Settembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
TRA OCCHI PIENI DI TERRORE, IL RACCONTO DEGLI ABUSI E I SORRISI PER UN ABBRACCIO … ESCLUSIVA HUFFPOST … ALTRO CHE TAXI DEL MARE COME LI HANNO DEFINITI DEI MALATI MENTALI, SONO GLI ULTIMI EROI DI UNA EUROPA DI INFAMI
Sara arriva dalla Costa d’Avorio e ha visto tutta la sua famiglia morire davanti ai suoi occhi. Sua madre è morta, suo fratello pure. Lei invece è una dei quattro minori salvati, in un’ordinaria giornata d’agosto di ricerca e salvataggio, dalla nave Aquarius dell’Ong Sos Meditarrenee e di Medici Senza Frontiere. Ha solo due anni.
L’HuffPost Uk è stato per tre settimane a bordo dell’imbarcazione dell’organizzazione non governativa per documentare le operazioni di recupero dei migranti in balia delle onde.
Oggi il numero dei salvataggi in mare in mare si è ridotto notevolmente per effetto del blocco degli sbarchi concordato dal governo italiano e autorità libiche.
I migranti, provenienti prevalentemente dall’Africa centrale, raccontano tutte le insidie che devono affrontare già durante l’attraversamento del deserto: “Qui il pericolo non arriva dalla polizia ma dalle milizie”.
Polizia corrotta e mafie locali hanno messo in piedi un vero sistema di sfruttamento e di tratta degli schiavi.
Arrivati in Libia molti finiscono in centri di detenzione, dove vengono segretati e torturati. “Un trafficante ha comprato una pistola al mercato ma non era certo che funzionasse. L’ha testata su uno dei ragazzi che possedeva: ucciso per provare una pistola nuova”, hanno raccontato agli operatori dell’Ong tedesca.
Testimonianze che confermano, qualora ce ne fosse bisogno, la pesante denuncia lanciata pochi giorni fa da Medici senza Frontiere sui “lager” in Libia, sugli abusi e le violenze a cui vengono sottoposte migliaia di persone.
Non è facile per chi opera sulle imbarcazioni delle Ong: “Devi alzare un muro tra te e quello che vedi durante il giorno, per poter andare avanti e continuare a fare questo lavoro a lungo. Dopo un soccorso cerco di non pensare, altrimenti diventerebbe insostenibile”.
“Dobbiamo andare fieri del lavoro che facciamo”, dice l’operatrice Mary Finn.
“È assurdo parlare di servizio taxi, queste sono persone che scappano da guerre e persecuzioni. Quello che serve è un servizio di ambulanza in mare”, dicono i membri dell’equipaggio dell’Aquarius.
“Il mio interesse è solo quello di salvare vite perchè non voglio che le persone muoiano”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Settembre 5th, 2017 Riccardo Fucile
LA TRISTE STORIA DI RAWDA, TRAVOLTA DA UN TRENO AD AVIO: CON LE SUE RIMESSE MANTENEVA LA FAMIGLIA IN ETIOPIA… RACCOLTI CON UNA COLLETTA I SOLDI PER FAR RIENTRARE LA SALMA, IL SINDACO SI ERA OPPOSTO, MA TUTTO IL PAESE HA AVUTO UNO SCATTO DI UMANITA’
Non solo vittime del viaggio nel deserto e della traversata del Mediterraneo, la chiusura delle
frontiere interne dell’Europa sta rendendo sempre più pericoloso il viaggio dei migranti intenzionati a chiedere asilo fuori dall’Italia.
Da un anno a questa parte, 21 persone sono morte nel tentativo di passare in Francia, Svizzera e Austria.
Quattordici i morti nella zona di Ventimiglia, due tra Como e Chiasso e cinque sulla tratta del Brennero. Rawda Abdu è una di queste vittime.
Partita dall’Etiopia all’età di 23 anni, già madre di una bambina nata da una violenza in un sobborgo di Addis Abeba, dopo sei anni di lavori precari in Egitto e Libia lo scorso anno decide di rischiare la traversata in mare, verso l’Europa.
Si imbarca a Tripoli e arriva a Palermo l’8 novembre 2016. Identificata a Reggio Calabria il giorno successivo, viene trasferita ad un centro di accoglienza di Milano il 14 novembre.
Due giorni dopo un treno la travolge mentre percorre i binari , all’altezza di Avio, provincia di Trento.
A ricostruire la vicenda è Sara Ballardini di Antenne Migranti, progetto che insieme alla Fondazione Alexander Langer monitora la tratta del Brennero per dare informazioni e supporto legale ai migranti.
“Respinta dalla polizia di frontiera in base al trattato di Dublino, viene caricata su un treno regionale che dal confine la riporta a sud, direzione Verona”.
Senza biglietto, Rawda viene fatta scendere intorno alle 22 alla piccola stazione di Borghetto. Spaesata inizia a camminare a lato della linea ferroviaria. Non si accorge del treno che arriva alle sue spalle e la sbalza sulla massicciata.
“Il suo corpo sarebbe rimasto senza nome — racconta Valentina Sega, che vive a Trento ma è originaria di Avio e ha voluto seguire la vicenda da subito — la Polfer si era infatti limitata a prendere le impronte digitali, anche se nella borsetta che la ragazza aveva con sè c’era un foglio con i numeri di tutta la sua famiglia”.
Sarà poi Zebenay Jabe Daka, cittadino italiano presidente dell’associazione trentina “Amici dell’Etiopia”, a informare i parenti di Rawda e a ricostruire la sua storia.
Di famiglia poverissima, con le sue rimesse manteneva l’intero nucleo familiare: i genitori e la figlia. “La famiglia di Rawda era distrutta, l’unico desiderio che sono riusciti a esprimere è stato quello di poter riavere la salma”, racconta Zebenay.
Ma il sindaco di Avio Federico Secchi, eletto con Lega e Forza Italia e noto per i saluti romani in onore di un combattente della Repubblica di Salò, non aveva intenzione di contribuire alle spese per il rimpatrio.
“Per fortuna altre persone nella giunta comunale ci hanno dato una mano, ma soprattutto il parroco e tante associazioni solidali. In poche settimane siamo riusciti a raccogliere 11mila euro, cifra sufficiente al rimpatrio della salma e all’avviamento di un progetto di sostegno a distanza per la figlia rimasta orfana”, ricorda Zebenay.
“Una colletta a cui ha partecipato l’intero paese, una mobilitazione solidale enorme che conferma come, davanti a casi concreti, le persone comuni riescano a superare pregiudizi e chiusure”.
Molti dei cittadini solidali, infatti, pochi mesi prima si erano espressi contrariamente all’accoglienza di alcuni richiedenti asilo in paese. “Al momento dell’ultimo saluto al cimitero di Avio, prima del rimpatrio della salma, c’era tutto il paese e anche la vicesindaco: in tanti hanno cambiato il proprio sguardo sulla problematica dei migranti”.
Folgorati o travolti da treni mentre camminano sulle rotaie, investiti lungo l’autostrada o sui sentieri di montagna.
Le vittime delle frontiere sono quasi sempre molto giovani. Tra i pochi a cui si è riusciti a dare un nome ci sono diversi minorenni, che avrebbero potuto attraversare legalmente la frontiera, se solo qualcuno li avesse correttamente informati dei loro diritti e i governi di Francia, Svizzera e Austria non respingessero indiscriminatamente chi chiede loro asilo dopo essere passato dall’Italia.
(da “La Stampa”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Settembre 5th, 2017 Riccardo Fucile
OGNI GIORNO RAGGIUNGE A PIEDI L’OSPEDALE PER ASSISTERE L’AMICO CADUTO DA UNA IMPALCATURA SUL LAVORO… PRIMA LO FACEVA IN BICI, POI GLIEL’HANNO RUBATA
Shahib Abdirahman, ghanese di 36 anni, ogni giorno, da due settimana, va all’ospedale di Casale
Monferrato, reparto di Neurologia, ad assistere il connazionale Teven Wetti, 30 anni, che cadendo da un’impalcatura mentre lavorava in una ditta si è procurato un trauma cranico ed è finito in coma.
In bicicletta, un tragitto da una decina di minuti; gliel’hanno rubata sotto casa in via Mellana e ora a Shahib per andare ad assistere l’amico non restano che le suole delle scarpe.
«Teven è uscito dal coma — racconta Shahib — ma non sta ancora bene. Certe parole non riesce a pronunciarle e usa il dialetto “twi” africano che non tutti capiscono. Così io e gli altri due ghanesi che lo assistiamo facciamo da interpreti. Ho chiesto al medico come sta il mio amico e mi ha detto che adesso gli faranno una Tac per controllare i progressi. Ci vuole tempo per recuperare e io gli faccio da fratello maggiore. Quando ci siamo noi, Teven è più tranquillo».
Per la bicicletta Shahib ha sporto denuncia ai carabinieri: «Era chiusa con un lucchetto, che i ladri hanno tagliato».
È lontano mille miglia il viaggio di entrambi i ghanesi su barconi partiti dalla Libia nel 2011.
Qui a Teven e Shahib è stato riconosciuto lo stato di profughi e lavorano: il primo per un’azienda agricola, il secondo per la cooperativa Senape, anche se aveva in cuore altri sogni.
Voleva fare l’attore, da quando, a luglio, interpretò un «vu cumprà » nella pellicola «Paradiso», di Niccolò Gentili e Ignacio Paurici al MonFilmFest, la rassegna di cinema di giovani registi e attori da due anni a Casale per l’associazione Immagina e il Comune. «Ha un vero talento» avevano detto i due registi; e il film vinto un premio.
Messo da parte il suo sogno, resta il problema di Teven. E della bicicletta. Chi può aiutare Shahib a procurarsene un’altra? Nel caso, farà felici due persone, due amici, lui e il connazionale malato.
E se di bicicletta ne arrivasse più di una, non andrebbe comunque sprecata: la ciclofficina di piazza Venezia ha riaperto i battenti in questi giorni.
«Ripariamo anche biciclette fuori uso – dice Riccardo Revello -. Ogni settimana, abbiamo richieste anche da persone che non se le possono permettere».
La struttura, al Mercato ortofrutticolo, è aperta lunedì e giovedì dalle 17,30 alle 20 (telefono 392- 6462505), oppure – per aiutare Shahib – ci si può rivolgere alla cooperativa Senape di via Lanza (tel. 346-5507721)
(da “La Stampa“)
argomento: radici e valori | Commenta »
Settembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
A CALCUTTA, TRA LE SUORE CHE ASSISTONO GLI ULTIMI, IL SUO RICORDO E’ VIVO… AIUTARE CHI SOFFRE E’ UNA CURA ALLA LEBBRA DELL’OCCIDENTE
Il volontario arriva nel vicoletto dove appare la scritta «Mother House». Sul muro di fronte è dipinta una falce e martello. Una suora in sari bianco bordato di strisce blu spalma polvere color senape sulla pelle scorticata di un cane zoppo.
Entrando, il volontario viene accolto dal sorriso dolce di altre due suore.
Nel primo cortiletto, una statua grigia della Santa stende una mano con il palmo verso il basso per permettere ai pellegrini di abbassare la testa e ricevere la benedizione dalla scultura.
Passando a un cortile più ampio, che si apre su quattro piani di cellette e uffici, sulla sinistra una breve scalinata porta alla cella di Madre Teresa (lettino, panca, scrittoio) e sulla destra si arriva finalmente alla tomba.
Lì è tutto uno sventolare di sari bianchi e fedeli che cantano e pregano unendosi alla messa celebrata da un giovane prete. I fedeli girano in senso orario, infilano richieste di miracoli, poggiano la fronte sulla pietra.
Al centro della lastra di marmo grigiastro spicca un cuore di petali di rose rosse. Una donna ne raccoglie uno e lo mangia, come fosse un’ostia consacrata. Tramite il tocco della statua e il sapore dolciastro del petalo si cerca un contatto sensoriale con Santa Teresa, il cui nome originale in albanese significa proprio Rosellina.
L’accoglienza
Il volontario chiede se può visitare uno dei centri dove vivono moribondi, lebbrosi, malati e afflitti. A ricevere i visitatori che vogliono saperne qualcosa di più c’è Suor Blessiella, il clichè della monaca severa: «Ma c’è troppo poco tempo! Domani? Doveva fare richiesta scritta. Si vede che lei non capisce proprio niente di quello che facciamo qui. Comunque va bene, si presenti alla messa delle 6 domattina e vedremo».
Mi scusi, dice il volontario, pensando a un famoso detto della Santa: «La sofferenza è un dono di Dio».
È l’alba. Strade deserte. Al primo piano 100 suore e 60 volontari pregano in ginocchio. Le novizie ammirano estasiate un prete spagnolo con la barba e fissano, dietro di lui, un Cristo in croce che gli somiglia davvero tanto.
La Madre Superiora ha più di 70 anni, ma resiste in ginocchio, pallida e impassibile, accanto a un’ondeggiante suor Musicista alla tastiera dell’organetto, trasportata da un canto angelico a due voci che sfida schiamazzi, camion, latrati, grida e clacson che s’infiltrano dalle finestre aperte.
La preghiera
Ecco una comitiva di 45 fedeli di Madrid pronta all’ultimo di 18 giorni di volontariato. Donne con la treccia, t-shirt e pantaloni stampati stile «vengo da un’ora di yoga». Uomini con pinocchietto e codino. Dopo un’ora di Ave Maria, Mea Culpa, Alleluia e Padre nostro, una suora s’appisola sulla panca con il breviario in mano.
Fa caldo. È Calcutta. È estate. Il volontario quasi si ricrede. Pensa all’aria condizionata. Ma è troppo tardi. Colazione di pancarrè, banane e tè al latte e si parte a piedi per 40 minuti di sudore attraverso lo slum, schivando risciò, jeep della polizia, treni, popò di vacche, vacche, uomini che s’insaponano nella doccia collettiva, bambini che prendono in giro gli stranieri, stalle a cielo aperto, montagne di spazzatura ovunque, folle che scendono dal treno mentre una donna canta malinconica in fondo alla banchina.
Sembra tutto coreografato così bene. Ma il volontario sa che bisogna aver pazienza.
La città della gioia qualche gioia la darà . Ecco che si arriva ai cancelli blu di Prem Dan, casa per moribondi e afflitti, come aveva avvertito la suora americana alla registrazione. Mutilati con la garza sporca di iodio, malati e disabili seduti sotto un tetto di ondulati a prendere il fresco. I più gravi, nello stanzone.
Un uomo con una malformazione sullo stomaco grande come un neonato, gambe e braccia scheletriche, giace nella sua branda. Un altro, tutto ossa, s’accascia, non si vuole rialzare. Un’ambulanza porta via un morto.
Bisogna salire sul terrazzo che fa da tetto. Il volontario s’infila il grembiule e per due ore, fazzoletto in testa alla Mauro Corona, si mette a strizzare panni, pantaloncini, magliette, camice, teli, lenzuola e a stenderli sotto un caldo che frigge.
Tre ragazzi spagnoli sono in vena mistica. «L’uomo per me è fondamentalmente buono, poi viene traviato» dice Francisco, papa-boy catalano con un braccialetto che avverte «Dite no alla nuova droga» (è la pornografia, spiega).
Lucas l’andaluso è scettico: «Non credo in un essere superiore. Credo ci siano esseri illuminati come Madre Teresa o Vincent Ferrer, che han cambiato alcune cose nel mondo. Ma non credo nel Dio Cristiano o nel paradiso. Però se c’è un’inferno sicuramente ha una sala VIP per catalani!» dice dando una pacca a Francisco.
Il lavoro
Già qui si comincia a percepire un’inizio di quell’euforia ed energia che va in crescendo, pur attorniata da sofferenza e morte. O forse proprio per questo. Più son disgustosi e umili i lavori, più forte è la carica che l’eseguirli sembra infondere nel volontario. E il senso di unione, di una cura per quella che Madre Teresa chiamava la lebbra dell’Occidente: la solitudine.
Così Alfonso, un basco corpulento e chiacchierone, gira tra gli afflitti offrendo di tagliare le unghie dei piedi e delle mani. Andreas, l’argentino hippie, sembra felice di svuotare pappagalli pieni di urina, dopo aver riassettato i letti di mezza camerata tra malati in dialisi, alcuni senza un’occhio, altri con gli arti malformati, ma tutti con sorrisi luminosi.
È ora di lavare piatti e bicchieri. Rocio, Maria e Cristina, tre sorelle di Madrid, dicono che nel settore femminile si fanno più o meno le stesse cose.
«Ma oltre a tagliare le unghie, diamo anche lo smalto», ride Maria. Pilar domani torna a Madrid al suo lavoro di segretaria di un notaio. «È un’esperienza che cambia – ammette – i primi tre giorni: shock totale. Non pensavo di farcela. Caldo, rumore, puzza, cani, corvi, sporco, cibo. Trauma. Poi mi sono abituata. Adesso torno felice di tornare. Non come dopo le vacanze al mare, quando la fine delle ferie è una tristezza…»
Volon-turismo? Sì, un po’. La sensazione che alcuni facciano le due o tre settimane da Madre Teresa non per vocazione, ma per l’esperienza, per dire di averlo fatto, c’è.
Volon-turismo
Andy è uno studente tedesco, alto, snello, sorriso simpatico: «Prossima tappa, Varanasi e Mumbai. In treno. Sono venuto per fare un’esperienza. Non sono molto religioso. Certo, dò il mio 8 per mille alla Chiesa, ma sono venuto per capire. Vedere la gente che dorme a cielo aperto, o qui tra gli afflitti, è scioccante. Ma non serve a nessuno che ti emozioni della tua empatia. Qui si fa qualcosa di concreto. E mi servirà quando penserò che le cose mi vanno male, in Germania, e mi arrabbierò perchè non c’è il wifi o non si trova uno Starbucks. Allora ricorderò che ho rasato la barba a un malato tremolante a Calcutta».
Keith, ex legionario neozelandese, pensa soprattutto a portare vassoi di the caldo agli afflitti, mentre Lucas, risciacquando i bicchieri di alluminio, ammette: «Dopo tre settimane, che noia! Sempre la stessa cosa!» L’argentino grida contro un gruppo di volontari che sfoderano gli smartphone: «Ma vi pare il posto dove farsi i selfie!»
Si avvicina Suor Sabina. Nel 1961, a 18 anni, prese i voti nel Kerala.
Venne Madre Teresa in persona a raccogliere lei e la sorella alla stazione. «Aveva in mano la nostra lettera, ci disse di andare con lei. La seguimmo. Fu un viaggio faticoso, non eravamo mai state in treno. Poi la nostra vita cambiò. Mia sorella andò in Siberia. Ora è in Messico. Ha 80 anni. Ho girato tutta l’India con le sorelle missionarie. Ogni tanto torno in Kerala a vedere la mia famiglia, ma ormai questa è la famiglia.
Com’era la Madre? La madre è la madre. È tutto. Era la mamma che mi metteva in bocca le medicine quando avevo la febbre. Quella era la madre. Tutto cuore. Tutto amore».
Si continua così fino al tramonto.
Lebbra, malati terminali. Dolore, ma forza. La sera si torna alla Casa Madre. «Quello che si vive esternamente qui – conclude Pilar, cattolica praticante – lo provo dentro di me durante l’orazione».
La giornata è lunga, ma alla fine, pur non essendo credente, il volontario si accorge con sorpresa di non sentirsi stanco, anzi di avere più energia della mattina alle 6.
Quel volontario sono io.
(da “La Stampa”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile
“LEGAMI TRA ESTREMA DESTRA E CERTI AMBIENTI DELLA CHIESA? NON E’ UNA NOVITA’. MONSIGNOR ROMERO FU ASSASSINATO DA UN ESTREMISTA DI DESTRA PERCHE’ DENUNCIAVA GLI ORRORI DEL REGIME MILITARE”
“Che ci sia un qualche legame tra Forza Nuova, Casa Pound e certi ambienti ecclesiali tradizionalisti? Non credo che sia la scoperta dell’America”.
È il commento a ilfattoquotidiano.it dell’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi, alle affermazioni di don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, nel cuore di Pistoia.
Il sacerdote è finito nel mirino di Forza Nuova per aver postato su Facebook le foto dei migranti portati a fare il bagno in piscina. Domenica non sarà solo sull’altare.
Il vescovo di Pistoia, monsignor Fausto Tardelli, ha deciso, infatti, di inviare il suo vicario generale a concelebrare con il parroco visto che gli esponenti di Forza Nuova hanno annunciato che saranno presenti alla messa per “vigilare sull’effettiva dottrina” del sacerdote.
Eccellenza, don Biancalani ha sbagliato?
Personalmente non trovo nulla di così scandaloso nel gesto del parroco di Pistoia di portare a mare questi giovani rifugiati. Cosa c’è da protestare? Cosa c’è di strano? È un modo in cui i rifugiati possono sentirsi a casa loro, accolti. È creare un momento di distensione in delle esistenze che non sono per niente serene o che non sono state serene e semplici come quelle dei nostri giovani.
Don Biancalani ha detto messa insieme con il vicario generale della sua diocesi. È una scelta saggia?
Non entro nel merito delle scelte pastorali che il vescovo di Pistoia ha preso, però, ancora una volta è da condannare fermamente questa reazione di Forza Nuova che non so a quale titolo protesta. Perchè minaccia? C’è da domandarsi: ma noi in quale Paese viviamo? Esistono ancora questi rigurgiti di squadrismo nel nostro tessuto sociale? È mai possibile che non si possa oggi lasciare lo spazio a delle coscienze che si interroghino e che si lascino interrogare finalmente in Italia e in Europa su quali possono essere le strade per accogliere i migranti? Bisogna porsi queste questioni con grande lungimiranza e prendere consapevolezza che i tempi stanno cambiando.
In che modo?
Molti osservatori molti più competenti di me hanno da tempo sottolineato che coi rifugiati è inutile usare barriere, muri, fili spinati, centri di espulsione. Siamo davanti a un cambiamento storico che vede giovani africani alla prese coi loro problemi di fame, violenze, guerre, mancanza di prospettive. La terra non è di nessuno. Per noi che abbiamo un orizzonte religioso, trascendente, la terra ci è stata data. Ogni persona umana ha quindi gli stessi diritti, nel rispetto delle leggi che devono, però, avere delle maglie larghe quando si rivolgono a persone che scappano dalla guerra, dalla fame e dalla violenza. Non vedo perchè non ci si renda conto di questo. Come ci stiamo abituando ai cambiamenti climatici e conosciamo le cause ma non siamo capaci di affrontarle, così quello dei rifugiati è un fenomeno di questa nostra epoca. Non possiamo negarlo. Io credo che tra 200-300 anni quando scriveranno la storia di questo secolo diranno che c’è stato questo fenomeno e che le società sono multietniche per questo motivo.
Forza Nuova non la pensa così e vuole “vigilare sull’effettiva dottrina” di don Biancalani. È il nuovo Sant’Uffizio?
Tutto ciò mi sembra davvero curioso, oltre che un’invadenza in campi che non competono certo a Forza Nuova. Quale sarebbe l’errore dottrinale del parroco di Pistoia? Aver portato i giovani migranti al mare? Qual è la deviazione? Qual è l’eresia? Io non la vedo. Non sapevo che oltre al Sant’Uffizio, oggi Congregazione per dottrina della fede, ci fosse anche Forza Nuova.
Don Biancalani punta però il dito su alcuni ambienti ecclesiali tradizionalisti e li accusa di avere legami con Forza Nuova e Casa Pound. Che ne pensa?
Il parroco non credo che abbia scoperto l’America. Sono appena tornato da San Salvador dove ho partecipato, con una numerosa delegazione di Pax Christi, alle celebrazioni per il centenario della nascita del beato Oscar Arnolfo Romero. Era l’arcivescovo della capitale e fu ucciso, il 24 marzo 1980, da un cecchino di estrema destra mentre celebrava la messa a causa del suo impegno contro le violenze della dittatura militare del suo Paese. Negli anni 70-80, prima che fosse assassinato, la destra cattolica cosa diceva di lui? Che incitava la lotta armata, che non era in armonia con gli altri vescovi del suo Paese e perciò che alimentava divisioni. Romero era stato semplicemente folgorato dalle istanze del Vangelo. Esso è drastico da questo punto di vista. Il Signore dice ‘sono io quell’affamato che vedi sulla strada. Sono io nudo, perseguitato, carcerato, ammalato, senza tetto’. È questa identificazione con il povero, il sofferente e il rifugiato che ci sfugge e riduciamo il tutto alla carità , all’assistenzialismo. Qui ci sono fatti di Vangelo davanti ai quali anche noi talvolta purtroppo chiudiamo gli occhi.
Qual è il suo appello?
Il mio auspicio è che anche in questa nostra Italia davvero prevalga quell’accoglienza che ci ha reso un popolo che non ha mai alzato barriere. Anzi in tempi diversi da quelli che stiamo vivendo la nostra gente ha preso altre strade ed è andata altrove. Ci sono oggi milioni e milioni di italiani ed europei che sono perfettamente integrati all’estero nei Paesi dove sono emigrati. Bisogna comprendere la storia. È quanto mai necessario leggere i segni tempi, come dice efficacemente il Concilio Vaticano II. È inutile cancellarli e voltare pagina. Mi auguro che ci sia questa sapienza. Non dobbiamo arrabbiarci. Non dobbiamo confliggere con la violenza verbale e dei gesti. Dobbiamo, invece, tessere un possibile dialogo con tutti per intenderci e comprenderci. Ed è necessario farlo al più presto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Agosto 25th, 2017 Riccardo Fucile
IL VESCOVO AUSILIARIO DI ROMA PAOLO LOJUDICE: “SERVONO POLITICHE DI INTEGRAZIONE REALE, NON DI ESCLUSIONE, CHI NON E’ CAPACE SI FACCIA DA PARTE”
La diocesi del Papa è pronta ad accogliere i rifugiati sgomberati oggi nella Capitale. A pochi
giorni dal messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che sarà celebrata nel 2018, arriva un impegno concreto da parte delle istituzioni ecclesiali.
Per monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma e delegato Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, “è arrivato il momento di stabilire politiche di convivenza pacifiche per una integrazione reale. Gli sgomberi, come quello di oggi, non sono certamente una risposta adeguata”.
Il presule, da sempre vicino ai migranti, è stato presente allo sgombero di rifugiati eritrei ed etiopici in piazza Indipendenza a Roma.
“Sono seriamente preoccupato — prosegue Lojudice — per quanto avvenuto che non porta però a nulla senza risposte concrete e capillari in tutta la città . Da qui, come detto anche da altri esponenti del mondo cattolico, c’è bisogno di una risposta progettuale e strutturale. Per questo siamo disponibili a partecipare a incontri di programmazione con le istituzioni competenti e con chi ha veramente a cuore questi problemi per trovare vere e proprie soluzioni per garantire un futuro diverso a questi uomini, donne e bambini che hanno solo la colpa di essere fuggiti da realtà di guerra e povertà nella speranza un futuro diverso”.
Lojudice non fa sconti a nessuno: “Possiamo chiamarla la ‘città degli sgomberi’: sì, la città ‘eterna’, la ‘Roma Capitale’ si è trasformata in una città che fa ‘piazza pulita’, dove, nel cuore dell’estate, con i terremoti che incombono e con gli attentati che ci fanno aver paura, devono emergere il diritto e la giustizia a scapito di altro. Magari l’immondizia, quella vera, resta per le strade, ma le persone, famiglie intere con donne e bambini vanno rimosse. Due sgomberi in pochi giorni, — sottolinea ancora il presule — in due punti della nostra città , uno a via Quintavalle a Cinecittà , e uno a via Curtatone, a due passi dalla Stazione Termini: due sgomberi che hanno provocato degli accampamenti: uno, direi molto originale, nel portico della basilica dei Santi Apostoli e uno nei giardini di piazza dell’Indipendenza”.
Il vescovo ausiliare di Roma tiene a precisare anche “l’inadeguatezza del termine ‘sgombero’, usato per macerie e rifiuti e non adatto alle persone. Stiamo rivelando il vero volto delle nostre intenzioni: liberarci di qualcosa, o forse di qualcuno. Ma è pura illusione: quelle persone esistono, sono vive, in carne e ossa, respirano, mangiano: sono come noi, come me come tutti. L’unica differenza è che sono nate nel posto sbagliato, sono cresciute nel posto sbagliato e, purtroppo, non vorrei dirlo, sono ‘arrivate’ nel posto sbagliato. Mi piacerebbe pensare che sono arrivate nel posto giusto”.
Da queste considerazioni nasce la domanda di Lojudice: “Perchè non immaginare di accogliere, proteggere, promuovere, integrare, come ha recentemente proposto Papa Francesco, migranti, rifugiati e chiunque si trova in una situazione di marginalità , italiani compresi? ‘Abbiamo già tanti problemi noi italiani! Non riusciamo a trovare lavoro e occupazioni decenti noi…’. Questi sono i discorsi che si propongono, dietro i quali ci mascheriamo. Se è vero che oggi la guerra è globale, perchè non pensare di rendere globale anche la solidarietà ?”.
Per il presule “non si tratta di favorire alcuni a scapito di altri ma di combattere insieme, uniti dal comune ideale di costruire realmente e concretamente un mondo migliore, quello che nel linguaggio della fede chiamiamo il ‘Regno di Dio’, che è ‘già ‘ ma ‘non ancora’.
Si sente dire che in mezzo a queste persone ce ne sono alcune che strumentalizzano, che approfittano di situazioni per propri interessi, i ‘professionisti dell’occupazione’, come vengono chiamati e viene rimproverato a noi uomini di Chiesa di difendere persone che non hanno nessun diritto e nessun bisogno, a volte veri e propri delinquenti. Ma in mezzo ci sono anche anziani, bambini, donne la cui unica professione è quella di essere mamme. Ecco perchè non possiamo non stare dalla parte dei più piccoli, dei più deboli: perchè ce ne sono, e sono anche tanti. E noi non possiamo non stare dalla loro parte”.
Lojudice sottolinea, inoltre, che “il Comune solitamente propone accoglienze per mamme e bambini: perchè non cominciare a pensare a delle accoglienze vere per tutta la famiglia? Ci sono delle esperienze in atto: basta riproporle. E non si dica che è un problema di costi: purtroppo costano molto di più le case famiglia, in alcuni casi indispensabili, che non altri luoghi di accoglienza più autonoma per l’intero nucleo. Non servono guerre, nè polemiche con le Amministrazioni pubbliche, nè tantomeno con le forze dell’ordine, che fanno solo il loro dovere di obbedire a dei comandi. Nè guerre nè polemiche risolvono problemi: serve un dialogo serio e serrato da parte di tutte le forze in campo, istituzionali e non, volontariato e terzo settore”.
L’appello del presule è chiaro: “Ognuno faccia la sua parte e chi non vuole dialogare si ritiri in disparte. Troppa sofferenza è già stata vissuta da chi non ne aveva e non ne ha nessuna colpa. Non ci può essere un dominatore e un dominato, chi comanda e chi è costretto a subire: le conquiste di civiltà del nostro tempo, anche se subiscono attacchi continui, non possono essere messe in discussione da nessuno. Stabiliamo una convivenza più pacifica, una integrazione più reale, una collaborazione in cui ognuno possa dare il meglio di sè e saremo più sicuri anche dalle violenze e dagli attentati”.
“L’Italia — conclude Lojudice — ancora è stata risparmiata e tutti ci chiediamo il perchè: ci auguriamo che lo sia ancora, che non accada anche a noi di dover piangere qualche persona cara. Ma non possiamo affidarci al fatalismo o alla casualità : dobbiamo con responsabilità costruire una fraternità vera che magari metterà in discussione qualche nostro ‘diritto acquisito’, ma ci permetterà di garantire un futuro diverso, migliore ai nostri figli e forse anche ai nostri nipoti”.
Sulla stessa linea la Caritas di Roma, presente allo sgombero avvenuto in piazza Indipendenza con un equipe di operatori, che si è subito attivata concretamente a sostegno dei nuclei più fragili.
“Un intervento di questo tipo — sottolineano i vertici della Caritas della Capitale — per l’alto numero delle persone interessate, per la presenza di bambini e nuclei familiari e per la storia di sofferenze e violenze che queste persone hanno subito, richiedeva da tempo interventi sociali mirati e programmati, inseriti in un più vasto programma di iniziative che riguardano gli alloggi popolari e le strutture di accoglienza di emergenza. Purtroppo queste politiche, come hanno dimostrato i fatti di ‘Mafia Capitale’, sono assenti da anni nella nostra città e di questo ne approfittano gruppi e organizzazioni che vivono sulle spalle dei poveri anche nei fenomeni delle occupazioni”.
La Caritas di Roma “chiede l’istituzione di un tavolo permanente presso la Prefettura, con Comune e Regione, per il monitoraggio e la gestione delle occupazioni. Fenomeni così complessi non possono infatti essere lasciati gestire alla magistratura e alle forze dell’ordine. Occorre prevedere percorsi di integrazione mirati che tengano conto dei nuclei familiari, del livello di istruzione e del percorso migratorio dei singoli. Non bastano pochi mesi nelle strutture di accoglienza perchè si possa parlare di accoglienza. Occorre prendere coscienza che il riconoscimento della protezione internazionale a un cittadino straniero non è solo un atto amministrativo, ma un impegno per il nostro Paese ben delineato da Papa Francesco”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Agosto 25th, 2017 Riccardo Fucile
PARLA IL POLIZIOTTO IMMORTALATO NELLA FOTO MENYTRE ACCAREZZA UNA MIGRANTE DOPO LO SGOMBERO DI PIAZZA INDIPENDENZA: “SPERO CHE LE DIANO UNA CASA, VORREI INCONTRARLA”
“L’ha vista mio figlio e mi ha chiamato per dirmi: Papà , sono orgoglioso di te”. 
N.G., 48 anni, da 28 in servizio al reparto Mobile di Roma, è il poliziotto protagonista della foto simbolo dello sgombero di un palazzo a piazza Indipendenza, nel cuore della Capitale, teatro di scontri e disordini tra le forze dell’ordine e i rifugiati.
Nella foto, il poliziotto accarezza una donna migrante nel tentativo di consolarla.
È lo stesso agente a spiegare al Corriere della Sera il motivo del suo gesto:
“Dopo la prima carica le donne sono tornate nei giardini. Piangevano disperate, temevano di finire in strada e di non riuscire a trovare un’altra sistemazione. Mi sono avvicinato a una di loro e l’ho accarezzata per rassicurarla che le avrebbero trovato un posto dove stare. I miei colleghi, anche se nelle immagini non si vede, hanno fatto lo stesso”.
L’agente spera di incontrare la donna per sapere se sta meglio
“Con il metodo di addestramento redman lavoriamo al ritmo di 180-190 battiti al minuto per imparare a convivere con l’adrenalina e a inoculare lo stress.
Davanti al dolore, però, prevale il senso di umanità : “Spero che quella signora stia bene e abbia un tetto sulla testa. Mi piacerebbe incontrarla per sapere che si è rasserenata”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
E’ IN PRIMA LINEA CON L’ESERCITO CURDO, SIMPATIE DI SINISTRA… MA COME MAI I LEONI DA TASTIERA DI SEDICENTE DESTRA COMBATTONO L’ISIS SOLO SUL WEB E NON SI ARRUOLANO MAI PER IL FRONTE?
Le mani allacciano bene gli scarponi. Tirano la zip della divisa, in primo piano. Mettono i
proiettili nel taschino.
Cambio di inquadratura, ed ecco i simboli del guerriero: le bombe a mano, un polsino rosso, le mostrine di Ypg — l’esercito di liberazione curdo — disposti su una kefiah marrone.
Poi una sequenza da film: ogni accessorio va al suo posto, le mostrine sul velcro dell’uniforme alle spalle, le granate nei tasconi, la kefiah al collo.
Lo scatto metallico del carrello del fucile per armarlo, e via: è pronto per sparare all’Isis.
Dalla vita universitaria patavina alla guerra in Siria: una rivoluzione per Claudio Locatelli, trentenne bergamasco trapiantato a Padova, ex studente di Psicologia al Bo, che lo scorso febbraio è andato in Siria per combattere il califfato, arruolato assieme alle milizie di liberazione del Rojava, nel battaglione internazionale di Ypg.
Martedì nel video che ha pubblicato su Facebook, dopo la vestizione, spiega le sue ragioni, mitra in spalla.
«I volti dei popoli attaccati da Isis non mi hanno lasciato indifferente — dice Locatelli, con un crescendo di musica epica in sottofondo —. Sono qui per fare corretta informazione, per dare solidarietà alle vittime e per combattere l’Isis».
Il tono è convinto, come ci si aspetta da uno studente classificatosi primo su 200 nelle simulazioni di attività diplomatica organizzate dall’Onu a New York, nel 2013. Attraverso la chat di Facebook, Locatelli appare sicuro: «Non sono fatto per restare a guardare – scrive -. L’oppressione di Isis e ciò che rappresenta è qualcosa che va combattuto».
Nel video chiude con un proclama. «Siamo come gli inglesi con i nazisti — spiega il giovane -: se dovessi morire in battaglia non piangete, ho vissuto al servizio del prossimo».
Poi si vedono marce di miliziani in colonna, esplorazioni e appostamenti. Lontanissimo dalla vita padovana, dove si divideva tra il volontariato, il giornalismo e l’attivismo politico: è stato rappresentante degli studenti e da gennaio 2016 gestisce la pagina social «Solidarity Action» che nella descrizione viene definita «Piattaforma Internazionale d’intervento pratico, giornalistico, volontario e formativo».
Nessuna traccia di recapito telefonico e indirizzo, nè di iscrizione all’albo del Comune di Padova. Tra 2008 e 2009 aveva partecipato ai dibattiti contro la Riforma Gelmini del movimento «L’Onda», ma anche agli incontri del gruppo «Possiamo».
Ora c’è la pagina Facebook – «Claudio Locatelli — Il giornalista combattente» – da cui pubblica post sponsorizzati in cui racconta quello che vive, gli spostamenti dell’esercito, le vittorie, con immagini e video di paesaggi desertici ed edifici fumanti, e mappe sul conflitto siriano.
Appare anche in un servizio della Cnn con alle spalle un carro armato in fiamme.
A volte Locatelli ha collaborato con l’agenzia Nena- News, ma di norma documenta tutto su Facebook, dai preparativi, alle motivazioni, alle azioni.
Una presenza costante sui social che stride con la difficoltà di reperire informazioni personali su di lui: tutti lo conoscono solo superficialmente, dagli ambienti dei centri sociali, come il padovano Pedro, ai referenti dei movimenti studenteschi.
Si era avvicinato in vari eventi, dimostrandosi molto attivo, per poi sparire.
Gli amici, che ricevono notizie tramite Facebook, non ne vogliono parlare: «Lo conosco dal primo giorno in cui è arrivato a Padova, ma non voglio dire nulla su di lui», taglia corto un amico che su Facebook si chiama Marco Krash, e condividendo il video ha scritto: «Stai attento amico mio, pregherò per te affinchè non ti succeda nulla».
A molti era noto per aver gestito il locale padovano «La Fata Verde», chiuso lo scorso dicembre, e alcuni di loro oggi lo sostengono sui social: «Una persona straordinaria — sottolinea uno di loro — ma so poco di lui».
Non tutti condividono la sua scelta. «Ma non eri giornalista, perchè ora ti sei messo a sparare?», commenta qualcuno. C’è anche chi lo sostiene: «Bravo tu hai le palle ti ammiro». La maggior parte dei post però, recitano «Stai attento», scritti da persone preoccupate per lui.
(da “il Corriere del Veneto”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Agosto 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL COMMOVENTE RACCONTO DEI SOCCORRITORI, TUTTI IN SALVO I BAMBINI
Anche Ciro, 11 anni, è stato finalmente estratto dalle macerie.
Un lungo applauso dei vicini di casa ha incoraggiato i vigili del fuoco che lo hanno tirato fuori dopo 16 ore di lavoro ininterrotto sulla palazzina crollata nella serata di ieri a Casamicciola (Napoli) per un terremoto di magnitudo 4.0.
“È stato Ciro a salvare il fratellino di 7 anni Mattias. Dopo la scossa lo ha preso e lo ha spinto con lui sotto al letto, un gesto che sicuramente ha salvato la vita a entrambi. Poi con un manico di scopa ha battuto contro le macerie e si è fatto sentire dai soccorritori”.
È commosso il comandante della Tenenza di Ischia della Gdf, Andrea Gentile, nel riferire il racconto di uno dei soccorritori dei vigili del fuoco entrato in azione per salvare i bimbi dalle macerie.
Nella notte era stato estratto vivo dalle macerie Pasquale, di 7 mesi, il più piccolo dei tre fratelli. Stanno bene anche il papà e la mamma, che aspetta un altro bambino.
Il bilancio provvisorio della scossa è di due donne morte e 39 feriti.
La prima vittima è un’anziana, Lina Cutaneo, colpita da calcinacci durante il crollo della chiesa Santa Maria del Suffragio a Casamicciola.
La seconda vittima è una donna non ancora identificata: non è chiaro se sia rimasta travolta da un crollo o colta da malore.
Il bilancio dei feriti è stato confermato al Giornale Radio Rai dal direttore dell’Ospedale Rizzoli di Lacco Ameno. Sono almeno un trentina gli edifici crollati, ma potrebbero essere molti di più, mentre con le prime luci del giorno sta progressivamente emergendo la reale entità dei danni.
Sono circa 2.600 gli sfollati, in base a una prima quantificazione dei sindaci dell’isola. Lo ha detto il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, che si trova sul posto. Per gli sfollati l’ipotesi tendopoli è remota: “Speriamo proprio di no – scandisce Borrelli – ci sono diverse strutture ricettive sull’isola, speriamo possano essere utilizzate”.
La Cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha trascorso più volte periodi di vacanza a Ischia, ha espresso, a quanto si apprende, in un messaggio al governo italiano “la più profonda vicinanza” ai cittadini colpiti dal sisma e “ai soccorritori che stanno facendo il loro meglio per aiutare”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: radici e valori | Commenta »