e caselli dove si paga il pedaggio di infrastrutture ancora ferme agli anni in cui sono state create.
Il Tirreno lo vedi poco, ma sai che è lì sulla tua destra, lasciando la Superba alle spalle, guardando la sua meraviglia dallo specchietto retrovisore mentre ti allontani e ricordandola come un miraggio fino a Partenope.
Il mare lo tieni in mente e le sue onde sono quelle che vorresti navigare, senza incidenti come quello all’altezza di Firenze che fa bloccare il traffico per due ore e mentre si teme l’arrivo a Roma dove si sa che pure se si è partiti all’alba ci sarà l’inferno di tanti altri che agognano il Sud.
La barriera del casello autostradale della Capitale è un muro da scalare, fin quando il terzo rifornimento del viaggio diventa la sosta che rigenera ossa e muscoli da una postura ormai irrimediabilmente mutata.
Dopo che l’ultimo tratto Caserta-Napoli è una due ore di zig zag per lavori in corso, si arriva finalmente in tangenziale. Sono passate otto ore e mezza e il Vesuvio sembra prendersi gioco del groviglio di metallo e corpi che viaggiano su ruote stremate.
L’ennesimo sospiro di sollievo è la colonna sonora che ha preso il posto di tutte le playlist che si sono consumate.
Ma lì dove il viaggio sarebbe dovuto terminare, inizia l’avventura.
Il cammino finisce, effettivamente. Ma in maniera drammatica.
La macchina “genovese” si pianta. Il motore si spegne, in corsia di sorpasso, e non ne vuole più sapere di partire.
Il traffico, in questo caso, diventa però una “salvezza” e nel poco spazio disponibile, dopo aver piantato il triangolo sull’asfalto come se fosse un paletto nel cuore della strada vampira che sta togliendo anche l’ultimo anelito di speranza, si rimane nel vuoto, certi che un miracolo non possa accadere. Ma invece succede.
In nemmeno un quarto d’ora, il dramma si conclude in una inusuale favola di Natale con due re magi che arrivano a bordo di una pattuglia della stradale: il sovrintendente Procolo Scotti e il sovrintendente Rosario Perrotti.
Due parole, nella rapidità di un’azione da film americano: «Salite in macchina e mettete in folle». In testa si ha ancora l’immagine di un qualcosa che non succederà : perchè non c’è bisogno del carroattrezzi e in pochi attimi la coppia della stradale risolve quella che poi definiranno una «situazione da emergenza vita».
La macchina della polizia napoletana è, infatti, “speciale”: ha un cuscinetto sul paraurti e così il mezzo viene spinto fino all’area di servizio a meno di un chilometro di distanza.
Sono passate più di undici ore dalla partenza, Genova nello specchietto è un riflesso sbiadito ma nell’area di servizio della Esso, all’uscita di Capodimonte, il Natale da incubo si trasforma in una piccola festa di benvenuto a Napoli.
I due poliziotti offrono il caffè, i ragazzi del bar l’acqua per il cane, tutti un sorriso e un’umanità che risplende più delle luminarie delle Feste.
E il lungo viaggio da Nord e Sud, grazie a due uomini in servizio che vedranno il riposo solo alla fine di un lungo turno di notte, diventa improvvisamente una piccola, grande storia a lieto fine. Venti minuti di soccorso stradale che hanno modificato un’intera giornata in un momento sospeso nel tempo: un “incubo” finito in una calda realtà .
(da “il Secolo XIX”)
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Dicembre 25th, 2017 Riccardo Fucile
NEI MESSAGGI DEL PAPA QUEST’ANNO CE N’E’ PER TUTTI
Mentre il solstizio d’inverno splendeva sull’oro dei mosaici e il cerimoniere spandeva incenso sull’altare dei pontefici, Francesco ha riservato a se stesso e riversato sul mondo senza risparmio il terzo dono dei magi, quello della mirra.
Nella serie “cult” e ad alto share dei Natali televisivi non era infatti mai accaduto che il “verbo” prendesse corpo e s’incarnasse in modo così concreto e provocatorio, sovrapponendo ai passi di Maria e Giuseppe “le orme di milioni di persone che non scelgono di andarsene ma che sono obbligati a separarsi dai loro cari, sono espulsi dalla loro terra”.
Bergoglio la definisce “tenerezza rivoluzionaria”, ma le parole pronunciate nel cuore della notte hanno colpito con durezza inaudita da breacking news, spezzando la tregua elettorale appena iniziata e rilasciando ai migranti, seduta stante, “il documento di cittadinanza”.
Ritirando contestualmente il certificato di battesimo alle democrazie cristiane dell’Est Europa, che nei proclami dell’astro nascente, il trentunenne cancelliere austriaco Sebastian Kurz, rifiutano le quote di Bruxelles e fanno del Danubio la frontiera di una “brexit” spirituale: foriera dello scisma strisciante tra i due cristianesimi, egalitario e identitario, del Papa e dei nuovi guru.
Se la politica rinuncia o elude, Francesco denuncia e allude.
Che più chiaro non si può.
Confermando l’attitudine — abitudine a un uso diretto, dirompente delle scritture, applicate ai problemi del momento, dal Mediterraneo al Rio Grande, da Gerusalemme ai Rohingya, senza mediazioni o interpretazioni.
Ad intra e ad extra: nel Natale “arrabbiato” di Francesco ce n’è per tutti.
Dentro le mura, in Urbe, e contro i muri, nell’Orbe.
Dal discorso del 21 dicembre, che ha proiettato sulla curia e sul tramonto precoce del processo di riforma l’ombra del giorno più corto dell’anno, sino alla benedizione di oggi a mezzodì, che ha posizionato sulla Terra Santa lo zenit dei mediatico, rigettando il fatto compiuto e progettando “la coesistenza di due Stati, all’interno di confini concordati tra loro e internazionalmente riconosciuti”.
Nel suo excursus, Bergoglio assume lo sguardo dei bambini, dal buco nero dell’Africa Centrale, che li rapisce innocenti e restituisce combattenti, al cielo incandescente della Corea, dove la scia luminosa della cometa si confonde con quella dei missili balistici.
Mentre il pianeta si contende Gerusalemme, la Chiesa di Francesco ritorna bambina e si protende a Betlemme: verso le tante, anonime Betlemme che spuntano dalla storia e sbiadiscono nella memoria, fluida, dei contemporanei, ma trovano fissa dimora e promessa fioritura nell’agenda, e sull’atlante, del Romano Pontefice.
Ossia nel programma e nell’organigramma di un prossimo conclave. Rinnovando venti secoli dopo la magia e l’energia rigeneratrice del Natale cristiano.
Fuor e fior di metafora. E’ questo l’epilogo geografico dell’apologo evangelico, nell’orizzonte dell’umanità globalizzata.
Come in un film di Frank Capra o in una fiaba dei fratelli Grimm, al traguardo del quinto anno pontificato, la parabola del Papa venuto dai confini del mondo racconta di sconfitte interne e riforme mancate, sicuramente, ma pure di cenerentole elette regine, immantinente, calzando la scarpetta cardinalizia e scalzando dalla vetta natalizia dell’albero gerarchico nomenclature a lungo intangibili.
Morelia e Mèrida, Les Cayes e San Josè de David, Bamako e Ouagadougou, Bangui e Santiago de Cabo Verde, Port Louis e Port Moresby, Nuku’alofa e Tlalnepantla, Cotabato e Pakse, Dacca e Yangon: dalle sabbie del Sahel alle spiagge dei mari del Sud, dai deserti che spingono alla fuga i diseredati ai sobborghi delle metropoli che li attraggono.
Città semisconosciute o isole sperdute, in fondo alle hit della notorietà e del reddito, ricevono la chiamata degli angeli, alla stregua dei pastori, e vengono ammesse al presepe di Bergoglio, per contemplare da vicino il figlio di Dio e prepararsi un giorno all’elezione del suo Vicario.
Se la “sfinge” curiale — per rassegnata constatazione di Francesco e significativa citazione di Monsignor De Mèrode – rimane impassibile e apparentemente invincibile davanti al tentativo di riformarla, o ripulirla, “con uno spazzolino da denti”, è altrettanto vero che la “piramide” nel suo insieme, a livello globale, risulta spiazzata a tratti spazzata via, progressivamente, dalla più grande redistribuzione di potere geopolitico, e genealogico, nella storia bi-millenaria dell’istituzione.
Al punto da chiedersi quale sia l’obiettivo autentico del Pontefice: tra il bersaglio immobile dell’Urbe, che di anno in anno delegittima e destabilizza con ironia creola (un dentista, restando al celebre paragone del gesuita De Mèrode, osserverebbe che non riuscendo a curare la carie la devitalizza e incapsula, per contenerne il danno), e lo scenario dell’Orbe, dove viceversa il movimento, e cambiamento, si mostrano continui e irreversibili.
Un filo rosso che di viaggio in viaggio, attraverso una tenace, sagace tessitura di nomine cardinalizie, ha modificato la pigmentazione purpurea del mappamondo e collocato le “chiese bambine” in vantaggio su Roma e Gerusalemme.
Un “codice Bergoglio”, che dallo scoglio di Lampedusa e dal groviglio del Bangladesh – Myanmar conduce dritto sulla soglia della Sistina, dove si sceglierà l’eletto al soglio, con il bagaglio di genialità e ingenuità , inesperienza e intraprendenza che l’anagrafe reca in dote.
Mentre risuonano le parole del profeta: “Non sei davvero il più piccolo capoluogo … da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
RICONOSCIMENTO PER IL SUO IMPEGNO QUOTIDIANO NEL SOCCORSO DEI BAMBINI
Il premio è meritato sul campo. Anzi, in cielo.
Dove gli uomini dell’Aeronautica militare italiana volano ogni per molte ore solo per portare a termine la più speciale delle missioni.
Non per difendere i confini o attaccare qualche nemico minaccioso, ma per portare in salvo tanti bambini.
Piccoli che fanno i conti con le malattie già dalla nascita, che rischiano di morire o che vivono in zone d’Italia dove gli ospedali non sono sufficientemente attrezzati per curare patologie che sui neonati appaiono ancora più ingiuste. Ogni volta che un bambino ha bisogno di essere salvato, i militari dell’Aeronautica sono già pronti. Il loro aereo è in pista 24 ore su 24: decolla da Ciampino e nel minor tempo possibile arriva in ogni angolo d’Italia.
Spesso anche all’estero: quando un italiano ha bisogno di cure urgenti e ci sono migranti che rischiano la vita per inseguire il sogno di una vita lontano dalla guerra o quando c’è un italiano che ha bisogno di cure urgenti.
Viaggi disperati ma quasi sempre salvifici. Ed è anche per questo che proprio all’Aeronautica militare italiana l’Unicef ha consegnato il suo premio. «Per l’altissima professionalità — si legge nella motivazione — e il profondo senso di umana solidarietà nell’individuare e soccorrere i migranti in pericolo, riducendo i rischi, che talvolta si tramutano in tragici episodi, soprattutto per i più piccoli e indifesi».
Il lavoro delle squadre dell’Arma azzurra è costante, giorno e notte. Ogni giorno dell’anno. Perchè le chiamate arrivano all’improvviso e da quel momento in poi non c’è più un secondo da perdere. Con una motivazione che è sempre fortissima: salvare un bambino vale più che vincere una guerra. Senza portare a casa una medaglia.
(da “La Stampa”)
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