Maggio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
“NON DATEVI MAI PER VINTI, QUALUNQUE MESTIERE SI FACCIA E PER QUANTO LA SITUAZIONE SEMBRI BRUTTA”
“Il giorno più bello della mia vita? Non lo so. È un bellissimo momento, ma se mi concentro su quel che abbiamo fatto, non riesco a non tornare al principio, a Pozzuoli, quando nel 1987 con il Campania, in serie C, battemmo il Cagliari contro ogni previsione e il presidente Orrù e il direttore sportivo dei sardi di allora, Carmine Longo, mi assunsero per iniziare questo strano viaggio con la valigia sempre in mano. Da calciatore, tra Roma, Catanzaro, Catania e Palermo non sono stato un grande campione. Non mi hanno dato subito un grande club da allenare. Cagliari fu l’inizio del sogno. Salimmo dalla terza serie alla serie A. Quegli anni mi diedero la possibilità di essere dove sono oggi. Non sarò mai abbastanza grato. Se me lo chiede tra qualche anno, magari, la risposta sarà diversa e la memoria di questa Premier League avrà un altro peso. Il ricordo ha questo di magnifico: si fa coprire dalla nostalgia, diventa più dolce con gli anni che passano, si fa idealizzare. Ma per fare i consuntivi, almeno spero, rimane ancora tanto tempo”.
Non guardarsi indietro, stanotte, sarebbe un peccato di superbia. Claudio Ranieri ha sempre punito quelli altrui e dopo aver trainato Leicester al centro del pianeta, torna con la memoria al suo piccolo mondo antico, quello in cui tutto si doveva ancora costruire e gli scudetti un erano un affare che toccava ad altri, una festa da osservare, proprio come adesso, con il volume di una tv in sottofondo.
Alle due di notte, la città incantata si è trasformata da set permanente di Ken Loach a Moulin Rouge.
Clacson, balli di piazza, canti e capannelli. A Casa Ranieri, Claudio e Rosanna, sua moglie, ridono forte ma tengono la voce molto bassa: “O mio dio, ma se le dico una cosa ci crede? Siamo proprio tranquillissimi. Vediamo la festa in tv e siamo contenti di sentire i tifosi far festa per strada. Vedere la gente felice mi rende felice. Vedere i miei ragazzi commossi, dopo tutti i sacrifici che hanno fatto, commuove anche me”.
È stato sempre così, un lavoro di squadra, la vita di Ranieri.
Ufficiale in comando, con oneri e onori, dei paradossi dei grandi club in cui ha prestato servizio. Gentiluomo sempre, nella buona e nella cattiva sorte. Napoli, Fiorentina, Parma, Valencia, Atletico Madrid, Chelsea, Juventus, Roma. Leicester, adesso. Per la storia e perchè le partite, Ranieri insegna, durano sempre più di novanta minuti.
Signor Ranieri, parlano di voi.
Dalla Cina all’Australia. Una roba da non credere. Ora lo posso dire, ho sempre saputo che avremmo vinto.
Dice davvero? Alla stampa ha sempre detto il contrario.
Perchè sono fatto così. Le cose mi è sempre piaciuto più farle che dirle.
Quando ha capito che il sogno avrebbe potuto trasformarsi in realtà ?
A Natale. Avevamo raggiunto la salvezza. Ci siamo riuniti nello spogliatoio e abbiamo parlato: “Proviamoci, non ci costa nulla” ci siamo detti. E piano piano abbiamo capito che era il momento di osare.
Nessuno avrebbe puntato un penny su di voi.
È stato un vantaggio. In Premier è stato un anno incredibile. Non è che le grandi abbiano giocato sempre male, ma non sono riuscite ad avere continuità . Noi zitti, zitti, piano, piano, abbiamo preso fiducia.
Da Vardy in giù, le tv hanno mostrato la gioia di un gruppo di ragazzi normali e sorpresi, arrivati per una serie di circostanze in cima all’Olimpo.
Ogni tanto succede. Raramente, ma succede. A questi calciatori straordinari, a queste persone straordinarie, ho detto una cosa precisa, fin dal primo giorno.
Cosa gli ha detto?
Quello che ripeto da sempre: Non so mai contro chi gioco e non mi importa nulla di chi ho di fronte. Del nome degli avversari. Della storia più o meno gloriosa che portano in campo. Noi giochiamo in undici e tutti e undici dobbiamo cercare solo di vincere qualsiasi partita.
Non si gioca sempre in undici?
È una falsa verità . No, non capita sempre. Un giornalista del Times ha recentemente fatto un esempio per spiegare l’alchimia che si è creata al Leicester. Se aspetta un istante le prendo l’articolo. (Passano trenta secondi, Ranieri doma l’archivio, torna al telefono nda). Eccolo, l’articolo.
Ci dica mister.
Un agronomo aveva fatto un esperimento in campagna con undici atleti. Ognuno di loro aveva uno strumento per valutare la forza individuale e doveva spostare un peso. Individualmente, ognuno dei ragazzi riusciva a muovere circa 80 chili. Ma se provavano a sforzarsi tutti insieme, la somma dei chilogrammi del peso spostato risultava inferiore alle prestazioni individuali.
Quindi?
Quindi non si muovevano da squadra. Eccellevano come individualità , ma non restituivano la stessa intensità se chiamati allo sforzo in comune. Al Leicester è successo il contrario. Tutti hanno dato tutto e tutti insieme nello stesso momento.
A Leicester è capitato. Qualcuno suggerisce che la squadra abbia giocato addirittura in dodici. Il dodicesimo, neanche a dirlo, sarebbe stato proprio lei.
Io non credo si possa vincere se non esistono le qualità di base. E le qualità di base, nella squadra che ho guidato, c’erano tutte.
La prima qualità da conservare per vincere?
La testa. Senza la testa non vai da nessuna parte.
Quella del Leicester è diventata una vicenda paradigmatica. Un esempio di come il più debole possa sovvertire i rapporti di forza.
Non darsi mai per vinti, qualunque mestiere si faccia e per quanto la situazione sembri brutta. Per quanto ti senta giù e creda di non potercela fare, hai sempre una riserva di energia a cui appellarti. Finita davvero, morte a parte, non è mai.
Ricorda cosa dicevano di lei dopo l’esperienza con la Grecia?
Ricordo benissimo. Mi hanno fatto passare per incompetente. Mi hanno detto che ero superato. Ma io dico: possibile che uomini che capiscono il calcio e lo giudicano quotidianamente, non comprendano che un allenatore quando incontra tre giorni prima di una partita calciatori che non ha avuto il modo di valutare e conoscere attentamente, non riesca a incidere come vorrebbe?
Non sembra difficile. E nonostante questo, le critiche furono feroci.
Però, mi creda, io non sento di avere rivincite da prendermi. So che lavoro faccio. Sono pagato molto bene per essere considerato l’unico colpevole se le cose vanno male. So come va il gioco. Non mi sono mai arrabbiato, nè l’ho presa sul personale. E ho sempre pensato in positivo.
Ci dà un esempio?
Se un’avventura finiva all’improvviso, pensavo sempre: “È stata un’esperienza, ripartiamo”.
Poche ore fa, dopo il 2-2 con il Tottenham che vi ha resi ufficialmente campioni, John Terry del Chelsea ha detto parole bellissime su di lei.
Il ricordo che lascio alle persone con cui ho lavorato, la certezza che loro sanno che tipo di persona sia io, è la soddisfazione a cui tengo di più.
Ora rischia di sognare una semplice passeggiata, come accadeva al Totti che qualche anno fa rimpiangeva di non poter mettere piedi in Via del Corso senza essere assediato dai fan.
Continuerò ad andare al supermercato come ho sempre fatto. Non ho mai cambiato le mie abitudini in trent’anni ed è un po’ tardi per farlo adesso. Sono capace di viaggiare sull’aereo privato del presidente, come sull’autobus e in metro. Che problema c’è?
Malcom Pagani
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
IL PIACERE E’ INARRIVABILE
Una è nascere, un’altra morire. In mezzo, parecchie altre cose ti succedono una volta sola nella
vita.
Il viaggio avventuroso, la notte d’amore che non avevi nemmeno osato immaginare, l’occasione presa per i capelli o persa per un pelo.
Emozioni uniche, della cui irripetibilità sei consapevole nel momento stesso in cui le provi.
Noi del Leicester sappiamo fin troppo bene che la nostra squadra adottiva non vincerà mai più il campionato inglese. Sotto sotto lo speriamo persino, altrimenti l’eccezionalità di quanto sta per accadere perderebbe un po’ del suo fulgore.
Soltanto i potenti non si annoiano mai di esserlo (e per questo lo sono, però che noia). La storia di provincia che ha incendiato la curiosità del mondo intero è un attentato alla logica e un inno alla speranza.
Una banda di scarti e di incompresi che l’anno prima ha rischiato la retrocessione viene affidata a un allenatore non più di primo pelo, Ranieri, considerato da sempre un magnifico perdente.
I difensori centrali hanno la mobilità di un armadio e nei piedi la sensibilità dei ferri da stiro.
Il centravanti per un certo periodo ha giocato col braccialetto elettronico alla caviglia, essendo in libertà vigilata per i postumi di una rissa da bar.
I giocatori di maggior talento sono un francese del Mali e un algerino che nessuna delle Big si è degnata di ingaggiare.
Partita dopo partita, la banda diventa squadra e il sogno prende forma. Sembra uno scherzo a cui non crede ancora nessuno.
Poi le corazzate di Londra e Manchester cominciano a sbandare e il Leicester si rivela a se stesso e agli altri con un gioco semplice e redditizio, uno spirito di gruppo unico e una concatenazione di coincidenze favorevoli che solo dei prosaici chiamerebbero botte di c.
L’incredibile diventa possibile, quindi probabile e infine inesorabile.
Ah, che sensazione unica di pienezza regala il sentirsi spinti dal vento dell’inesorabile.
Ogni partita è un calvario con inglobata la resurrezione e alla fine piangono sempre tutti: giovani e vecchi, in campo e sugli spalti.
Piangono per gratitudine o perchè faticano ancora a credere che la storia si sia capovolta, che la trama di un film sia diventata cronaca, che ciascun uomo abbia un Leicester potenziale nel suo destino.
Invece può succedere, tanto è vero che succede. Ogni tanto.
Diciamo, una volta nella vita.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Aprile 16th, 2016 Riccardo Fucile
IL MANTENIMENTO SARA’ A CARICO DEL VATICANO…STIAMO SEMPRE ASPETTANDO CHE CERTI POLITICI CHE GUADAGNANO 13.000 EURO AL MESE FACCIANO ALTRETTANTO CON I SENZATETTO ITALIANI CHE A PAROLE “VENGONO PRIMA”
Mentre il Papa stringe la mano ai rifugiati nel campo profughi di Mòria si diffonde un’indiscrezione: Francesco porterà con sè a Roma, in Vaticano, una decina di profughi approdati nell’isola di Lesbo.
Saranno dodici, verranno imbarcati sul l’aereo nel viaggio di ritorno a Roma questo pomeriggio, e poi ospitati a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio.
Secondo la tv pubblica Ert, si tratta di tre famiglie ospitate nel campo all’aperto di Kara Tepe e che sono state scelte in modo casuale.
Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa della Santa Sede, spiega: «Il Papa ha voluto fare un gesto di accoglienza nei confronti dei rifugiati accompagnando a Roma con il suo stesso aereo tre famiglie di rifugiati dalla Siria, 12 persone in tutto, di cui sei minori. Si tratta di persone che erano già presenti nei campi di accoglienza di Lesvos prima dell’accordo fra Unione Europea e Turchia».
L’iniziativa del Pontefice « è stata realizzata tramite una trattativa della Segreteria di Stato con le autorità competenti greche e italiane».
Tutti i membri «delle tre famiglie sono musulmani. Due famiglie vengono da Damasco, una da Deir Azzor (nella zona occupata dal Daesh).
Le loro case sono state bombardate. L’accoglienza e il mantenimento delle tre famiglie saranno a carico del Vaticano. L’ospitalità iniziale sarà garantita dalla Comunità di Sant’Egidio».
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2016 Riccardo Fucile
IL PATRIARCA DI COSTANTINOPOLI: “LA SOCIETA’ SARA’ GIUDICATA PER IL MODO IN CUI VI HA TRATTATO”
È arrivato a bordo di un pulmino bianco, insieme al Patriarca Bartolomeo e all’arcivescovo
Ieronymos: Papa Francesco ha visitato il campo profughi di Mòria a Lesbo, uno dei cinque hotspot europei nelle isole greche dove sono ammassate 2500 persone.
Francesco ha stretto la mano a 150 ragazzi sistemati lungo una transenna. Molti di loro hanno perso i genitori e sono soli al mondo. Nei loro volti arsi dal sole si legge il dolore.
Sono i protagonisti di quella che il Papa ha definito «la più grande catastrofe umanitaria dopo la Seconda Guerra mondiale».
Francesco, accompagnato dai «fratelli» Bartolomeo e Ieronymos, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli e l’arcivescovo ortodosso di Atene, ha accarezzato i volti dei più piccoli ha salutato madri di famiglia. Ha preso in braccio un neonato, dopo che lo stesso aveva fatto Bartolomeo.
Qualche volta il Papa si abbassava, quasi scomparendo dalla visuale delle telecamere, per toccare le mani tese da bambini che s’intrufolavano alla base delle transenne.
Il campo profughi è inondato dal sole, fa caldo. Francesco, Bartolomeo e Ieronymos hanno raggiunto una tenda bianca, dove li aspettavano altri 250 profughi.
Il Papa li saluta uno a uno, passando lentamente tra di loro. Un giovane pakistano cade in ginocchio e scoppia a piangere, a dirotto, chiedendo di essere benedetto. «Father, bless me», ripete.
Bergoglio è scosso, poggia le mani sul suo capo e prega, senza che l’uomo smetta di piangere.
Una bambina si getta a terra e rimane ai piedi di Francesco, che fa di tutto per farla rialzare, prima di ascoltare dalla madre con il capo coperto dal velo la loro storia.
Gli parla a lungo e la donna ringrazia in arabo, «shukrÄn».
Un uomo anziano piange raccontando ai tre leader cristiani dei figli che sono morti durante la traversata. Anche uscito dalla tenda, il Papa è avvicinato da una donna che si dispera in ginocchio, tenendogli stretta la mano. Francesco procede in silenzio, visibilmente commosso.
Al momento dei brevi discorsi di saluto, l’arcivescovo di Atene dice al Papa: «Consideriamo cruciale la sua presenza sul territorio della Chiesa di Grecia, cruciale perchè portiamo insieme all’attenzione del mondo intero, cristiano e non cristiano, l’attuale tragedia della crisi dei rifugiati».
«Non abbiamo bisogno di dire molte parole – aggiunge Ieronymos – Soltanto quelli che hanno incrociato lo sguardo di quei piccoli bambini che abbiamo incontrato nei campi dei rifugiati, potranno immediatamente riconoscere, nella sua totalità , la “bancarotta” dell’umanità e della solidarietà che l’Europa ha dimostrato in questi ultimi anni a queste persone e non soltanto a loro».
Anche il Patriarca Bartolomeo prende la parola e rivolgendosi ai profughi dice: «Abbiamo viaggiato fin qui per guardar nei vostri occhi, sentire le vostre voci e tenere le vostre mani nelle nostre. Abbiamo viaggiato fin qui per dirvi che ci preoccupiamo di voi. Abbiamo viaggiato fin qui perchè il mondo non vi ha dimenticato».
«Abbiamo pianto mentre vedevamo il Mediterraneo diventare una tomba per i vostri cari. Abbiamo pianto vedendo la simpatia e la sensibilità del popolo di Lesbo e delle altre isole. Ma abbiamo pianto anche quando abbiamo visto la durezza dei cuori dei nostri fratelli e sorelle – i vostri fratelli e sorelle — chiudere le frontiere e voltare le spalle».
Il mondo, ha concluso «sarà giudicato dal modo in cui vi ha trattato. E saremo tutti responsabili per il modo in cui rispondiamo alla crisi e al conflitto nelle vostre regioni di origine».
Infine c’è il saluto di Francesco. «Oggi ho voluto stare con voi. Voglio dirvi che non siete soli. Sono venuto qui insieme ai miei fratelli Bartolomeo e Ieronymos semplicemente per stare con voi e per ascoltare le vostre storie. Siamo venuti per richiamare l’attenzione del mondo su questa grave crisi umanitaria e per implorarne la risoluzione. Come uomini di fede, desideriamo unire le nostre voci per parlare apertamente a nome vostro. Speriamo che il mondo si faccia attento a queste situazioni di bisogno tragico e veramente disperato, e risponda in modo degno della nostra comune umanità ».
«Dio ha creato il genere umano – ha detto ancora Francesco – perchè formi una sola famiglia; quando qualche nostro fratello o sorella soffre, tutti noi ne siamo toccati. Tutti sappiamo per esperienza quanto è facile per alcune persone ignorare le sofferenze degli altri e persino sfruttarne la vulnerabilità . Ma sappiamo anche che queste crisi possono far emergere il meglio di noi. Lo avete visto in voi stessi e nel popolo greco, che ha generosamente risposto ai vostri bisogni pur in mezzo alle sue stesse difficoltà ».
«Questo è il messaggio che oggi desidero lasciarvi – ha concluso il Papa – non perdete la speranza! Il più grande dono che possiamo offrirci a vicenda è l’amore».
Francesco, Bartolomeo e Ieronymos hanno firmato una dichiarazione comune, contenente un forte appello alla comunità internazionale. Quindi si sono seduti a tavola in un container con otto profughi del campo.
Andrea Tornielli
(da “La Stampa”)
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Aprile 14th, 2016 Riccardo Fucile
LA STORIA DEL RAGAZZO CRESCIUTO SUI CAMPETTI DI POVERE E PIETRE DEL GHANA CHE ADESSO GIOCA IN SERIA A CON IL BOLOGNA
È una storia di calcio e di migranti, quella di un ragazzo cresciuto sui campetti di polvere e di pietre del Ghana che ora gioca negli stadi di serie A: a narrarla è il documentario «Godfred» e il protagonista è il centrocampista classe 1996 del Bologna Godfred Donsah.
Lo ha realizzato proprio il club rossoblù, in particolare con il suo filmaker Claudio Cioffi, e sarà online sulla webtv del Bologna Calcio dalle ore 12 di venerdì: «Godfred»è uno spaccato che ripercorre le origini di Donsah e che racconta in particolare la storia della sua famiglia. Quella del padre William, che quando il figlio aveva 8 anni ha camminato per sette giorni nel deserto dal Ghana alla Libia, per poi imbarcarsi come tanti su un gommone diretto a Lampedusa: due giorni di viaggio in mare, poi il lavoro nei campi di pomodori in Italia per spedire i soldi alla famiglia, ai quattro figli rimasti in Ghana e alla moglie, che lavora nelle piantagioni di cacao.
GLI INIZI
E poi c’è lui, Godfred, sempre protagonista al campetto di Sunyani, la città dove è cresciuto e che si trova a un’ora di volo dalla capitale Accra.
«Da piccolo giocava, giocava e giocava. In Ghana chi passa il tempo a giocare a pallone è considerato un vagabondo, ma io l’ho lasciato fare perchè vedevo quanto era determinato» svela la madre Anane.
Quel calcio, spesso preferito alla scuola, che poi nel 2011 gli ha regalato la grande occasione: viene notato in una delle tante partite organizzate per mettere in mostra i talenti locali da Olivier Arthur, che ora è il suo agente, e arriva la chiamata dall’Italia. Palermo, dove il connazionale Acquah (ora al Torino) gli regala il primo paio di scarpe da calcio, poi Verona dove avviene il ricongiungimento con papà William dopo otto anni in cui i due non si vedevano.
«Guardavo Toni dal basso verso l’alto, perchè nel 2006 lo avevo visto al Mondiale in tv in Ghana e ora mi stavo allenando con lui: un sogno» svela Donsah, che nella scorsa estate è passato al Bologna.
GLI AIUTI IN GHANA E LA PIANTAGIONE DI CACAO
Al club rossoblù l’idea del documentario è venuta proprio sotto Natale, poichè Donsah ha sempre raccontato la gioia e la commozione in occasione dei suoi ritorni in patria.
E allora Claudio Cioffi per tre giorni ha seguito Donsah come un’ombra, raccontando con la sua telecamera gli abbracci con gli amici di sempre e vivendo i luoghi della sua infanzia: «Per arrivare alla piantagione di cacao c’erano 10-15 chilometri da fare a piedi — racconta Godfred mentre scorrono le immagini di lui che cura le piante tagliando le erbacce col machete — in futuro il mio sogno è quello di possedere una enorme piantagione per dare lavoro a tante persone».
Donsah ora guadagna bene ed è nel mirino di alcune big europee, ma sta già facendo tanto per aiutare la sua famiglia e la città di Sunyani: ha dato una mano alle sorelle a studiare all’università e a Natale è arrivato con un borsone di magliette e palloni del Bologna per i ragazzini del campetto che sognano di diventare come lui e che a volte si ritrovano proprio Donsah, Acquah e l’ex Juventus Boakye (ora al Latina, in B) a giocare con loro.
IL VALORE DEI SOLDI
Godfred è un ragazzo semplice, a cui la vita ha insegnato presto il valore del denaro: «In Ghana 100 o 200 euro valgono come 10.000 euro qui in Italia, sono soldi con cui si può cambiare la vita di una persona. Anche questo pensiero quando vado in campo mi aiuta a essere concentrato. Cosa penso quando un calciatore sperpera soldi? Ogni persona ha il suo modo di vivere, io ringrazio Dio per ciò che ho».
Nel documentario la famiglia racconta tutto di Donsah: il padre si commuove ripensando a quegli otto anni di lontananza, una delle sorelle lo ringrazia per la carriera universitaria che ha reso possibile e gli amici di sempre lo accolgono come un eroe. E se mai il suo mestiere di calciatore lo mettesse di fronte all’ignoranza o al razzismo di qualcuno, la risposta è pronta: «Anche in questo caso dico che ognuno vive come crede. Ma se qualcuno mi tira una banana io la mangio, perchè con la fatica che faccio in campo mi sarebbe d’aiuto».
Ironia e semplicità : la ricetta di Godfred, il migrante diventato campione.
Alessandro Mossini
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 13th, 2016 Riccardo Fucile
E PAIETTA QUATTRO ANNI DOPO SI RECO’ ALLA CAMERA ARDENTE DEL LEADER DEL MSI… IL SAPORE ANTICO E PERSO DI UNA POLITICA IN CUI C’ERA IL SENSO DEL RISPETTO
La versione più accreditata rivela che Giorgio Almirante arrivò a piazza Venezia accompagnato dal
fido Mario De Girolamo, l’autista di sempre. La Fiat 130 grigia si fermò sul lato della basilica di san Marco. Il segretario del Msi, sceso dall’auto, proseguì a piedi.
Un’altra campana sostiene che il segretario missino sia sgattaiolato dal suo nuovo (allora) ufficio di via della Scrofa senza dire nulla a nessuno. Neppure alla mitica signora Gila, la segretaria che pure tutto sapeva e tutto custodiva.
Comunque, in quella calda giornata di giugno, Almirante si incamminò spedito verso la vicina sede nazionale del Partito comunista italiano.
Enrico Berlinguer era deceduto dopo qualche giorno di agonia.
Davanti al palazzone di via Botteghe Oscure una folla commossa, crescente, si accalcava in silenzio. Attendeva paziente di poter rendere l’ultimo saluto al segretario del partito.
Per questo, probabilmente, pochi fecero caso a quello smilzo signore coi baffetti. Nessuno deve averlo riconosciuto subito.
Anche perchè nessuno avrebbe potuto immaginare quel che stava accadendo. Che cioè il nemico, il più distante e forse il più odiato avversario politico della sinistra comunista potesse trovarsi lì da solo.
Proprio in quel giorno così triste.
Quel che è certo è che Almirante riuscì a mettersi in fila. Posizionandosi in una delle code formate da tutti quei militanti che aspettavano mesti di varcare l’enorme portone del Bottegone.
Certo è che, improvvisamente, un brusio cominciò a levarsi. E che quegli uomini e quelle donne in attesa volsero lo sguardo verso lui, verso quell’uomo distinto e impassibile. Increduli molti. Stupiti.
Quel che accadde dopo è cronaca: l’efficiente servizio d’ordine del Pci di allora, individuato l’ospite inatteso ne diede subito notizia ai dirigenti del partito che stazionavano all’interno.
Qualche minuto e Giancarlo Pajetta fendendo la folla raggiuse Almirante e lo invitò a seguirlo.
Quattro anni dopo, proprio Pajetta guidò la delegazione del Pci che rese omaggio ai feretri di Almirante e Romualdi.
Quel giorno, quel 12 giugno del 1984, il leader del Movimento sociale italiano, il capo dei neofascisti, entrò per la prima ed unica volta nel palazzo della direzione del Pci e chinò la testa dinnanzi al feretro del segretario comunista morto a Padova.
Un gesto forte. Di stima. Verso un avversario giudicato irriducibile, ma leale.
Perchè leali, seppur su opposte barriccate, lo erano stati entrambi.
Come si poteva allora.
Come si poteva in un tempo macchiato da tanto sangue, da tanto dolore.
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Aprile 13th, 2016 Riccardo Fucile
MA SE RITENETE GIUSTO ANDARE FATE COME ALMIRANTE CON BERLINGUER, SENZA TANTE PALLE… CHI CONTESTA AI FUNERALI DIMOSTRA SOLO DI ESSERE UN IMBECILLE
Il dilemma riguarda qualcosa che va oltre la semplice questione di opportunità politica: “Mandiamo qualcuno ai funerali di Gianroberto Casaleggio?”.
È da ieri che i vertici dei partiti ne discutono.
Se lo chiede il Pd, se lo chiede Forza Italia, se lo chiede Sinistra italiana.
“Non abbiamo ancora deciso cosa fare. È un tema non ancora risolto che va valutato bene”, dice una delle persone più vicine a Matteo Renzi: “Quando il lato umano e quello politico si mescolano è sempre difficile sbrogliare la matassa, specialmente in questo caso, in cui non abbiamo a che fare con un partito tradizionale”.
Casaleggio non era propriamente il leader del Movimento 5 Stelle, ma era il suo fondatore.
Era soprattutto la guida politica del principale gruppo di opposizione, di tutti quei parlamentari arrivati alla Camera e al Senato per “aprire le Istituzioni come una scatoletta di tonno” e non mescolarsi mai con gli altri partiti.
Quindi, si osserva, “potremmo creare disturbo al funerale”. Come a dire “non essere graditi”.
Non è un caso se nel giorno della morte del proprio fondatore i 5Stelle abbiamo rifiutato che nelle Aule si osservasse un minuto di silenzio in suo ricordo: “Gianroberto non avrebbe voluto. A cosa serve qua commemoralo se loro lo hanno sempre insultato? La storia dirà quanto Casaleggio era una persona straordinaria”, dice Danilo Toninelli, addolorato e arrabbiato, prima della dichiarazione di voto sulle riforme costituzionali.
“Ecco, figuriamoci se ci vogliono al funerale di Casaleggio. Noi avremmo voluto ricordarlo anche alla Camera ma loro ci hanno risposto di no”, ricorda nel day after il capogruppo dem Ettore Rosato.
In mattinata un componente della segreteria dem va al nocciolo della questione: “Non vorremmo che il funerale di Casaleggio diventasse un’occasione per essere contestati”.
Perchè il pericolo c’è, dal momento che nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie ci saranno molti militanti grillini che andranno a porgere l’ultimo saluto a chi ha creato il Movimento.
Per questo qualcuno sta ragionando se mandare o meno secondo o terze file dei partiti. Persone cioè meno conosciute. Ci stanno pensando gli azzurri e ci sta pensando Sinistra italiana, che valuta l’ipotesi di mandare alcuni consiglieri di Milano.
Ma a Milano, ed è qui un altro dubbio amletico, c’è Matteo Renzi, arrivato da Teheran per visitare il Salone del Mobile.
A pochi chilometri di distanza da lui c’è la camera ardente allestita per Casaleggio. E lì davanti ci si chiede: “Ma il premier verrà o non verrà ?”.
Beppe Grillo e il Direttorio intanto sono andati via.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 10th, 2016 Riccardo Fucile
DAL CASILINO 900 ALLA LAUREA IN GIURISPRUDENZA… ANINA CINCIU: “SI PUO’ FARE TUTTO, BISOGNA FARSI VALERE”
Dalla baraccopoli romana di Casilino 900, uno dei più affollati campi rom d’Europa, alle aule universitarie della Sorbona di Parigi il passo non è breve.
E nella storia di Anina Ciuciu, quel passo ha guadagnato deciso metro dopo metro al ritmo della determinazione, dell’ostinazione e della volontà di riscatto.
Anina ha 26 anni, è nata in Romania ed è rom.
Sulla sua immaginaria carta d’identità vanta tre cittadinanze: la rumena, la rom e la francese. Sono queste le tre anime che la compongono e che, con in mano una laurea magistrale in giurisprudenza presso il prestigioso ateneo parigino, alimentano il suo sogno: sconfiggere le ingiustizie, i pregiudizi, la discriminazione istituzionale che condanna la comunità rom e tutti gli ultimi.
Per questo Anina dirige il polo giuridico dell’Associazione 16 Maggio, in prima linea nella lotta contro la separazione cui sono condannati gli abitanti delle bidonville francesi. E per questo ha continuato gli studi fino alla laurea, convinta che l’istruzione sia lo strumento migliore per lasciarsi alle spalle il fango, le lamiere, gli stracci dei campi rom e raggiungere quella vita dignitosa che – da bambina rom rumena costretta a vivere con la famiglia nella baraccopoli romana — le si spalancava davanti come un miraggio.
Nei sei mesi del Casilino 900 — che lei non vuole chiamare “campo rom” ma “bidonville”, perchè “campo rom” — ci spiega – è un termine razzista legato a una concezione discriminatoria della comunità gitana — quel sogno di una paziente normalità le era stato tolto, assieme al lavoro dei suoi genitori, licenziati in Romania perchè rom e costretti a trasferirsi nel nostro Paese.
Quel sogno, però, le è rimasto accanto, ostinatamente, anche durante l’anno e mezzo di continui spostamenti da una ex caserma a una casa occupata, da un hotel a un rifugio trovato per fortuna, appena varcata la frontiera tra Italia e Francia.
E ora che la normalità Alina sembra stringerla tra le mani – da ragazza matura, da studentessa ormai laureata, da quasi avvocato e da piena attivista per i diritti dei discriminati — lei in quel campo ci è tornata.
Lì dove un tempo erano parcheggiate, le une sulle altre, le loro baracche, ora c’è un prato — e dei ragazzini che giocano poco distante.
A Pierluigi De Donno, regista del docufilm “Gitanistan — Lo stato immaginario delle famiglie Rom-Salentine” che ha conosciuto la sua storia l’ha riportata nel luogo della sua infanzia, Anina confessa che è stato emozionante varcare di nuovo quel cancello.
L’ha pervasa una speranza ostinata, che le fa augurare a sè stessa che tutti i bambini che hanno condiviso con lei la triste permanenza a Casilino 900 si siano lasciati alla spalle la vita da bidonville.
Molto è cambiato dai sei mesi che, poco più che bambina, Alina aveva trascorso lì.
Tra quella parentesi e la passeggiata da ragazza 26enne ci sono i giorni difficili a scuola — quando i suoi compagni di classe francesi la escludevano; ci sono i ricordi, le ferite aperte, i traguardi, l’ostinazione, le cicatrici ormai asciutte, i volti delle persone — come quello dell’istitutrice che, trovando lavoro ai suoi genitori, ha permesso ad Alina e alle sue sorelle di vivere dignitosamente e andare a scuola.
Ci sono tanti tasselli di un mosaico a tinte forti.
Ma il colore più importante rimane sempre quello della dignità e del rispetto.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 8th, 2016 Riccardo Fucile
SEPPELLITA LA SOVRANITA’ NAZIONALE E LA LEGALITA’, I NUOVI “FIGLI DI NESSUNO” SI GENUFLETTONO AD AL SISI E HANNO LE ALLUCINAZIONI PER I PARADISI FISCALI AMATI DA PUTIN E DALLA LE PEN
C’era una volta… 
Dovrebbe cominciare così la fiaba di quella che è stata la destra italiana.
Pur tra mille errori e contraddizioni, ha avuto il merito, riconosciuto dagli stessi avversari, di esprimere personalità di rilievo e galantuomini.
Oratori che praticavano l’ostruzionismo senza insultare e urlare, uomini e donne coraggiose in tempi dove si rischiava la pelle, politici che non infestavano le televisioni per istigare all’odio o speculare su gravidanze, ma che potevano accedervi solo per le tribune politiche di rito, una volta l’anno quando andava bene.
Eppure… non hanno militato in partiti che trafficavano in lingotti con la Tanzania, non hanno ristrutturato casa con tangenti, non hanno usato i fondi regionali per comprarsi mazze da golf o pagare i conti delle ostriche al ristorante.
Anche perchè al massimo frequentavano modeste trattorie e andavano in giro con vestiti logori, in sintonia con i propri militanti.
Pensate… a quei tempi si amava l’Italia non la Padania, si sognava l’Europa-Nazione, si scendeva in piazza contro l’imperialismo russo che schiacciava la rivolta di Budapest e la primavera di Praga.
Era una destra “proletaria” che faticava a pagare l’affitto delle sedi e dove si faceva la colletta per una risma di volantini.
Si usciva dalle sedi con le mani nere di inchiostro è l’orgoglio di essere “alternativi al sistema”.
E molti a casa non sono più tornati.
Si lottava per un’Italia giusta, onesta, senza corrotti ed evasori, senza servi e senza padroni, dove ci fosse vera democrazia e legalità .
Quella legalità di cui in tempi più recenti è assurto a emblema la splendida figura di Paolo Borsellino, eroe moderno per senso dello Stato e della giustizia, per moralità e sacrificio.
Con tutte le coniugazioni possibili, da quella liberale a quella sociale, da quella conservatrice a quella cattolica, da quella “pagana” a quella movimentista, da quella ambientalista a quella reazionaria, era in ogni caso “una destra in movimento”.
Poi il declino inarrestabile, la perdita di ogni riferimento ideologico, culturale ed etico.
Oggi troviamo quella che si spaccia per destra ad avere come “miti” un ex agente comunista del Kgb (quello contro cui si manifestava un tempo) e una politica d’oltralpe che giustifica l’evasione fiscale a danno del proprio Paese.
Entrambi con miloni di euro nascosti in paradisi fiscali.
Non solo, questa “destra di spacciatori” è pure antinazionale, difende uno Stato canaglia che ha assassinato, dopo averlo torturato, un nostro giovane connazionale, non spende una parola di cordoglio per la sua famiglia, non chiede giustizia per un italiano.
Innalzano le bandiere della “sovranità “, ma si riferiscono a quella egiziana.
Dalla destra di Paolo Borsellino… sono arrivati a sostenere due evasori e un assassino.
In fondo sono fortunati: in altri tempi una destra vera avrebbe assaltato il palco di questi guitti in nome di una “pulizia etica”, l’unica radice su cui recuperare la dignità della destra italiana del futuro.
Ma è solo questione di tempo.
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