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L’EROE PER CASO E’ IL FIGLIO DI UN IMMIGRATO: INSEGUE PER UN CHILOMETRO IL LADRO E LO FA ARRESTARE

Ottobre 22nd, 2016 Riccardo Fucile

SAMUELE YOUSSEF CHAKIB, 23 ANNI:   “NON HO MAI AVUTO PAURA, HO FATTO SOLO IL MIO DOVERE”…”SPERO CHE SE IN FUTURO DOVESSE TROVARSI IN PERICOLO MIA MADRE QUALCUN ALTRO INTERVENGA ALLO STESSO MODO”

L’eroe è un ragazzo di 23 anni, Samuele Youssef Chakib, nato ad Acqui da papà  marocchino e mamma italiana, ad Alessandria.
L’altra mattina ha bloccato un ladro, Giovanni Antonio Ruggieri, 41 anni, di Bari ma domiciliato a Spinetta, correndogli dietro per oltre un chilometro.
Si chiama proprio così: «arresto da parte di privato cittadino», evento raro ma non impossibile. Applausi, per lui, e complimenti da parte dei carabinieri di Alessandria per «lo straordinario senso civico, il coraggio, la tenacia dimostrati nonostante le gravi minacce subite».
Detonatore, il furto di una borsetta che la barista del chiosco, nei giardini della stazione, l’altra mattina, ha lasciato per pochi istanti incustodita.
Il tempo di preparare un caffè e P.A., 42 anni, alessandrina, risultata poi complice dell’arrestato, l’ha presa e l’ha passata a Ruggieri, convinta che lui potesse scappare più agilmente.
Se non fosse stato intercettato da Samuele: «L’ho visto nel viale che costeggia il teatro, io stavo andando all’agenzia Manpower, per cercare lavoro perchè da qualche giorno sono rimasto senza: mi sembrava che quest’uomo stesse perdendo alcuni oggetti».
Il ladro si stava sbarazzando dei documenti e del libretto degli assegni contenuti nella borsa, per tenere solo i soldi, 10 euro.
«Ha buttato anche un dollaro, l’ho raccolto e gliel’ho restituito, ma ho notato con la coda dell’occhio che a terra c’erano anche alcune fototessera: la donna che era con lui mi ha detto che le appartenevano, ma non ci ho creduto, il volto non era lo stesso così le ho detto che avrei chiamato la polizia lo stesso, per consegnarle agli agenti. A quel punto i due sono scappati veloci, e allora ho capito e mi sono messo a rincorrere l’uomo senza pensarci».
Un inseguimento lungo e faticoso, tra le vie del centro, verso piazza Mentana, in Pista («ogni tanto pensavo: avrò ancora i polmoni?»).
Samuele è rimasto dietro il ladro, anche quando lui l’ha minacciato di morte: «Lasciami stare o ti ammazzo».
Poteva essere davvero armato: «Ma non avevo paura – dice Samuele – in via Damasio l’ho bloccato a terra, con l’aiuto di un altro signore, mentre lui gridava e cercava di reagire, sembrava anche spaventato: ho fatto lotta per 3 anni e questo un po’ mi ha aiutato nella presa».
Fino all’arrivo dei carabinieri del Radiomobile, con i quali Samuele è rimasto in contatto telefonico durante tutto l’inseguimento: («Sentivo le sirene che si avvicinavano»).
Ruggieri è stato arrestato per tentata rapina aggravata, denunciata la donna.
L’eroe per caso Samuele: «Ho fatto quello che dovevo, mi auguro solo che se in futuro dovessero trovarsi in pericolo mia mamma o mia nonna qualcun’altro intervenga allo stesso modo».

Miriam Massone
(da “La Stampa“)

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INTERVISTA A BEBE VIO: “DISABILE E’ CHI SI SENTE TALE E PENSA DI NON SAPER FARE NULLA”

Ottobre 16th, 2016 Riccardo Fucile

L’OLIMPIONICA SENZA GAMBE E BRACCIA: “LA COMPASSIONE E’ PEGGIO DELL’INDIFFERENZA”

«Non chiamatemi poverina: la compassione può essere peggiore dell’indifferenza. Noi amputati non siamo inutili. Anzi, possiamo esservi d’aiuto. Se vi svegliate che fa freddo, piove e c’è traffico, non pensate: che giornata del cavolo. Una giornata del cavolo è svegliarsi con le gambe gonfie, non poter mettere le gambe artificiali e dover uscire in carrozzina».
Una mattina con Bebe Vio è in effetti di grande aiuto. Da lei abbiamo molto da imparare. Ad esempio a vaccinare i nostri figli.
«Quando vado in tv o parlo al telegiornale dico sempre che sono contenta così, che la malattia non mi ha sconfitta, eccetera. Però, quando accade un trauma del genere, non accade solo a te. Accade ai tuoi genitori, alla tua famiglia. E hai il dovere di evitare che accada. Se a casa non avessimo dato retta all’Asl, che ci diceva “tanto c’è tempo”, e se dopo la vaccinazione contro la meningite A avessi fatto anche quella contro la C, non mi sarei ammalata. Qui in Veneto ad esempio le vaccinazioni non sono obbligatorie; ed è sbagliato, infatti ci sono dei focolai. Non tutti hanno un paese che ti sostiene come ha fatto Mogliano con me, non tutti hanno una famiglia forte come la mia. Altri genitori non reggono al colpo: spesso uno dei due se ne va. Quasi sempre l’uomo, il padre. I ragazzi della nostra associazione, che consente agli amputati di fare sport, sono quasi tutti figli di genitori separati. La madre è quella che resta».
L’infanzia e la ginnastica artistica
Da piccola Bebe faceva ginnastica artistica. «Alla fine del primo anno mi dissero che c’era il saggio. Chiesi: cosa si vince? Mi risposero che non si vinceva niente; bisognava solo far vedere a mamma e papà  quanto si era brave. Capii che non era lo sport per me. Provai con la pallavolo, ma mi fermai alla prima lezione: c’erano ragazze che palleggiavano contro un muro. Mi annoiai e presi l’uscita. Per fortuna non portava fuori ma in un’altra palestra. Dove si tirava di scherma»
La meningite fulminante
A undici anni Bebe era una promessa, aveva già  vinto le prime gare. Meningite fulminante. Necrosi degli arti. Braccia amputate all’altezza del gomito, gambe sotto il ginocchio. 104 giorni di ospedale. «Della malattia non ho brutti ricordi. Sono i trucchi del cervello: cancella le cose orribili, che i miei genitori purtroppo ricordano benissimo; e salva le cose belle. Le visite dei miei fratelli, Nicolò e Maria Sole. I sabati sera con gli amici che venivano a trovarmi, portavano la pizza, mettevano su un film».
Il ritorno alla scherma
«Datemi le gambe e riprendo a tirare di scherma». È stata la prima cosa che ho detto, appena uscita. Ma non avevo più le tre dita con cui si impugna il fioretto, e le protesi non andavano bene. Abbiamo provato a fissare l’arma con lo scotch, ma non funzionava. Poi hanno inventato un guanto di plastica che riesce a reggere la lama. Per le gambe non c’era problema: quelle artificiali vanno benissimo; però la scherma paralimpica si fa in carrozzina, e ho dovuto adeguarmi. Tanto, il fioretto è al 70% testa; anche se ora proverò la sciabola, che è più impetuosa. Al primo allenamento non volevo più scendere dalla pedana: “Chi vince regna!” dicevo, e continuavo a battere le avversarie, fino a quando non sono crollata dalla stanchezza. Devo molto a Elisa e Arianna, che per me sono sorelle maggiori, e a Valentina, che è come una zia».
L’aiuto delle altre campionesse
Elisa è Elisa Di Francisca, la prima atleta nella storia olimpica a mostrare la bandiera europea. Arianna è Arianna Errigo, argento a Londra 2012, che ora – come Bebe – vuole provare la sciabola. Valentina è Valentina Vezzali, la più grande atleta italiana di tutti i tempi. «Neppure per un momento mi hanno fatto sentire una poverina; sempre una di loro. Ai Mondiali sono stata buttata fuori al primo turno, e mi sono chiusa in bagno a piangere. Mamma mi ha inseguita, mi ha parlato, ha cercato di consolarmi, e io l’ho mandata via. Poi è arrivata Valentina, che mi ha ripetuto le stesse cose. Per me era come se parlasse l’oracolo di Delfi, la Sibilla cumana. Così mi sono rimessa in pista, a inseguire il mio sogno: le Olimpiadi».
L’esperienza di Rio
«La medaglia più preziosa a Rio non è stata l’oro nell’individuale, ma il bronzo a squadre. Con Loredana Trigilia e Andreea Mogos, che è di origine romena, siamo molto legate: dopo siamo partite insieme per una vacanza a Ilha Grande; mare caraibico, caldo anche d’inverno. I brasiliani sono speciali: dove non arrivano con le strutture, arrivano con il cuore; se c’erano i gradini e mancava l’ascensore, ci prendevano in braccio. La Rai questa volta ha fatto conoscere lo sport paralimpico; il resto l’hanno fatto i social. Credo che gli italiani abbiano capito. Prima non mi conosceva nessuno, adesso…».
In due ore di conversazione, nel bar davanti alla stazione di Mestre, almeno dieci persone verranno a dire a Bebe la loro ammirazione.
La vita privata e il futuro
«Lo so che ormai è arrivata per me l’età  dell’amore. Ma non sono cose di cui parlare con i giornalisti. Quest’anno ho finito le superiori: arti grafiche e comunicazioni, dai salesiani. Ora mi sono iscritta all’università , allo Iulm di Milano. La prossima settimana comincio uno stage a Fabrica, dai Benetton. Ho già  fatto uno stage a Sky come grafico; ma stare nove ore al giorno dietro il computer non fa per me. Tornerò a Sky dopo il 2024, per fare il capo dello sport».
Davvero? «L’ho già  detto al capo di adesso, Giovanni Bruno – sorride Bebe –. Ogni tanto mi siedo alla sua scrivania, per fare le prove».
Perchè dopo il 2024? «Perchè prima voglio vincere l’oro alle Paralimpiadi di Roma». Ma a Roma non si faranno nè Paralimpiadi nè Olimpiadi. «Non è detta l’ultima parola. Purtroppo la Raggi non ha ancora voluto incontrarmi. Vorrei dirle che i Giochi sarebbero una splendida opportunità  di attrezzare la capitale per i disabili, eliminare le barriere; Milano è cambiata grazie all’Expo. E anche per far crescere le persone normodotate, far capire che non siamo sfortunati da commiserare».
L’autoironia sulla disabilità 
«Tra noi ci prendiamo in giro: “Handicappato, ti muovi?”. Ci ridiamo su. L’autoironia ci fa bene. Disabile è chi si sente disabile, chi passa la giornata sul divano perchè pensa di non saper fare più nulla. Definirebbe disabile un grande italiano come Alex Zanardi? Si è preso a cuore la mia storia quand’ero un mezzo cadavere, e nessuno credeva in me. È stato importante anche l’incontro con Oscar Pistorius. Ha fatto una cosa terribile, ed è giusto che paghi. Ma io spero che dopo aver espiato possa tornare ad aiutare gli altri, come ha fatto con me».
Al suo cellulare arrivano di continuo messaggi. Lei si toglie la protesi e digita i numeri con il moncherino. «Non ho paura della fisicità . Come non mi dispiacciono le cicatrici che ho sul viso. Quando vado in tv, al trucco insistono per coprirle. Sono stata a Parigi alla sfilata di Dior ispirata alla scherma, e anche lì volevano mascherarle. Ma anche quelle fanno parte di me. Come gli occhi verdi che ho preso da mamma».

Aldo Cazzulo
(da “il Corriere della Sera”)

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IL CORAGGIO DEI CASCHI BIANCHI AD ALEPPO: DOPO LE BOMBE DEL CRIMINALE DI GUERRA ASSAD ARRIVANO LORO

Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile

TRA I VOLONTARI DELLA PROTEZIONE CIVILE SIRIANA SOTTO LE MACERIE DELLA CITTA’… TREMILA EROI CHE CERCANO DI SALVARE I BAMBINI

«Quando apro gli occhi non posso fare a meno di pensare che può essere l’ultimo giorno». Ismail Abdullah, 29 anni, prima dell’inizio della guerra insegnava inglese. Oggi fa parte dei «White Helmets», i Caschi Bianchi della Protezione civile siriana. Tremila eroi (ed eroine) che, come ha spiegato il giornalista della Bbc Ian Pannell, «fanno il mestiere più pericoloso al mondo, nella città  più pericolosa del mondo».
Non passa giorno ormai che il mondo non parli di loro o che li guardi mentre tirano fuori dalle macerie della guerra i bambini: un documentario di Netflix, un lungo servizio della Bbc, immagini, post su Facebook e su Twitter.
In settembre i Caschi bianchi hanno vinto il Right Livelihood Award, il Nobel alternativo per la Pace.
È stata anche lanciata una petizione perchè ricevano il Nobel, quello vero, che ha raccolto oltre 100 mila firme.
E non sono mancati i divi di Hollywood, come George Clooney e Ben Affleck, che si sono mobilitati per sostenerli.
Ma per i Caschi bianchi quello che conta è salvare il numero più alto possibile di vite umane. «Quando sentiamo la terra tremare corriamo in soccorso, oppure ci avvertono via radio», racconta Ismail al Corriere, mentre la linea va e viene.
Ismail ora si trova ad Aleppo Est, nel bastione dei ribelli, quello che Assad e Putin additano come il covo delle milizie jihadiste.
«La chiamano la battaglia di Aleppo, ma sarebbe più giusto dire che è una guerra mondiale». Quando il regime e Mosca hanno ripreso i raid, i Caschi Bianchi sono tornati in strada, consapevoli di poter essere colpiti in qualunque momento. Il loro motto è «Umanità , Solidarietà  e imparzialità ».
«I russi e il regime, hanno iniziato a usare le bunker busters», conferma Ismail. In arabo le chiamano al-qanabil al-irtijajiya, le bombe che scuotono perchè, quando cadono, la terra trema fino in profondità .
Sono progettate per distruggere i bunker ma, ad Aleppo, vengono impiegate per costringere i civili a sfollare e isolare i miliziani.
Il racconto di Ismail si sposta su WhatsApp: «Da tre mesi manca l’elettricità , da venti giorni non arriva niente da mangiare».
Minori, anziani, donne: nella parte orientale della città  sono intrappolati 400 mila civili. Via Telegram e sulle chat si dà  l’allarme, nel tentativo di far circolare le informazioni sulle zone colpite. «Appena sveglio controllo i gruppi e i messaggi».
Di notte si dorme pochissimo, sempre con l’orecchio teso e il terrore che possa di nuovo scatenarsi la furia.
«A chi mi chiede com’è la situazione ad Aleppo, rispondo che qui non c’è niente, solo la morte». P
oi i puntini di sospensione della chat rimangono lì, a galleggiare.
E la connessione cade.

Marta Serafini
(da “il Corriere della Sera”)

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“COSI’ ABBIAMO ADOTTATO SEI RIFUGIATI”: VIVONO DA 15 MESI CON UNA FAMIGLIA DEL TREVIGIANO

Settembre 23rd, 2016 Riccardo Fucile

“SE SALA CI RICEVE GLI SPIEGHIAMO COME FACCIAMO”… “QUANDO SOFFIA IL VENTO DEL CAMBIAMENTO, NON SERVE COSTRUIRE MURI MA MULINI”

“I soldi per i profughi ci sono. I progetti anche. Rendiamo trasparenti i bilanci a faremo grandi cose”.
Antonio Calò, docente di Filosofia di Treviso non usa mezze parole, soprattutto dopo aver letto l’intervento del sindaco di Milano Giuseppe Sala, tanto che ha chiesto di incontrarlo subito.
È stanco di vedere i profughi seduti nei parchi o vagabondare per le strade senza fare nulla, ma soprattutto è stanco di vedere un’Italia che non sfrutta appieno le sue risorse. Da quindici mesi lui, la moglie Nicoletta Ferrara e i loro quattro figli, vivono con sei migranti africani. Una famiglia allargata di dodici persone.
Una scelta costata inizialmente una pioggia di insulti da parte di chi li accusava di speculare sui richiedenti asilo.
In realtà , è proprio grazie a questa esperienza che Calò ha elaborato un sistema di accoglienza per i migranti che non è passato inosservato.
E la sua proposta ha ricevuto proprio ieri l’elogio ufficiale dal presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker.
Oggi una struttura di accoglienza riceve circa 30 euro al giorno per migrante da finanziamenti europei e in parte italiani. Due euro e mezzo sono per i richiedenti asilo, il resto va alla struttura.
“Condivido ogni parola di Sala – spiega Calò, premiato per il suo esempio di generosità  dal presidente Sergio Mattarella – Accogliendo sei migranti ci siamo ritrovati a gestire 5400 euro al mese. Noi siamo la dimostrazione che con quei soldi si può fare tantissimo e si può dare lavoro ad altre persone come abbiamo fatto assumendo una psicologa e una persona tuttofare per aiutarci”.
Calò sostiene che dovrebbe essere necessario un decreto governativo che approvi un modello organizzativo unico di accoglienza, applicabile su tutto il territorio e magari oltre.
“Se ogni Comune accogliesse sei migranti – prosegue – e nelle città  più grandi ne fossero collocati sei per ogni quartiere in un appartamento, si creerebbero piccoli nuclei di persone che possono essere controllate e formate”.
I soldi dei Calò vengono suddivisi così: mille euro per le spese alimentari, 1400 per la signora tuttofare, 450 come paghetta, 600 euro in bollette e servizi casa, 300 per la cooperativa, 300 per spese sanitarie, 250 per benzina, 700 per la psicologa e i 400 che avanzano per altre voci come avvocato o ricongiungimento familiari.
“Qui arriva un’umanità  ferita – continua – dobbiamo smetterla di considerarli ospiti, ma futuri cittadini”.
La novità  del modello Calò è che contempla delle figure obbligatorie (la psicologa, l’insegnante di italiano, l’educatore) che attualmente sono facoltative.
La famiglia abita a Camalò di Povegliano, duemila anime nel trevigiano. Qui, tra le bandiere a favore dell’indipendenza del Veneto, sul tetto dei Calò ne sventola una blu con un cerchio di dodici stelle. È il sogno dell’Europa che vorrebbero.
E a chi domanda cosa ne pensano di un’Europa che invece alza gli scudi, rispondono: “Quando soffia il vento del cambiamento, c’è chi costruisce muri e chi mulini”.

Vera Mantengoli
(da “La Repubblica”)

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LA NUOVA VITA DEL CAPITANO ULTIMO: “IO, GUARITO DA UN’AQUILA”

Agosto 22nd, 2016 Riccardo Fucile

PRESE TOTO’ RIINA, ORA ALLEVA RAPACI E HA UNA CASA FAMIGLIA PER MINORENNI IN DIFFICOLTA’ ALLA PERIFERIA DI ROMA

«Le mie aquile? Sono qui grazie ai miei amici Apache». Come gli Apache? «Gli Apache delle bianche montagne. Sono sempre stati un riferimento per me, in certi momenti duri ho pensato molto alle loro tecniche di combattimento. Al loro modo di apparire e svanire, di essere pochi e sembrare tanti. Poi un giorno ho visto un indirizzo su una rivista e ho scritto al loro capo, Ronnie Lupe…».
Ultimo – il capitano Ultimo, quello della squadra Crimor e della cattura di Totò Riina – spedì una lettera al capo della tribù.
Per parlargli del dolore, dei giorni consumati a caccia di assassini e latitanti, della tristezza che provò quando vide saltare in aria un’autostrada, «e insieme a quell’autostrada andò via un pezzo grande di speranza e di libertà ».
Eppure – chiudeva quella lettera – «nessuna tragedia sarà  mai paragonabile al genocidio della nazione Apache».
Incredibilmente Ronnie Lupe rispose e ancora oggi ripensandoci si emoziona, Sergio De Caprio, classe 1961, nome in codice Ultimo, scelto «perchè ho visto troppa gente che sgomitava per arrivare al primo posto».
L’incontro con il capo Apache
Ma torniamo al capo Apache. «Dopo la sua risposta io e miei uomini lo incontrammo. È stato con noi due giorni senza dire una parola, ci scrutava in silenzio. Alla fine del secondo giorno ci ha detto: vi ho osservati. Siete come questa mano: se la vedi aperta sono cinque dita, se la vedi chiusa è la forza di un pugno. Ci ha raccontato delle sofferenze della sua gente e ci ha parlato della famiglia delle aquile alla quale lui chiede sempre un parere prima di prendere una decisione».
È stato quel giorno che l’idea di avere un’aquila ha cominciato a cercare spazio nei pensieri di Ultimo (nel frattempo diventato colonnello e oggi operativo al Noe). «Tanti anni dopo quell’incontro mi è capitato di vivere un periodo davvero nero – racconta lui –. Stavo male, sono finito in ospedale ma nessuno capiva cosa avessi». Era il tempo delle accuse per la non perquisizione al covo di Riina, Ultimo fu travolto dal processo (poi è stato assolto), «ma per favore avevamo detto solo le aquile, non voglio parlare di mafia nè di quello che ho sentito in aula, nè voglio gloriarmi della cattura di Riina… Io nel frattempo sono andato avanti, non mi sono mai fermato».
Il rapporto con gli animali
Riprendiamo. «Ero in ospedale e una notte ho fatto un sogno: mi venivano addosso moltissimi falchi ma invece di beccarmi mi sfioravano, quasi delle carezze. Per me quello era un messaggio di Ronnie: mi suggeriva di curarmi con i falchi. Quando sono uscito sono andato dai falconieri, ho fatto un corso e ne ho preso uno. Non sono mai più stato male. E appena ho potuto sono passato dal falco alle aquile. È così che sono guarito».
Oggi il capitano Ultimo ha due aquile reali – un maschio di nome Wahir e una femmina che si chiama Lacrima, nate in cattività  –, una falconeria e rapaci di vario genere nella casa famiglia che ha tirato su assieme ad amici, volontari e uomini della sua vecchia squadra.
Si occupano di minorenni in difficoltà  alla periferia est di Roma, nella Tenuta della Mistica.
Tra Lacrima e Wahir
«Qui creiamo sopravvivenza» racconta lui mentre infila il guanto di cuoio per tenere sul braccio le sue aquile.
«Per me è una preghiera fare giustizia senza chiedere niente in cambio, è una preghiera fare il prete-carabiniere cercando di creare tutta l’eguaglianza e la bellezza possibile nella sopravvivenza di chi viene alla nostra porta e la trova aperta».
Si infila nel capanno a prendere Lacrima. Due metri e più di apertura alare, «la potenza, la bellezza e la perfezione messe assieme» la presenta lui.
«Quando vola volo con lei, la vedo planare e plano con lei, quando arriva sento addosso il soffio del vento. Se un giorno volesse andare è libera di farlo, finora è sempre tornata».
Le aquile hanno un partner per la vita e sia per lei sia per Wahir il partner è Ultimo.
In primavera, quando arriva, loro fanno versi d’amore per lui e lui ricambia con parole, carezze e ramoscelli per costruire il nido. Un giorno ha raccolto una penna. L’ha impacchettata e l’ha spedita al suo amico Apache.

(da “il Corriere della Sera“)

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INTERVISTA A ELISA DI FRANCISCA: “BASTA PAURA, L’ISIS NON VINCERA’, SIAMO EUROPEI”

Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile

“L’IDEA MI E’ VENUTA IN ITALIA, TANTI DI NOI LA CONDIVIDONO”

Elisa Di Francisca, il giorno dopo. Un aereo da prendere al volo, ha chiesto e ottenuto di rientrare in Italia con ventiquattr’ore d’anticipo.
La medaglia d’argento nel fioretto al collo e quella bandiera dell’Ue mostrata dopo la premiazione che ha fatto il giro del mondo e non smette di sventolare.
Ma quando le è venuto in mente?  
«Avevo questa idea in testa da moltissimo tempo. Non ne potevo più di tutti quegli attentati in giro per l’Europa, ogni volta era un colpo alla nostra civiltà . Con quel gesto ho dato voce al mio tormento».
Che cosa la tormenta?  
«Che il terrorismo possa entrare nella testa delle persone. Se succede finiremo che avremo paura uno dell’altro».
Perchè la bandiera dell’Ue?
«Perchè sono europea. Perchè siamo europei e dobbiamo rimanere uniti contro chi ci minaccia, contro le paure».
Paura degli attentati?  
«Non solo. Noi dobbiamo essere uniti contro chi ci vuole dividere, contro chi vuole costringerci a una vita da segregati per il timore delle bombe. Io me ne accorgo quando vado in giro, c’è la paura. Ecco, con le dovute precauzioni, ma non possiamo smettere di vivere un vita normale perchè l’Isis ci minaccia. Ma l’Isis non vincerà ».
Lei è stata la prima a compiere un gesto simile: è la più coraggiosa o agli altri atleti manca una coscienza civile?  
«Credo che ognuno di noi senta questa angoscia dentro e questa voglia di ribellarsi. Il mio gesto arriva dal cuore e l’avrebbero potuto fare moltissimi altri atleti. Perchè io allora? Perchè ero sul podio e per una questione di carattere. Altri forse sono più timidi di me».
È arrivata dall’Italia con la bandiera dell’Ue?  
«Da casa sono arrivata con l’idea. La bandiera l’ho recuperata qui a Rio».
Lei gira molto: ha mai avuto paura?
«Io? Sempre, ma ho anche tanto coraggio. Lo stesso che metto in gara. Alterno paura e coraggio: in gara, due sere fa, sono stata una leonessa che, però, non ha voluto rompersi il naso. Vede? Coraggio e paura insieme».
Che cosa le hanno detto gli altri atleti?  
«Tutti mi hanno fatto i complimenti. Per la medaglia e per il gesto, l’hanno condiviso. Hanno capito che veniva dal cuore. Noi non nasciamo kamikaze, noi teniamo alla vita. C’è gente che tutti i giorni si aggrappa alla vita con tutte le proprie forze. E’ la nostra civiltà ».
Lei ha avuto la ribalta olimpica, ma come si sostengono ogni giorno questi valori?  
«Lavorandoci sempre. Innaffiandoli quotidianamente. Non dobbiamo lasciare che gli altri prendano il sopravvento».

Paolo Brusorio
(da “La Stampa”)

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IL LUNGO VIAGGIO DI YUSRA VERSO LE OLIMPIADI: DA RIFUGIATA AD ATLETA OLIMPICA

Agosto 8th, 2016 Riccardo Fucile

HA SALVATO 17 PROFUGHI NELLE ACQUE DEL MEDITERRANEO

I secondi che precedono il tuffo sono i più difficili. Muscoli pesanti, tensione nervosa, la paura di non riuscire nell’impresa.
Un conto, però, è tuffarsi dal blocchetto di una piscina olimpionica, tutt’altra storia è saltare in mare, di notte, nel tentativo di salvare la vita ad altre 17 persone. In fuga dalla guerra.
È la storia di Yusra Mardin, la diciottenne siriana portabandiera alle Olimpiadi del Team dei rifugiati, che ha debuttato nelle batterie dei 100 metri farfalla.
La prima batteria l’ha vinta, poi l’eliminazione in semifinale.
Nonostante questo, Yusra è soddisfatta: “È stato straordinario. Sono molto felice”. Ma la diciottenne avrà  un’altra possibilità  il prossimo 10 agosto, nei 100 metri stile libero. Una seconda chance che quella notte di un anno fa non le sarebbe stata concessa: “Non potevo annegare quel giorno, perchè io sono una nuotatrice e avevo un futuro da inseguire”.
La ragazza è scappata dalla Siria con la sorella nell’agosto del 2015, arrivando in Libano e poi in Turchia.
Qui sono riuscite a mettersi in contatto con alcuni scafisti per trovare il modo di arrivare in Grecia. Partono, ma la guardia costiera turca blocca la loro imbarcazione, rispedendole indietro.
Le ragazze non demordono e ci riprovano con una barca più piccola, stracarica di persone. Dopo un’ora e mezza di traversata il motore si spegne, nel bel mezzo del Mar Egeo, di notte.
Yusra, con la sorella e altri tre rifugiati, si tuffa in acqua e con un immenso sforzo riescono a trainare la barca verso le coste europee.
Dopo tre ore di nuoto, raggiungono l’isola di Lesbo: la vita di 17 persone, grazie a quell’impresa, è salva.
Dalla Grecia, le due sorelle si spostano prima in Austria, poi in Germania, a Berlino, dove Yusra vive e si allena con il team del Wasserfreunde Spandau 04.
Per il dopo Rio, a cui si aggiunge la partecipazione ai campionati mondiali di nuoto di Turchia 2012, il suo obiettivo è quello di prepararsi al meglio per i Giochi di Tokyo 2020.
Le sue specialità  sono i 100 farfalla e i 100 stile libero, anche se la sua speranza sarebbe stata di riuscire a qualificarsi per i 200 stile.
Non potendo gareggiare vestendo i colori del suo paese natale, la giovane nuotatrice siriana ha avuto la possibilità  di coronare il suo sogno olimpico grazie al team refugee creato dal Comitato Olimpico Internazionale, per permettere ad atleti scappati da situazioni drammatiche di proseguire la propria carriera sportiva in un altro paese e competere ai massimi livelli.
“Voglio che tutti i rifugiati siano orgogliosi di me – racconta Yusra – e che si sappia che dopo ogni lungo e complicato viaggio, si possono raggiungere risultati importanti”.

(da “Huffingtonpost”)

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FABIO E DANIELE, LA SFRONTATEZZA DEI 20 ANNI TRAVOLGE LE OLIMPIADI

Agosto 8th, 2016 Riccardo Fucile

GIOVENTU’, TALENTO, IRRIVERENZA, SACRIFICI: BASILE E GAROZZO, MANDATI PER FARE ESPERIENZA, TORNANO CON L’ORO AL COLLO… ALMENO NELLO SPORT C’E’ CHI DA’ FIDUCIA AI GIOVANI

Fabio Basile e Daniele Garozzo: ovvero come conquistare il mondo con la sfrontatezza dei vent’anni.
Il 7 agosto 2016 è una data che resterà  per sempre nella storia dello sport azzurro, come il giorno della medaglia numero 200 (e poi anche 201) alle Olimpiadi. Un traguardo che solo sei nazioni al mondo (Stati Uniti, Russia/Urss, Gran Bretagna, Germania, Francia, Cina) avevano superato fino ad ora.
Ed è bello che l’Italia ci sia riuscita con due discipline tradizionalmente olimpiche.
E con due ragazzi giovani, nati negli Anni Novanta, con l’oro negli occhi ancor prima che al collo. Fabio e Daniele, appunto.
Così simili e così diversi tra loro. Uno piemontese, l’altro siciliano.
Basile con quel look tipico delle nuovissime generazioni ed un fare quasi da guappo sul tatami: capello rasato ai lati e sparato davanti, addominali scolpiti sempre in bella vista, attivissimo sui social tra post e selfie. “Mi avete buttato in mezzo ai lupi, ne sono uscito da capobranco”, scriveva lo scorso 28 marzo su Facebook.
Quasi una premonizione di quanto sarebbe avvenuto pochi mesi dopo a Rio de Janeiro.
Garozzo — fratello piccolo di Enrico, spadista fino a ieri più famoso di lui, che ha già  vinto un bronzo a Mondiale e ai Giochi sogna di ripetersi — con quello sguardo spiritato e un’energia contagiosa anche in pedana; come nella corsa folle di esultanza dopo l’ultima stoccata, senza nemmeno aspettare il verdetto del giudice che ancora stava riguardando le immagini alla moviola.
Uniti dall’assenza di qualsivoglia timore reverenziale nei confronti dei grandi delle loro discipline.
An Baul era campione del mondo della categoria 66 kg, Alexander Massialas il vice-campione del fioretto individuale, entrambi favoritissimi sin dalla vigilia.
Gli azzurri li hanno dominati dal primo istante della finale, lottando e tirando con la padronanza dei veterani e l’incoscienza dei pivelli.
Forse senza rendersi nemmeno conto della grandezza della loro impresa, fino al momento preciso in cui era compiuta.
Due ragazzi d’oro che non sono il frutto del caso, ma di due scuole di grande tradizione che sanno programmare: il judo azzurro, che va a podio ai Giochi ininterrottamente da Montreal 1976; la scherma ed in particolare il fioretto, capace di sfornare talenti senza soluzione di continuità , e di vincere ancora alle Olimpiadi anche nella stagione più opaca.
Basile è un classe 1994, deve ancora compiere 22 anni; Garozzo, nato nel ’92, ha festeggiato il suo 24esimo compleanno solo qualche giorno fa, proprio a Rio. Entrambi dopo aver vinto tanto a livello giovanile avevano appena cominciato ad affermarsi nel mondo dei grandi.
Erano alla prima Olimpiade, alla prima grande gara della loro carriera. E l’hanno vinta. Mandati a Rio soprattutto per fare esperienza, torneranno da olimpionici. Ripagando chi aveva gli aveva dato fiducia, senza mettergli troppa pressione addosso. Come dovrebbe essere sempre nel mondo dello sport (e non soltanto).
Dimostrando che a volte basta credere nei giovani di talento per ottenere grandi risultati.
Grazie a questi due ragazzi, l’Italia si ritrova all’improvviso quarta nel medagliere assoluto dopo le prime due giornate dei Giochi di Rio de Janeiro 2016: con i loro due ori e sette medaglie complessive, dietro solo alle superpotenze Stati Uniti, Cina e Australia.
Probabilmente è un’illusione: siamo destinati a scendere col passare dei giorni. Ma comunque vada in Brasile di qui al 21 agosto, dei successi di Fabio Basile e Daniele Garozzo tutto resterà  intatto: le immagini delle esultanze quasi incredule, quelle medaglie così pesanti al collo, la speranza per lo sport italiano che dopo questa serata magica crede un po’ di più nel suo futuro.

Lorenzo Vendemiale
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PIPPI MELLONE, IL SINDACO CHE LOTTA CONTRO I CAPORALI: “AIUTO I MIGRANTI IN COERENZA ALLE IDEE DELLA DESTRA SOCIALE”

Agosto 4th, 2016 Riccardo Fucile

“SALVINI, MELONI E IANNONE NON SONO I MIEI RIFERIMENTI POLITICI”… “CHI RISCHIA LA VITA NELLE CAMPAGNE NON HA COLORE NE’ RELIGIONE, E’ SOLO UN UOMO”… “PRIMA DI ME IL SINDACO DEGLI SCHIAVISTI, QUELLI SOTTO PROCESSO PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE”

Lo chiamano il sindaco di destra che aiuta gli immigrati: “Bisogna farla finita con l’infamia dello sfruttamento dei braccianti africani che da più di vent’anni macchia il territorio di Nardò”.
E’ Pippi Mellone, neo-primo cittadino del popoloso paese a sud di Lecce, che, sostenuto da una serie di liste civiche, si è imposto per soli 95 voti sul candidato del Pd e sindaco uscente Marcello Risi ai ballottaggi del 19 giugno.
Un amministratore fasciocomunista nella terra dei caporali? “Amo molto il libro di Antonio Pennacchi, ma rifuggo dalle categorie del passato”, risponde accalorandosi pur rivendicando la sua storia politica “orgogliosamente ancorata ai valori della destra sociale e post-missina”.
Mellone assurge alle cronache nazionali, quando il 15 luglio, meno di un mese dopo il suo insediamento, firma un’ordinanza comunale che vieta il lavoro nei campi nelle ore più calde della giornata fino al 31 agosto. “Quando l’anno scorso morì un bracciante mentre lavorava sotto il sole a 40 gradi proposi la stessa legge che però venne bocciata dalla maggioranza del Partito democratico”.
E il mantra del “prima gli italiani” proprio della destra estrema? “Chi rischia la vita nelle campagne non ha colore nè religione, è solo un uomo e io non ho intenzione di celebrare nessun funerale con la fascia tricolore al petto”.
La normativa anti-caldo del sindaco ha scatenato l’insurrezione di alcuni imprenditori agricoli che ne hanno chiesto l’annullamento a prefetto e Tar di Lecce, ma la giustizia amministrativa l’ha confermata perchè “adeguatamente motivata per la salvaguardia della salute dei lavoratori nelle campagne”.
E lui, forte della vittoria incassata, coglie la palla al balzo per picchiare duro: “Voglio ricordare che molte di quelle aziende sono le stesse coinvolte nell’operazione Sabr del 2012 sul caporalato per riduzione in stato di schiavitù”.
Un“me ne frego” alle proteste di chi è a processo per associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro nero: “Se io sono il sindaco dei migranti, come sono stato definito, vuole dire che chi c’era prima di me era il sindaco degli schiavisti”.
Eppure, oltre che alle aziende in questione, le sue politiche potrebbero fare storcere in naso a movimenti e partiti della galassia della destra populista, dalla Lega Nord a Fratelli d’Italia passando per Casapound.
“Per me Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Gianluca Iannone non sono dei riferimenti politici. Se proprio devo essere incasellato da qualche parte, ammetto che guardo con grande interesse al Movimento 5 Stelle ”.
Peccato che anche Beppe Grillo probabilmente avrebbe da ridire qualcosa sulle sue politiche pro-immigrati.
“Non mi interessa l’ortodossia, sono sempre stato minoranza anche all’interno dei partiti in cui ho militato”, taglia corto.
Ma le novità  del Mellone pensiero non finiscono qui: “Durante la scorsa consiliatura sono stato il primo a proporre il registro per le unioni civili, ma il provvedimento fallì per la misteriosa assenza di un consigliere comunale del Pd”.
E ora? “Avanti tutta per allineare Nardò alle principali città  dove sono garantiti i diritti delle coppie omosessuali”.
E la chiesa? “Stimo l’associazionismo cattolico che fa molti interventi meritori per nativi e migranti, ma la mia formazione è laica a partire dall’educazione impartitami dai miei genitori, mamma socialista e padre missino”.
Inevitabile a questo punto chiedergli cosa pensi della liberalizzazione delle droghe leggere dopo il siluramento alla Camera dei Deputati del ddl sulla legalizzazione.
Anche su questo punto la risposta è spiazzante: si spinge addirittura oltre il testo elaborato dall’ex radicale Benedetto Della Vedova e invoca una “soluzione all’olandese per sottrarre il grande business delle sostanze alle organizzazioni della criminalità  organizzata”.
In attesa di capire come andrà  a finire l’ennesima estate contrassegnata dalla schiavitù di pomodori e angurie, quel che è certo è che Mellone farà  parlare ancora di sè.
E già  lancia la sfida per l’autunno: “Intitoleremo la sala consiliare a Renata Fonte, l’ex assessora neretina uccisa nel 1984 per il suo impegno contro le speculazioni edilizie”. La donna occupa un posto di primo piano nel pantheon delle associazioni come Libera che si battono per la legalità  e contro le mafie.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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