Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
“LA GENTE UMILE HA FAME, SIA DI CIBO CHE DI GIUSTIZIA”… “LA LOTTA PER LA LEGALITA’ DEVE ESSERE QUELLA PER LA EQUITA’ CONTRO I PRIVILEGI”
Sollevato dalle funzioni investigative del Noe lo scorso 4 agosto, il colonnello Sergio Di Caprio
preferisce non interrogarsi sulle motivazioni che hanno spinto il Comando generale dell’Arma a giustificare la decisione come “cambiamento strategico nell’organizzazione dei reparti”.
Intervistato da Raffaella Fanelli per la Radiotelevisione Svizzera, il Capitano Ultimo, che rimane vicecomandante del Noe ma senza svolgere funzioni di polizia giudiziaria, non vuole essere considerato una vittima.
Nè intende tornare ai toni della sua lettera di commiato dai suoi reparti del 18 agosto, nella quale parlava di “servi sciocchi” che abusando “delle attribuzioni conferite e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere”.
“Il perchè non mi interessa, sono un servitore, non decido io”, risponde oggi.
“Ma nessuno potrà impedirmi di rimanere attaccato al mio popolo, ai miei uomini e di combattere nel nome e insieme all’Arma”.
E ancora: “Dobbiamo dare fiducia ai cittadini, stare accanto ai più deboli, perchè credano in una lotta per la giustizia che dev’essere soprattutto equità contro i privilegi”.
Innegabili i grattacapi che il lavoro di Di Caprio ha causato a personaggi noti della politica.
In un’inchiesta tra le più recenti, quella sulla cooperativa Cpl Concordia, compare anche l’intercettazione tra Renzi e il generale della Gdf Adinolfi, dove l’allora segretario del Pd e non ancora premier sembra candidarsi a sostituire Enrico Letta a Palazzo Chigi.
“I fastidi dati alla politica c’entrano qualcosa con la sua vicenda?”, domanda la giornalista.
“Non dobbiamo parlare di me. Dobbiamo parlare della gente, quella piccola, che sta nell’ombra, che fa sacrifici. Di quella che ha fame, sia di cibo che di giustizia”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
“L’ONESTA’ E’ LA PRIMA COSA, RISPETTA LA LEGGE, STUDIA E AIUTA CHI HA BISOGNO E VEDRAI CHE NELLA VITA CE LA FARAI”: IL NOBILE TESTAMENTO MORALE DELL’UCRAINO UCCISO PER SVENTARE UNA RAPINA
Chi ancora stenta a considerare gli immigrati una risorsa anzichè un fardello, dovrebbe soffermarsi sulla saggezza di questa adolescente.
Ha quindici anni, una pagella con la media del 9 nonostante sia in Italia da appena 6 anni e si chiama Anastasia, come la figlia dell’ultimo zar di Russia.
Per suo padre è sempre stata la principessa di casa, e ora che lui non c’è più, sacrificato sull’altare di una profonda coscienza civile che lo ha spinto a pagare con la vita il tentativo di sventare una rapina, dimostra la stessa nobiltà d’animo.
«Appena ci hanno informato che i due rapinatori erano stati arrestati ho abbracciato forte mia madre e abbiamo pianto. Ma non c’è odio nel nostro dolore, solo tanta disperazione perchè mio padre non tornerà mai più tra noi».
Al telefono da Koodiyvka – piccolo paese dell’Ucraina a 500 chilometri da Kiev, vicino al confine moldavo – dove oggi a mezzogiorno verrà officiato il funerale di suo padre, Anastasia Korol, che in Italia è assistita dall’avvocato Giuseppe Gragniagnello, parla sottovoce ma in modo limpido, chiaro, solo a tratti interrotto dall’emozione.
La pronuncia è perfetta. «Anche se sono nata in Ucraina, il mio Paese è l’Italia. Una settimana fa l’avrei voluta abbandonare perchè in Italia mio padre ha trovato la morte, ma poi con mia madre abbiamo capito che è nostro dovere realizzare il suo sogno di riscatto. Dobbiamo fare quello che lui avrebbe voluto».
Le speranze di Anatoliy Korol sono arrivate al capolinea mentre lui aveva solo 38 anni.
A Castello di Cisterna, nel napoletano, c’era arrivato 9 anni fa.
Al suo paese guidava il trattore su un suo pezzo di terra, mentre la moglie Nadiya contava di mettere in pratica la sua laurea in Economia. Ma la crisi e il desiderio della terra promessa li ha spinti a tentare la fortuna in Italia.
«Prima è arrivato mio padre, tre mesi dopo mia madre che però non ha trovato un lavoro adeguato alla laurea e così ha iniziato a fare le pulizie in casa. Io per tre anni sono rimasta in Ucraina con i nonni, poi quando avevo 9 anni li ho raggiunti».
Passato e presente si alternano nel racconto di Anastasia e il pensiero corre di nuovo ai due giovani fermati: «Uno ha appena 5 anni più di me. Dice cha ha ucciso perchè sono poveri, che a casa hanno i mobili vuoti. E noi che cosa siamo? Mio padre lavorava come muratore dalla mattina alla sera e mai in nero, sempre con il contratto in regola.
“L’onestà è la prima cosa, tu pensa a rispettare la legge, a studiare e ad aiutare chi ha bisogno e vedrai che nella vita ce la farai” mi diceva. E così avrebbe educato anche la mia sorellina di 18 mesi. Ma questo non sarà possibile. Per fortuna avremo tanta gente che ci aiuterà , non potremo mai dimenticare quanto stanno facendo per noi i carabinieri, il sindaco di Castello e il proprietario del supermercato dov’è avvenuta la rapina».
Anastasia ha frequentato le medie a Pomigliano grazie a una borsa di studio, finito il liceo scientifico vorrebbe frequentare l’università per diventare ostetrica.
Ma per ora dovrà già affrontare la prima rinuncia: «Il primo giorno di scuola sarò assente perchè qui in Ucraina dobbiamo sbrigare molte pratiche. Senza di lui non sarà la stessa vita».
Grazia Longo
(da “La Stampa”)
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Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
RAWDA: “SONO STREMATA, MA ADESSO MI SENTO COME IN PARADISO”
Esiste una stazione felice in Europa. Si chiama Westbahnhof e non ha niente di speciale: due scale
mobili, dieci binari, periferia Est di Vienna.
Ma ha questa gente che continua ad arrivare, fino a tarda sera.
Il signor Hainz Waldstatten, piccolo negoziante di elettrodomestici, con 50 euro «per i biglietti dei rifugiati».
La signora Karin Haider che soffia bolle di sapone nel cielo grigio. Schaimaa Soliman, una ragazza egiziana con un cartello al collo: «Posso fare traduzioni per chi ne ha bisogno».
E piove, ma risuona forte la canzone di un cantante siriano che si chiama Adan: «Conosco una città meravigliosa, il suo nome è Sham». Sham è Damasco. E questa è la fine del viaggio.
La festa
Dopo 33 giorni, la signora Rawda Al Qadri e il figlio Youssef, che dorme nel passeggino, smettono di avere paura.
«E’ stato terribile, terribile», ripete appena scesa dal treno. «Sono stanchissima, ma adesso mi sento come in paradiso».
Dice esattamente così, seduta su una panchina dell’atrio centrale. Mentre gli studenti viennesi le portano tè, biscotti, acqua, frutta, latte, caffè, qualsiasi cosa.
«Non saprei dire il momento peggiore. Scappando dalla Siria, ci hanno sparato. Abbiamo tentato tre volte l’attraversata per l’isola di Kos, prima di farcela. In Macedonia abbiamo camminato 50 chilometri a piedi. Ma l’Ungheria non potrò mai dimenticarla: i poliziotti hanno picchiato mio marito per obbligarlo a lasciare le impronte digitali. Ci urlavano continuamente: “State zitti, state zitti!“. Non avevano pietà nemmeno per mio figlio».
L’aiuto dei viennesi
Il figlio dorme beato, perchè questo è un sabato felice dentro una stazione felice, dove tutti si stanno dando da fare.
Un ragazzino di nome Amir Hosai Amadi da Herat, Afghanistan, sta provando una giacca nuova, tra tutte quelle che sono state portate dai cittadini. E il padre Nader ringrazia, mentre gli offrono sigarette. E il rumore dei treni che vanno e vengono suona dolce, perchè è il rumore della libertà .
In coda per donare i biglietti, c’è anche una ragazza italiana, Paola Battipede, lavora all’ambasciata, vive a Vienna da dieci anni: «Ho sofferto molto in questi giorni, vedendo le immagini del grande esodo. Essere qui mi sembra il minimo. Anche io vivo fuori casa. So cosa significa essere soli. E loro sono stati costretti a partire».
La cassetta della raccolta fondi è zeppa di banconote da 50 euro. E non si vedono che sei poliziotti nel raggio di 100 metri. E nessuno ha paura del prossimo, al punto che deve essere un sogno.
Invece no: 6.500 profughi sono arrivati ieri in Austria, dopo l’incredibile marcia del giorno precedente. Alle 2 del mattino potevi vederli ancora accampati sul ciglio dell’autostrada M1, sotto la pioggia, infagottati dentro sacchi neri dell’immondizia.
Il primo ministro Orbà¡n ha mandato dei pullman per toglierli da lì.
Ma è stato davvero complicato convincere i profughi ad accettare il passaggio: non si fidavano. Sono saliti solo dopo molte rassicurazioni. Era veramente un trasferimento di massa verso il confine con l’Austria.
Si sono formate code lunghissime alla frontiera, anche 9 chilometri. Proprio per consentire il passaggio di consegne con le autorità austriache.
Orbà¡n però, sempre ieri, tramite il suo portavoce Zoltan Kovacs, ha tenuto a precisare: «La misura è stata unica ed eccezionale, resa possibile da una concertazione con il cancelliere austriaco Werner Cayman».
Una nuova ondata
Non manderanno altri autobus. Continueranno a vietare ai rifugiati l’ingresso alla stazione Keleti. Infatti, Budapest, nel giro di poche ore, era già tornata ad assomigliare a se stessa: almeno altri 400 migranti si sono messi in marcia sulla stessa autostrada. E guardando in direzione Sud, osservando il fiume alla foce, i numeri erano i seguenti: 2180 persone hanno passato il confine fra Serbia e Ungheria, 4 mila hanno attraversato quello fra Grecia e Macedonia. Un’altra onda umana si sta formando.
Ma ora, quello che conta è qui, sotto gli occhi del mondo. Questi applausi, gli abbracci.
Le torte fatte in casa dalla signora Nika Sommeregger, di mestiere regista teatrale: «Avevo il cuore spezzato vedendo tutta quella gente trattata in maniera così disumana. È stata un’enorme vergogna. Dovevo fare qualcosa».
Si possono accogliere 6.500 persone con semplice generosità . Pane e cioccolato. E puoi trovare fra chi accoglie Edman Swan da Damasco, un ragazzo che ha fatto il medesimo viaggio un anno fa. Vive a Vienna: «Sono felice qui. Studio, vado avanti».
Il prossimo treno in partenza per Salisburgo sarà quello di Ayaz Morad da Kobane, Siria. Lui era il ragazzo in prima fila durante l’esodo sull’autostrada.
E’ arrivato alle cinque di mattina, ha dormito in stazione. Conosce bene l’inglese, ha aiutato tutti, senza mai togliere il piccolo zainetto nero dalle sue spalle: «Non dimenticherò mai questi giorni. Porterò sempre nel cuore queste persone che ci hanno accolto».
Durerà poco, continuerà a piovere, arriveranno altri giorni duri. Però questo è un sabato memorabile.
Ci sono quattro ragazze sorridenti, con i capelli biondi tirati indietro, le felpe con i cappucci e uno striscione colorato nelle mani: «Welcome Friends».
Benvenuti in Europa.
Niccolò Zancan
(da “La Stampa”)
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Settembre 6th, 2015 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DELL’AGENTE DELLA GENDARMERIA TURCA
«Quando abbiamo visto questi bambini, inerti, sul bagnasciuga, abbiamo pensato ai nostri figli. Li abbiamo presi dalla sabbia con molta tenerezza, come se stessimo tenendo i nostri piccoli. Per ognuno di questi casi sperimentiamo lo stesso dolore. Ma non possiamo fare niente»
Con grande pietà , facendo il proprio dovere.
Parlano, per la prima volta, i poliziotti della Gendarmeria turca che hanno raccolto i corpi di Alan Kurdi e del fratello Galip su una spiaggia poco distante da Bodrum. L’agente che ha preso nelle sue braccia Alan, come si vede nelle immagini della fotografa Nilufer Demir che hanno fatto il giro del mondo e forse impresso una svolta nell’approccio al problema dei profughi, è anch’egli un padre, come ha raccontato a Hurriyet .
Il quotidiano turco conosce il suo nome e cognome, ma non lo divulga, e lo ha chiamato con un nome di comodo, “Mehmet”.
È un membro delle Forze armate turche, ha il grado di “sergente tecnico” e lavora per la squadra della Gendarmeria forense di Bodrum.
È lui che per primo, all’alba del 2 settembre scorso, ha visto la scena con i corpi di Alan e, poco distante, sullo stesso lembo di sabbia, suo fratello Galip
«Ho fatto il più delicatamente possibile». Mehmet racconta di aver svolto il suo lavoro con il cuore che batteva, poi è tornato in caserma, e insieme al gruppo di agenti con cui aveva condiviso questa tragedia, non ha potuto trattenere le lacrime che aveva frenato prima a stento.
Anche il segretario di Stato Usa, John Kerry, in un’intervista all’ Huffington Post ha raccontato «quando ho visto la foto di Alan ho pensato a mio nipote».
Scrive la giornalista Banu Sen: «Su quella spiaggia hanno portato il peso dell’umanità ».
Racconta ancora uno dei componenti della squadra di militari, quando succede un caso del genere, e purtroppo non è l’unico vista ora anche la ressa di giornalisti sulle spiagge turche: «Ci sentiamo impotenti. Il problema è che molti altri profughi stanno aspettando di attraversare il mare. Si prendono un rischio, sfidano la morte. Cerchiamo di fare il nostro meglio, ma non siamo abbastanza.”
Marco Ansaldo
(da “La Repubblica”)
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
CENTINAIA DI TEDESCHI HANNO ATTESO I SIRIANI PER DAR LORO IL BENVENUTO E CONSEGNARE DONI
L’accoglienza dei tedeschi e degli austriaci ai profughi che sono riusciti a passare la frontiera
dell’Ungheria sta diventando un modello per tutta Europa.
Accanto alle donazioni e al lavoro dei volontari, però, c’è un aspetto nuovo: oggi centinaia di cittadini hanno attesa i migranti al confine con l’Austria o nelle stazioni ferroviarie per fare loro un lungo applauso di benvenuto.
Un video della Bbc, girato alla stazione di Monaco, entrerà molto probabilmente nella storia europea e sta avendo un enorme successo nei social.
Il corrispondente della Bbc in Austria dichiara che quell’applauso di Monaco si sta diffondendo anche nella frontiera con l’Ungheria.
La felicità è reciproca.
I volti dei richiedenti asilo che giungono in Austria e in Germania sono distesi, sorridenti.
Alcuni scrivono cartelli “Grazie Austria”, mostrano il segno della vittoria, salutano fotografi e telecamere.
I bambini ricevono in regalo giocattoli e pupazzi.
Sta vincendo l’Europa della civiltà .
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’EMERGENZA PROFUGHI HA RISVEGLIATO IL SENSO DI UMANITA’ CHE L’EUROPA SEMBRAVA AVER SMARRITO
La fotografia che colpisce di più è quella della curva di uno stadio tedesco che espone lo striscione:
«Benvenuti profughi ».
Abituati come siamo a leggere su quello sfondo nefandezze verso chiunque (neri, orientati a sud, variamente diversi) non può che stupirci la catena che ha portato a quell’immagine: qualcuno ha l’idea, un gruppo gliela approva a maggioranza, la si mette in pratica e dall’altra curva non volano sfottò, stracci, proiettili.
Che poi la principale squadra della Bundesliga (il Bayern di Monaco di Alaba, austriaco di padre nigeriano e Boateng, tedesco di padre ghanese) dia ai rifugiati un milione e un campo per allenarsi è un gesto conseguente, al punto da rendere pleonastica la foto che seguirà da qui a poche ore: i calciatori che entrano in campo tenendo per mano un bambino indigeno e uno immigrato.
Ben altra squadra è quella composta da una selezione dei 54 profughi ospitati in una palestra di Portogruaro intorno ai quali si è creata una rete di solidarietà .
C’è uno scatto in cui li si vede, scampati a Boko Haram, all’Isis o semplicemente alla fame: sollevano la coppa vinta in un magro torneo (due squadre partecipanti) e sembrano molto moderatamente felici.
I più entusiasti sono i tre rappresentanti della cooperativa che li assiste, soprattutto l’infermiera che regge il pallone, una rumena, capelli rossi, occhi verdi, in Italia dal 2007: un calcio allo stereotipo dell’inevitabile guerra tra poveri.
Lo sconfiggono anche i pescatori tunisini che hanno chiesto ai “medici senza frontiere” di prepararli al soccorso dei rifugiati ripescati in mare: concentrati, come se li attendesse la battuta più importante della loro vita.
Mentre domenica, forse, il web sarà invaso dalle immagini degli uomini di buona volontà austriaci che sfideranno la legge del loro Paese e di quello ungherese per caricare su auto private e pullman aziendali i disperati bloccati a Budapest e portarli oltre il confine.
Avranno espressioni più risolute dei passeggeri, perchè più consapevoli del destino a cui vanno incontro.
Questo mosaico ci racconta una cosa soltanto: l’uomo non è buono per natura, ma ogni tanto ci prova. Non tutti lo sono e nessuno lo è sempre.
Ci sono momenti, necessità che determinano azioni isolate.
A volte, questo è il bello, in piena contraddizione con le opinioni.
Esistono alberi piantati in nome di antisemiti nel giardino dei giusti a Gerusalemme. Non siamo demoni affiorati nè angeli caduti, dentro di noi abbiamo spazio per istinto di sopravvivenza e pulsione al sacrificio.
Per gli ottimisti valga la storia di Tristan da Cunha, micro isola sperduta nell’oceano tra Brasile e Sudafrica, abitata da discendenti di naufraghi, pirati, soldati.
Poche centinaia di persone e mai una violenza. Nel 1961, minacciati da un’eruzione vulcanica, furono evacuati in Inghilterra e inorridirono per la brutalità della vita quotidiana.
In Sudafrica ebbero la stessa reazione davanti all’apartheid e vollero tornare alla loro terra.
C’è un’isola simile dentro di noi.
Qualcuno cerca di raggiungerla, qualcun altro di invaderla, ma senza quell’isola ci sarebbe soltanto acqua.
Gabriele Romagnoli
(da “la Repubblica”)
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Settembre 4th, 2015 Riccardo Fucile
UN MILIONE DI EURO E AIUTI LOGISTICI… VESTITI, LEZIONI DI TEDESCO ED EQUIPAGGIAMENTO… MONACO, LA POLIZIA COSTRETTA AD UN APPELLO: “NON PORTATE PIU’ DONI, SIAMO SOMMERSI”
Il Bayern Monaco campione di Germania scende in un altro campo, quello della solidarietà : creerà un “training camp” dove ospiterà decine e decine di piccoli profughi arrivati o in arrivo nella città tedesca.
Dopo l’appello della nazionale tedesca campione del mondo ad “accogliere e sostenere” i migranti il team di Guardiola ha annunciato che metterà a disposizione 1 milione di euro per la causa.
Allenamenti per bambini e ragazzi, pasti quotidiani, vestiti, alloggi ed equipaggiamento.
Avviene in una Monaco sempre più solidale che soltanto ieri aveva registrato un impennata di aiuti tale da far dire alla polizia “di non portare più doni” perchè ce ne erano abbastanza.
In città oltre duemila profughi sono già arrivati e altri giungeranno nelle prossime ore dopo la drammatica odissea lungo la rotta balcanica.
Ai piccoli, spiega una nota sul sito della società , saranno inoltre offerte lezioni di tedesco e nella prossima giornata di Bundesliga, nella quale il Bayern se la vedrà con l’Augsburg il 12 settembre, i giocatori entreranno in campo tenendo per mano bambini tedeschi e piccoli profughi.
(da “Huffigtonpost“)
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Settembre 4th, 2015 Riccardo Fucile
QUANDO IL POPOLO EUROPEO SI DIMOSTRA MIGLIORE DI CHI LO GOVERNA
Gli islandesi offrono la casa, i tedeschi organizzano comitati di accoglienza nelle stazioni
ferroviarie, gli inglesi regalano biciclette e stivali di gomma, gli ungheresi allestiscono un cinema per i bambini.
Mentre l’Europa dei governanti ancora non riesce a trovare una soluzione al flusso di richiedenti asilo che continuano a mettere piede nel vecchio continente mandando in tilt l’equilibrio politico, si moltiplicano ovunque le iniziative per dare sollievo ai profughi o anche per sensibilizzare il resto della popolazione tentando di convincere gli scettici che l’arrivo dei migranti non costituisce affatto un pericolo.
Una delle nazioni più generose in questo senso è la Germania, dove sta giungendo il maggior numero di richiedenti asilo, specialmente dalla Siria.
Con l’hashtag #trainofhope (il treno della speranza) una rete di volontari tiene d’occhio l’orario dei treni in arrivo dall’Ungheria e coordina il primo soccorso ai profughi che sono sfuggiti al blocco della stazione di Budapest.
La rete coinvolge austriaci e ungheresi, e sfrutta un documento aperto a tutti per fornire le ultime informazioni:
Sempre in Germania è nato l’hashtag #refugeeswelcome, utilizzato dagli stessi richiedenti asilo per comprendere quali siano le opportunità una volta arrivati a destinazione.
L’omonimo sito offre addirittura una sistemazione in case private con le famiglie tedesche e austriache e finora è riuscito a trovare un alloggio a circa 150 persone., mentre il blog Wie kann ich helfen raccoglie le offerte e le collette destinate ai migranti – compresi corsi di tango gratis a Berlino.
Per convincere i tedeschi che i rifugiati meritano solidarietà , la nazionale ha girato un video con il capitano Bastian Schweinsteiger dove i giocatori spiegano che i nuovi arrivati vanno aiutati e rispettati.
A Budapest, dove migliaia di richiedenti asilo hanno passato giorni di inferno alla stazione Keleti, impossibilitati a muoversi verso la Germania e ora trasportati in campi profughi contro la loro volontà , la ong Migration Aid ha coordinato i volontari che hanno portato cibo, medicinali e giochi per i bambini.
Giovedì l’associazione umanitaria ha organizzato una manifestazione (ore 19 locali) per protestare contro il trattamento che il governo ungherese sta riservando ai migranti.
A Londra il 12 settembre è prevista una manifestazione a Trafalgar Square, per convincere il governo di David Cameron a farsi carico di una quota importante delle persone che fuggono dalle guerre in Africa e in Medio Oriente.
A oggi 33mila britannici hanno già aderito, mentre sono oltre 150mila coloro che hanno firmato una petizione al Parlamento per aprire le porte ai richiedenti asilo, contrariamente a quanto sostenuto dalla ministra Theresa May.
Più concretamente, gli inglesi che hanno partecipato al celebre festival rock di Glastonbury hanno voluto donare 500 stivali di gomma, 2mila mantelle anti-pioggia e kit di primo soccorso ai migranti accampati a Calais, i quali hanno ricevuto in dono anche tremila biciclette da parte di altrettanti londinesi che hanno deciso di percorrere in bici la distanza tra la capitale britannica e la cittadina costiera francese in segno di solidarietà .
Proprio per alleviare la fatica e la sofferenza dei profughi ammassati a Calais in attesa di raggiungere la Gran Bretagna, varie associazioni francesi si sono offerte di lavorare nella New Jungle costruendo per esempio una libreria.
Per coloro che hanno ottenuto asilo in Francia è attivo ora anche un servizio di bed&breakfast (gratuito) creato appositamente per loro dai francesi che mettono a disposizione la propria casa: si chiama Calm (“Comme à la maison”) e tra pochi giorni riuscirà a ospitare la prima famiglia.
Tuttavia sono gli islandesi a battere il resto degli europei quanto a ospitalità : il governo si era detto disposto a prendere in carico 50 rifugiati, oltre 11mila cittadini invece si sono dichiarati disposti a offrire una parte della propria casa ai profughi.
In Italia la realtà che maggiormente richiama l’attenzione è il centro culturale Baobab di Roma, autogestito dai richiedenti asilo.
Dall’inizio dell’insediamento, centinaia di romani hanno fatto a gara per offrire pannolini, vestiti, cibo ma anche musica e attività culturali.
La necessità di generi alimentari e vestiario continua ancora oggi:
Anche gli italiani stanno cominciando a pensare che dare una stanza ai richiedenti asilo può essere una opportunità per offrire reale aiuto a chi ne ha bisogno: lo ha fatto un professore di Treviso, che ha accolto in casa sei africani sbarcati a Lampedusa: una novantenne padovana che ha addirittura lasciato la propria abitazione ai richiedenti asilo e un albergatore delle Cinque Terre ha deciso di lasciare delle camere gratuitamente ai profughi.
Per richiamare a un maggiore attivismo e all’accoglienza vera, a Venezia l’11 settembre uomini e donne cammineranno scalzi in una marcia promossa da artisti, giornalisti e personaggi dello spettacolo .
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 4th, 2015 Riccardo Fucile
GLI OCCHIALI DI PAPA FRANCESCO
Il Papa che va in un negozio di via del Babuino per cambiare le lenti degli occhiali («la montatura no, non voglio spendere») provocherà il solito mezzo infarto in qualche miope della Curia che gli occhiali se li farebbe arrivare volentieri in Vaticano su un baldacchino portato a braccia da quattro ottici.
Francesco è come Gorbaciov, che piaceva più agli anticomunisti che all’apparato del partito.
L’ala conservatrice della Chiesa gli imputerà di avere ostentato un atto di normalità e di avere sacrificato il buon senso economico sull’altare del pauperismo: quanti operai perderebbero il lavoro se nessuno cambiasse più le montature?
Ma a un laico allergico alle gerarchie il gesto di questo Papa che vede lontano piace moltissimo.
Il mondo degli uomini è un luogo ridicolmente pomposo, dove le persone vengono valutate in base alla poltrona che occupano, e i privilegi sono impugnati come clave da qualunque nullità sia riuscita a strappare a suon di lappate uno strapuntino di potere.
L’ultimo dei mediocri in possesso di una mostrina si sente in diritto di guardarti dall’alto in basso, tranne strisciare come un verme quando i casi della vita gli strappano le insegne di dosso.
Bergoglio manda un messaggio rivoluzionario: non conta che ruolo hai, conta chi sei. Tanto che lui è disposto ad abdicare al ruolo di Papa pur di rimanere se stesso.
Proprio vero che l’abito non fa il monaco.
Con Francesco è il monaco che torna a fare l’abito.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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