Ottobre 11th, 2017 Riccardo Fucile
“LO DEVO AI MIEI TIFOSI, HO GUADAGNATO ABBASTANZA PER SFAMARE TUTTA LA SERBIA”
Campione dentro e fuori dal campo. Novak Djokovic aprirà un ristorante per offrire pasti
gratuiti alle persone bisognose. Dopo quello inaugurato nel 2009 a Belgrado chiamato ‘Novak’ e un altro, vegano col nome di ‘Equita’, aperto nel 2016 a Monte-Carlo, questo sarà il terzo locale gestito dall’ex numero uno del mondo, ma con una finalità davvero speciale.
“LO MERITANO PER IL SOSTEGNO”
La notizia, anticipata dai media britannici, è stata confermata con un comunicato dallo stesso Djokovic, diventato nel 2015 il primo tennista nella storia a guadagnare più di 20 milioni di dollari di montepremi in una sola stagione. “Il denaro non è un problema per me – confessa Nole -. Ho guadagnato abbastanza per sfamare tutta la Serbia, penso che meritino questo dopo tutto il sostegno che mi stanno dando”.
IL RIENTRO IN CAMPO
Out per tutta la seconda metà della stagione a causa dei fastidi al gomito accusati a Wimbledon nel match contro Berdych, Djokovic è al lavoro per tornare in piena forma nel 2018 dopo una stagione decisamente negativa. Nel frattempo il campione serbo è diventato papà per la seconda volta (a settembre è nata la piccola Tara) e ha confermato l’accordo con Agassi come suo allenatore.
Ora la notizia di questa iniziativa benefica che gli fa grande onore. Al momento non è ancora chiaro se le persone dovranno dimostrare di avere un reddito basso e non sufficiente per seguire un’alimentazione adeguata o se l’ingresso sarà aperto a tutti.
Quel che è certo è che il ristorante sarà aperto solo di sera, e non chiederà nulla in cambio dai propri clienti. E’ l’ennesima dimostrazione di come il tennis, tra match di esibizione, racchette all’asta e fondazioni personali (come quella di Federer, che esiste da 14 anni) abbia un occhio di riguardo nel campo della beneficenza.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 10th, 2017 Riccardo Fucile
“GLI STESSI OPERAI SONO SEMPRE PIU’ INDIVIDUALISTI E IGNORANTI, VIVONO SU UNA NUVOLA”… “TRENT’ANNI FA QUANDO SONO STATO ASSUNTO PENSAVO FOSSE IL GIORNO PIU’ BELLO DELLA MIA VITA, ORA TI CONSIDERANO MENO DI NULLA”
«Il Jobs act non riesco neanche a pronunciarlo, mi si allappa la lingua solo a provarci. E io
dovrei affidargli tutto, accettare di venire licenziato per poi venire riassunto con un colpo di spugna che cancelli l’anzianità di 30 anni di lavoro, a stipendio ridotto, senza il minimo riconoscimento di quanto fatto fino ad oggi?».
L’unica concessione alla retorica di una vita intera con i piedi ben saldati per terra, passata tra battaglie sindacali e «i lavori più massacranti della fabbrica», l’operaio Aldo Sechi se la lascia scappare nel cuore di un corteo che negli ultimi anni pare diventato «un appuntamento fisso».
Quasi 55 anni, genovese di Sestri, entrato in Ilva nel 1989 come terzo livello operaio e ora «posteggiato» nella squadra adibita alla manutenzione e la pulizia degli impianti, a chi lo incontra nella protesta si presenta come uno dei potenziali esuberi del piano industriale dei nuovi padroni della sua fabbrica («sarà automatico, sono pure sindacalizzato», insiste), ma soprattutto come testimone prezioso dei tempi che cambiano. Ovviamente, «in peggio».
In peggio, senza appello?
«In peggio perchè il giorno in cui mi hanno assunto lo ricordo come un momento di pura felicità , pensavo sarebbe stato il giorno più bello della mia vita. E invece ho scoperto che possono cambiarti le regole del gioco mentre stai ancora giocando».
Dal 1989 ad oggi sono passati anni, governi, gruppi aziendali, rivoluzioni.
«Io ho vissuto la fine dell’acciaio statale, arrivai nell’Ilva dei Riva e già si iniziava a perdere alcune delle conquiste della categoria. Li si chiamava privilegi, ma per chi sul lavoro perdeva la salute, in ambienti in cui ancora adesso vivi un’ora e ne muori due, dovrebbero essere solo un diritto».
E gli operai? sono gli stessi di sempre?
«No, sono pochi, più individualisti, per certi versi pure più ignoranti. In tanti vivono su una nuvola, e lo pagano. Senza accorgersene, perdono soldi, vita, diritti».
C’entra anche la crisi della politica? Pare contare sempre meno, persino in fabbrica.
«Certo. La gran parte di noi non si sente più rappresentato, non è una novità . Sono vent’anni che non voto, e non capisco perchè un operaio debba votare il Pd con le sue larghe intese o un qualsiasi partito di sinistra. Ma lo stesso vale per i Cinque stelle, o le Lega, sia chiaro».
Vi rimane solo il sindacato…
«Paradossalmente sì. È logoro, scassato, fuori moda e spesso sconfitto, eppure è l’unico strumento capace ancora di dare risposte. E anche in una società sempre più classista, dove il ricatto sul lavoro è diventato l’abitudine, può succedere ancora che in svantaggio contro l’azienda di 7 gol riesca a fare quell’unica rete che vale 8. È raro, ma succede».
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
“SONO PRONTO A FARE QUALSIASI COSA PER VIVERE IN MODO DIGNITOSO”
Vorrebbe trovare un lavoro John Ogah, il migrante che ha affrontato un ladro armato di mannaia mentre tentava una rapina in un supermercato di Roma, in piazza delle Conifere.
Come racconta il Corriere della Sera, grazie al suo intervento ha fatto arrestare il malvivente, un 37enne pluripregiudicato, condannato per direttissima a 4 anni.
John, 30 anni, nigeriano, conosce poche parole d’italiano, ma ora vorrebbe integrarsi nel nostro Paese proprio iniziando a lavorare.
«Adesso il mio desiderio più grande è trovare un modo per mettermi a posto con i documenti di soggiorno. Non sono uno sbandato e nemmeno un clandestino. Ho vissuto per due anni ad Ancona, sono un richiedente asilo e ho anche un avvocato che segue la mia vicenda. A Roma invece — racconta ancora John — sono arrivato sette mesi fa in cerca di un lavoro. Ma anche qui è difficile proprio perchè non ho un permesso di soggiorno».
Senza documenti e con una famiglia, moglie e figlio, lontani in Nigeria.
Eppure, il suo gesto potrebbe portare ad una svolta nella sua vita, a partire dagli occhi delle persone davanti al supermercato della tentata rapina che ora lo guardano in modo diverso.
Per ora li aiuta a riempire le buste della spesa e caricarle nell’automobile, ma con una speranza per il futuro.
Visto il suo gesto, potrebbe avere i requisiti per ottenere un permesso di soggiorno per motivi di giustizia o comunque uno per lavoro se qualcuno dovesse dargli un’opportunità .
«Sono pronto a fare qualsiasi cosa. Vorrei vivere in modo dignitoso, adesso dormo in un palazzo a Tor Cervara con altri stranieri. Sono tutti amici è vero, ma non posso restare così per sempre. Vorrei una casa mia e far arrivare qui anche la mia famiglia», dice ancora John.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
L’AUTORE DI “HUMAN FLOW”, PERSEGUITATO DAL GOVERNO CINESE, RACCONTA IL SUO PERCORSO ARTISTICO
«Non me ne sono accorto fino a quando non ho realizzato questo film. Sono anche io un rifugiato».
Perseguitato dal governo cinese per le sue idee politiche, incarcerato nel 2011 in una cella di 27 metri quadrati per 81 giorni, minacciato con un’accusa di evasione fiscale, nonostante la sua fama gli abbia garantito l’attenzione di tutto il mondo, Ai Weiwei, a 60 anni, è entrato a far parte di quella categoria di esseri umani che chiamiamo migranti.
E ora da Berlino, dove vive, racconta il percorso artistico e politico che lo ha portato a «Human Flow», in uscita oggi in Italia.
Il flusso umano, come lo ha chiamato lei, è davvero inarrestabile, nonostante le barriere che governi e Stati costruiscono per fermarlo?
«Mio padre (il poeta Ai Qing, ndr) scrisse questa poesia prima della caduta del Muro. Si intitola The Wall e recita: ”Cosa succede se un muro è alto tre metri, spesso 50 centimetri e lungo 50 chilometri? Non può bloccare le nuvole, il cielo, la pioggia e il sole. E non può nemmeno fermare milioni di pensieri, più liberi del vento”. È il problema: continuiamo a pensare di poter mettere un muro alla libertà ».
Human Flow è stato realizzato in 23 Paesi, dall’Afghanistan alle coste siciliane, dal Kenya all’Iraq. Lei ha incontrato migranti da ogni parte del mondo. Come si è sentito durante questo viaggio?
«Ero perfettamente a mio agio e la risposta sta nella mia infanzia. La mia educazione non è stata molto diversa da quella di un rifugiato. Sono sempre stato percepito come uno straniero a causa delle mie idee. Questa sensazione mi ha accompagnato per tutta la vita, anche dopo aver lasciato la Cina per New York. Ecco perchè non ho fatto fatica a comprendere».
Si è fatto fotografare nella stessa posizione del corpo di Aylan Kurdi e con la sua arte ha cercato di smuovere le coscienze. Si può cambiare il destino dei migranti con un’immagine?
«Ho cercato di mostrare come le migrazioni siano parte della condizione naturale dello sviluppo umano. In questo processo, l’empatia e la tolleranza sono l’elemento più importante. La diversità sta alla base di ogni cultura. Senza questo scambio la società non si sarebbe sviluppata. Ma sono consapevole: per la maggior parte degli esseri umani è difficile aprire gli occhi di fronte alla sofferenza altrui».
Domani è la giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione. La rotta del Mediterraneo è una delle più pericolose. Come si ferma questa strage?
«È mancata da parte dell’Europa la comprensione e la visione di questa crisi umanitaria. Ma non succede solo qui. Penso alla Birmania dove 500 mila Rohingya sono stati costretti ad abbandonare le loro case. Eppure non vediamo i leader politici seduti a un tavolo per creare dei corridori umanitari. Stesso discorso per la stampa che dà più spazio ad un’esplosione nella metropolitana di Londra o a un attacco a Nizza che alle stragi in mare. C’è una sproporzione enorme di attenzione. I nostri cuori e le nostre menti sembrano essere già danneggiati e offuscati da questo meccanismo e nessuno sembra preoccuparsene».
In Italia molto si è discusso del ruolo delle ong. Per alcuni i salvataggi provocano un aumento delle partenze. Per altri le ong svolgono un ruolo che spetterebbe ai governi. Che idea si è fatto?
«Ho una grande ammirazione per chi di mestiere aiuta chi si trova in difficoltà . Criticare gli operatori umanitari significa ribaltare la prospettiva e perdere di vista le priorità . Quello che manca, piuttosto, è la critica ai governi che non solo dovrebbero preoccuparsi del destino dei migranti ma dovrebbero sostenere le ong».
Anche la Cina ha visto migliaia di persone lasciare il proprio Paese per l’estero. Allo stesso tempo è diventata una potenza internazionale.
«Da un lato il governo non gode della legittimità del popolo, molti se ne vanno perchè non hanno fiducia nella società cinese. Dall’altro lato la ricchezza sta trasformando la Cina in un Paese appetibile. Ma pensi a cosa dovrebbe accadere se ci fosse una guerra con la Corea del Nord. Una marea di persone si riverserebbe oltre i confini. Un nuovo human flow».
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
300.000 ASSOCIAZIONI, 7 MILIONI DI OPERATORI, UN MILIONE DI LORO RICEVE UNO STIPENDIO DA 400 A 1200 EURO
“Prima con i pompieri, poi da 18 anni alla Croce Bianca di Bressanone. Una volta alla settimana, dalle 7 di sera alle 7 della mattina dopo. Non lo sento come un lavoro, siamo un bellissimo gruppo di amici. Penso di aver salvato la vita almeno a due persone e una madre ha chiamato suo figlio con il mio nome», racconta Stefan Brà¼gger, 42 anni, di professione elettricista-manutentore.
Valeria Mazerti è volontaria all’Auser di Mirandola: «Tre ore tutte le mattine, da lunedì a venerdì. Sono andata in pensione e ho iniziato. Trasportiamo anziani, malati, disabili. C’è sempre qualcosa da fare. Ti senti utile, si riceve molto più di quello che si dà ».
Maurizio Debanne, 36 anni e due figli piccoli, lavora al centro accoglienza Intersos di Roma: «Mettere in circolo qualcosa di positivo nella mia città , alleviare la sofferenza di qualcun’altro mi fa sentire appagato. In questi anni nel nostro centro sono passati 4500 minori stranieri non accompagnati, che significa completamente soli. Penso a Sayed e sono felice: per non essere arruolato dai talebani è scappato dall’Afghanistan nascosto in un Tir. Oggi è iscritto a Scienze Politiche».
«Il numero delle persone che hanno bisogno aumenta e le nostre responsabilità crescono. Servono prospettive lunghe, la politica invece pensa a breve termine, a soluzioni spettacolari, buone per la tv o per i social», dice Maurizio Mulas, 59 anni, docente di Scienze della natura all’Università di Sassari e responsabile del settore progetti dell’organizzazione non governativa sarda Osvic, attenta alla tutela del territorio e alle prospettive di lavoro che offre.
Sono 6.630.000 milioni i nostri connazionali attivi nel mondo del volontariato, organizzati in 300.000 associazioni.
Se tutti assieme decidessero di smettere, l’Italia si fermerebbe, come per una improvvisa paralisi, oppure esploderebbe di tensioni, di conflitti, di dolore.
Un milione di loro riceve uno stipendio, che nella media varia dai 400 ai 1200 euro mensili, gli altri offrono gratuitamente il proprio tempo, le proprie competenze.
In larghissima parte i volontari sono pensionati o lavoratori occupati; i disoccupati rappresentano una netta minoranza.
Dallo scorso luglio questo esercito di persone, una realtà censita dall’Istat soltanto a partire dal 2001 e che costituisce un’imponente realtà economica — 75 miliardi all’anno di fatturato — ha una nuova legge.
Prima industria del Paese
«Lo chiamano Terzo Settore, dopo lo Stato e l’impresa privata, ma ormai è il primo. Dà forma e sostanza al principio costituzionale della solidarietà , sostiene la coesione sociale, combatte la disgregazione e la disperazione, rappresenta un’importante realtà occupazionale», dice Luigi Bobba, sottosegretario al Ministero del lavoro e promotore della legge.
E chi imbroglia, chi lucra sulle somme che riceve dagli enti pubblici? «Abbiamo istituito un registro unico per tutte le associazioni. Grazie alla trasparenza e ad una chiara rendicontabilità , non potranno più esistere delle zone opache».
Del Terzo settore — precisa il testo della legge – possono far parte tutte le associazioni che perseguono «senza scopo di lucro finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e che promuovono e realizzano attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi».
2 miliardi per i migranti
L’accoglienza ai migranti muove circa 2 miliardi all’anno, in gran parte affidati alle cooperative, alle Misericordie, alla Croce rossa.
Somme impiegate per offrire assistenza e integrazione, o per ridurre al minimo i costi di gestione e gonfiare al massimo gli utili? «Si va da situazioni di collaborazione tra Comuni e organizzazioni che utilizzano fino in fondo il contributo pubblico e ottengono ottimi risultati, ad altre dove i prefetti pur di liberarsi del problema affidano centinaia di rifugiati a cooperative nate da qualche settimana, prive di competenze e con obiettivi dubbi», dice Carlo Borzaga, presidente dell’istituto di ricerca Eurispe. «Ogni impresa ha una funzione sociale, basti pensare all’occupazione che crea, ma la differenza è semplice. L’impresa profit tende a massimizzare l’aspetto economico, il guadagno, invece per l’impresa sociale — o non profit — il vincolo è la socialità . Generiamo valore sociale, senza pesare sul bilancio dello Stato, senza andare in perdita e senza distribuire utili».
Felice Scalvini è presidente di Assifero, l’associazione che raggruppa circa 90 enti filantropici italiani, tutti privati: fondazioni familiari, di impresa, legate a comunità locali, o di “filantropia istituzionale”, come l’Associazione per la ricerca sul cancro, la prima in Italia a usufruire delle donazioni del 5 per mille; possibilità ora estesa a tutte le associazioni del Terzo Settore.
Assifero eroga 300 milioni di euro all’anno: «In un’epoca di inedita concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi privati, di finanziarizzazione dell’economia e di contrazione delle prestazioni pubbliche, abbiamo un effetto volano sul benessere della società ».
Anche l’ospedale San Raffaele di Milano era un’impresa sociale. E’ andato in dissesto, alcuni manager hanno sottratto circa 50 milioni di euro e sono stati condannati con sentenza passata in giudicato. Come è stato possibile?
«Il San Raffaele, come altre imprese sociali, non aveva l’obbligo di depositare i bilanci. La non trasparenza genera il malfunzionamento, o peggio. Con la nuova legge non sarà più possibile».
Qual è la vostra forza?
«Riusciamo ad operare in modo meno burocratico, che è il limite dell’azienda pubblica. Possiamo risolvere problemi che nè lo Stato, nè il mercato riescono a risolvere. Non serve il gesto una tantum, occorre dotarsi di strategie per svolgere in modo continuativo la propria azione, generando lavoro, ricchezza, non solo assistenza».
Orario di lavoro
Massimo Bray, presidente della Fondazione Salone del Libro di Torino che, come tutti i tanti festival culturali italiani, non potrebbe vivere senza il lavoro di migliaia di volontari, quasi sempre studenti, ragiona in prospettiva: «In tempi brevi la tecnologia e la robotica faranno perdere molti posti di lavoro. Lavorare quattro giorni la settimana e dedicarne uno all’assistenza, all’ambiente, alle tante esigenze del territorio potrà diventare una risposta positiva a questa emergenza. Creare un senso di comunità che abbiamo perduto e che ci ha spinto a un individualismo sfrenato, è un’urgenza etica e sociale. La bravura della politica sarà arrivare prima e non troppo tardi».
E’ passato quasi un secolo dall’uscita di Possibilità economiche per i nostri nipoti, il breve saggio di John Maynard Keynes, scritto nel 1930, mentre gli Stati Uniti attraversavano la Grande Depressione, nel quale l’economista americano già intravvedeva questo scenario e giudicava necessaria una diffusa riduzione dell’orario di lavoro.
Nel suo ufficio Valeria Maserti sta verificando se uno dei tre pulmini dell’Auser di Mirandola sia disponibile per accompagnare all’ospedale un malato e rispettare l’orario della terapia.
Doveva pensarci il figlio, ma ha avuto un imprevisto al lavoro e adesso il tempo stringe. «Più si va avanti, più serviamo, ma si fa fatica a trovare persone nuove. Bisognerebbe rendere obbligatoria questa esperienza per tutti i lavoratori e tutti gli studenti, per capire come vive chi soffre».
Pullmino trovato, problema risolto. Valeria è soddisfatta. «Capisce perchè è facile entrare nel mondo del volontariato, ma molto difficile uscirne?».
(da “La Stampa”)
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Settembre 29th, 2017 Riccardo Fucile
IL SINDACO: “MILITARE IMPERMEABILE ALLE IDEOLOGIE POLITICHE”…. FU MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE: “HA COMBATTUTO PER DIFENDERE LA CITTA’ DAI BOMBARDAMENTI”
“Sabato sarà inaugurato a Fidenza un monumento all’Arma Aeronautica in occasione del centenario della nascita di un asso dell’aviazione italiana, medaglia d’oro al valor militare: il capitano pilota Luigi Gorrini, fidentino d’adozione” ha annunciato il sindaco di Fidenza Andrea Massari.
Il monumento, posizionato in via Cairoli, è un jet Aermacchi posizionato nei giorni scorsi, restaurato e assicurato per un valore di centinai di migliaia di euro e il primo cittadino invita a non fare confusione tra il monumento all’Arma Aeronautica e la figura del capitano Gorrini, borghigiano d’adozione, cui l’associazione ha voluto dedicare parte del programma in occasione del centenario della nascita.
“Penso che Gorrini sia stato un asso autentico dell’arte aviatoria, penso che abbia combattuto per la parte sbagliata della storia ma che comunque sia stato un militare impermeabile alle ideologie politiche e penso, per me vale soprattutto questo, che alzandosi in volo abbia evitato che altre bombe cadessero su Fidenza. Bombe angloamericane, le forze che stavano liberando l’Italia dal nazifascismo, ma sempre bombe e sempre morte dal cielo. Il mio giudizio sulla persona non cambia il mio giudizio su quella fase storica che visse l’Italia, non cambia la mia scelta di campo antifascista e non cambia quella della città di Fidenza, che a dispetto di sedicenti nostalgici di ieri e di oggi, diede un contributo straordinario alla lotta di Liberazione”.
Una posizione condivisa dal segretario dell’Anpi borghigiana Cristiano Squarza: “Ha combattuto fino all’ultimo per difendere la città dai bombardamenti, salvando tante vite innocenti”.
(da agenzie)
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Settembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
IL COLONNELLO RICCARDI: “SPERIAMO DI RECUPERARE CON LORO E CON LE LORO FAMIGLIE”
“L’Arma dei Carabinieri chiede scusa a queste due ragazze e speriamo di recuperare con loro e con
le loro famiglie”: lo ha detto questa mattina ad Omnibus il capo ufficio stampa dell’Arma dei Carabinieri, colonnello Roberto Riccardi riguardo l’episodio che si è svolto a Firenze ai danni di due studentesse americane da parte di due carabinieri in servizio e in divisa.
Le giovani, di 19 e 21 anni, hanno denunciato di essere state violentate da due carabinieri. I militari, sentiti in procura, hanno ammesso un rapporto sensuale ma “consenziente”.
Stasera, contro la violenza sulle donne, a Firenze si terrà un corteo organizzato da “Non una di meno” che partirà proprio da piazzale Michelangelo, dove le due ragazze hanno incontrato i carabinieri dopo aver trascorso la notte in un locale.
Riguardo alle accuse di maschilismo che sono state fatte nei confronti dell’Arma, Riccardi ha spiegato che “per noi è una novità relativamente recente l’ingresso delle donne nei nostri ranghi”, avvenuto dal 2000, e “questo ci sta aiutando molto a vivere in modo completo il rapporto con l’altra metà del cielo: essere a contatto per lavoro, uscire di pattuglia insieme, avere responsabilità comuni, avere un comandante donna è istruttivo da questo punto di vista. Il maschilismo è sempre in agguato per chiunque ma spero che non sia un problema per l’Arma dei Carabinieri o delle Forze Armate in genere”.
A proposito del fatto che i due carabinieri non siano stati arrestati il colonnello ha spiegato che “queste sono decisioni dell’autorità giudiziaria, una misura cautelare ha bisogno del pericolo di fuga, inquinamento delle fonti di prova o pericolo di reiterazione del reato; queste sono valutazioni della procura della Repubblica che evidentemente fino a questo momento non ha ritenuti ci fossero questi presupposti”.
“La giustizia sta facendo il suo corso nei confronti dei due carabinieri di Firenze ma nel frattempo l’Arma ha adottato un provvedimento immediato, forte, la sospensione dalle funzioni comporta il dimezzamento dello stipendio e di non lavorare. Si è deciso subito anche se le indagini erano nelle primissime fasi e l’accertamento completo delle responsabilità va ancora fatto. Questo chiaramente non ci tranquillizza e quindi non è soltanto l’episodio che dobbiamo considerare ma la possibilità che si ripeta e in questi casi l’Arma, che ha una struttura forte e sana dotata di anticorpi, riesamina sempre le sue procedure, i sistemi di controllo”, ha concluso.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
I FANS DEI TRAFFICANTI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA E DEL REGIME MILITARE CHE TORTURA UN ITALIANO FINALMENTE SI RITROVANO… UNO CHE VIENE DAL PCI CHE AVALLAVA I GULAG E AMMANIGLIATO COI SERVIZI SEGRETI ORA E’ DIVENTATO IL MODELLO DEGLI AFFOGATORI
“È tempo di patrioti” è il titolo dell’edizione di quest’anno di Atreju, la festa annuale più importante del centrodestra.
E già verrebbe da ridere, sia per l’evidente scopiazzatura del modello d’oltralpe che ha visto Marine Le Pen prendere una sonora facciata elettorale, sia perchè i “patrioti veri” sono quelli che hanno sempre onorato i morti italiani, non che reggono il moccolo ai regimi che uccidono e torturano un italiano.
I patrioti veri sono quelli che difendono il diritto alla vita, non quelli che affogano i poveri del mondo.
E chi, tra gli esponenti del Governo Gentiloni, poteva meglio rappresentare questi sedicenti “patrioti” se non il ministro dell’Interno Marco Minniti?
Il programma della manifestazione non è stato ancora diffuso ma la padrona di casa Giorgia Meloni ha anticipato i nomi di alcuni ospiti, uno degno dell’altro.
Oltre ai volti principali della coalizione in fieri di destra come Matteo Salvini e Giovanni Toti, ci sarà sicuramente il titolare del Viminale.
Non sorprende: il ministro dell’Interno si presenta con un curriculum di tutto rispetto alla kermesse lanciata per la prima volta dai giovani di Alleanza Nazionale nel 1998.
Un uomo proveniente dal peggiore ( o migliore, secondo i punti di vista) Partito comunista del dopoguerra, quello che giustificava le invasioni ungheresi, i gulag per i dissidenti, quello finanziato dall’Urss e ammanigliato coi servizi segreti sovietici e non solo.
Minniti stava bene alla Lubianka o alla Ceka come mentalità : con la differenza che allora il pericolo erano i controrivoluzionari, oggi sono i poveracci del terzo mondo.
Quelli che scappano da Paesi che, anche grazie a politici occidentali come Minniti e la Meloni, sono governati da dittatori sanguinari verso i quali questi “patrioti” non hanno mai avanzato una critica.
Una destra rappresentata da “Fornelli d’Italia” che sbrodola per “l’uomo del fare” Minniti che si vanta dello stop temporaneo agli sbarchi e che se ne frega se centinaia di migliaia di esseri umani vengono massacrati nei campi di concentramento libici.
Altro che destra dei valori etici, siamo arrivati a leccare il culo, SIA BEN CHIARO, non a un “fascista” come ironizza Crozza, ma a un “comunista” da guerra fredda.
Quel genere umano contro il quale si sono battute intere generazioni di giovani di destra, sacrificando anche la vita, oggi lo fanno salire con tutti gli onori sul palco, magari stendendo un pezzo di tappeto rosso avanzato dalle marchette di Toti in Liguria.
Evviva il red carpet del cinismo e della prostituzione ideologica.
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Settembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
DA DUE GIORNI SPALANO NOTTE E GIORNO, ACCANTO AI LIVORNESI: “SE SUCCEDE UNA COSA DEL GENERE A CASA NOSTRA CI SI AIUTA, NORMALE CHE LO FACCIAMO ANCHE QUA”
“Stiamo cercando di aiutare le persone che hanno avuto problemi causati dall’alluvione — racconta un giovane richiedente asilo nigeriano — da due giorni stiamo lavorando da mattina sera, siamo qui per cercare di aiutarli”.
A Livorno a distanza di due giorni dal violento nubifragio che ha colpito la città c’è ancora tanto da fare e diversi richiedenti asilo, gli stessi che qualcuno vorrebbe aiutare a “casa loro”, oggi stanno aiutando a “casa nostra”.
Nei garage, nei cortili, nelle abitazioni invase dal fango, a spalare insieme ai residenti e agli altri volontari.
“La cosa che mi hanno detto in primis è che se succede una cosa del genere a casa loro ci si aiuta e quindi vengono ad aiutare anche loro” spiega Marco Figliè, operatore del centro di accoglienza per richiedenti asilo “Ex Hotel Atleti” di Livorno.
“Per noi è un piacere venire ad aiutare” conferma un giovane richiedente asilo ivoriano, a Livorno da due mesi.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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