Febbraio 27th, 2015 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALLA DONNA 36ENNE CHE SI E’ LANCIATA NELLE ACQUE DEI CAMPI FLEGREI E HA AIUTATO IL CETACEO FERITO A TORNARE AL LARGO: “MI HA GUIDATO L’ISTINTO”
Sulle rive della Spiaggia Romana di Bacoli il mare grigio-celeste dei Campi Flegrei è un mare di eroi.
Quelli della mitologia greca, come Miseno che sfidò le divinità marine suonando una conchiglia. E quelli come Debora Di Meo, 36 anni, che ha messo a repentaglio la propria vita per salvare un cetaceo da morte sicura
Imprenditrice con un ristorante a picco su quella spiaggia, Debora è una giovane donna che ci viene incontro con il figlio di nove mesi tra le braccia. La balena spiaggiata era rimasta incastrata tra gli scogli sotto un’antica villa romana, sulla spiaggia che dista una ventina di chilometri da Napoli.
Qualcuno ha notato quello che sembrava un delfino ma molto più grande dibattersi in una rientranza fra le rocce di tufo a pochi metri dalla riva. Hanno capito che sarebbe morta, come tanti cetacei disorientati dai sonar delle barche o impigliati nelle reti. E hanno chiamato Debora Di Meo, che pesca in apnea ma soprattutto ama il mare e lo rispetta.
Un gesto d’amore e di coraggio verso un piccolo di balenottera comune, la Balaenoptera physalus, più di 8 metri di lunghezza e due tonnellate di peso. In pratica, il secondo animale per dimensioni mai esistito sulla terra, che da adulto arriva a 80 tonnellate per 24 metri.
Il video del salvataggio è diventato virale sui social network e Debora si è ritrovata famosa come la ragazzina Maori che nel film “La ragazza delle balene” guida verso la libertà un gruppo di cetacei spiaggiati.
Di fronte a quale scena si è trovata?
“Una balena, che mi è sembrata un cucciolo, si era fatta strada tra gli scogli entrando da una secca, ed era rimasta bloccata in venti centimetri d’acqua proprio sotto le rovine della villa romana di Servilio Vatia descritta da Seneca, davanti all’antro di Cerbero. Era poggiata sul fianco sinistro e su quello destro aveva una profonda ferita. Soffiava e sbatteva e nel tentativo di liberarsi si stava procurando altre lacerazioni sulla pin- na. Tutti guardavano ma nessuno si muoveva. Così mi sono decisa. Indossavo jeans, maglione e scarpe da ginnastica. C’erano 7 o 8 gradi, per fortuna non pioveva, ma l’acqua era gelata. Mi sono tolta solo la giacca e mi sono tuffata”.
Perchè hanno chiamato lei?
“Forse perchè abito qui vicino. Di mestiere faccio la ristoratrice, ho casa e locale su questo sperone di roccia e il mio compagno è proprietario di un locale proprio su questa spiaggia dove sono in corso lavori di ristrutturazione in vista dell’estate. Sono stati gli operai e la mia famiglia ad allertarmi. Mi sono precipitata. Sono un’amante del mare, non si può lasciar morire un animale così”.
Che cosa ha fatto allora?
“Ho raggiunto a nuoto lo specchio d’acqua dove la balenottera stava combattendo per salvarsi. Non sapevo che cosa avrei fatto. Mi sono affidata all’istinto. La mia esperienza in salvataggi era zero, ma quell’animale era davvero in difficoltà : sono genovese ma di genitori flegrei, e vivo da 14 anni su questa costa. Mio padre era armatore navale e a noi figli ha insegnato prima a nuotare e poi a camminare. L’unica esperienza che posso paragonare a questa è uno squalo che trovammo sulla spiaggia a Shark River Hills, nel New Jersey, dove ho vissuto due anni. Ma era già morto. Un animale grande come questa balena non l’avevo mai visto prima”.
Avere paura in una situazione come questa sarebbe umano…
“Non ne ho avuta. Non c’era tempo. la balenottera sbatteva così forte, c’era il rischio che si incastrasse di più. Quando mi sono avvicinata però forse ha capito che volevo aiutarla e ha smesso di dimenarsi. È stato un bell’incontro ravvicinato: aveva la pelle molto liscia, ma durissima, ma soprattutto ricorderò sempre i suoi occhi, i nostri sguardi si sono incrociati. Ho spostato la sua testa verso l’uscita dalla “gabbia” di scogli e ho cominciato a spingere. Per fortuna ha trovato una sorta di canale nel quale è riuscita a infilarsi e con qualche altro colpo di coda ce l’ha fatta a tirarsi fuori”.
C’è stato anche un saluto?
“Quello che io credo sia stato tale. Uscita dalla secca, nei pressi dei resti archeologici della peschiera della villa romana, la balena è tornata indietro venendo verso di me. Mi è sembrato quasi che volesse dirmi grazie. Poi si è rigirata ed è andata via. Lungo questo tratto di costa capita spesso di avvistare delfini, ma non sapevo che ci fosse un canyon verso Cuma dove le balene come quella che ho incontrato io vengono a riprodursi. Me lo ha spiegato una ricercatrice che segue i cetacei nel Golfo di Napoli. Hanno anche tentato di riconoscerla dalle foto, ma non è stato possibile”.
Dieci minuti per salvare un animale mettendo in pericolo la propria vita. Ci sarà stata quale immancabile critica
“Chi conosce i cetacei dice che ho rischiato grosso. I miei familiari mi hanno rimproverato: una madre di un bambino piccolo, certe cose non dovrebbe farle. Ma io ho agito d’istinto, non ho riflettuto molto. Mentre gli altri cercavano di contattare la Capitaneria di Porto o la Protezione animali, ho voluto tentare. La trovo una cosa normale. E non ho dubbi: lo rifarei anche adesso”.
Stella Cervasio
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 25th, 2015 Riccardo Fucile
LI RICONOSCETE AGLI ANGOLI DELLE STRADE CON LA CIOTOLA PADANA: ELEMOSINANO UNA POLTRONCINA E SI VENDONO I CIMELI DEL DUCE PER UNA FOTO DELLE CHIAPPE DI SALVINI
Il titolo della manifestazione è “Renzi a casa, la nostra ce la siamo venduta da tempo”. 
Il 28 febbraio le truppe autotrasportate della “padagna del magna magna” varcheranno i sacri confini delle nebbiose osterie del nord per portare a “Roma ladrona”, con 250 pulmann autoripulenti, le quadrate legioni che hanno giurato sul pitale della fonte del Monviso e sguazzato nelle acque inquinate del Po.
Prenotati anche molti treni piombati in funzione anti-fetore per permettere rutti identitari in libertà .
Di certo in piazza del Popolo ci saranno non solo gli elettori auto-trasportati del “sistemamogli”, ma anche da quella miriade di accattoni molesti che da settimane stazionano agli angoli della città con un piattino verde in mano: sono i senza tetto della destra romana, meglio i senza patria e senza ideali, i “traditori dell’Idea” si sarebbe detto in altri tempi.
Molti di quelli che, dopo aver fatto il giro delle Cento parrocchie, oggi si ritrovano alla mensa della Caritas padana, invocando una verginità persa da tempo, causa frequentazione dei peggiori bordelli capitolini.
Fascistelli da operetta che si si vendono i cimeli del duce per una maglietta “padania is not italy”, ex parolai della destra sociale che ora vogliono affogare i poveri, mitici identitari rimasti senza documenti sulla loro origine (gli avranno fregato il portafoglio a Termini?), boss di quartiere convertiti dai lingotti di Belsito, poltronisti e commedianti alla ricerca di un posto al sole a misura della chiappe di Salvini.
Rimasti in brache di tela per la loro incapacità di interpretare i cambiamenti della società , sono i nuovi rom della destra italiana: per questo vogliono chiudere gli accampamenti sinti, per prenderne il posto, non per razzismo.
Si danno del traditore da anni tra di loro, rivendicando “la terza via” da decenni, ma inboccando alla fine prima quella di palazzo Grazioli e ora quella di via Bellerio.
Senza disdegnare soste ben remunerate al Campidoglio, ai tempi della moltiplicazione dei pani, dei pesci e dei parenti.
Da giovani idealisti avrebbero assaltato a spranghate la feccia di Piazza del Popolo, oggi da vecchi rottami si accontentano di vendere i santini del sale della Alpi (il sole è una cosa seria) e i barattoli dell’aria di Bergamo confezionati dai cinesi a Prato.
In attesa di una gita sociale nel canale di Sicilia per prendere a pagaiate i veri profughi, quelli che scappano da guerre vere, non dalle commedie dell’arte messe in scena da compagnie di (presa in) giro.
“Venghino signori, venghino, lo spettacolo sta per cominciare, posti quasi esauriti”: affrettatevi ex camerati, il domani appartiene a noi (per Salvini).
Per perdere, come sempre, faccia ed elezioni.
In attesa di un altro giro, altro regalo, continuate pure a prendere per il culo i giovani e a fare favori al sistema.
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Febbraio 18th, 2015 Riccardo Fucile
“IL SEGRETO DEL SUCCESSO? PENSARE DIVERSO DAGLI ALTRI E NON TRADIRE IL CLIENTE”… “LAVORO PER LE VALERIE, LE DONNE CHE DECIDONO: SE NON TI COMPRANO LORO, SEI FINITO”
Si sono tenuti stamani i funerali di Michele Ferrero, il papà della Nutella, l’uomo che ha portato
una pasticceria di Alba a diventare una multinazionale del settore dolciario da oltre 8 miliardi di fatturato.
Per oltre mezzo secolo ha seguito e indirizzato i consumi degli italiani con i suoi prodotti, dai Mon Chèri agli Ovetti Kinder.
Legatissimo alla sua terra ha trasformato gli stabilimenti Ferrero in un modello anche sociale. Alla guida dell’impero di famiglia ci sarà adesso il figlio cinquantunenne Giovanni.
«Il mio segreto? Fare sempre diverso dagli altri, avere fede, tenere duro e mettere ogni giorno al centro la Valeria».
La Valeria?
«La Valeria è la padrona di tutto, l’amministratore delegato, colei che può decidere del tuo successo o della tua fine, quella che devi rispettare, che non devi mai tradire ma capire fino in fondo».
Lo guardo stupito e ripeto la domanda: «Mi scusi signor Michele, ma chi è la Valeria?».
«La Valeria è la mamma che fa la spesa, la nonna, la zia, è il consumatore che decide cosa si compra ogni giorno. È lei che decide che Wal-Mart sia il più grande supermercato del mondo, che decreta il successo di un’idea e di un prodotto e se un giorno cambia idea e non viene più da te e non ti compra più, allora sei rovinato. Sei finito senza preavviso, perchè non ti manda una lettera dell’avvocato per avvisare che taglia il contratto, semplicemente ha deciso di andare da un’altra parte, di non comprarti più».
Michele Ferrero parla con voce allegra, squillante, gli piace tantissimo ricordare.
Ha sempre gli occhiali da sole, fatica a sentire ma non interrompe mai gli altri, soprattutto la moglie.
Non è mai andato in pensione e mai ci andrà finchè avrà un soffio di vita.
E fino all’ultimo non ha smesso di occuparsi dei suoi prodotti, della sua azienda, fedele alla sua regola di una vita, il rispetto dei consumatori: «La Valeria è sacra, devi studiarla a fondo, con attenzione e non improvvisare mai. Bisogna avere fiuto ma anche fare tante ricerche motivazionali».
Ho incontrato Michele Ferrero cinque anni fa, in una mattina d’agosto, nel suo stabilimento di Alba.
Non parlava mai con i giornalisti e non si ricordano interviste o conferenze stampa, la riservatezza, con la fede religiosa e l’amore per la qualità sono state le cifre della sua esistenza. Mi aveva detto chiaramente che mi avrebbe parlato volentieri della sua vita e del suo lavoro ma a patto di non vederla pubblicata sul giornale la mattina dopo.
Oggi penso che le parole del suo racconto siano il modo migliore per ricordarlo, per ricordare un genio del «fare» italiano.
Il genio e la modestia
Esordisce con modestia, immagino che strizzi gli occhi sotto le lenti scure: «Quando dicono “Michele è un genio”, rispondo facendo finta di aver capito altro: “Sì è vero di secondo nome faccio Eugenio, la mia mamma mi chiamò Michele Eugenio”. Meglio fare così, altrimenti finirei per crederci e per montarmi la testa».
Gli faccio l’elenco dei suoi prodotti, di tutto ciò che ha inventato, lui sta un po’ in silenzio poi mi risponde: «Quello che amo di più? Certo la Nutella, ma il Mon Chèri è il prodotto degli inizi, quello che mi emoziona ricordare. Era l’inizio degli Anni Cinquanta e andammo in Germania, perchè avevo pensato che il mercato del cioccolato dovesse guardare a Nord, dove lo consumano tutto l’anno».
Si ferma un attimo, come se si fosse distratto: «Pensi che ancora oggi noi ritiriamo tutto il nostro prodotto di cioccolato all’inizio dell’estate, per evitare che si sciolga, per evitare che la Valeria resti delusa e trovi qualcosa che non è all’altezza. Per evitare che ci associ con qualcosa di sciolto, di rovinato, con qualcosa che non vale la pena comprare. Per questo il trimestre estivo è il nostro periodo peggiore e per questo la missione che tanti anni fa ho dato ai miei figli miei figli è quella di colmare il vallo estivo, di inventare prodotti che diano alla nostra produzione e al nostro fatturato un’uniformità tutto l’anno».
Cioccolato e liquore
«Ma dicevo della Germania: quando siamo arrivati era il dopoguerra, un Paese ancora pieno di macerie con i segni del conflitto, triste, depresso, in cui gli italiani erano visti malissimo. Ci consideravano traditori, malfattori e infidi, convincerli a comprare qualcosa da noi era una missione quasi impossibile. Cominciai ad andare dai distributori con l’idea di vendere cioccolatini in pezzo singolo, con dentro il liquore e la ciliegia. Mi dicevano che bisognava fare delle scatole, non degli incarti singoli, perchè solo quelle si potevano mettere sugli scaffali dei negozi e quelle si vendevano. Io rispondevo che stavano mesi sugli scaffali e le persone le compravano solo per le grandi occasioni, per fare regali. Io invece pensavo a qualcosa che risollevasse il morale, che addolcisse ogni giorno la vita dei tedeschi: c’era il cioccolato, la ciliegia e c’era il liquore che scaldava in quell’epoca fredda e con scarsi riscaldamenti. Qualcosa che avesse una carta invogliante, elegante, lussuosa, di un rosso fiammante, che desse l’idea di una piccola festa ad un prezzo accessibile a tutti. Insistetti finchè non trovai un uomo intelligente che si fece conquistare dalla mia idea. La Valeria tedesca aveva bisogno di essere confortata, di sentirsi bene ogni giorno, di potersi fare un piccolo regalo: poteva funzionare tra fidanzati, tra marito e moglie e non c’era bisogno di aspettare feste o ricorrenze. Poi in inverno feci mettere enormi cartelloni pubblicitari in ogni grande stazione della Germania, con un immenso mazzo di fiori che non sfioriva mai. Per Natale mi misi d’accordo con la Fiat e al centro delle dieci maggiori stazioni piazzai in bella mostra una topolino rossa che avrebbe premiato i vincitori di un concorso legato al Mon Chèri. Fu un successo travolgente e l’anno dopo facemmo le cose ancora più in grande e mettemmo in palio dei diamanti».
Il suo racconto è pieno di entusiasmo, anche se è passato più di mezzo secolo, e di quel periodo ricorda l’entusiasmo insieme al freddo e alla fatica: «Pensi che la fabbrica era in una serie di bunker bombardati…».
Pasqua tutti i giorni
Gli chiedo allora quale è stata l’intuizione che è sembrata più pazza ma che gli ha dato più soddisfazione: «È successo anni dopo, in Italia, quando pensai che l’uovo di cioccolato non poteva essere una cosa che si vendeva e si mangiava una volta all’anno, a Pasqua. Però ci voleva qualcosa di più piccolo, che si potesse comprare ogni giorno a poco prezzo, ma doveva ripetere quell’esperienza e allora ci voleva anche la sorpresa, ma in miniatura. Pensai alla Valeria mamma, che così poteva premiare il suo bambino perchè aveva preso un bel voto a scuola, alla Valeria nonna che lo regalava per sentirsi dire: “Sei la più bella nonna del mondo” o alla Valeria zia che riusciva così a strappare al nipotino quel bacio e quell’abbraccio che faticavano sempre a conquistare. Ma così tanto cioccolato poteva preoccupare le mamme, allora pensai di rovesciare l’assunto tradizionale pubblicizzando che c’era “più latte e meno cacao”, quale miglior sensazione per una mamma di dare più latte al suo bambino? Così mi decisi e ordinai venti macchine per produrre ovetti, ma in azienda pensarono di aver capito male o che fossi diventato matto e non fecero partire l’ordine. Poi chiesero a mia moglie Maria Franca se la firma sull’ordine era davvero mia, lei confermò, ma per far partire la cosa dovetti intervenire di persona. Le obiezioni erano fortissime, dicevano che sarebbe stato un flop, che le uova si vendevano solo a Pasqua e allora io sbottai e dissi: “Da domani sarà Pasqua tutti i giorni”». Questo fu il 1968 di Michele Ferrero, la sua rivoluzione, quell’anno partì insieme all’ovetto la linea di prodotti per bambini che conosciamo come Kinder Ferrero.
Primo: innovare
«Ecco cosa significa fare diverso da tutti gli altri. Tutti facevano il cioccolato solido e io l’ho fatto cremoso ed è nata la Nutella; tutti facevano le scatole di cioccolatini e noi cominciammo a venderli uno per uno, ma incartati da festa; tutti pensavano che noi italiani non potessimo pensare di andare in Germania a vendere cioccolato e oggi quello è il nostro primo mercato; tutti facevano l’uovo per Pasqua e io ho pensato che si potesse fare l’ovetto piccolo ma tutti i giorni; tutti volevano il cioccolato scuro e io ho detto che c’era più latte e meno cacao; tutti pensavano che il tè potesse essere solo quello con la bustina e caldo e io l’ho fatto freddo e senza bustina. L’Estathè per dieci anni non è esploso, ma io non mi sono scoraggiato, perchè ero convinto che ci voleva tempo ma che l’intuizione era giusta e che la Valeria non sapeva ancora che era quello che aveva bisogno. Ma poi se ne è resa conto ed è stato un grande successo. Un unico rammarico: averlo lanciato solo in Italia, ma mi spaventavano con le indagini di mercato e non vollero portarlo in Francia e così oggi il mercato estero è già pieno di concorrenti. E poi ci inventammo uno scatolino morbido e leggerissimo che era una novità assoluta e la cannuccia…».
«Sa perchè ho potuto fare tutto questo? Per il fatto di essere una famiglia e di non essere quotati in Borsa: questo ha permesso di crescere con serenità , di avere piani di lungo periodo, di saper aspettare e non farsi prendere dalla frenesia dei su e giù quotidiani».
Parliamo ormai da più di due ore, nello stabilimento c’è un profumo fortissimo di caffè, mi spiega che stanno facendo i pocket coffee.
Il tempo sta per finire ma vuole ricordarmi una cosa a cui tiene più di tutto, la sua fede religiosa: «Tutto quello che ho fatto lo devo alla Madonna, a Maria, mi sono sempre messo nelle sue mani e lei devo ringraziare. La prego ogni mattina e questo mi dà una grande forza».
La sua stretta di mano e la sua energia, in quel giorno d’estate nel pieno dei suoi 85 anni, erano forti e invidiabili.
Ora stava per compierne novanta, ma era rimasto lucido e fedele alle sue regole e ai suoi principi.
Mario Calabresi
(da “La Stampa”)
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Febbraio 17th, 2015 Riccardo Fucile
IL COMANDANTE DELLA GUARDIA COSTIERA , ORGOGLIO DELLA NOSTRA MARINA IMPEGNATA NEL CANALE DI SICILIA A SALVARE ESSERI UMANI
“Non ci sono nuove regole d’ingaggio, continueremo ad operare pensando prima di tutto a
soccorrere i migranti in difficoltà ”.
Il comandante generale della Guardia Costiera, ammiraglio Felicio Angrisano è calmo e con calma riflette su ciò che è accaduto all’unità minacciata da quattro uomini armati di kalashnikov a una cinquantina di miglia dalle coste libiche, mentre cercava di portare in salvo duecento migranti alla deriva su un barcone.
“L’equipaggio si è comportato con coraggio e prudenza. Sono stati bravissimi. Pensi a cosa sarebbe potuto accadere se avessero risposto alle armi con le armi”.
Come è andata veramente ammiraglio?
“La nostra unità stava effettuando una missione di salvataggio come quelle che portiamo a termine ogni giorno. Avevano fatto salire a bordo i migranti, quando è spuntato un barchino con queste persone armate. Un barchino calato in mare da un peschereccio d’appoggio che era a poca distanza”.
Una delle navi madre che usano i trafficanti.
“Evidentemente. E hanno subito minacciato con le armi il nostro equipaggio per ottenere la restituzione del barcone su cui erano i migranti. Era quello il loro obiettivo, per poterlo riutilizzare”.
Hanno sparato contro l’unità della Guardia Costiera?
“Subito dopo ho parlato con il comandante, poi ho saputo che era stata sparata una raffica. Adesso leggerò il rapporto e ragioneremo con tutti i dati a disposizione”.
Una cosa non è chiarissima: avete armi a bordo?
“Una dotazione c’è, naturalmente. Ma noi abbiamo uno scopo preciso quando andiamo in mare: salvare vite umane, non combattere. E insisto, la reazione del nostro equipaggio nella circostanza in cui è stato minacciato con le armi è stata esemplare. Potevano esserci dei feriti, e anche peggio. Loro si sono ripresi il barcone, che peraltro poco dopo è affondato, e noi abbiamo riportato a casa duecento migranti. Salvi”.
Ora cambieranno le vostre regole d’ingaggio?
“Io non ho avuto alcuna disposizione in merito. Dunque, nessun cambiamento. Anche adesso, mentre parliamo, ho autorizzato tre missioni di soccorso. La gente in difficoltà è la nostra principale preoccupazione. Raggiungerli, mettere in sicurezza questi barconi fatiscenti, salvarli tutti. Continueremo a farlo come abbiamo sempre fatto. Con prudenza e con coraggio”.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 30th, 2015 Riccardo Fucile
PERDERE UNA BATTAGLIA POLITICA NON E’ UNA TRAGEDIA, PERDERE LA DIGNITA’ SI’
Credo che non sia scritto in alcuna dichiarazione, ma per me è il più importante fra i diritti. 
Parlo del diritto alla dignità , quel sentimento interiore di piccola stima nei confronti di noi stessi per quel che abbiamo fatto e facciamo, e per quel che siamo.
Proprio perchè sentimento interiore che emerge dal dialogo con la nostra coscienza e non dall’opinione degli altri, e ancora meno dal riconoscimento delle Costituzioni e delle leggi, nessuno, tranne noi stessi, può toglierci la dignità .
Ma è vero anche che ciascuno di noi porta con sè nel mondo il dato di essere italiano o italiana.
Essere italiani oggi vuol dire essere sottoposti alle decisioni prese da un delinquente cacciato dal Parlamento in combutta con un giovanotto che asseconda il suo desiderio di continuare a essere arbitro della politica italiana, con l’avallo di una pletora di servi dell’uno e dell’altro incapaci di dire semplicemente “No!, le indecenze dei vostri incontri segreti non mi riguardano, il mio solo commento è il disprezzo”
La dignità , ecco quello che ci ha tolto e ci toglie il patto fra Berlusconi e Renzi.
Con quel loro accordo ci hanno detto e dicono ogni giorno, con il sorriso sprezzante di chi sa di poter fare ciò che vuole, che l’onestà , la rettitudine, la lealtà alla Repubblica non valgono assolutamente nulla.
Conta essere evasori fiscali, sodali di corruttori di giudici, sostenitori di collusi con la mafia. Queste sono le persone con le quali si può eleggere il capo dello Stato, suprema magistratura di garanzia, riformare la legge elettorale, riscrivere la Costituzione.
Se sei una persona onesta e credi nella libertà repubblicana, nell’Italia di Renzi e di Berlusconi vali meno di niente.
Ti deridono. Coprono le loro ripugnanti azioni con argomenti ispirati ai triti luoghi comuni della necessità politica.
“Ci vuole una legge elettorale che assicuri solidi governi mediante generosi premi di maggioranza”; “bisogna abolire il Senato elettivo per semplificare e accelerare il processo legislativo”, gridano a gran voce.
Sono balle che non troverebbero ascolto in nessun consesso civile.
La prova più eloquente che non c’è alcun bisogno di togliere di mezzo il Senato per legiferare è il fatto stesso che questo governo legifera, eccome.
Delle due l’una: o Renzi mente quando sbandiera che il suo governo ha “fatto” tante leggi; o mente quando proclama che con l’attuale Costituzione è praticamente impossibile legiferare.
In termini di filosofia politica, quella che mi onoro di insegnare da trent’anni fuori d’Italia, ovviamente, il comportamento di Renzi e dei suoi si fonda sul presupposto di poter ingannare i cittadini a suo piacere. Tanto non la capiscono.
O fanno finta di non capire?
Sono dunque due i motivi per i quali ci dobbiamo vergognare: essere di fatto governati da un delinquente assecondato da un giovinotto, essere trattati come deficienti.
Quel che più avvilisce e indigna è che nessuno compie un passo deciso per uscire dalla palude, formare un partito di dignità repubblicana e civile, alzare una bandiera.
Cosa aspettate, persone perbene che fate ormai fatica a guardarvi allo specchio perchè sapete che non valete nulla e vi trattano da poveri idioti?
In politica una delle virtù essenziali è la capacità di cogliere l’occasione.
Orbene, l’occasione è adesso.
Se aspettate che vada al Quirinale il burattino di Renzi e Berlusconi, e poi disfino la Costituzione, sarà troppo tardi per qualsiasi efficacie azione politica.
“Dove eravate?”, vi chiederanno, e vi chiederò, quando Renzi e Berlusconi disfacevano pezzo a pezzo la Repubblica?
Non saprete rispondere e sarete finiti una volta per tutte.
Perdere una lotta politica non è una tragedia; perdere la dignità sì.
Maurizio-Viroli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 16th, 2015 Riccardo Fucile
MAI IN PRIMA FILA, MAI A RISCHIARE BENESSERE, REPUTAZIONE E VITA PER UN IDEALE: CHIUSI NEI CESSI IN ATTESA CHE LA RIVOLUZIONE PASSI
Il caso Vanessa e Greta, le due cooperanti in missione umanitaria in Siria, ha riaperto la conduttura di quella fogna mediatica rappresentata dal buon borghese perbenista (inteso come categoria mentale, non come ceto sociale).
Quelli per capirci che magari vedi a Messa la domenica in nome dei valori della famiglia del Mulino Bianco o che senti al bar indignarsi per l’indegno spettacolo delle prostitute sotto casa, salvo poi la sera andare con la lingua di fuori alla ricerca di travestiti nei viali periferici o alla caccia di lolite minorenni.
Quelli dell’ “occorre cacciare tutti gli immigrati”, salvo poi lucrare sulla badante in nero.
Quelli insomma del “perchè non se ne stanno a casa”.
Li conosciamo da quando avevamo 16 anni e abbiamo iniziato a fare politica.
Mentre diversi ragazzi, a destra e a sinistra, della mia generazione rischiavano ogni giorno la pelle per difendere, giusti o sbagliati che fossero, ideali e valori, loro erano quelli che al massimo venivano ad ascoltare il comizio di Almirante nascosti sotto i portici o all’interno dei grandi magazzini, in modo da poter sembrare “casualmente di passaggio”.
La maggioranza “più silenziosa che non si può” preferiva emettere giudizi dai loro ovattati salotti borghesi bisbigliando contro “i comunisti” come ora, salvo che allora almeno c’erano.
D’altronde nei tempi in cui se avevi qualche problema giudiziario risultavi “mai iscritto al partito”, che si vuole pretendere da questi eterni “fasci da operetta” che tenevano ben nascosti in terza fila i libri del duce nel timore che potessero essere intravisti?
E’ sempre stato così: c’è chi ci mette la faccia e chi nasconde il culo, anzi spesso i due concetti si compenetrano dando vita alle facce da culo.
Erano mesi che aspettavano di vedere Vanessa e Greta sgozzate in diretta per poter strillare “siamo (siete) in guerra” o in alternativa contro il pagamento del riscatto, in caso di loro liberazione.
Si sono dovuti accontentare dell’ipotesi meno cruenta, pazienza, ma ora possono mugolare “come si è permesso il governo di spendere 12 milioni che sono miei?”.
Ma di che si lamentano?
Se anche il governo (come tutti quelli che lo hanno preceduto) avesse optato per una scelta “vigliacca”, non avrebbe fatto altro che ben rappresentarli.
O forse speravano in un blitz armato per liberare gli ostaggi?
Ma, anche laddove fosse stato “militarmente” possibile, queste sono cose da “gente con le palle”, non per loro.
Ma, diciamola tutta, il buon borghese è pervaso soprattutto da un disprezzo per queste due ragazze che, pur con tutta la loro ingenuità , almeno hanno fatto qualcosa per un ideale che lui non può ammettere: che non si vive solo per se stessi e per accumulare denaro, tra ipocrisie e compromessi.
Per questo “dovevano starsene a casa” come noi militanti negli anni di piombo.
Per non sporcare di sangue i marciapiedi durante il loro shopping del sabato.
Saluti col dito medio per tutta la vita.
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
“NON AVRETE LA NOSTRA LIBERTA’, NON AVRETE NULLA, ABBIAMO VINTO NOI, SIAMO TUTTI CHARLIE, SIAMO TUTTI FRANCESI, SIAMO LA VITA, SIAMO INARRESTABILI”
Dov’era finito il mio Paese? Dove ci eravamo persi per strada? L’incubo per tutti noi francesi è iniziato mercoledì.
Per la mia famiglia, in realtà , è stato un ripido scivolare dal paradiso all’inferno in una settimana.
Siamo tornati a Parigi da poco, dopo lunghe peregrinazioni in Europa e gli ultimi 3 anni in Messico per il lavoro di Dario, mio marito.
Con noi le nostre gemelle, Luna e Margo, cinque anni e, loro malgrado e nostra fierezza, simbolo proprio di una multiculturalità senza confini.
Nate da una parigina e un napoletano, “costrette” sin dalle prime parole a parlare almeno tre lingue: quelle dei genitori e quella del posto dove si sono ritrovate in base ai nostri spostamenti.
Il rientro a Parigi è stato il sogno: pochi giorni prima della follia eravamo finalmente entrati nella nostra nuova casa a sud-ovest della Capitale.
La nostra prima, vera casa: ero e sono finalmente a Parigi, la mia città adorata.
Ero e sono in Francia, il mio paese amato. E qui sono finalmente tornata a vivere con le “pupine”, come amiamo chiamarle con quel vezzeggiativo in italiano che di generazione in generazione si sono passate le donne della famiglia di mio marito.
E proprio grazie a loro, dopo anni all’estero, il “ritorno a casa” mi ha fatto sentire ancora più fiera della mia cultura.
Orgogliosa di trasmetterla alle mie bimbe in un posto unico dove etnie, generi e religioni che popolano le strade si mescolano naturalmente.
Un posto che emana da tutte le strade di questa città gli “odori” della Repubblica: laicità , libertà , uguaglianza. L’odore e l’umore di una terra di accoglienza.
E poi l’incubo. Dov’era finito il mio paese? Dove ci eravamo persi per strada?
Ma solo oggi, dopo tre giorni di sangue e oblio sentimentale, ho trovato di nuovo l’esprit di Parigi.
L’ho sentito prima dentro di me, uscendo da quel nichilismo che ha distrutto e logorato le nostre coscienze così poco abituate all’orrore che vince sulla ragione.
L’ho trovato quando ho detto a Margo e Luna: «Mamma va a una manifestazione, ci vediamo dopo».
Hanno domandato cosa volessi dire. Ed è stato quello il momento in cui, guardando i loro occhi curiosi in attesa di una risposta, ho finalmente capito dove era il mio Paese, dove non ci saremmo affatto persi per strada.
Ho spiegato loro: «Mamma va a difendere la vostra libertà : quella di crescere e andare a scuola, studiare, giocare, pensare, ridere. Vado a difendere l’uguaglianza, perchè tutti possano avere opinioni diverse e le possano esprimere senza paura. Vado a difendere la libertà : quella di vivere in un mondo privo di pregiudizi e aperto a tutti». E dopo tutto è stato semplice, anche lasciarsi andare nella marea umana.
Scesa di casa, raggiunta la metro per andare, già mi sentivo meno marcia, triste, cupa. E via via che velocemente si riempivano le carrozze, riprendevo sempre più speranza, catturata da un’onda di unione collettiva.
Una sensazione che mai prima nella mia vita avevo vissuto.
E ho persino iniziato a sorridere, senza vergognarmene, talmente era bello tutto quello che succedeva intorno a me.
Ecco dove è finito il mio Paese: per le strade della mia Parigi, dove ha sempre avuto la forza di combattere.
Nei volti di vecchi e giovani, famiglie e single, bianchi e neri.
Negli occhi di tutti coloro che urlavano: «Siamo tutti ebrei, musulmani, cattolici e laici».
In quei milioni di corpi l’uno accanto all’altro che dentro pensavano tutti la stessa cosa: non avrete la nostra libertà . Non avrete nulla. Abbiamo vinto noi.
Siamo tutti Charlie, siamo tutti francesi.
Siamo la vita, siamo inarrestabili.
Miranda Mavridis
(da “il Secolo XIX”)
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Gennaio 11th, 2015 Riccardo Fucile
LA FOLLA INVADE PARIGI CONTRO IL TERRORISMO: OLTRE UN MILIONE IN PIAZZA, 45 CAPI DI STATO
Parigi, mondo. Una piazza immensa per commemorare una matita spezzata.
Sfilano Hollande e Sarkozy, il palestinese Abu Mazen e l’israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente ucraino Petro Poroshenko e il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, il re Abdallah II di Giordania con la regina Rania e il premier turco Ahmet Davatoglu, Angela Merkel e Matteo Renzi, David Cameron e Marano Rajoy, e tante, tantissime persone per ricordare le vittime della strage jihadista al giornale satirico Charlie Hebdo e i poliziotti e gli ostaggi rimasti uccisi durantre il raid e nei due giorni successivi.
Più di un milione le persone in strada per la marcia che è partita da Place de la Republique.
La folla è talmente immensa, che la Prefettura ha chiesto di non marciare verso Place de la Nation, punto di arrivo, dato che i boulevard sono tutti bloccati.
Impressionante il dispiegamento di forze: cecchini sui tetti, 24 unità della riserva nazionale, 20 squadre della brigata anti crimine della polizia di Parigi, 150 agenti in borghese “incaricati della protezione delle alte personalità e della sicurezza generale”. Duemila poliziotti e 1.350 militari schierati a Parigi per proteggere gli oltre 45 tra capi di governo e di Stato e i manifestanti.
E’ la risposta del mondo alle stragi dei fratelli Cherif e Said Kouachi e di Amedy Coulibaly che hanno insanguinato la Francia. E il presidente Hollande, al termine del corteo dei capi di Stato, saluta i poliziotti e abbraccia i redattori sopravvissuti al massacro di Charlie Hebdo e i parenti delle vittime, che guidano la marcia.
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Gennaio 10th, 2015 Riccardo Fucile
L’IDEA CHE L’ISLAM ESIGA UNA RISPOSTA VIOLENTA AGLI INSULTI CONTRO MAOMETTO E’ UNA PURA INVENZIONE
Nella loro furia omicida gli autori del massacro di Parigi urlavano di aver “vendicato il Profeta”, seguendo le orme di altri terroristi che hanno fatto saltare redazioni di giornali, accoltellato un regista, ucciso scrittori e traduttori, convinti che questa, secondo il Corano, sia la giusta punizione per i blasfemi.
In realtà il Corano non punisce la blasfemia.
Come in molti altri casi alla base del fanatismo e della violenza del terrorismo islamico, anche l’idea che l’Islam esiga una risposta violenta agli insulti nei confronti del profeta Maometto è un’invenzione dei politici e dei religiosi, finalizzata a un progetto politico.
L’unico libro sacro che contempli la blasfemia è la Bibbia.
Il Vecchio Testamento la condanna e prevede dure punizioni per i blasfemi.
Il passaggio più noto è tratto dal Levitico (24: 16): «Chi bestemmia il nome del Signore dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare. Straniero o nativo del paese, se ha bestemmiato il nome del Signore, sarà messo a morte».
Al contrario nel Corano il termine blasfemia non appare mai. (Detto per inciso, il Corano non proibisce neppure di ritrarre Maometto, pur esistendo diversi detti del Profeta, o hadith, che lo vietano al fine di evitare l’idolatria).
Lo studioso islamico Maulana Wahiduddin Khan afferma che «in più di 200 versi del Corano viene rivelato che i contemporanei del Profeta perpetrarono ripetutamente l’atto oggi definito “blasfemia o insulto al Profeta…” ma il Corano non impone di punirlo con frustate, la morte o qualunque altro castigo fisico».
In varie occasioni Maometto si mostrò comprensivo e cortese con quelli che deridevano la sua persona e i suoi insegnamenti.
«Nell’Islam – dice Khan – la blasfemia è oggetto di dibattito intellettuale più che di punizioni fisiche».
Qualcuno ha dimenticato di dirlo ai terroristi. Ma il credo raccapricciante e sanguinario adottato dai jihadisti, che considerala blasfemia e l’apostasia gravi crimini contro l’Islam da punire con la violenza, trova purtroppo vasta diffusione nel mondo musulmano, anche tra i cosiddetti “moderati”.
La legislazione di molti paesi a maggioranza musulmana prevede norme contro la blasfemia e l’apostasia, che in qualche realtà vengono applicate
L’esempio più significativo è dato dal Pakistan.
Stando ai dati della Commissione americana sulla libertà religiosa internazionale, a marzo almeno 14 persone in quel paese erano in attesa di esecuzione e 19 scontavano una condanna all’ergastolo.
Il proprietario del più importante gruppo di media locale è stato condannato a 26 anni di carcere per via di una trasmissione in cui, come sottofondo alla scena di un matrimonio, era stato trasmesso un canto religioso sulla figlia di Maometto.
E il Pakistan è in buona compagnia: Bangladesh, Malaysia, Egitto, Turchia e Sudan, tutti hanno fatto un uso punitivo e persecutorio delle leggi contro la blasfemia.
Nella moderata Indonesia, dal 2003 sono 120 le persone in carcere con questa accusa. L’Arabia Saudita proibisce qualunque pratica religiosa che non corrisponda alla sua versione wahabita dell’Islam.
Il caso del Pakistan è significativo perchè l’estremizzazione delle norme contro la blasfemia è relativamente recente e ha cause politiche.
Con l’intento di emarginare l’opposizione democratica e liberale il presidente Mohammed Zia Ul-Haq alla fine degli anni Settanta e negli anni Ottanta si avvicinò ai fondamentalisti islamici, senza remore nei confronti degli estremisti.
Approvò una serie di leggi che islamizzavano il paese, una delle quali proponeva la pena capitale o il carcere a vita per chi avesse insultato in qualunque forma Maometto.
Quando i governi tentano di ingraziarsi i fanatici, finisce che questi ultimi prendono in mano la legge.
In Pakistan, i jihadisti hanno ucciso decine di persone con l’accusa di blasfemia, incluso Salmaan Taser, il coraggioso politico che osò criticare aspramente la legge contro la blasfemia.
Dobbiamo combattere i terroristi di Parigi, ma dobbiamo combattere anche le radici del problema.
Non basta che i leader musulmani condannino gli assassini se i loro governi poi avallano il concetto che la blasfemia va punita.
La commissione Usa per la libertà religiosa e il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti umani hanno dichiarato, a ragione, che le leggi contro la blasfemia costituiscono una violazione dei diritti umani universali in quanto violazione della libertà di parola e di espressione.
Nei paesi a maggioranza musulmana nessuno osa rivedere queste norme.
Nei paesi occidentali nessuno si confronta con gli alleati su questo tema. Ma la blasfemia non è una questione esclusivamente interna ai singoli paesi.
Oggi è al centro del sanguinoso confronto tra gli islamisti radicali e le società occidentali.
Non può più essere trascurata. I politici occidentali, i leader musulmani e gli intellettuali ovunque dovrebbero ribadire che la blasfemia non esiste nel Corano e non dovrebbe esistere nel mondo moderno.
Fareed Zakaria
(da La Repubblica – The Washington Post. Traduzione di Emilia Benghi)
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