Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
IL VESCOVO: “FEROCIA BARBARA E SPIETATA”… CACCIA AL TERZO AGGRESSORE
“Voglio fare io un applauso a voi per tutto quello che avete fatto in questi giorni, per le vostre preghiere, il vostro sostegno. Io vi ringrazio per ogni lacrima”. Poco prima che la bara bianca di Emanuele uscisse dalla chiesa Maria SS. Regina di Tecchiena Castello, frazione di Alatri, a parlare è la mamma del ventenne massacrato sabato scorso nel centro storico del Comune ciociaro. Mamma Lucia ringrazia tutti.
Chiede preghiere per Emanuele e invita le diecimila persone che hanno affollato il sagrato e anche il prato vicino alla chiesa, a ricordare il suo “caciarone” pieno di vita. Non parla degli assassini. Lo farà la sorella di Emanuele Morganti, Melissa. “Ciò che hai lasciato in noi – dice- non potrà essere cancellato neppure dal più vile degli assassini, come quelli che ti hanno portato via”.
“Quel che è successo è assurdo – fa loro eco Lorenzo Loppa, vescovo di Alatri, che ha celebrato il funerale – dobbiamo ora portare nelle nostre città la cultura della convivenza, altrimenti Emanuele sarà morto invano”.
Parole durissime quelle pronunciate dal monsignore durante l’omelia : “Quella che si è abbattuta su Emanuele è stata una ferocia disumana, barbara e spietata. Tutti si staranno chiedendo – ha detto il vescovo – dov’eri Signore quando Emanuele veniva pestato? Il Signore risponde, ero in quel corpo martoriato, morivo lì un’altra volta”. “Nessuna tolleranza verso la violenza – ha aggiunto – scegliere la non violenza come stile di vita e amare di più la vita” e ha ricordato che “la non violenza si impara in famiglia”.
Poi i palloncini bianchi lasciati volare, lunghi applausi e la liberazione di due colombe, mentre i carabinieri fanno largo per far passare il feretro attraverso il sagrato della chiesa.
Dietro la bara bianca mamma Lucia, papà Giuseppe, Melissa, gli amici. Alcuni, come Gianmarco, il giovane che ha fatto scudo con il suo corpo ad Emanuele tentando di sottrarlo alla ferocia del branco, portano a spalla il feretro.
Mamma Lucia tiene tra le mani una foto del suo ragazzo, sale sul carro, seguita dal marito. Non vogliono staccarsi da Lele neppure nell’ultimo viaggio alla volta del cimitero di Frosinone. La folla sfila.
Chilometri di coda per uscire da Tecchiena, centro immerso nelle campagne ciociare alle prese con un delitto con ben pochi precedenti. Tutti a casa. Ma con l’invito del vescovo Loppa a non fare come Caino, a “scegliere la non violenza come stile di vita”
La bara bianca con il corpo del ventenne ucciso ad Alatri in una notte di follia davanti a una discoteca, è stata riportata questa mattina nella sua casa natale a Tecchiena. Subito dopo è stata portata a spalla fino alla chiesa, per circa 300 metri. Gli amici si sono dati il cambio per trasportare il feretro seguito da un lungo corteo di persone in lacrime.
“Emanuele picchiato prima dentro al bar ”
Torna a parlare la fidanzata di Emanuele “È stato picchiato prima all’interno – racconta Ketty al tempo – Perchè credevano fosse lui a importunare la barista. Lo hanno trascinato in un angolo. Non vedevo niente. Solo tanta confusione. Poi sono riuscita a guadagnare l’uscita e ho visto Emanuele che era scortato da quattro persone. Aveva la maglietta strappata, il sangue vicino la bocca e lui agitato che diceva: ‘Ma non sono io ad aver dato fastidio. Non sono io. Perchè mi cacciate? Non è giusto'”.
“Tutto ha avuto inizio mentre stavamo vicino al bancone del bar mentre eravamo in attesa delle nostre ordinazioni”, racconta. “Accanto a me, ad Emanuele, a Marco e Riccardo, nostri amici, c’era un giovane visibilmente ubriaco che discuteva con la barista. Poi ha iniziato a colpire Emanuele a colpi di spalla. Il mio fidanzato ha sopportato per un poco ma poi ha reagito e gli ha detto di smetterla. Questo per tutta risposta gli ha lanciato sulla testa un portatovaglioli. In un istante è scoppiato il putiferio. Non dovevano fare questo. Dovevano tutelarlo e non ucciderlo”.
Le indagini: I Ris hanno trascorso ore all’interno del Mirò.
Hanno passato il Luminol in qualsiasi angolo alla ricerca di ogni minima traccia di sangue che permetta di ricostruire la dinamica del pestaggio.
Secondo l’autopsia, Emanuele sarebbe stato ucciso da un’arma impropria forse un manganello, che non è tra quelle sinora individuate dagli investigatori, impugnata e utilizzata da un soggetto al momento ignoto.
A provocare l’emorragia cerebrale, risultata fatale a Emanuele, è stato un colpo, forse due, sferrati con violenza alla testa del ragazzo quando era già a terra.
Lesioni che gli inquirenti hanno sospettato potessero essere compatibili anche con la caduta del ventenne dopo il pugno da dietro che gli sarebbe stato sferrato dall’arrestato Mario Castagnacci, che lo aveva fatto finire contro il montante di un’auto in sosta.
Castagnacci e Palmisani, i due accusati dell’omicidio intanto restano in carcere. Interrogati nel carcere di Regina Coeli, a Roma si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Il giudice per le indagini preliminari ha quindi convalidato i fermi.
L’omaggio del calcio
Dieci secondi di silenzio in campo a Cesena prima dell’inizio della partita Cesena-Frosinone. E poi ancora, cori da parte di entrambe le tifoserie che chiedevano “giustizia per Emanuele”. Uno striscione calato appena l’arbitro ha fischiato l’inizio dell’incontro e applausi.
Una serata di emozioni quella di ieri sera, al comunale di Cesena, dove si è ricordato Emanuele
(da “La Repubblica“)
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Marzo 24th, 2017 Riccardo Fucile
IL VIDEO DELLA SUA INTERVISTA A CARTABIANCA DIVENTA VIRALE…”ABBIAMO ESPORTATO MALAVITA ORGANIZZATA IN TUTTO IL MONDO, ORA DAVANTI A UNA MAMMA CON UN BAMBINO IN BRACCIO DICIAMO ‘RIMANDIAMOLI VIA'”
Così equo e solidale da diventare virale. Sarà che non tutti sapevano che Flavio Insinna è impegnato da sempre nel volontariato con generosità e costanza, sarà che non t’aspetti di vederlo fra Debora Serracchiani e Maurizio Landini a cartabianca, il programma condotto da Bianca Berlinguer su RaiTre, sarà che ha detto cose di buon senso, alla fine il video del suo intervento sta facendo il giro del web.
Dal primo slancio verso “l’altro” quand’era bambino a scuola con suor Virginia alla sua attività con la Comunità di Sant’Egidio, ai nuovi poveri che “non sono solo migranti che vengono da ogni parte del mondo ma anche italiani separati che si ritrovano a vivere due solitudini, lui che dorme in macchina e cerca lavoretti a Roma e la moglie con i figli in un’altra città “, un intervento appassionato su temi sensibili come occupazione, immigrazione, razzismo, solidarietà passando dalle mafie ai siriani alle citazioni di Enrico Berlinguer.
L’aiuto. “Mi piacerebbe che questo paese trovasse, o ritrovasse, la necessità di aiutarsi, così come sente il bisogno di respirare e di bere”.
L’emergenza. “Si capisce che la vera emergenza è la guerra, non chi arriva o quanti ne arrivano o da dove arrivano”.
L’amicizia. “Questo Paese, che è meraviglioso per altre cose, è malato di solitudine e di indifferenza. L’unica cura è l’amicizia”.
La malavita. “Noi abbiamo esportato malavita organizzata in tutto il mondo. Adesso arrivamno delle mamme con i bambini in braccio e noi diciamo: no, rimandiamoli via”
Gli oppressi. “Se voi dividete il mondo in italiani e stranieri, io lo divido in oppressi e oppressori. Io starò con gli oppressi tutta la vita. E un siriano ti dirà ‘io voglio tornare a casa mia’, ma non ci può tornare”.
Il chissenefrega. “A me non spaventa l’Europa a due velocità , mi spaventa l’Italia, perchè sono italiano con grandissimo senso di appartenenza, a me spaventa la doppia velocità della nostra morale. Se è per noi, vogliamo tutto subito. Se la colpa è nostra: mah… forse non c’ero… adesso guardo… Quando è l’altro, l’altra velocità è quella del chissenefrega. Quando è per noi, vogliamo tutto. Per gli altri no. Io non voglio vivere in questo Paese, voglio vivere in un Paese gentile che aspetta chi arriva tardi.
La citazione. “Guardi (a Bianca Berlinguer, ndr), io lo so che lei si imbarazza quando cito suo padre, ma suo padre diceva che ci si salva e si va avanti solo tutti insieme. Da soli sarà una disgrazia.
(da agenzie)
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Marzo 18th, 2017 Riccardo Fucile
PARTITO QUANDO AVEVA 13 ANNI, DA SOLO E A PIEDI, SENZA DOCUMENTI NE’ SOLDI… 4.000 KM ATTRAVERSO MALI E ALGERIA FINO ALLA LIBIA… POI IL BASKET, GLI OCCHIALI E LA SCUOLA
Giorgio Maggi ha 63 anni, quaranta dei quali spesi sul parquet a insegnare pallacanestro. Ma un ragazzino come Omar, assicura, non l’ha mai visto: «Ogni volta che si presenta in palestra per l’allenamento saluta uno a uno tutti i compagni, l’allenatore, che sarei io, più tutti i componenti dello staff. Con la mano, proprio. Ci fosse anche il pubblico, saluterebbe pure quello. Ecco, in tutta la mia carriera non avevo mai visto uno così felice di allenarsi. Contento e riconoscente. Ma con la storia che ha alle spalle, forse non è poi così strano».
Omar ha 17 anni e gioca con l’Asd Arzaga Under 18: tre giorni alla settimana, più la partita nel weekend, che è come una festa.
Si presenta alla palestra al quartiere Primaticcio con l’immancabile sorriso e i suoi due metri di altezza sorretti da quelle due gambine secche secche da mezzofondista che l’hanno portato fin qui a Milano dal Gambia dopo un’odissea lunga due anni.
Ne aveva 13 quando, abbandonato a se stesso da una famiglia assente, ha raccolto la propria vita in uno zainetto – un ricambio di vestiti, molti sogni di normalità e poco altro – e ha percorso quattro mila chilometri a piedi attraverso Mali e Algeria, fino alla Libia.
Un viaggio di mesi che lui, nel suo italiano incerto ma chiaro, si limita a ricordare come «lungo», senza altre spiegazioni, perchè in fondo oggi è solo un ricordo, una cosa passata.
Ha dormito dove capitava, fatto piccoli lavori per mettere insieme il pranzo con la cena e soprattutto per pagarsi un viaggio attraverso il mar Mediterraneo.
Il resto è, purtroppo, la solita storia di disperati, il barcone malandato, i banditi, i sogni che spesso s’infrangono contro una realtà diversa.
Per sua fortuna, a lui è andata bene. Anche grazie allo sport, grazie al basket.
Era l’estate scorsa quando, sbarcato in Sicilia, Omar decide di risalire l’Italia a piedi e raggiungere Milano dove a luglio il Comune lo accoglie e lo affida a un centro Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati).
Non ha documenti, gli danno un alloggio dalle parti di Baggio, lo mandano a scuola e a fare sport. Basket.
Prima non ci aveva mai giocato sul serio, solo qualche canestro al campetto. Poi arriva il provino con l’Arzaga. Ed è qui che la storia s’arricchisce di un altro capitolo da romanzo dell’Ottocento, alla Dickens.
Solo che è tutto vero, come il resto. Durante la visita per l’idoneità scoprono che Omar è miope. Non lo sapeva neanche lui.
Per 17 anni ha visto poco o niente, ombre. Gli danno degli occhiali, non ne aveva mai indossati. La prima volta che glieli hanno messi sul naso ha detto solo una parola, «awesome». Eccezionale.
«Quell’emozione, come quando gli abbiamo dato le prime scarpe pagate con una colletta fra compagni, ce la porteremo dentro per sempre – racconta Maggi –. Ci è voluto un po’ per farlo tesserare ma ce l’abbiamo fatta».
«Awesome» continua a ripetere Omar.
Ma eccezionali, giura il suo coach, sono i passi da gigante che sta facendo: sul parquet dove migliora ogni giorno e a scuola dove è stato subito promosso in terza media. A giugno l’esame, passaggio fondamentale per il futuro, un canestro da non sbagliare.
Già , perchè l’odissea di Omar non è ancora finita del tutto.
Il peggio è passato, sì, non ci sono più deserti nè criminali, ma a dicembre farà 18 anni e la legge dice che per restare in Italia gli servirà un permesso di soggiorno.
Ha uno schema di gioco preciso: la licenza, poi una scuola professionale, quindi un lavoro. Che forse non sarà il basket.
Ma in fondo che importa?
Carlos Passerini
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 14th, 2017 Riccardo Fucile
LA CATANESE SABINA BERRETTA A 29 ANNI VINSE UNA BORSA DI STUDIO PER IL MIT DI BOSTON, IN ITALIA DOPO LA LAUREA NON RIUSCI’ AD OTTENERE NEANCHE UN POSTO DA CUSTODE
“Qualcuno dice che il mio laboratorio somiglia a quello di Frankenstein. Naturalmente non è così, ma,
certo, abbiamo 3 mila cervelli nei container. Pochi per le esigenze di una ricerca scientifica che ormai conta su strumenti, quelli sì, fantascientifici”. Sognava di fare la scienziata in Italia, Sabina Berretta.
Ma dopo anni di ricerche non pagate, l’unica via per mantenersi agli studi sembrava un posto da bidella. Fallita anche quella prospettiva, è partita per l’America: e non è più tornata.
Oggi Berretta, che ha 56 anni, è la scienziata italiana che dirige l’Harvard Brain tissue resource center del McLean Hospital di Boston, la più grande banca dei cervelli del mondo.
Qui la “materia grigia” viene catalogata, sezionata, conservata: i campioni inviati in tutti i laboratori del mondo per essere studiati.
Qualche giorno fa ha lanciato un appello per fare nuove donazioni, essenziali alla ricerca: “Abbiamo bisogno di cervelli. Solo studiandone sempre di più potremo sconfiggere malattie considerate inguaribili. O nemmeno considerate malattie”. Ma com’è arrivata Sabina Berretta, cervello in fuga – è proprio il caso di dirlo – a dirigere uno dei più prestigiosi laboratori del mondo? La sua è una storia che intreccia caso e passione: e mette in luce le carenze abissali del sistema universitario italiano.
Da dove è partita?
“Sono siciliana, vengo da Catania. Dopo il liceo volevo studiare filosofia, ma sapevo che non mi avrebbe permesso di sopravvivere: e siccome ero una sportiva mi iscrissi all’Isef. Insegnando ginnastica, pensai, avrò tempo per studiare filosofia, prendere una seconda laurea. Fu preparando la tesi dell’ultimo anno che scoprii la mia vocazione. Il professore che insegnava fisiologia all’Isef era un docente di medicina. Entrai nel suo laboratorio dove facevano studi sul cervelletto. Capii subito che era quello che m’interessava davvero. Misi da parte lo sport e cominciai a studiare medicina a Catania”.
Come andò?
“Benissimo, continuai a fare ricerca in quel laboratorio e mi laureai con lode in neurologia. Solo che le ricerche nessuno me le pagava: ero una volontaria. E anche da laureata non c’era posto per me. In quell’istituto si liberava però un posto da bidello: pensai che poteva essere un modo per guadagnare dei soldi continuando a studiare. Dopo aver spazzato i pavimenti, insomma, potevo andare in laboratorio e proseguire le ricerche con uno stipendio su cui contare. Non vinsi nemmeno quel posto: eravamo troppi a farne richiesta”.
La persona che lo vinse era laureata come lei?
“Certo, adesso è una stimata ricercatrice, ma ha cominciato con un posto da bidella. Io invece ebbi fortuna. Vinsi una borsa del Cnr per studiare un anno all’estero. Scelsi il Mit di Boston. Andò bene: scaduta la borsa, ero stimata e mi tennero. Era il 1990 e da allora non sono più tornata”.
Lei dunque partì con una borsa di formazione italiana: ma fu l’America a darle la possibilità di continuare i suoi studi.
“Succede continuamente. Gli studenti approdano in America da tutta Europa per fare quei lavori di laboratorio che in America non vengono pagati. I più bravi vengono assunti: e siccome a casa non hanno prospettive, molti fanno come me e restano”.
Cosa ha fatto in America?
“Proposi il mio lavoro ad Harvard: studiavo gli effetti della schizofrenia sul cervello e lì c’era la banca dati più importante del mondo. Avevo bisogno di lavorare sul tessuto umano per far progredire le mie ricerche perchè fino ad allora avevo analizzato solo modelli animali. Prima ho lavorato con la direttrice del centro, poi sono diventata una ricercatrice indipendente, con budget e staff. Quando la direttrice è andata in pensione, ero quella che conosceva meglio l’archivio dei cervelli: darmi il suo posto fu la scelta più ovvia”.
Quante persone dirige?
“Sette nel mio laboratorio, dieci nella banca dei cervelli. Staff di media grandezza, ce ne sono di più ampi. Studiamo la schizofrenia e i disturbi bipolari”.
Sono malattie che lasciano un segno sulla materia grigia?
“Certo, tutte le malattie segnano il cervello. I malati di Alzheimer, per esempio, hanno la corteccia atrofizzata. D’altronde a marcare il cervello non sono solo le malattie: ogni esperienza lascia il segno, così come il tempo che passa. Il cervello muta ad ogni nuova informazione. Certo, qualcosa è visibile a occhio nudo, qualcosa solo al microscopio. Come la depressione: difficile da vedere, ma lascia il segno”.
Per eseguire questo genere di ricerche è essenziale conoscere prima la patologia?
“No, anzi, lavorare su materiale non malato ci aiuta a fare comparazioni. Di solito intervistiamo i donatori e le loro famiglie, ma sono interviste mediche, non parliamo, insomma, di sentimenti. Lo faremo: stiamo studiando come gestire la privacy di queste persone. Solo che chi non è malato è meno motivato a donare. Pensa che non serva: e d’altronde perfino la medicina parla ancora di malattia fisica e malattia mentale. Ma anche la mentale è fisica. Per questo è così importante avere nuove donazioni”.
Quante ne ricevete ogni anno?
“Circa centocinquanta. Troppo poche per gli strumenti incredibili che abbiamo. Ora possiamo fare cose davvero straordinarie come catalogare le cellule una ad una. Grazie ai nuovi strumenti e ai nostri studi sconfiggeremo nuove malattie. Ma abbiamo poco tessuto per gli esperimenti. Aiutateci: ce ne serve di più”.
Donate il vostro cervello alla scienza, insomma: anche se non siete un cervello in fuga.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 12th, 2017 Riccardo Fucile
LA SFIDA DEI VERI IDENTITARI (NON QUELLI TAROCCO NOSTRANI CHE STANNO CON I PETROLIERI)
Alla fine di un lungo sentiero delle lacrime, a duemila e cinquecento chilometri dalla loro terra all’altro
capo del tempo e dell’America, Lakota Sioux, Cheyenne, Arapaho, Corvi, Cherokee hanno portato a Washington la loro invincibile sconfitta.
Nel gelo di un weekend che li aveva accompagnati dalla tundra delle Grandi Pianure del Nord, hanno tentato l’ultima battaglia contro l’ennesimo stupro che il “Uasìchu”, l’Uomo Bianco, “colui che si prende il grasso e lascia le ossa agli altri” in lingua Lakota, sta compiendo nel corpo della loro terra.
Ma sanno che il tubo di acciaio che il nuovo oleodotto pomperà dai giacimenti del Nord Dakota fino a Chicago sotto la terra, i laghi, i ruscelli delle loro riserve si farà , si sta facendo, perchè così ha ordinato il Viso Pallido dai Capelli color di Carota che vive nella grande tenda bianca.
Per due giorni, anche sotto un improvviso nevischio che ha stroncato le prime fioriture dei ciliegi giapponesi nel centro della città , gli indiani, guidati dai Lakota Sioux della Standing Rock Reservation in South Dakota, hanno alzato i loro tipì di tela, prima davanti al massiccio palazzo della Posta divenuto oggi un Hotel Trump e poi attorno all’obelisco di marmo dedicato a George Washington.
Hanno portato in corteo, nei canyon di cemento e vetro delle strade dei lobbysti, serpentoni di gomma per rappresentare l’oleodotto e per gridare “L’acqua è vita”, quell’acqua che le inevitabili fughe di greggio intossicheranno con foto di paperelle incatramate e di volpi stecchite.
Si sono accampati e hanno danzato con i piumaggi d’onore, lance e tomahawk, a torso nudo davanti alla Casa Bianca, cantando “Trump must go”, se ne deve andare e si sono concessi qualche amara ironia, come Jobeth Brownotter, Lontra Bruna. Indossava uno dei cappellini distribuiti a milioni dalla campagna elettorale di Trump con la scritta “Make America Great Again”, rifacciamo grande l’America, ma trapassato da una freccia, come nei vecchi film western.
Ma che cosa può una tenda di tela contro grattacieli di acciaio e cemento? Niente.
La Dakota Access Pipeline, che porterà mezzo milione di barili di greggio al giorno dai giacimenti di Bakken ai dintorni di Chicago per mille e 500 chilometri è stata sbloccata immediatamente dopo l’insediamento di Grande Capo Pel di Carota.
Obama ne aveva fermato l’ultimo tratto, quello che perfora la terra della Riserva della Roccia Eretta, ma sapeva che sarebbe stato solo un gesto.
Per ordine del nuovo Presidente, il Genio Militare ha rinnovato l’autorizzazione.
I bulldozer sono tornati a rivoltare la terra che conserva le ossa degli antenati e lo spirito della loro anima. La Guardia Nazionale e gli sceriffi hanno sloggiato l’ultimo accampamento di Lakota che erano rimasti appesi ai loro stracci nel gelo di febbraio. E la talpa ha ripreso a scavare.
Hanno danzato, ma che cosa può una danza contro un governo che ha scelto, per il secondo, più importante ministero dell’Amministrazione, Rex Tillerson, il boss della Exxon Mobil, un grande sciamano del liquido nero.
I leader della marcia, molti dei quali erano donne, si aggrappano a uno dei tanti, effimeri trattati che il governo dei soldati blu firmarono con le nazioni della Grande Prateria a Fort Laramie, nel 1851 e che garantiva anche ai Sioux il controllo delle loro terre in cambio del diritto di passaggio delle carovane dei pionieri e di pochi dollari mai versati,
Ma nel 1924, dopo guerre, violazioni spudorate, semi-estinzione dei bisonti che erano la vita delle nazioni di cacciatori nomadi, e rotaie, i diritti territoriali dei nativi furono cancellati in cambio del riconoscimento della cittadinanza americana degli indiani e i tribunali da allora dibattono e decidono che cosa ancora resti di quei trattati ottocenteschi.
Hanno speso duecento mila dollari per organizzare la marcia sulla capitale, partita dai Lakota della Roccia Eretta che sono appena 8 mila, ma che cosa possono quei soldi contro i 3,78 miliardi di dollari investiti da società petrolifere e prestati dalle maggiori banche del mondo, dalla Citi alla Paribas, dalla Wells Fargo alla Sociètè Gènèrale, per costruire l’oleodotto.
Per loro si è mossa soltanto la senatrice Democratica del Massachusetts, Elizabeth Warren, che vanta lontane origini Cherokee, ma nei chilometri di cammino fra la stazione di Washington e la Casa Bianca, i pochi turisti dissuasi dal freddo, e i pochissimi washingtoniani, incalliti da ben altre manifestazioni, li guardavano come una curiosità folcloristica.
Hanno pregato, ma che cosa possono le preghiere di qualche superstite del genocidio indiano contro la sete inestinguibile di petrolio che noi abbiamo?
Il sogno è l’autonomia energetica, la benzina a poco prezzo, la liberazione degli Stati Uniti dal ricatto dei Paesi produttori, e che importa se qualche Lakota Sioux saltella, se una donna Cheyenne canta contro la Casa Bianca e 131 geologi, ambientalisti, ingegneri avvertono che sicuramente quelle tubature avranno perdite e fughe?
Certo non importa a Donald Trump, il Presidente che invoca l’America First, ma si dimentica dei First Americans. Dei primi americani.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 10th, 2017 Riccardo Fucile
NON C’E’ SOLO UNA ITALIA DI CUI VERGOGNARSI, CI SONO ITALIANI DI CUI ESSERE FIERI
Tre bimbi – di 10 mesi e 2 anni – operati d’urgenza e salvati dal soffocamento, nel giro di 24 ore, a
causa di grave insufficienza respiratoria generata dall’inalazione di frammenti di cibo.
E’ successo all’ospedale Maggiore di Parma, nella struttura di Pneumologia ed endoscopia toracica dell’Azienda ospedaliero-universitaria: coinvolti un bimbo di due anni di Salsomaggiore; una bimba, sempre di dueanni, di Reggio Emilia, e un bimbo di Parma di 10 mesi.
Tutti e tre – spiega una nota dell’azienda ospedaliera – sono arrivati in urgenza all’ospedale dei Bambini presentando una grave insufficienza respiratoria causata dalla involontaria inalazione di pezzetti di cibo.
Ora sono tutti in buone condizioni: il bimbo di Salsomaggiore ha già fatto ritorno a casa, gli altri due piccoli pazienti saranno dimessi a breve.
“I bambini – spiega Maria Majori, da oltre 15 anni pneumologo interventista della struttura che ha effettuato tutti e tre gli interventi senza sosta- presentavano evidenti segni di distress respiratorio con un polmone escluso dalla ventilazione e siamo quindi dovuti intervenire in urgenza in sala operatoria utilizzando un broncoscopio rigido con specifici strumenti vista l’età dei pazienti”.
L’intervento più delicato, quello sul bimbo di 10 mesi che aveva inalato un seme di girasole due giorni prima. “Più delicato – prosegue Majori – perchè le vie aeree di un paziente di 10 mesi sono estremamente ridotte e gli strumenti da usare sono di dimensione quasi minuscola, bisogna quindi intervenire con la massima precisione”.
Il bimbo di 2 anni di Salsomaggiore, invece, aveva inalato dei frammenti di arachidi circa venti giorni fa mentre la piccola reggiana di 2 anni aveva ingoiato dei pezzi di carota cruda circa 6 ore prima, manifestando fin da subito segni di grave difficoltà respiratoria. Anche in questi due casi è stato necessario portare i piccoli in sala operatoria.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 2nd, 2017 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA AL FATTO DI 4 ANNI FA DI UN UOMO CONTROCORRENTE
Il Barone nero li ha conosciuti tutti. Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, nobile famiglia trapanese,
lunga militanza nel Msi, li ha visti da vicino i fascisti con le mazze, quelli con il doppiopetto e quelli che, dopo la fine del Movimento sociale, si sono costruiti posizioni di potere, fino a finire in cella: e (come Franco Nicoli Cristiani a Milano o Franco “Batman” Fiorito a Roma), non per qualche scontro di piazza.
“Nel 1989 rilasciai un’intervista a l’Europeo in cui indicavo quelli che ritenevo essere i mali di un partito — il mio, l’Msi — che non aveva saputo rinnovarsi. C’era un tumore a Milano, nutrito dai legami tra la famiglia La Russa e i Ligresti. Il combinato disposto tra politica e affarismo: questo tumore ha provocato metastasi. La politica è diventata uno strumento di affermazione sociale per morti di fame spirituali, che vengono ricoperti di soldi, ma restano morti di fame”.
Perchè La Russa e Ligresti?
La decisione di far diventare Gianfranco Fini segretario, per esempio, fu presa a Taormina in un albergo di Salvatore Ligresti, presenti il senatore Antonino La Russa, suo figlio Ignazio, Giorgio Almirante e Pinuccio Tatarella. Quando poi i figli adottivi di Almirante fallirono con la concessionaria di auto Lancia a Roma, furono salvati da Ligresti, che diede loro un’agenzia della Sai. Il male affonda lì. Sono moralista? Magari sì, ma a Milano, per vent’anni, tutto un mondo è stato nelle mani della famiglia La Russa: da Michelangelo Virgillito a Raffaele Ursini, fino a Ligresti.
Lei fu vicino a un personaggio contiguo a questo mondo, Filippo Alberto Rapisarda.
A metà degli anni 80, lui era latitante a Parigi, mi chiamò in ufficio. Sostenni la sua battaglia contro le banche. Ma presi un abbaglio: era un megalomane che per certi versi ricorda Berlusconi. Mi affittò un appartamento nel suo palazzetto di via Chiaravalle (dove poi nacque il primo club di Forza Italia). Pagai l’affitto a un suo emissario, per poi scoprire che l’immobile faceva parte di un fallimento. Sto ancora pagando (per la seconda volta) dieci anni d’affitto. E lo sto pagando, visto che dopo 34 anni il fallimento si è chiuso, alla vedova di Rapisarda.
Chi frequentava il palazzetto secentesco di via Chiaravalle?
Ministri, sottosegretari. Ma anche Alberoni, Sgarbi, Miccichè. E Dell’Utri, che conoscevo perchè me lo aveva presentato Rapisarda che mi aveva anche raccontato che Dell’Utri aveva fatto arrivare a Berlusconi i soldi della mafia.
I La Russa quando li conobbe?
Sono arrivato a Milano nel 1966. Allora il padre Antonino era il consigliori di Virgillito. Il figlio Ignazio faceva invece il contestatore. Ma quando presentai in Consiglio comunale un’interrogazione su un immobile dell’Ospedale Maggiore stranamente finito nelle mani di Ligresti, fui affrontato, a un comitato centrale del Msi a Roma, da Antonino. Stavo parlando con Walter Pancini (oggi direttore generale di Auditel). Antonino mi disse, in siciliano: “Bella questa giacca. Sarebbe un peccato rovinarla con due buchi”.
È vero che prese a schiaffi Ignazio?
Sì sì, faceva il bulletto. Fu verso la fine degli anni 80 durante una direzione provinciale del partito. Lui non m’invitava mai, anche se io ne avevo diritto visto che ero in direzione nazionale e deputato. Aveva una strategia di conquista del potere nel partito per arrivare poi alla conquista delle istituzioni. All’ennesima battuta, mi alzai e gli diedi quattro schiaffi.
E lui?
Incassò, senza dire una parola.
L’ha stupita scoprire che si comprano voti dalla ‘ndrangheta in Lombardia?
No, conosco bene Milano. E avevo annusato le infiltrazioni mafiose. Nella campagna elettorale del 2011 per il Comune di Milano, ho dato una mano a Barbara Ciabò (lista Fini). Due giorni prima del voto mi disse: “Vedrai, non ce la farò perchè Sara Giudice ha 3-400 voti di case popolari abitate da calabresi”.
E Formigoni?
Lo conobbi quando era deputato e sculettava nel transatlantico di Montecitorio.
Oggi, dopo una strenua resistenza, dice che vuole il voto…
Sta trattando su diversi fronti. Lui è l’espressione di quella che io chiamo associazione per delinquere di stampo cattolico. A Milano si è divisa gli affari con Ligresti, Moratti e i poteri di cui l’Expo è uno dei risultati.
Che effetto le fa il Consiglio regionale imbottito di indagati?
Compio 80 anni tra un mese, eppure riesco ancora a scandalizzarmi. Quando ho appreso quello che è accaduto, non credevo alle mie orecchie. Vede, ho fatto il capogruppo in Consiglio comunale a Milano e ci davano una stanza e un’impiegata. Ho fatto il deputato a Roma e mi davano 150 mila lire per ogni giorno che stavo a Roma e un milione per i collaboratori, di cui dovevo presentare i contratti al partito. Poi il berlusconismo ha creato danni irreparabili: modificazione antropologica della società attraverso le tv e inquinamento della politica con la dimostrazione che si può fare tutto impunemente. Ha portato nel partito frotte di impresentabili. Ma li vedete come vanno vestiti? Con questi gessati Palermo da finti gangster anni Trenta. È la politica dell’sms: soldi-mignotte-salotti tv.
Ora che succederà ?
Nelle famiglie nobili di un tempo, si sposavano spesso tra consanguinei. E a un certo punto si sperava che lo stalliere mettesse incinta la marchesa o la baronessa per portare un po’ di sangue nuovo. Spero che arrivi un centinaio di deputati grillini… Tutto il resto mi sembra l’acqua pestata nel mortaio. A Milano siamo solo all’inizio: ne vedremo delle belle, anche dal punto di vista giudiziario.
Va bene, allora la salutiamo…
Ma non mi avete chiesto della Daniela Santanchè!
Ah, prego, dica pure…
È un altro dei regalini di La Russa. I due hanno siglato un patto politico-mondano-commerciale. Ignazio l’ha portata a Milano, dove è diventata consigliere provinciale, e nel frattempo sovraintendeva agli “eventi ” (parola insopportabile) del partito. Intanto La Russa, dopo una ripulita e un passaggio da un sarto degno di tale nome, è entrato nei salotti buoni. A Cortina, in Sardegna. Lei ama dire che viene dalla società civile, io preferisco dire dalla società incivile, viste le frequentazioni (con Briatore, per esempio) di quando era ragazza e non ancora del tutto plastificata.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 2nd, 2017 Riccardo Fucile
AVEVA 84 ANNI, SOSTENNE RAUTI ENTRANDO IN COLLISIONE CON ALMIRANTE E FINI
L’ultimo atto del Barone Nero è stata l’adesione al movimento di Gianfranco Fini, Futuro e Libertà , nel 2011.
Ma la sua storia politica di nostalgico del fascismo, che include 13 anni in Parlamento, ha attraversato tante formazioni della destra radicale in Italia, dal Movimento sociale italiano di Rauti alla La Destra di Santanchè e Storace, fino al sostegno dell’autarchia in chiave anti-globalizzazione.
Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, nato a Trapani nel 1932, è morto a Milano mercoledì 1 marzo a 84 anni. La stessa città che è stata perno della sua attività politica, a partire dal 1970, quando era stato eletto consigliere comunale.
Nove anni dopo il Barone Nero — detto anche “Sagittario Tom” e “Staiti terrore dei mariti” — è deputato nelle fila del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale. Sostenitore della candidatura di Pino Rauti alla segreteria del Msi, si era scontrato con Giorgio Almirante e Gianfranco Fini.
E col ritorno dell’ex presidente della Camera alla guida del partito, aveva deciso di uscire dal Msi e di confluire poi nel Gruppo Misto, fino al 1992.
Tre anni dopo è tra i fondatori del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore, partito che lascia nel 1997 per aderire al Fronte Sociale Nazionale, allora chiamato Fronte Nazionale.
L’ultima candidatura alle politiche arriva nel 2008, quando entra nelle liste de La Destra di Storace e Santanchè.
Deluso dall’alleanza col Pdl, l’anno successivo lascia il partito.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO IL PERCORSO DI RECUPERO, L’UNIVERSITA’ TELEMATICA UNINETTUNO
Hanno raggiunto un importante traguardo, la laurea in Psicologia, i sei ragazzi che dopo il percorso di recupero nella comunità San Patrignano ieri mattina hanno ricevuto il diploma di laurea triennale dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno.
A “Sanpa”, dove i ragazzi hanno scelto di fermarsi per offrire il loro aiuto, si sono svolte le sedute di laurea e la proclamazione alla presenza del sottosegretario al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Gabriele Toccafondi, del Rettore di Uninettuno, Maria Amata Garito e della co-fondatrice della Fondazione San Patrignano, Letizia Moratti.
La laurea di questi studenti, ex tossicodipendenti, “testimonia infatti – dicono dalla comunità – che l’istruzione può contribuire alla riuscita del loro percorso di recupero, dando un’opportunità per progettare la vita che verrà dopo”.
Grazie all’accordo tra Uninettuno e San Patrignano, gli iscritti alla Facoltà di Psicologia hanno potuto seguire le lezioni del corso di laurea triennale tramite la piattaforma didattica on line dell’Ateneo e sostenere, quindi, gli esami nel “Polo Tecnologico Comunità di San Patrignano Onlus” creato da Uninettuno all’interno della Comunità
Attivato nel 2012, le iscrizioni all’Ateneo sono state 36, 26 i più numerosi a Psicologia, seguita da Economia, Scienze della Comunicazione e Ingegneria.
“Grazie a questa sperimentazione partita nel 2012 – ha detto Toccafondi – è stato possibile per i ragazzi di San Patrignano portare a termine con successo il loro percorso di studio, esempio di impegno concreto”. “Essere qui per me è una grande emozione – ha invece commentato il Rettore Uninettuno, Garito – perchè vediamo i risultati di un lavoro cominciato anni fa”.
“La soddisfazione è per me doppia – ha concluso la Moratti – per la personale vicinanza a San Patrignano e per l’esperienza da Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ricordo bene quando nel 2012 abbiamo attivato il nuovo Polo Tecnologico presso la Comunità , eravamo molto motivati e fiduciosi sulla riuscita di questo progetto”.
(da “La Repubblica”)
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