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“TI ABBRACCIAMO EROE”: LA COMMOZIONE PER IL VOLONTARIO DELLA CROCE ROSSA VITTIMA DELLA SLAVINA

Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile

GABRIELE ERA STATO TRA I SOCCORRITORI DURANTE IL TERREMOTO: “SIAMO CERTI CHE HAI MESSO LA VITA DEGLI ALTRI DAVANTI ALLA TUA”

«Lascerai in ognuno di noi un vuoto incolmabile, ma siamo sicuri che nel tuo piccolo anche questa volta hai messo davanti prima la vita degli altri e poi la tua… ti abbracciamo eroe».
Il comitato della Croce Rossa di Penne ha postato un messaggio commosso per Gabriele D’Angelo, il cameriere dell’albergo Rigopiano che non ce l’ha fatta.
C’è grande commozione per lui, che aveva 30 anni e che prima di essere una delle vittime accertate durante il terremoto aveva lavorato fianco a fianco con i soccorritori che lo hanno cercato disperatamente con le altre persone rimaste prigioniere della neve che ha sepolto l’hotel.
Gabriele «amava quello che faceva», scrivono i volontari che lavoravano con lui.
E poi amici e conoscenti che lasciano un ricordo, un pensiero alla famiglia, tra cui il fratello gemello, Francesco, imbianchino: «Abbiamo parlato a lungo del suo impegno per la Croce Rossa di Penne, ne era fiero», si legge tra i messaggi.
C’è, sgomento, cerca le parole e non le trova: «Scrivo e cancello, scrivo e cancello…sarebbero tante le cose da dire»: scrive così una ragazza e poi, semplicemente, decide di riassumerle nel disegno di un cuore.
Che affolla la bacheca tra decine di altri cuori e lacrime sotto la foto di Gabriele che indossa la sua divisa e sorride.
«Portava avanti la bandiera e i principi di Croce Rossa. Un ragazzo che ha sempre incarnato il nocciolo, il cuore di cosa vuol dire essere volontario. Una cosa che ricordiamo tantissimo di lui sono i sorrisi che riusciva a donare alle persone che avevano bisogno. E i sorrisi che si faceva donare da queste persone»: così Antonio Polillo, volontario psicologo della Croce Rossa, ha ricordato Gabriele D’Angelo ai microfoni di RaiNews24.

Paola Italiano
(da “La Stampa”)

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LE FAVOLE ESISTONO: MILIONI DI ITALIANI SONO IDEALMENTE A SCAVARE GHIACCIO E NEVE COI NOSTRI EROI IN DIVISA

Gennaio 20th, 2017 Riccardo Fucile

LE FAVOLE SI COMPIONO QUANDO CI SONO MANI CONGELATE E SANGUINANTI A SCAVARE, ANCHE QUANDO TI DANNO DEL MATTO PERCHE’ “NON C’E’ PIU’ SPERANZA”:   E’ QUESTO L’ORGOGLIO SOLIDALE DEL NOSTRO PAESE

Io credo alle favole. Credo che alla fine tutti vivranno felici e contenti. Credo che la fiducia nella vita possa più di qualunque sfiga, tragedia, collasso delle circostanze. Possa più delle montagne di neve che si rovesciano sulle mura di un albergo a trasformarlo in una bara di ghiaccio
Io credo che le favole si compiano perchè ci sono mani congelate e sanguinanti, con le unghie rotte a scavare con furia delicata tra la neve.
Perchè per farle avverare le favole dove tutti (o almeno tanti, è presto per dire quanti) vivranno felici e contenti ci vogliono mani coraggiose e ottimiste.
Che senza coraggio e ottimismo, senza la fiducia che quello che stai facendo, contro ogni logica e contro ogni previsione, servirà  a salvare la vita a chi è già  dato per morto, tanto vale sedersi e guardare la neve.
Oggi quelle mani dei vigili del fuoco che continuano a rovistare tra la neve, con la cura necessaria a non ferirla di nuovo, sono le mani di tutta l’Italia che vorrebbe essere lì a prestare le proprie per dare il cambio a quelle congelate che hanno scavato tutta la notte.
Oggi le mani di questi uomini che, a casa, hanno una famiglia che puntella di preghiere il fronte della valanga sono la vita che si aggrappa, ostinata, alla fiducia. Sono la speranza di tutti noi che stiamo facendo il tifo per chi scava e per chi attende, con quel poco di forze che gli restano dopo quasi due giorni sepolto vivo dalla neve, di essere riportato sotto i raggi del sole.
Che non scalda, questo no, ma che è quanto di più prossimo alla luce divina si possa immaginare.
“Dai, dai, forza”. Me lo ripeto in testa, come se il mio incoraggiamento potesse arrivare là  a Rigopiano e si potesse unire a quello di chi, mentre io scrivo, sta incoraggiando con la propria voce quelli che resistono.
“Non mollate proprio adesso”: siamo milioni a fare il tifo per voi, neanche vi conoscessimo uno a uno.
Ma cosa importa conoscersi, essersi incontrati? Niente.
Oggi ogni italiano è lì tra i blocchi di ghiaccio e neve, c’è con il cuore e con quella voglia di lottare che, se esistesse un catalizzatore di emozioni, arriverebbe a sciogliere tutta la neve d’Abruzzo.
Perchè il punto è che questa tragedia devastante, che pare un incubo solidificato, ha unito tutti in un solo pensiero e in una sola preghiera.
E allora ho ragione io che le favole esistono e sono i bambini che sono sopravvissuti, e gli adulti che, sepolti con loro li hanno incoraggiati e non li hanno mollati, anche se non erano figli loro.
Ma ormai quei bambini sono figli di tutti, di tutti noi che a ogni aggiornamento sul numero dei superstiti facciamo un salto sulla sedia e aggiungiamo una pallina al pallottoliere della speranza.
Per ogni voce che arriva da sotto la neve, raccolta dal cuore di un Vigile del Fuoco, è un grido di felicità .
Perchè la verità  è che oggi siamo tutti più felici e, magari per un giorno, possiamo lasciare da parte le polemiche, la ripartizione delle accuse e delle colpe, le recriminazioni e i rimpianti.
Non tutti quelli che la neve ha investito risponderanno alla voce dei soccorritori, ma qualcuno sì.
E oggi mi basta questo, mi basta sapere che qualcuno quella voce la sente e le risponde. Con la gola secca e le ciglia congelate che sbattono alla ricerca di quel primo raggio di luce che è la fine della notte.
Oggi però io voglio pensare al bello della vita, alle mani che se lo vanno a prendere anche quando è pericoloso farlo, quando ti danno del matto se lo fai.
Oggi voglio pensare che andrà  tutto bene, che tornerà  il sole e scioglierà  il ghiaccio tra quelle mani ostinate e coraggiose.
Oggi voglio pensare che i miracoli esistono.

Deborah Dirani
(da “Huffingtonpost”)

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“ERO UN VU’ CUMPRA, OGGI MIO FIGLIO FA L’AVVOCATO”: LA STORIA DI ALI’ E DEI SUOI SACRIFICI

Gennaio 17th, 2017 Riccardo Fucile

OGNI CENTESIMO PER LO STUDIO DEI SUOI FIGLI

È la storia contenuta in un romanzo, quello scritto da Francesca Fialdini nel libro “Il sogno di un venditore di accendini”, ma è soprattutto una storia vera, quella di Alì, arrivato dal Senegal in Italia con il sogno di un futuro migliore.
Il Corriere della Sera racconta la vita di un ‘vu cumprà ‘ che ha venduto accendini per le strade di Milano per molto tempo, prima di realizzare le promesse di una casa e una famiglia che aveva fatto alla moglie.
Sono passati quasi trent’anni. Oggi Alì vive a Casalpusterlengo, alle porte di Lodi, con la moglie e i suoi tre figli.
E i sogni coltivati con fatica e tenacia hanno dato forse più frutti di quanti lui stesso ne aspettasse.
La casa tanto desiderata, un lavoro da operaio per lui e uno da domestica per sua mogie. Stipendi modesti ma Alì se li è fatti bastare: ha risparmiato un centesimo dopo l’altro per l’istruzione dei suoi figli e adesso il suo primogenito Abdoulaye Mbodj, per tutti Abdou, è il primo avvocato africano del Foro di Milano, sua figlia è ingegnera civile e il terzo arrivato studia come perito agrario.
Nel libro della Fialdini, inviata e conduttrice rai, ci sono elementi romanzati come le lettere che Alì mandava a sua moglie, ma si tratta soprattutto di una storia di vita vissuta, di riscatto ma anche di solidarietà .
Francesca ha conosciuto Abdou durante una premiazione, ha ascoltato la storia della sua famiglia e, come dice lei, “ne sono rimasta catturata, perchè contiene in sè tutta la forza, l’umanità  e la bellezza di chi sa lottare fino in fondo per realizzare i suoi sogni”. Ma è anche una bella storia di mani tese, di italiani che hanno aiutato ogni volta che hanno potuto
La storia di Alì e del successo di suo figlio Abdoulaye (per tutti Abdou), nonostante la bellezza, continua purtroppo a rappresentare un unicum.
Abdou giura che «mai una volta mi sono sentito discriminato» e ricorda con emozione il suo primo giorno di scuola, «quando mi sono presentato col grembiule, scortato da papà  e dal nostro vicino, diventato un amico fraterno».
È stato tanto tempo fa. L’avvocato Abdou adesso ha 31 anni.
Molti, moltissimi altri dopo di lui non ce l’hanno fatta.
Ed è a loro che Francesca dedica il suo libro.

(da “Huffingtonpost”)

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AI SENZATETTO AL GELO CANNELLONI E LASAGNE LI PORTANO DYBALA E ITURBE: “LO FACCIO SPESSO, QUANDO NON MI VEDE NESSUNO”

Gennaio 14th, 2017 Riccardo Fucile

I DUE CAMPIONI INSIEME A TORINO PER AIUTARE CHI VIVE AL FREDDO E IN POVERTA’… “MIA MADRE MI HA INSEGNATO AD AIUTARE I POVERI”… I POLITICI ITALIANI DEVONO AVER AVUTO MADRI DIVERSE

Cannelloni, lasagne, panini. Il tè caldo. La preghiera ai Santi Martiri e la cena nelle vaschette, cucinata prima di partire.
Alla Comunità  di Sant’Egidio, tutto sommato, è una serata normale. I volontari restano concentrati: dai senzatetto bisogna arrivare presto, prima che vadano a dormire.
Sarà  un giro come gli altri, come ogni settimana, come quelli che organizzano decine di associazioni in Italia. S
oltanto una foto ricordo alla fine: nel gruppo, stavolta, ci sono Paulo Dybala e Juan Manuel Iturbe.
La stella bianconera, l’ultimo colpo granata. Iturbe è appena sbarcato a Torino, ma si sa: quei due sono amici da un pezzo. E stavolta giocano insieme: contro il freddo, contro la povertà , contro l’imbarazzo di una fotografia.
Si presentano incappucciati, irriconoscibili: «Niente camera!».
Poi lentamente mollano i freni, si riesce a strappare uno scatto: «Può servire di esempio ai bambini e a tanti adulti che ci seguono — ammette Dybala – alla gente che passa sempre per strada e guarda queste persone ma non si ferma».
I calciatori portano le coperte, le borse con il cibo, salutano e offrono da mangiare ad una decina di senzatetto.
La Comunità  sa dove trovarli: conoscono ogni barbone per nome, ogni storia. I giocatori guardano, ascoltano, chiedono.
Dybala sa come si mette una coperta a un anziano che dorme per terra. Iturbe sa avvicinarsi discreto a quella signora che ha fame. Certe cose non si improvvisano.
«Lo faccio spesso, quando non mi vede nessuno», racconta il granata.
«Mia madre mi ha insegnato ad aiutare i poveri — prosegue lo juventino — ho iniziato quando sono arrivato in Italia, a Palermo, quando non mi conosceva nessuno. Lo faccio anche adesso a Torino: esco e porto un pezzo di cioccolato, quello che ho in casa, vado con la mia fidanzata o con gli amici».
Per l’occasione è venuto con una bella squadra: «Noi argentini siamo così: dobbiamo sempre essere in compagnia».
I ragazzi sorridono, contenti: dopo il primo incontro — un signore allegro che abbraccia i “suoi” volontari — il clima si scioglie.
Fa freddo, un po’ meno: a Roma, Brescia, Genova, Milano e Torino la Croce Rossa e varie onlus locali stanno distribuendo migliaia di plaid donati da aziende e cittadini. Una campagna nata in sette giorni, dall’idea di un gruppo di amici diventata virale su Facebook: «Si gela, servono coperte, ci aiutate?».
È la solidarietà  2.0: fare in fretta, fare qualcosa (basta poco e ognuno può trovare la sua misura), fare e passare parola, a costo di rinunciare all’anonimato.
Perchè il bene è semplice: conta soltanto fare.
In più di un’ora nessun barbone riconosce la Joya e Iturbe. Tutti li ringraziano: per quella carezza, quel piatto caldo, quel tempo insieme.

Lucia Caretti
(da “La Stampa”)

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UN GIOVANE NIGERIANO TROVA UN CELLULARE E PERCORRE 10 KM AL GELO PER RESTITUIRLO

Gennaio 12th, 2017 Riccardo Fucile

DA INCISA A RIGNANO: 10 KM A PIEDI … IL PADRE DELLA RAGAZZA RINGRAZIA IL GIOVANE SU FB

«Ci troviamo alla stazione di Rignano alle 14». Una promessa ad una sconosciuta e Tom, nigeriano di 30 anni, percorre 10 chilometri a piedi per restituire un cellulare dimenticato da una studentessa sul treno.
La temperatura è sotto zero e da Incisa a Rignano sull’Arno il tratto non è breve se non si ha un mezzo a disposizione ma si può contare solo sulle proprie gambe e su una volontà  di ferro.
Una storia incredibile quella raccontata su Facebook dal padre della 18enne che, pubblicamente e senza nascondere la commozione, ha voluto esaltare l’eccezionale impresa del giovane migrante.
«Grazie Tom — si legge nel post — grazie al ragazzo nigeriano, solo e senza lavoro, dall’italiano incerto quanto il suo futuro (e glielo auguro comunque glorioso), cha ha trovato in treno il cellulare di mia figlia e, pur di riportarglielo, s’è fatto Incisa-Rignano a piedi, non avendo altri mezzi. “lo dovevo fare” come se fosse l’unico scopo di tutta la sua vita..»
Noemi, 18 anni di Pian di Scò, lunedì dopo la scuola è andata a casa di una sua amica che vive a Rignano.
Le ragazze hanno percorso il viaggio in treno e fra una chiacchiera e l’altra sono scese alla stazione: Noemi ha dimenticato il cellulare sul sedile della carrozza. Quando si è accorta di averlo perso, la ragazza ha provato subito a chiamare il suo numero e, dopo alcuni tentativi qualcuno, dall’altra parte, ha risposto.
Qualche esitazione sull’italiano ma non sul proposito. «Ci troviamo alla stazione di Rignano alle 14. Ti riporto il cellulare».
Giusto il tempo di pronunciare quella frase e il telefono si è scaricato. La giovane non sapeva chi fosse quel signore e non ha avuto altra scelta che aspettarlo alla ferrovia all’ora stabilita.
È stata raggiunta anche dalla madre e insieme hanno atteso lo sconosciuto gentiluomo. Alle 14 però nessuno si è presentato. Dopo oltre un’ora, proprio quando le due stavano perdendo ogni speranza, hanno visto arrivare un giovane nigeriano. A piedi. In mano aveva un iPhone.
Madre e figlia non potevano crederci. L’uomo aveva percorso l’intero tragitto a piedi per restituire il cellulare. Ha solo detto che il telefono non era suo e che aveva il dovere di riportarlo.
Non ha voluto niente in cambio, neanche un caffè.
Tom ha raccontato di essere in Italia da qualche anno, di non avere nè famiglia nè lavoro. «Sono sinceramente grato del gesto di un altro straordinario quanto normale essere umano — ha concluso il padre — il fatto che sia un migrante è per me secondario. Più che per aver ritrovato il telefono sono contento perchè, nonostante tutto, penso che ancora si possa aver fiducia nell’umanità ».

Chiara Calcagno
(da “il Corriere della Sera“)

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LA COLLETTA DEI BIMBI DEL CONGO PER QUELLI DI AMATRICE

Gennaio 2nd, 2017 Riccardo Fucile

E’ IL BEL GESTO   DI SOLIDARIETA’ CHE APRE IL 2017

“Chi fa del bene, riceve del bene” recita un antico proverbio italiano.
Un proverbio che spiega perfettamente il gesto di solidarietà  di cui le popolazioni terremotate (e specie quella umbra) sono state oggetto negli ultimi mesi.
E se di aiuti (economici e non) ne stanno arrivando tanti da tutta Italia, quello di metà  dicembre è forse il più sorprendente, poichè arriva da una nazione decisamente povera: il Congo.
238 euro: è questa la cifra arrivata poche settimane fa al gruppo MultiSolidarietà , onlus che ha autonomamente messo in piedi diversi progetti per finanziare la ricostruzione nel Centro Italia, ma che non si aspettava di certo un importante atto di beneficenza da parte degli abitanti di uno dei villaggi più poveri dell’Africa.
La cifra era stata inviata da Kingouè, un distretto di trenta villaggi e quindicimila abitanti nella Repubblica del Congo, ai margini della foresta pluviale dove non c’è luce nè acqua corrente.
Nove abitanti su dieci non hanno stipendio, vivono coltivando manioca, mais, ananas, oppure allevando mucche, maiali, pecore, capre.
A scaldare il cuore degli abitanti del villaggio è stato il parroco locale, don Ghislain, il quale ha mostrato ai suoi fedeli le terribili immagini di morte e distruzione del ripetuto sisma del Centro Italia.
Sono stati poi i politici locali a dare il via alla raccolta fondi.
Il sindaco e il capovillaggio pensano di avviare una raccolta fondi.
All’inizio sembra un’azione disperata. Per riuscire a raggiungere una somma consistente vengono coinvolti diversi villaggi.
Trascorrono molte settimane, altre due scosse mettono in ginocchio anche l’Umbria. La raccolta si intensifica. Ogni domenica a messa qualcuno dà  quello che può.
Una volta raccolti 156.400 franchi congolesi (pari, appunti, a 238,43 euro), la cifra è stata spedita da Daniel Mouangoueya, sindaco del distretto, a una volontaria.
Jenny Peppucci, volontaria dell’associazione e originaria dell’Umbria, ha 27 anni. Consegnano a lei un foglietto con il resoconto dei soldi raccolti, 156.400 franchi congolesi, pari a 238,43 euro.
“Mi hanno chiamato dicendo: visto che voi fate tanto qui, vogliamo anche noi aiutarvi in questa situazione difficile per voi”.
A convincere una popolazione così povera a donare quel poco che era possibile è stato anche un altro sentimento, oltre alla compassione: la riconoscenza verso chi ha aiutato loro in passato.
A metà  dicembre arrivano i soldi e una lettera indirizzata al presidente della Regione Umbria, firmata dal sindaco del distretto, Daniel Mouangoueya: “Ci siamo sentiti coinvolti nel lutto che tocca il vostro Paese e l’Umbria – scrive, ricordando che in tanti italiani e umbri ‘ogni giorno realizzano numerose attività  socio-umanitarie’ per gli abitanti della zona. Quindi – conclude – abbiamo deciso di organizzare una raccolta minima di denaro per manifestare la nostra solidarietà “.

(da agenzie)

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CARABINIERI PAGANO ALBERGO A MAMMA E FIGLIA IMMIGRATE A ROMA

Dicembre 31st, 2016 Riccardo Fucile

IL RINGRAZIAMENTO: “SIETE I MIEI ANGELI”… ORGOGLIO ITALIANO

Davanti a mamma e figlia di 3 anni in cerca di un riparo non ci hanno pensato due volte: le hanno accompagnate in un albergo e hanno pagato loro il soggiorno al caldo, offrendo anche vestiti ed un pasto.
E’ quanto accaduto lo scorso 29 dicembre a Roma, quando due carabinieri della stazione San Pietro, gli appuntati Andrea Castiello e Salvatore Fontana, hanno risposto alla chiamata della madre superiora delle “Suore della Redenzione Villa Mater Admirabilis” di via Pineta Sacchetti, nel quartiere Trionfale, che chiedeva aiuto per sistemare mamma e figlia congolesi.
I due militari hanno così deciso di ospitare a loro spese in un albergo vicino le due bisognose, fornendo loro anche vestiti puliti, un pasto e latte e biscotti per la colazione del giorno dopo.
“Siete i miei angeli”, ha detto Mireille, 33 anni del Congo in attesa di asilo politico, che poi ha abbracciato i due carabinieri per una foto ricordo che probabilmente porterà  per sempre nel cuore.

(da agenzie)

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NE’ RONALDO NE’ MESSI, IL GIOCATORE DELL’ANNO E’ FABIO PISACANE

Dicembre 29th, 2016 Riccardo Fucile

THE GUARDIAN SCEGLIE IL CALCIATORE CHE A 14 ANNI FU COLPITO DA UNA GRAVE MALATTIA… UN FIGLIO DEI QUARTIERI SPAGNOLI DI NAPOLI CHE DENUNCIO’ UN TENTATIVO DI VENDERE UNA PARTITA, RINUNCIANDO A 50.000 EURO

Per il Guardian il “calciatore dell’anno” è un italiano.
Il quotidiano inglese ha deciso di assegnare al difensore del Cagliari Fabio Pisacane il premio, alla sua prima edizione, “per la sua straordinaria determinazione a raggiungere la serie A dopo avere sofferto della sindrome di Guillain-Barrè all’età  di 14 anni”, come si legge nelle motivazioni. La storia di Pisacane è definita dal Guardian di “grande ispirazione”.
Al giocatore, come è noto, fu diagnosticata da giovanissimo la grave malattia che si manifesta con una paralisi progressiva.
Pisacane trascorse tre mesi e mezzo in ospedale e per 20 giorni rimase addirittura in coma. Poi la riabilitazione, la lenta risalita, il sogno di giocare in serie A inseguito con coraggio e determinazione e infine realizzato il 18 settembre scorso.
Il tecnico del Cagliari, Massimo Rastelli, lo ha fatto debuttare nella massima serie nel match contro l’Atalanta vinto dai sardi per 3-0. E a fine partita, Pisacane non ha trattenuto l’emozione: “Scusate, non ce la faccio”, ha detto davanti ai microfoni, prima di scoppiare in lacrime.
La sua favola calcistica ha conquistato il Guardian, che nel suo lungo articolo dedicato a Pisacane ricorda anche come nel 2011, quando giocava col Lumezzane, il giocatore cresciuto nei quartieri spagnoli a Napoli rifiutò 50mila euro per alterare il risultato di una partita: un gesto premiato anche dalla Fifa con la nomina ad ambasciatore per il calcio pulito nel mondo, la stessa conferita in precedenza a Simone Farina.
Ora che è arrivato anche il riconoscimento del Guardian, Pisacane non nasconde il suo stupore: “Onestamente, niente di quello che faccio è per essere un esempio per le altre persone. Non fa parte del mio modo di essere, io sono un ragazzo semplice e umile”, sottolinea il giocatore, che riguardo la grave malattia che lo ha colpito da giovane afferma: “Ho sempre detto che la malattia non era venuta per uccidermi, altrimenti ora non sarei qui. La malattia è venuta per darmi qualcosa di buono”.

(da “Hufffingtonpost”)

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ADDIO PICCOLA NICOLE: FINISCE NEL PIU’ TRISTE DEI MODI LA “FAVOLA” DELLE FERIE REGALATE ALLA MAMMA

Dicembre 27th, 2016 Riccardo Fucile

LA MADRE ERA A CASA GRAZIE ALLA GENEROSITA’ DEI COLLEGHI… LA PICCOLA DI 6 ANNI E’ MANCATA LA SERA DELLA VIGILIA DI NATALE

È morta la sera della vigilia di Natale la piccola Nicole, 6 anni, affetta da tetraparesi spastica.
La storia sua e della sua mamma – che aveva ricevuto in dono le ferie dei colleghi per poter accudire la piccola – finisce nel peggiore dei modi, lasciando l’amaro in bocca a chi si era commosso per quella che sembrava a tutti gli effetti una favola di Natale.
Purtroppo Nicole non ce l’ha fatta: come riporta il Correre della Sera, “la notte tra giovedì e venerdì la piccola ha avuto l’ennesima crisi, il giorno successivo ha smesso di respirare”.
“Mi ha insegnato che la felicità  resiste anche con il dolore — ha detto mamma Michela Lorenzin -, un giorno ci incontreremo”.
La settimana prima di Natale la storia di Michela e dei suoi colleghi aveva fatto il giro d’Italia come un bellissimo esempio di generosità . Michela, 34 anni, lavora alla Brenta Pcm, industria di Molvena, nel Vicentino, che produce stampi per auto. Terminate le agevolazioni previste dalla legge per casi come il suo, Michela era ricorsa alle ferie per assistere la figlia malata.
Finite anche quelle, le erano venuti incontro i colleghi donandole i propri giorni di riposo: in tutto 10 mesi di ferie, da spendere assieme alla sua bambina.
L’epilogo, purtroppo, è arrivato troppo presto.

(da “Huffingtonpost”)

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