Destra di Popolo.net

INTERVISTA ALL’AMM. DE GIORGI: “IL MARE NON HA MURI, NOI VOGLIAMO SALVARE OGNI VITA”

Marzo 10th, 2016 Riccardo Fucile

LA MARINA MILITARE ORGOGLIO DELL’ITALIA: “IO NON LASCIO INDIETRO NESSUNO, NEPPURE UN CANE”

«Non esistono muri in mare, per chi chiede aiuto».
L’Europa può decidere di sbriciolarsi, barricarsi, disseminare i suoi confini terrestri di filo spinato, per cercare di fermare i profughi, ma in mare vige un’altra legge.
Un imperativo morale: «Io non lascio indietro nessuno, neppure un cane» assicura il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare italiana, ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
Che parla fuori di metafora, perchè, quando diresse per 72 ore consecutive, alla fine del 2014, le operazioni di salvataggio dei 400 passeggeri del traghetto Norman Atlantic, in fiamme nel canale di Sicilia, mantenne gli elicotteri in verticale sulla nave, nonostante il fumo e le fiamme, finchè non furono evacuati dal ponte anche gli ultimi esseri viventi: tre cani.
E proprio a uno di loro, il più grosso, l’ammiraglio e la coautrice Daniela Morelli hanno dato voce nel loro libro «S.O.S Uomo in mare» (Giunti Editore) per descrivere quelle notti e quei giorni di paura a bordo del traghetto sempre più rovente, sempre più inclinato, nel mare grosso.
La figura peggiore è quella degli umani che litigano per accaparrarsi i primi giubbotti di salvataggio.
«Quando c’è pericolo, molti perdono i freni inibitori. Per questo ordinai subito di calare a bordo un team di soccorritori che ristabilisse l’ordine. C’erano giubbotti per tutti. Pure per i cani».
Perchè il libro, in cui si parla anche dell’operazione Mare Nostrum e del calvario dei profughi, esce in una collana per ragazzi?
«Perchè non vorrei che le nuove generazioni crescessero pensando che sia giusto o normale abbandonare al suo destino chi fugge dalla guerra, e che si possano respingere e lasciar affogare masse di disperati».
Intanto però a Bruxelles si discute di confini marittimi e di blocchi.
«Non lo so. Noi blocchiamo soltanto i trafficanti di armi, uomini e droga. Ne abbiamo arrestati seicento con Mare Nostrum, una cinquantina con Mare Sicuro. Non esistono muri in mare per chi sta affogare. Non abbandoniamo neanche i morti. Tra poche settimane, fra la fine di aprile e l’inizio di maggio, la Marina Militare procederà  al recupero, da una profondità  di 375 metri, dell’intero peschereccio carico di immigrati naufragato nel Canale di Sicilia il 18 aprile dell’anno scorso. Nella pancia di quella nave sono intrappolati ancora almeno 300 o 400 corpi, stando alle testimonianze dei pochi superstiti».
Erano i passeggeri di terza classe?
«Sì, quelli che avevano pagato ai trafficanti 800 dollari a testa per finire rinchiusi nella stiva, fra le esalazioni di Co2, e a contatto con quel miscuglio di acqua e gasolio, sul fondo, che ustiona atrocemente la pelle. Ci volevano 1.000 o 1.500 dollari per un posto migliore, sul barcone. Abbiamo già  recuperato 169 salme dal fondo del mare, altre 52 le avevamo ritrovate nell’immediato. Ora ci prepariamo a riportarle in superficie tutte. Per tutte è previsto l’analisi del Dna, a tutte deve essere data la possibilità  di essere identificate e restituite alle famiglie».
Dopo più di un anno in mare?
«A 375 metri di profondità , il buio, il freddo, la pressione dell’acqua e la scarsità  di fauna contribuiscono alla conservazione dei corpi. Il presidente del Consiglio, Renzi, ci ha dato l’incarico di recuperarli tutti. E lo faremo, a qualunque costo, con robot e sistemi pilotati a distanza».
Da Mare Nostrum a Mare Sicuro, a Eunavfor Med: con i nomi, cambiano gli obiettivi delle missioni
«I pilastri operativi di Mare Sicuro sono il ripristino dell’uso legittimo del mare, la protezione della sicurezza e degli interessi nazionali, come le piattaforme petrolifere, da possibili attacchi terroristici. Ma anche dei pescherecci italiani e dei mezzi di soccorso: è già  accaduto che una nave della Capitaneria di porto fosse attaccata dagli scafisti ai quali aveva sequestrato il barcone. Eunavfor è un’iniziativa europea voluta dall’Italia, ed è servita come bastione per il controllo delle acque internazionali, le ispezioni dei mercantili. Un incremento degli obiettivi può venire dalla decisione dell’Unione Europea di passare a una nuova fase e di operare in acque libiche».
Lei che ne pensa?
«Sono valutazioni politiche in cui non entro. Noi abbiamo in zona la portaerei e nave ospedale Cavour, che ha tutte le capacità  di comando e controllo delle operazioni, concepita per interventi di protezione civile. E poi il vecchio portaelicotteri Garibaldi».
L’anno scorso si era lamentato dell’insufficienza della flotta, delle navi obsolete.
«Ed è servito. Nel 2020 avremo i primi pattugliatori polivalenti d’altura: 136 metri di lunghezza, una piattaforma innovativa che permette di cambiare rapidamente configurazione d’impiego, per antipirateria, sorveglianza, ripristino di comunicazioni, elettricità , acqua potabile, in caso di calamità  naturali».

Elisabetta Rosaspina
(da “il Corriere della Sera”)

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PERDE L’ULTIMO TRENO, UN SENZATETTO LA AIUTA A TORNARE A CASA

Marzo 7th, 2016 Riccardo Fucile

“E’ UN DOVERE ASSICURARSI CHE UNA RAGAZZA ARRIVI SANA E SALVA”… DEDICATO AI TANTI INDIFFERENTI ACCECATI DAI PREGIUDIZI

“Spero che questa storia aiuti le persone a riflettere quando vedono un senzatetto. Ieri notte ho perso l’ultimo treno per tornare a casa e quando sono arrivata a Euston per aspettare il primo della mattina, la stazione era chiusa. Proprio quando stavo per scoppiare a piangere, ubriaca, ho incontrato il mio amico senzatetto Mark. Mi ha proposto di accompagnarmi a un bar aperto perchè era troppo pericoloso andare in giro da sola. Se n’è andato dopo un caffè e quattro chiacchiere perchè doveva andare a prendere il suo sacco a pelo, ma ha promesso che sarebbe tornato alle 5 di mattina per riaccompagnami alla stazione”.
Potrebbe nascere una vera amicizia dall’avventura che ha coinvolto l’inglese Nicole Sedgebeer. Sulla sua bacheca Facebook, un selfie con due grandi sorrisi condiviso per diffondere la storia di cui è stata protagonista qualche notte fa a Londra.
Ha perso il treno, era notte, e a farle da angelo custode è stato un uomo senzatetto.
Nel raccontare la vicenda, Nicole ha ammesso di essere lei stessa vittima di pregiudizi: “Ero sicura che non sarebbe tornato”.
Eppure si era sbagliata: “Non solo era tornato, ma aveva dovuto prendere un autobus per arrivare in tempo”, scrive.
“Questo uomo, che probabilmente avrei persino evitato di guardare se mi avesse chiesto qualche spicciolo, è stato in grado invece di cambiare del tutto quella brutta situazione in cui mi trovavo trasformandola nell’evento più sorprendente della mia vita”.
Alla fine del post, non poteva mancare una dedica speciale a Mark, definito “Un uomo speciale” che le ha fatto aprire gli occhi: “Non guarderò mai più un senzatetto dall’alto al basso”, ha promesso Nicole.
Quando Nicole ha chiesto a Mark perchè lo avesse fatto, l’uomo ha risposto: “E’ il dovere di un padre assicurarsi che la figlia di un altro uomo arrivi a casa sana e salva”.
La mattina successiva, l’ha chiamata per assicurarsi che stesse bene e che fosse andata al lavoro.

(da “Huffingtonpost”)

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BERLUSCONI SPIATO, QUANTA IPOCRISIA: SONO 70 ANNI CHE SIAMO UNA COLONIA USA E FANNO FINTA DI SCANDALIZZARSI

Febbraio 24th, 2016 Riccardo Fucile

LA STORIA DELLA REPUBBLICA E’ FATTA DI INGERENZE E APPOGGI STATUNITENSI… LA SOVRANITA’ TANTO DECLAMATA E’ SOLO UNO SLOGAN

“Ci accingiamo a chiedere informazioni in tutte le sedi, anche con passi formali, sulla vicenda di Berlusconi”.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi risponde così alle pressanti richieste di Forza Italia di fare chiarezza sulle intercettazioni di cui, come rivelato da Repubblica e L’Espresso sulla base dell’ennesimo flusso di file emerso dal caso Wikileaks, Berlusconi fu oggetto da parte dell’americana National Security Agency nel periodo 2008-2011.
La recita continua con lo stesso Renzi che anticipa in Senato “una presa di posizione nelle prossime ore della Farnesina sulla vicenda”.
Quasi in contemporanea, dal Ministero degli Esteri parte la convocazione dell’ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Italia, John Phillips, per “chiarimenti circa le indiscrezioni comparse su alcuni organi di stampa”.
Sulla vicenda interviene il portavoce del dipartimento di Stato americano Mark Toner: “Come già  detto in precedenza, non conduciamo alcuna attività  di sorveglianza di intelligence a meno che non vi sia una specifica e valida ragione di sicurezza nazionale. E ciò si applica a cittadini ordinari come a leader mondiali”.
Due schiaffoni e zitti: “Il presidente – aggiunge Toner – è stato chiaro sul fatto che, a meno che non vi sia uno stringente motivo di sicurezza nazionale, non monitoreremo le comunicazioni di capi di Stato e di governo dei nostri amici e alleati”.
E dato che il concetto “motivo di interesse nazionale” e’ molto soggettivo, gli Stati Uniti continueranno a fare quello che riterranno opportuno.
Non a caso tra gli intercettati c’erano anche la Merkel e Sarkozy, non certo solo Berlusconi.
Anche perchè dalle intercettazioni del premier italiano al massimo potevano venire a conoscere gli orari di visita delle olgettine a villa Certosa, motivo di ilarità  più che di analisi politica.
Ma dato che ora tutti, a destra come a sinistra, fingono indignazione sarebbe opportuno ricordare loro che da circa 70 anni siamo di fatto un “protettorato”, se non una colonia degli Stati Uniti.
Come se la Dc non fosse stata finanziata dagli Usa, come se la scelta dei segretari democristiani non fosse stata sempre operata con il placet degli States, come se la prima Repubblica non stesse in piedi grazie ad accordi economici e finanziari con il capitalismo a stelle e strisce.
Non discutiamo nel merito, c’era la guerra fredda e i finanziamenti sovietici, esponiamo solo i fatti.
E nelle vicende “strategia della tensione” e “terrorismo anni ’70-80”, quante volte si è parlato di operazioni dei servizi?
E ora le stesse mammole che portano le ginocchiere quando salgono le scale dell’ambasciata americana (compresi i partiti neofiti) fingono di scandalizzarsi perchè il padrone non si fida del maggiordomo e teme che gli frega un pezzo dell’argenteria.
E pazienza, fatevene una ragione: come i servizi avranno fatto relazioni sulle specializzazione delle olgettine ora le faranno sul giglio magico, che male c’è.
E’ il prezzo che si paga quando si rinuncia alla sovranità , quella che a destra viene artatamente indirizzata verso i più deboli, mai verso i più forti.
Gli Usa fanno i propri interessi, ci mancherebbe, siamo noi europei che non sappiamo perseguire i nostri, divisi tra egoismi nazionali, guerre finanziarie e provincialismi ottocenteschi.
I blocchi militari sono stati solo sostituiti da quelli economici, ma un terzo polo, un’Europa nazione, solidale e coesa, non riesce a concretizzarsi.
Quindi tenetevi le cimici sotto il letto e continuate a dormire, magari evitando di russare: disturba la ricezione del segnale.

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STORIA DI MORI, IL PRIMO RIFUGIATO IN AFFIDO, STUDENTE MODELLO A GENOVA

Febbraio 21st, 2016 Riccardo Fucile

LA PERDITA DEI GENITORI IN COSTA D’AVORIO, LA TRAVERSATA SUI BARCONI PER ARRIVARE IN ITALIA E L’IMPEGNO NEGLI STUDI

L’amore è scoccato davanti a un libro, una grammatica italiana di base.
E lo studente, un diciassettenne rifugiato originario della Guinea Conakry, ci metteva tanto impegno, tanta dedizione che la professoressa, una volontaria in un centro di accoglienza, ha deciso che quel ragazzo meritava una possibilità  in più.
«Senza contare come ci è entrato nel cuore, con la sua gentilezza, la sua educazione», spiega la donna.
È cominciata così la storia d’amore e solidarietà  tra la famiglia di Sandro, generoso quanto schivo (ha chiesto di usare un nome di fantasia) ingegnere in pensione di Cornigliano, e Mori, un rifugiato della Guinea sbarcato a Lampedusa un anno fa.
Sandro e sua moglie Elena, già  genitori di una bimba di sei anni, avevano ancora spazio in casa e nel cuore.
Così, con la mediazione dei Servizi sociali del Comune, è entrata nel percorso dell’affido familiari dei minori stranieri non accompagnati: nemmeno un mese fa, la famiglia ha ottenuto il minore rifugiato in affido, pochi giorni prima che il ragazzo diventasse maggiorenne.
Ma la famiglia ha già  deciso che continuerà  a ospitarlo anche dopo, quando tra sei mesi lo strumento giuridico dell’affidamento sarà  scaduto.
«Ci stiamo già  muovendo perchè prenda la residenza a casa nostra – racconta Sandro, l’ingegnere – e lo terremo con noi finchè non avrà  trovato la sua strada».
Sorride Mori, ringrazia la sua famiglia affidataria ogni volta in cui si alza da tavola, studia con impegno ogni pomeriggio in una scuola di Voltri e, dopo aver bruciato le tappe dei corsi d’italiano (superando i primi due livelli in pochi mesi), tenterà  di ottenere la licenza media.
«Per avere almeno un titolo di studio».
La storia di questo ragazzo, arrivato in Italia con i barconi dopo 11 mesi vissuti in Libia a mettere insieme i soldi per il passaggio in nave in Italia, è come tante altre, triste e tormentata.
Originario della Guinea, è cresciuto in Costa d’Avorio in un contesto rurale dove il padre faceva il meccanico.
“Ci ha raccontato che la mamma è scomparsa nel 2010, era uscita per andare al mercato in città . non è più tornata. Probabilmente ha perso la vita durante la guerra civile. Il padre è morto di malattia nel 2013, quando Mori aveva 15 anni. Uno zio si è preso in casa i suoi fratellini ma non si è potuto occupare di lui che si è dovuto arrangiare da solo”.
“I ragazzi arrivano stremati da queste traversate e da certe esperienze, alcuni si adeguano, considerando l’Italia un punto di arrivo, altri non hanno più energie e risorse per andare avanti. Mori invece non si arrende, è adesso che deve tirare fuori le unghie per dare una svolta alla sua vita”.
Forse farà  il giardiniere, questo ragazzo. “Forse lavorerà  con me”, racconta Sandro, papà  adottivo: “le cose bisogna farle, non dirle”.

Francesca Forleo
(da “il Secolo XIX”)

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ABBAGNALE ESCLUDE IL FIGLIO DALLE OLIMPIADI: QUANDO IL RIGORE NON SI LASCIA CORROMPERE DAI SENTIMENTI

Febbraio 11th, 2016 Riccardo Fucile

POTEVA USARE IL PROPRIO POTERE PER FAVORIRLO, INVECE LO HA USATO PER INSEGNARGLI A VIVERE

Giuseppe Abbagnale è un nome ma soprattutto un cognome che fece appassionare al canottaggio anche chi nella vita non aveva mai imparato a remare.
Assieme al fratello Carmine e al timoniere Di Capua compose l’equipaggio di «due con» più medagliato della storia, un manipolo di eroi sportivi che trovarono il loro Omero in Bisteccone Galeazzi.
Un figlio di Abbagnale, Vincenzo, voga sulla sua scia verso le Olimpiadi di Rio. Vogava. Questo figlio ha saltato per tre volte i controlli antidoping, l’ultima per un incidente d’auto che gli ha impedito di presentarsi all’appuntamento in orario, e in base ai regolamenti verrà  squalificato per almeno un anno.
Ad annunciarlo è stato suo padre, nel nuovo ruolo di presidente della federazione, perchè ogni tanto quelli giusti finiscono addirittura al posto giusto.
Lo ha annunciato senza un lamento nè una scusa.
Anzi, ha aggiunto che, se il giudice fosse lui, gli appiopperebbe una squalifica più lunga.
Chissà  quanto deve essere costato al suo orgoglio. Ma lo ha detto lo stesso, rivelandoci il segreto di ogni campione, un rigore che non si lascia corrompere neppure dai sentimenti.
Diverso e distante dai tanti padri che nei campetti di provincia o nelle aule di scuola mettono l’istinto protettivo e un mal posto senso dell’onore davanti a tutto, anche all’evidenza, nel tentativo di proteggere il pargolo dall’allenatore, dall’arbitro, dall’insegnante, cioè dai verdetti della vita.
Giuseppe Abbagnale poteva usare il proprio potere per aiutare il figlio a salvarsi. Invece lo ha usato per insegnargli a vivere.
Così, forse, lo ha salvato davvero.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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FLAVIO INSINNA: “HO REGALATO LA MIA BARCA A MEDICI SENZA FRONTIERE PER SALVARE LA VITA DEGLI ALTRI E DARE UN SENSO ALLA MIA”

Febbraio 5th, 2016 Riccardo Fucile

“MIO PADRE ERA MEDICO DELLA MARINA, MI HA INSEGNATO IL VALORE DI SALVARE CHI E’ IN DIFFICOLTA'”… “I MURI NON CI DEVONO ESSERE, NE’ FUORI NE’ DENTRO DI NOI”… “SE UN GIORNO DOVESSI SCAPPARE SPERO DI ESSERE ACCOLTO, NON RESPINTO A CALCI”

“Dormo poco. L’ennesima notte passata sveglio, vedendo il tg, mi sono arrabbiato, ho pianto, ho dato un calcio a una porta. E mi sono detto: facciamo questa cosa”.
Flavio Insinna racconta in un’intervista a La Repubblica cosa c’è dietro la sua volontà  di donare la sua barca a Medici Senza Frontiere:
Come è nata questa decisione?
“Mio padre era dottore e per anni medico in Marina. Mi ha trasmesso l’amore per il mare e mi ha insegnato che si deve fare di tutto per salvare chi è in difficoltà . Io poi sono cattolico, penso che sia giusto aiutare. E lottare. Il mio è un gesto di ribellione”.
L’attore e attuale conduttore televisivo di ‘Affari Tuoi’ su Rai1, ha donato ‘Roxana’, la sua imbarcazione veloce di 14,80 metri, all’organizzazione medico-umanitaria, a supporto delle attività  di soccorso e assistenza in mare lungo le rotte della migrazione verso il continente europeo.
Perchè ha scelto proprio Medici Senza Frontiere?
“Non sono diventato medico ed è stato uno dei dolori che ho dato a mio padre. Perciò mi sembrava bello dare la barca a loro. Sono straordinari, hanno professionalità  umanità . La barca porta il nome di mia mamma, Rossana. Se anche un solo bambino in più, una donna incinta, un disperato che scappa dall’orrore della guerra, verrà  salvato, anche la mia vita avrà  un senso. Forse ho aspettato fin troppo a fare questa cosa. Vanno bene l’allegria e gli applausi, ma magari qualcuno dirà : “Ti ricordi quel giullare? Quella volta ha fatto qualcosa per chi aveva bisogno”.
In questi giorni si parla di limitare Schengen. Cosa ne pensa?
“Non sono un politico: se vedo una persona in difficoltà , dono un cappotto, offro un panino. Ma mi entusiasmo alle parole del nostro Papa: dice che i muri non ci devono essere, nè dentro nè fuori di noi, e nè il filo spinato. Se un giorno dovessi scappare, spero di essere accolto, non di essere respinto a calci. Di essere accarezzato, come io ho cercato di accarezzare gli altri. Sono stato amato, dalla mia famiglia, prima ancora che dal pubblico. Impossibile non rimettere in circolo un po’ di quell’amore. Hanno detto: “Ma questo è matto a regalare la barca?. No, sarei un pazzo a non farlo”
“Siamo molto grati a Flavio Insinna per questo gesto di grande generosità  e per aver voluto sostenere la nostra azione lungo le rotte della migrazione. Stiamo valutando con i nostri centri operativi come impiegare questa importante donazione a supporto delle attività  medico-umanitarie di MSF in mare, dove ancora oggi migliaia di persone in fuga da conflitti e povertà  continuano a rischiare – e purtroppo a perdere – la loro vita per trovare sicurezza in Europa” ha detto Gabriele Eminente, direttore generale di MSF.

(da “Huffingtonpost”)

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MARTA RINUNCIO’ AI REGALI DI NATALE PER DONARLI A CHI NE AVEVA PIU’ BISOGNO, OGGI CI HA DETTO ADDIO

Gennaio 23rd, 2016 Riccardo Fucile

MARTA NON C’E’ PIU’, SI E’ SPENTA A PADOVA, MA IL SUO MESSAGGIO RIMARRA’ NEL TEMPO

Non c’è più la piccola Marta Magosso.
Padova piange la bimba diventata famosa nel Natale 2014 per aver rinunciato ai regali sotto l’albero.
Non un capriccio ma un gesto che fece commuovere tanti. Perchè Marta aveva capito che a volte le priorità  nella vita sono altre e si era distinta per rara generosità .
Aveva deciso di donare i suoi risparmi, 475 euro, al reparto di Oncoematologia Pediatrica dell’ospedale della città  dove era in cura per l’acquisto di “tappi blu”, quelle valvole speciali per la pulizia dei cateteri.
Come riporta il Mattino di Padova:
Ha combattuto tre anni contro un neuroblastoma, dimostrando generosità  fuori dal comune e tanta tenacia prima di arrendersi alla malattia. Si è spenta ieri la piccola Marta Magosso, 10 anni, figlia di Andrea, ex giocatore ed allenatore del Valsugana Rugby Padova. La notizia è girata rapidamente dal sito internet del club di Altichiero ai social network, dove tantissime persone hanno voluto esprimere solidarietà  e vicinanza alla famiglia Magosso.
Le era stato diagnosticato il male il 25 febbraio 2013 e, come ricorda Il Mattino di Padova, dopo due anni la chemioterapia sembrava funzionare.
“Per un mese circa ha potuto togliere il catetere, fino a metà  luglio quando ha avuto una ricaduta mentre eravamo in vacanza vicino a Salerno”, racconta il padre, “Avendo già  visto quel film nel suo reparto ed essendo maturata in fretta sapeva bene cosa la aspettava ma non si è mai tirata indietro. L’hanno ricoverata l’ultima volta il 2 dicembre; pensavamo alla solita chemio invece le cose si sono aggravate presto”

(da “Huffingtonpost“)

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CASO SARRI-MANCINI E L’APOLOGIA DELLA MENTALITA’ MAFIOSA: “LE COSE DEVONO RIMANERE SUL CAMPO”

Gennaio 20th, 2016 Riccardo Fucile

COME LE DONNE CHE SUBISCONO VIOLENZA IN FAMIGLIA NON DEVONO DENUNCIARE, LE VITTIME DEL BULLISMO A SCUOLA DEVONO TACERE, CHI E’ VITTIMA DI MOBBING SUL POSTO DI LAVORO DEVE FAR FINTA DI NULLA: SIAMO UN PAESE DA QUARTO MONDO, IL TERZO E’ PIU’ EVOLUTO

Faccio una premessa, così sgombero subito il campo da ogni equivoco: pur non essendo un tifoso delle prime sei squadre che attualmente guidano la classifica, spero che il campionato lo vincano il Napoli o la Fiorentina.
Detto questo, passiamo alla vicenda degli insulti omofobi che Sarri ha rivolto a Mancini: personaggi pubblici come allenatori e giocatori svolgono un ruolo sociale, di esempio e passibile di imitazione, come pochi altri e   hanno responsabilità  e doveri ben diversi da quelli che ha un automobilista in una lite nel traffico.
L’insulto omofobo malcelato da insulto e basta, è la strada senza ritorno della volgarità .
Le cronache ci riportano periodicamente episodi di ragazzi picchiati, emarginati e indotti al suicidio per le loro preferenze sessuali, motivo per cui, nelle società  liberali moderne, questo genere di reato è perseguito con severità .
Ha ragione Mancini quando afferma che un Sarri in Inghilterra sarebbe radiato dalla federazione calcio (e negli Stati Uniti non troverebbe più neanche un posto in banca).
Ma siamo in Italia, un Paese talmente abituato alla logica mafiosa da giustificare le parole di Sarri con l’originale tesi secondo cui “le cose che accadono sul terreno di gioco devono rimanere all’interno di questo mondo”.
Una teoria aberrante: con la stessa logica una moglie che viene picchiata all’interno delle mura domestiche come si permette di andare a farsi medicare al pronto soccorso e magari denunciare il partner?   Dovrebbe tenere tutto in famiglia.
Una ragazzina vittima di bullismo a scuola non dovrebbe mai rendere pubbliche le violenze subite, ne va del buon nome della scuola. Al massimo si può suicidare.
Chi è oggetto di mobbing o ricatti sul posto di lavoro non penserà  per caso di rivolgersi alle autorità ? Tutto deve rimanere al’interno dell’azienda.
Il negoziante costretto a pagare il pizzo per quale ragione dovrebbe denunciare il racket, paghi e stia zitto, altrimenti si dirà  che in quella città  comanda la mafia e saarebbe cattiva pubblicità .
Assistete a una rapina o a uno scippo? Applicate la massima razziana: fatevi i cazzi vostri.
In un Paese dove i “campi da gioco” sono molteplici e i recinti in cui ci siamo rinchiusi con mille alibi, ben venga il coraggio del Mancio che, da eterosessuale, ha sbattuto in faccia a Sarri la frase: “se tu sei un uomo io allora sono orgoglioso di essere omosessuale, vergognati”.
Le cose cambiano con gli esempi, non con l’omertà , caro De Laurentis.
Ricordiamo quando Paolo Mantovani, dopo una vittoria di coppa a Cremona della Sampdoria, apostrofò contrariato i suoi tifosi che avevano alla fine della partita invaso pacificamente il campo con un “non si festeggia così senza regole, sembrate tante pecore che brucano”.
Da quel giorno nessuno si permise più di occupare il campo da gioco per i tanti trofei che quella squadra vinse, perchè tutti sapevano che il giorno dopo Mantovani se ne sarebbe andato.
E con un presidente come lui, statene certi, ieri sera Sarri sarebbe uscito dagli spogliatoi con un assegno di fine rapporto e una frase: “a mai più rivederla”.
Ma parliamo di un’altra Italia.

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FENOMENO EGONU: “IO AFROITALIANA, CONOSCO L’INNO E LE MIE RADICI”

Gennaio 11th, 2016 Riccardo Fucile

SOLO 17 ANNI, E’ LA STAR DEL VOLLEY: IL SOGNO DEI GIOCHI, L’IGNORANZA DI CERTI CONNAZIONALI E LE SUE SCHIACCIATE ALL’IDROGENO

Le schiacciate all’idrogeno: il colpo con cui Paola Egonu ha abbattuto la polacca Belcik è stato votato tra i top-5 del torneo di Ankara, vinto ieri dalla Russia (già  a Rio).
Lo strepitoso apparecchio per i denti. Il fisico da modella, che ha incendiato Instagram. Segni particolari: zero tatuaggi («Non mi piacciono»), molte extension, miglior giocatrice al Mondiale Under 18, trascinatrice (con Alessia Orro) dell’Italia di Bonitta.
Se le ragazze del volley possono ancora sperare nei Giochi (ultimo treno a maggio in Giappone), lo devono a questa italiana di seconda generazione, che viaggia alla supersonica velocità  di 17 anni e 23 giorni.
Si è scoperta fortissima, Paola.
«Fortissima è un parolone… Diciamo che ho imparato a gestire i colpi e sono stata aiutata dalle compagne più esperte. Mi hanno accolto bene: all’inizio quasi non parlavo, ora nel gruppo sto come a casa».
Casa, ecco. Ci racconta la sua storia?
«Sono nata a Cittadella e cresciuta a Galliera Veneta, in provincia di Padova. I miei genitori sono nigeriani: si sono conosciuti in Italia. Mamma ha 44 anni e lavora in una casa di riposo. Papà  ne ha 52 e trasporta merci. Ho una sorella e un fratello più piccoli».
In Nigeria chi è rimasto?
«Tutti! Saranno una cinquantina di parenti. Prima andavo a trovarli ogni 2-3 anni, adesso che mi sono trasferita a Milano nel Club Italia (serie A1), con la scuola e il volley è tutto più difficile».
Sono il suo fan club?
«Più che mettere a terra palloni, vogliono che io studi».
E a lei piace?
«Sono al quarto anno di ragioneria, mi piacciono molto le materie matematiche, economiche e i ragionamenti. I prof mi capiscono e aiutano. Poi vorrei andare all’Università : economia o legge».
Per la sua esperienza, gli italiani sono razzisti?
«Non voglio giudicare nessuno ma di ignoranza in giro ce n’è eccome…».
È stata presa di mira?
«Oh sì. Sull’autobus. A Treviso, durante un match, i genitori delle avversarie facevano il verso della scimmia. Altrove mi hanno insultata e urlato di tornare al mio Paese».
È questo il suo Paese.
«Io questa gente la ignoro e basta».
Si definisce afroitaliana.
«So le parole e l’inno lo canto, però significa non dimenticarsi mai delle proprie radici. E che un’appartenenza non esclude l’altra».
Che passioni ha, oltre il volley?
«Mi piace la musica, qualsiasi canzone tranne quelle italiane: hanno troppo poco ritmo per i miei gusti. Sono alle prese con ”Open”, la biografia di Agassi: mi piace come racconta i momenti difficili. Prima o poi, ci sono per tutti».
Parliamo di quelli belli. Obiettivo Rio.
«Calma. Non sono certa che sarò convocata per il torneo preolimpico di maggio. Devo continuare a lavorare duro».
Come sceglie il look per un incontro?
«Extension rosse, bicolori o capelli naturali, che sono corti. Come mi gira. Ho una parrucchiera che mi aiuta».
Ha anche un modello di riferimento?
«Lupita Nyong’o, l’attrice keniana che ha vinto l’Oscar per 12 anni schiavo. Film bellissimo e molto forte. Ho pianto tutto il tempo: non capisco, tra esseri umani, come si possa essere così crudeli».

Gaia Piccardi
(da “il Corriere della Sera”)

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