Maggio 15th, 2014 Riccardo Fucile
“NON CI SONO SOLDI PER FARE NIENTE, ASPETTIAMO GODOT”
Interrompe il montaggio del suo cortometraggio surreale sui campi di concentramento e viene al telefono per parlare della sua Sicilia «catatonica», terra di conquista elettorale: prima affascinata da Berlusconi ora osannante Grillo (si aspetta il botto dei 5 Stelle nell’isola).
Daniele Ciprì, regista del film «È stato il figlio» con Toni Servillo e inventore insieme a Franco Maresco del cult «Cinico tv», è stranito.
«Perchè chiedi a me un’intervista su cose politiche? Guarda che io non vedo la tv e non leggo i giornali, ma insegno cinema ai ragazzi e quando posso me ne torno nella mia casa di Ortigia a Siracusa dove sento il mare. Ho lasciato Palermo … Vedo la grande confusione, che non è solo dei siciliani, ma di moltissimi italiani».
In Sicilia vanno forti gli urlatori.
«Urlatori, chi la spara più grossa e la mia Sicilia catatonica abbocca sempre. Anche i giovani riempiono le urne di voti per Grillo, che secondo me è un dittatore: urla e non risolve niente. Ora c’è questo marziano di Renzi che ci promette novità e noi attendiamo Godot. Speriamo che ci porti qualcosa di nuovo, ma non voglio dare un messaggio di disperazione, non dirò mai meglio la raccomandazione, perchè farsi raccomandare (cultura siciliana sempreverde) è la cosa più umiliante che ci sia. Se dovessi dirti cosa si può fare e chi votare, non saprei cosa rispondere».
Serve ancora votare?
«Certo, serve, una scelta va fatta, assolutamente perchè non si può vivere nell’instabilità . Bisognerebbe uscire da questa situazione psicologica. È una situazione imbarazzante. In Sicilia, che è una terra meravigliosa, non la cambierei per nessun’altra al mondo, non ci sono i soldi per fare niente. Nel mio campo si potrebbe creare una industria cinematografica eccezionale: potremmo girare film di tutti i generi. E invece niente, lentezza e difficoltà enormi. Abbiamo mortificato la cultura, siamo immersi nella spazzatura grazie al nostro grande eroe Silvio. Il mondo è diventato una televisione gigantesca».
Dimmi qualcosa per tirarmi su.
«Guarda, alla fine io spero sempre. Noi siciliani siamo un po’ schizofrenici: ci esaltiamo per una personaggio politico poi lo buttiamo giù e cadiamo in depressione. Ma questa schizofrenia è un modo di appoggiarsi disperati. Abbiamo bisogno di urlare, di ribellarci e spesso non si capisce per fare cosa. C’è sempre uno dietro di te che suona il clacson ma non sa perchè, magari non vede che davanti è tutto bloccato. Ma che suoni?, aspetta, prima o poi da questo ingorgo usciremo».
Finalmente un po’ di speranza.
«Sì, però sono anni che non abbiamo cambiamenti positivi e aspettiamo Godot».
Renzi?
«Le sue parole sono belle ma vorrei vedere i fatti. Certo ci vuole tempo e bestemmiare non serve. La verità è che la confusione ci ha stordito, come nell’invasione degli ultracorpi».
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Maggio 7th, 2014 Riccardo Fucile
PARLA FABIANA, LA FIGLIA DELL’AGENTE UCCISO A CATANIA NEL 2007: “IN QUESTI GIORNI HO PIANTO A DIROTTO, PER ME SI E’ RIAPERTA UNA FERITA PROFONDA”
«Spero solamente che la tua morte spinga la società a cambiare, perchè tu sei un eroe». 
Di Fabiana Raciti tanti ricordano queste parole commosse dedicate al papà Filippo nel Duomo di Catania sette anni fa, il giorno dei funerali dell’ispettore ucciso durante gli scontri del derby Catania-Palermo.
Allora Fabiana aveva 15 anni e voleva smettere di mangiare, di bere. Ma è andata avanti. Oggi tutto ricomincia. L’oltraggio e il dolore.
Piange ripensando a quella maglietta con la scritta “Speziale libero”: «Sono indignata, sotto shock. Voglio andar via dall’Italia. Ho sopportato troppo in questo Paese».
Fabiana, che cosa ha pensato dell’Italia in questi giorni?
«Da figlia è terribile leggere su una maglietta il nome di chi ha ucciso tuo padre. Me lo hanno tolto quando avevo appena quindici anni. Le magliette sono l’ultimo sfregio: uno sfregio a un grande uomo, un grande padre, un grande marito. Questo è uno schiaffo morale alla mia famiglia, quelle magliette vogliono difendere un assassino e offendere chi crede nella giustizia. Non lo posso tollerare, ho pianto molto in questi giorni, si è riaperta una ferita profonda. Ho pensato anche a questo ragazzo, Ciro, alla sua famiglia, all’ennesima tragedia in nome di una partita. Perchè io ho voglia di libertà , desiderio di felicità e soprattutto di sicurezza, ma tutto questo l’Italia non me lo permette più. Qui tutto peggiora di giorno in giorno e non vorrei far crescere i miei figli in un ambiente del genere: sogno un posto dove le regole vengano rispettate».
Quelle magliette sono un’umiliazione alla memoria di suo padre. Come ha vissuto quel che è successo l’altra sera fuori e dentro l’Olimpico?
« Gli spari prima della finale di Coppa Italia mi hanno fatto pensare ad un altro poliziotto vittima di una partita di calcio. Io non dimentico mio padre, naturalmente, e mai lo dimenticherò ma avevo messo da parte quelle emozioni insopportabili. L’altra sera il dolore è tornato come allora: non riesci a scacciare i fantasmi. Non ho dormito, non ce l’ho fatta. I ricordi sono riaffiorati, tutti in una volta, tutti insieme, fino a farmi disperare. Perchè i ricordi, purtroppo, sono tanti. I dolori per la mia famiglia non sono finiti quella sera allo stadio Massimino, ma sono continuati per anni. Abbiamo subito di tutto».
A cosa si riferisce?
«C’è stato, ed evidentemente c’è ancora, un accanimento nei confronti della mia famiglia che non riesco a spiegarmi. Quando papà è morto io andavo al liceo e ho ricevuto intimidazioni tremende: dei ragazzini del gruppo Acab scrissero davanti alla mia classe “Raciti al rogo”. E all’Università di Catania purtroppo non è stato diverso: un gruppo di ultrà mi ha preso a pugni la macchina. Mi sono sentita sola. Noi non siamo certo colpevoli di niente, abbiamo solo subito un dramma che non auguro a nessuno. E siamo stati doppiamente torturati».
Sono passati sette anni dall’omicidio ma sembra che per voi il tempo si sia fermato.
«Sì, è da quella sera del 2 febbraio che continuo a chiedermi “perchè?”. Ero davanti alla tv, in cucina: volevo vedere mio padre, sapevo che era lì e speravo che lo inquadrassero, e invece ho scoperto che era morto. Non provavo rabbia, ero incredula e nella testa avevo solo quel disperato “perchè”. Si può morire per una partita di calcio? Si può uccidere per una partita di calcio? Io sono cresciuta senza un papà , non vado più allo stadio e vedo mio fratello orfano come me. La mia famiglia è stata distrutta e io sono cresciuta prima del tempo ».
Com’è cambiata la vita da quel giorno?
«Non ho più pensato a divertirmi, anche se avevo quindici anni, ma solo a stare vicino a mia madre e a mio fratello, perchè avevano bisogno di me. Le feste, i concerti, i momenti di svago con gli amici non avevano più lo stesso significato e la mia infanzia è svanita così nel nulla, per una partita di calcio. Poi il tempo mi ha aiutato, mi ha dato forza e mi ha trasmesso la voglia di cambiare le cose. Ho pensato che era importante dare dei messaggi belli ai più piccoli, che a volte non si rendono conto di quello che fanno. Lo sport dovrebbe trasmettere sentimenti di gioia non di violenza».
Cosa direbbe agli ultrà che vanno in giro con la maglietta “Speziale libero”?
«Non ho niente da dire, davvero. Offendere è sintomo di rabbia e io non provo rabbia ma solo indignazione. Li guarderei in silenzio perchè non meritano nemmeno di sentire la mia voce. Penso che lo Stato dovrebbe educare i suoi cittadini come fa un buon padre di famiglia con i propri figli, ma questo non avviene. Lo sport è allegria, valori, passione positiva. Ma spesso le cose non vengono vissute così. Purtroppo i ragazzi trovano nello sport uno sfogo alle proprie frustrazioni, ai propri fallimenti interiori, alla repressione che pensano di subire. Forse succede perchè non hanno famiglie veramente forti che li sostengono. Quelle magliette sono una sconfitta anche per gli onesti, dovremmo ribellarci tutti e non soccombere stando in silenzio. L’arma più efficace è la parola, mai la mano violenta».
Giorgio Mosca
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Maggio 1st, 2014 Riccardo Fucile
IL VICECOMMISSARIO ROBERTO MANCINI, 54 ANNI, È DECEDUTO IERI… PER ANNI HA SCRITTO RELAZIONI E PERIZIE SULLO SMALTIMENTO DI RIFIUTI NEL NAPOLETANO
“Venerdì stavo morendo. I medici hanno avvisato mia moglie che probabilmente non avrei
superato la nottata, ma grazie anche a tutti voi ce l’ho fatta. Per ora”.
È l’ultimo messaggio “postato” sulla sua pagina Facebook da Roberto Mancini il 14 aprile scorso.
Roberto è il poliziotto, vicecommissario, che per primo ha indagato sulla Terra dei Fuochi.
Ieri ha perso la sua battaglia più importante, quella contro il tumore che da anni gli divorava la vita.
Poliziotto fino in fondo, Roberto Mancini fu chiamato dalla Commissione di indagine sul ciclo dei rifiuti a metà degli anni Novanta. Girò le terre della Campania dove il clan dei “casalesi” era padrone del business monnezza e affondò mani e piedi, e non è una metafora, in terreni contaminati dal morbo.
Le discariche del broker dei rifiuti Cipriano Chianese, quelle dove erano sepolti i fanghi della bonifica dell’Acna di Cengio, i fossi dove erano stati interrati rifiuti nucleari. Roberto era un vero segugio e produsse informative di centinaia di pagine che si rivelarono preziose per il lavoro della Commissione e per l’azione della magistratura.
“Nel 1996 portammo il pentito Carmine Schiavone in volo sul casertano — ha raccontato nelle interviste che ultimamente concedeva alle tv di mezzo mondo — individuammo un allevamento di bufale i cui terreni erano contaminati. Sequestrammo cinque siti, a distanza di due ore la camorra ci bloccò la strada che portava in quei luoghi con cumuli di monnezza. Sapevano tutto, erano potentissimi. Interravano i rifiuti a 20 metri, ma i carotaggi sono stati fatti a sette metri, dove c’era solo terra di riporto”.
Roberto Mancini ha sempre detto che i magistrati che indagavano sul business rifiuti erano entusiasti delle sue informative, ma poi quei dossier vennero chiusi in un cassetto.
“Ne persi le tracce fino al 2010 quando la Dda di Napoli mi convocò come testimone”.
Un lavoro duro, che a Roberto è costato la vita. Un lavoro che per lo Stato non esiste. “Mi hanno riconosciuto — diceva Roberto — un equo indennizzo (e rideva quando pronunciava l’aggettivo “equo”, ndr) di 5 mila euro”.
Una miseria, certamente molto meno dei soldi che negli anni delle eterne emergenze rifiuti in Campania hanno guadagnato consulenti, prefetti, viceprefetti, commissari che poco o nulla capivano, infilati nei Commissariati straordinari.
Gente che si è arricchita, politici trombati che hanno ricostruito la loro carriera politica.
“Ho passato la vita a combattere la criminalità organizzata”, disse Roberto in una intervista a Servizio pubblico, “ora passerò i giorni che mi restano a combattere lo Stato”.
Quello Stato che non gli riconosce il lavoro svolto per una importante Commissione del Parlamento italiano. Per questa ragione gli amici di Roberto, poliziotti, attivisti dei movimenti ambientalisti, giornalisti, gente comune, si sono mobilitati e hanno lanciato una petizione su Change.org   che ha già raccolto cinquantamila firme.
L’obiettivo è il giusto riconoscimento del lavoro svolto da un funzionario di polizia onesto e capace.
Roberto Mancini lascia una moglie e una figlia giovanissima.
I funerali del vicecommissario si svolgeranno sabato 3 naggio a Roma alle 11:30 nella Basilica di San Lorenzo.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 29th, 2014 Riccardo Fucile
COMUNISTA ERETICO CON IDEE CARE AL FASCISMO IDENTITARIO… IL TOTALITARISMO REPRESSIVO ERA LA SOCIETA’ DEI CONSUMI
Ve lo ricordate lo spread? C’è stato un momento in cui le sue impennate turbavano il sonno di tutti
gli italiani, persino quello della famosa casalinga di Voghera: «Oddio signora mia, ieri il tg ha detto che s’è alzato ancora!». «Che disgrazia! Chissà adesso a quanto arriveranno i peperoni». La cosa è andata avanti per qualche tempo, ma poi – tra venti di bocconiana sobrietà , lacrime della Fornero e sangue dei contribuenti – il famigerato differenziale è passato di moda.
Un po’ come i pantaloni a zampa e le pellicce di visone.
Adesso le parole d’ordine sono tornate ad essere quelle di sempre: bolle finanziarie e speculative, crisi internazionale, crollo dell’occupazione e dei consumi.
Concetti che rievocano le immagini indelebili del 2008, quelle dei trader che abbandonano con i cartoni in mano la sede della Lehman Brothers.
Ci hanno raccontato che è iniziato tutto da lì, che quella scena è il paradigma della fine di un’era. Ma non è vero, o almeno non del tutto.
La sensazione, infatti, è che – al di là degli algoritmi astratti degli esperti – la crisi che stiamo vivendo arrivi da molto più lontano e le sue radici vadano cercate più nella dimensione esistenziale che in quella finanziaria.
In sostanza, ciò che sembra essersi inceppato è proprio il nostro intero modello di sviluppo, fondato su una visione ostinatamente positivista e materialista del mondo.
Un sistema che postula benessere e felicità per tutti e che invece rischia di aver messo in moto, attraverso la logica perversa dei consumi, il meccanismo perfetto dell’infelicità .
Ebbene, tutto questo, uno degli intellettuali più significativi del XX secolo l’aveva previsto con largo anticipo, quando Angela Merkel era ancora poco più che adolescente e se ne stava con le grazie al vento sulle spiagge per nudisti.
Il personaggio in questione è Pier Paolo Pasolini, la cui straordinaria opera è celebrata in questi giorni a Roma con una grande mostra allestita fino al prossimo 20 luglio al Palazzo delle Esposizioni.
La rassegna – che si sviluppa cronologicamente in sezioni, così da tracciare tutto il percorso della straordinaria vitalità creativa dell’autore – fa parte di un progetto di respiro europeo attraverso il quale Barcellona, Parigi e Berlino si associano alla città eterna per riaccendere i riflettori sulla figura del poeta “corsaro”.
A noi piace pensare che la scelta di farlo proprio in un momento di crisi ed euroscetticismo come questo, non sia solo il frutto di una felice coincidenza.
Perchè Pasolini è colui che, forse meglio di chiunque altro, ha saputo cogliere le potenzialità distruttive insite nella nostra civiltà dei consumi e in quell’ideologia dell’edonismo di cui, probabilmente, oggi stiamo subendo tutti gli effetti.
La sua voce libera e coraggiosa ammoniva sui rischi di una mutazione antropologica che la produzione di massa avrebbe determinato.
Una voce solitaria e osteggiata un po’ da tutti: sicuramente dai comunisti, troppo distratti dalle convergenze parallele con la Dc per prestare la giusta attenzione alle contraddizioni sollevate dal loro eretico “compagno”.
Ma disprezzata anche dalla destra, per la quale Pasolini ha rappresentato sicuramente una straordinaria occasione perduta.
Il Movimento Sociale Italiano, infatti, fu totalmente incapace – se si esclude qualche illuminato come Beppe Niccolai – di superare il rozzo pregiudizio omofobo e cogliere la convergenza degli orizzonti ideologici del partito con molti dei temi cari al poeta di Casarsa.
Pasolini era un antifascista, certo, ed in tasca aveva la tessera del Pci.
Ma era anche uno spirito libero, lontano anni luce dalla figura gramsciana dell’intellettuale organico.
Era un italiano che cercava la verità ad ogni costo, senza mai pensare alle conseguenze.
Per questo non deve sorprendere l’apparente paradosso che fu proprio lui ad esprimere le critiche più feroci nei confronti della sinistra di quegli anni, e che molti dei contenuti dell’ideologia pasoliniana possono essere inquadrati in una prospettiva destrorsa.
Paradigmatica in questo senso è la battaglia del poeta per la conservazione dei luoghi del patrimonio nazionale, contro la distruzione dell’identità paesaggistica e urbanistica italiana.
Così come la difesa della poesia della tradizione, un tentativo appassionato di tutelare una verginità poetica dalla contestazione sessantottina.
È il Pasolini che a Valle Giulia simpatizza coi poliziotti. Il Pasolini reazionario e ferocemente critico nei confronti di una modernità che omologa gli italiani attraverso un modello culturale piccolo-borghese imposto dalla televisione.
Proprio in questo centralismo della civiltà dei consumi, e non nel regime mussoliniano, Pasolini scorge il vero totalitarismo repressivo che, abolendo ogni distanza materiale tra la periferia e il Centro, ha assimilato a sè l’intero Paese così differenziato e ricco di culture originali.
«Un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza».
Non è necessario uno sforzo particolare per cogliere in queste argomentazioni tutti i tratti fondamentali di quel fascismo di sinistra che trovò la sua massima espressione nella corrente di “Strapaese”: in pieno regime, scrittori e artisti come Maccari, Soffici e Ricci, sostenevano con qualche decennio d’anticipo le tesi di Pasolini, opponendo alla borghesia delle moderne liberal-democrazie la dimensione preindustriale italiana.
Una civiltà più semplice ma più vera, caratterizzata dalla stabilità dei ruoli e da un’armonia complessiva dove ogni individuo ha una collocazione precisa, un’identità e un senso.
In Petrolio il poeta descrive il fascismo come un modello culturale intriso di filosofia irrazionale e attraversato dal culto dell’azione, «forme attuali e logiche del Mistero corporale.
Nessuno di noi ne è esente, indenne o libero. Anche quando non lo vogliamo il passato determina le forme di vita che immaginiamo e progettiamo per il futuro».
Concetti significativi, punti di contatto evidenti con il Weltanschauung di una destra tradizionalista che però il partito di Almirante non seppe e non volle cogliere.
Forse perchè arrivavano da un “frocio comunista”, o forse perchè in quell’ambiente già covava la bramosia di potere che qualche decennio più tardi porterà la sua intera classe dirigente all’abiura di tutto il proprio patrimonio culturale nel nome della liquidità post-moderna della politica.
Ora, in ciò che resta di quel mondo c’è qualcuno che goffamente prova a tornare indietro, rispolverando vecchie bandiere e denunciando la tirannia di un centralismo economicistico europeo che ci sta distruggendo.
Il timore però è che siamo davvero fuori tempo massimo, perchè ciò che è accaduto in questi decenni si può riassumere con un’evocativa immagine dello stesso Pasolini: «è stato una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire.
Adesso risvegliandoci, forse, da quest’incubo, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare».
Alessio Di Mauro
(da “Il Tempo“)
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Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI PISANO: ANDRO’ A TRENTOLA DUCENTA PER RINGRAZIARLI… IL COMUNE PIEMONTESE NON AVEVA FONDI
Una storia di solidarietà all’incontrario: dal sud al nord.
«Nonostante le difficoltà , i Comuni possono anche aiutarsi tra loro lanciando un messaggio positivo ai ragazzi e sfatando i pregiudizi».
E’ difficile riuscire a spiegare le motivazioni che hanno spinto un sindaco campano, quello di Trentola Ducenta 18 mila abitanti in provincia di Caserta, a trasferire 11 mila e 500 euro dalle casse del suo municipio a quello di Pisano Novarese, piccolo paese di 798 abitanti sul lago Maggiore, per consentirgli di mettere in sicurezza le scuole.
Una storia che ha dell’incredibile. Tutto è nato dall’invito che il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha rivolto ai suoi «colleghi» all’inizio di marzo con una semplice email.
Ogni sindaco avrebbe dovuto comunicare a palazzo Chigi, entro quindici giorni, l’opera di edilizia scolastica più urgente, con costi e tipologia di intervento.
Uno dei primi a rispondere è stato Gianluigi Cristina, eletto sindaco di Pisano con una lista civica: «La materna e le elementari di via Piceni sono state messe in sicurezza negli ultimi dieci anni al 90%. Per concludere l’opera, servono 11.500 euro», spiega al collega Renzi.
Mancano l’uscita con maniglione antipanico del dormitorio, l’adeguamento dell’altezza standard delle finestre, nuove porte antincendio in cucina, ma l’ente non ha le risorse finanziarie necessarie.
L’appello appare su un quotidiano. A leggerlo non è Renzi ma un sindaco ex democristiano alla guida della sua cittadina da vent’anni, eletto l’ultima volta nel 2011.
Si chiama Michele Griffo, si professa di centrodestra: è il primo cittadino di Trentola Ducenta, che sta a sette chilometri dal mare.
Anche lui ha scritto al premier, ma chiedeva 400 mila euro: «I problemi sono uguali dappertutto — racconta Griffo -, quello che sta succedendo deve arrivare come un segnale significativo anche allo Stato centrale. Le nostre casse stanno bene: avanzeremo a consuntivo circa 900 mila euro. Rispettiamo il patto di stabilità , abbiamo una differenziata al 75% e una tassa dei rifiuti tra le più basse d’Italia. Quell’appello mi ha toccato. La cifra è alla nostra portata: quei bambini potranno sentirsi al sicuro».
Detto fatto: il 4 aprile ha inviato un fax scritto a mano di poche parole al municipio novarese per dire che il finanziamento c’era.
E che importa se non arrivava dallo Stato ma da un altro Comune.
I lavori inizieranno in estate
A Pisano non volevano crederci. Poi ha prevalso il senso pratico sabaudo: se ci danno i soldi, li prendiamo.
Anche qui, poche parole: «Ci sono dei passi formali da fare — dice Cristina – , accettare ufficialmente i fondi. Dopodichè, a mie spese, mi recherò a Trentola Ducenta per ringraziare».
La partenza sarà entro il 25 maggio, prima delle elezioni che si terranno anche a Pisano, un Comune non nuovo nel sottolineare, anche polemicamente, le proprie difficoltà economiche, come quando ha di recente rinunciato a spendere 250 euro per figurare in un cartellone autostradale di promozione turistica promosso dalla Provincia e sottoscritto da tutti gli altri Comuni vicini: «Non abbiamo soldi da buttare via. La nostra scuola funziona: il 60% dei 120 iscritti viene dai paesi confinanti perchè ha un’ottima organizzazione didattica e la mensa è interna. I lavori inizieranno subito, con la chiusura estiva».
«Dalla Campania ospiti nei nostri hotel»
Intanto, mentre si fantastica su un gemellaggio con in prima fila proprio gli studenti, la generosità dei casertani ha già scatenato un moto di riconoscenza.
Appresa la notizia, l’hotel «Colli Fioriti» di Fosseno di Nebbiuno (Novara) si è offerto di ospitare gratuitamente gli amministratori campani che vorranno visitare il lago Maggiore e la scuola. A lavori conclusi.
Cinzia Bovio
(da “La Stampa“)
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Aprile 21st, 2014 Riccardo Fucile
FOLENA, TRANFAGLIA, BUTTIGNON, RAITO, RENZAGLIA E LANNA GLI AUTORI, DI DIVERSI ORIENTAMENTI, DELLA COLLETTANEA… LA PRESENTAZIONE NAZIONALE IL 13 MAGGIO A GENOVA
Nel 30° anniversario della morte, gli autori della collettanea dipingono lo storico Segretario del PCI attraverso la loro prospettiva singolare sul piano dell’orientamento politico e dell’expertise di riferimento.
Pietro Folena riflette sulla sua esperienza diretta quale “ragazzo di Berlinguer”; NicolaTranfaglia, ex dirigente nazionale del PCI e ora professore ordinario di Storia della mafia all’Università di Torino, evidenzia la novità del pensiero di Berlinguer e il reale punto di rottura rispetto al comunismo italiano precedente alla sua Segreteria; IvanButtignon, esamina il pensiero e l’azione del leader comunista nel periodo giovanile; Leonardo Raito, professore di Storia contemporanea all’Università di Padova e di Ferrara, scrive del respiro europeista del pensiero berlingueriano.
Miro Renzaglia, direttore della rivista politica-culturale Il Fondo, approfondisce i tratti “anticomunisti” in Berlinguer; Luciano Lanna, ex direttore del Secolo d’Italia, traccia una relazione tra il leader comunista e il movimento del ’77.
Ma numerose sono ancora le prospettive che il saggio affronta da punti di vista inediti e trasversali, per restituire l’immagine politica e umana di un personaggio cardine della storia politica dell’Italia contemporanea.
Il curatore
Ivan Buttignon è cultore accademico di Economia aziendale (Università di Udine) e Storia contemporanea (Università di Trieste); laureato in Comunicazione d’Impresa e Marketing e in Relazioni Pubbliche delle Istituzioni, ha conseguito un master di secondo livello in Comunicazione storica. Insegna Comunicazione efficace e Comunicazione politica e cura la formazione linguistico—relazionale e strategica di figure politiche. Esperto di politologia, ha all’attivo oltre trenta pubblicazioni scientifiche e cinque monografie. È caporedattore della rivista culturale semestrale Zeta Comunicazione e redattore della rivista politico-culturale Totalità .
Gli autori
Giovanni Fasanella è un giornalista italiano. Ha lavorato all’Unità dal 1975 al 1987. Prima nella redazione torinese, dove negli anni di piombo si è occupato di terrorismo.
Fulvio Salimbeni, docente di Storia contemporaneaall’Università di Udine, di cui dirige il Laboratorio per la ricerca e la didattica della storia.
Pietro Folena è stato un dirigente politico della sinistra italiana e ora si occupa di promuovere la cultura e l’arte con l’associazioneMetaMorfosi.
Michele Mognato è un politico italiano. Alle elezioni politiche del 2013 viene eletto deputato della XVII Legislatura della Re- pubblica Italiana nella circoscrizione VIII Veneto 2 per il Partito Democratico.
Nicola Tranfaglia professore emerito di Storia dell’Europa e del Giornalismo nell’Università di Torino, attualmente professore di Storia della Mafia nella Fa- coltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino.
Leonardo Raito è collaboratore di riviste scientifiche e di testate quotidiane nazionali e internazionali, ha al suo attivo oltre cinquanta pubbli- cazioni scientifiche (14 volumi) sui temi della storia del novecento. Dal 2009 è anche assessore alla pubblica istruzione, università , sport, politiche giovanili e immigrazione della Provincia di Rovigo.
Miro Renzaglia è poeta, scrittore, giornalista, autore e performer teatrale. Ha pubblicato Controversi (Milano, 1988), I rossi e i neri(Roma, 2002), A spese mie (Roma, 2009). Dirige il magazineonline «il Fondo».
Luciano Lanna, giornalista e studioso dei rapporti tra immaginario e feno- meni politici, autore e consulente di trasmissioni televisive del ciclo “La grande storia” di Rai Tre, è stato direttore responsabile del “Secolo d’Italia” e vicedirettore de “L’Indipendente”, ha scritto Il fascista libertario (Sperling & Kupfer, 2011).
Francesco Pira, nato il 9 agosto 1965, è professore aggregato e ricercatore di ruolo in sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università degli Studi di Messina dove insegna giornalismo digitale e comunicazione integrata.
Dario Mattiussi, Segretario del Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale “Leopoldo Gasparini”, importante Associazione di Volontariato, che promuove studi e ricerche sulla società regionale del novecento nella sua evoluzione politica, sociale ed economica.
Noà«l Sidran è Presidente del Centro di Documentazione Storica “Aldo Mori”, Sezione staccata per il Veneto Orientale dell’Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea.
Marco Gervasoni insegna Storia contemporanea all’Università degli studi del Molise, è visiting professor di Storia politica dell’Europa all’imt di Lucca
La presentazione nazionale del libro collettaneo si terra a Genova il 13 maggio 201
presso il Palazzo della Meridiana-Piazza della Meridiana, 1- alle ore 18,00
Prospettiva Berlinguer
Safarà Editore
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Aprile 10th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI CHIEDE I REQUISITI DI ONORABILITA’ PER LE NOMINE, MA HA SCELTO 5 MINISTRI INDAGATI
Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha scritto una lettera a Eni, Enel e Finmeccanica perchè convochino un’assemblea straordinaria che “introduca nello statuto sociale un’apposita clausola in materia di requisiti di onorabilità e connesse cause di ineleggibilità e decadenza dei componenti il Consiglio di amministrazione”. Così il governo Renzi s’è sbarazzato di un po’ di manager inquisiti o condannati, a partire dal’Ad dell’Eni Paolo Scaroni, liberando poltrone in vista della grande abbuffata di nomine nelle aziende pubbliche.
Scaroni s’è detto “sorpreso”: “Siamo quotati, competiamo nel mondo, perchè dobbiamo avere norme che altri non hanno? Quella norma non esiste in nessuna società al mondo”.
Può darsi, ma per un motivo banale: negli altri paesi non c’è bisogno di norme scritte per indurre un inquisito o — a maggior ragione — un condannato a mollare la poltrona, specie se è un politico o un dirigente stipendiato dai contribuenti.
Bastano gli standard etici comunemente accettati a indurlo a sloggiare ipso facto.
In Italia non se ne va mai nessuno, nemmeno dopo che i carabinieri gli hanno messo le manette, dunque sì, da noi ci vuole una norma.
Ma qui sorge una questione che interpella direttamente il premier Renzi: il suo governo ha le carte in regola per imporla alle aziende pubbliche?
La risposta, purtroppo, è no.
Il ministro delle Infrastrutture, Lupi, è indagato per abuso d’ufficio, e il sottosegretario all’Interno, Bubbico, è imputato per lo stesso reato.
Il sottosegretario ai Trasporti, Del Basso de Caro, è indagato per peculato, così come quello al Turismo, Barracciu, e quello alla Salute, De Filippo.
Tutti e cinque erano già nei guai con la giustizia prima di entrare nel governo, eppure furono nominati lo stesso.
Si attende dunque di sapere da Renzi quali sarebbero i “requisiti di onorabilità ” e le “connesse cause di decadenza” dei membri del governo.
Siccome non si dimettono quando sono indagati, e neppure quando sono rinviati a giudizio, che ci vuole?
La condanna di primo grado, o di appello, o di Cassazione, o non basta neppure quella?
Ieri s’è dimessa la ministra della Cultura del governo britannico, Maria Miller.
Non è neppure indagata, ma l’autorità di controllo sulla Pubblica amministrazione l’accusa di aver sottratto alla collettività la bellezza di 5.800 sterline (7 mila euro), infilando nelle sue note spese un pezzettino di mutuo della seconda casa a Wimbledon (che peraltro dal 2005, quando fu eletta, le serve per lavorare a Londra, essendo una “fuori sede” in trasferta).
La ministra ha restituito la somma e s’è scusata in Parlamento, ma “non abbastanza” secondo i giornali e il Labour, il partito di opposizione, che le ha chiesto spiegazioni più convincenti.
Il suo partito, quello conservatore, l’ha scaricata. E lei se n’è andata con una lettera al premier Cameron in cui spiega che si assume “la piena responsabilità delle mie azioni” e che “la situazione era diventata una distrazione per il lavoro vitale che il governo sta svolgendo per cambiare il Paese”.
Il suo collega dell’Educazione, Michael Gove, ha commentato che le sue dimissioni, subito accolte dal primo ministro, “devono servire da avvertimento per l’intera classe politica”.
Se ora, com’è già accaduto a diversi ministri e parlamentari inglesi negli ultimi anni, anche la Miller sarà inquisita e processata, le sue vicende giudiziarie non avranno la benchè minima influenza sul governo di Londra e sulla vita politica britannica. Perchè, a essere processata, sarà una “ex”.
Al contrario, le indagini e gli eventuali processi sui casi Lupi, Bubbico, Del Basso de Caro, Barracciu e De Filippo avranno serie ripercussioni (“distrazioni”, direbbe la Miller) sul governo Renzi, proprio perchè gli inquisiti restano al loro posto: in nome della “presunzione di innocenza”, dice la ministra Boschi.
Si spera che gli occhiali da lei sfoggiati nelle ultime comparsate televisive siano da vista, e non di bellezza: così potrà leggere le ultime cronache da Londra e, si spera, anche capirle.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 25th, 2014 Riccardo Fucile
IL MALESSERE DELLA SOCIETA’ MODERNA INIZIA DALLA MANCANZA DI VISIBILITA’ DELLE NOSTRE COSCIENZE
Questa storia potrebbe intitolarsi la storia delle sorelline invisibili.
Si chiamano Uma e Maya, hanno sette e cinque anni e sono bambine in carne e ossa. La storia, per fortuna ma neanche tanto, è un storia di finzione, nel senso che è stata sceneggiata da un gruppo televisivo per una specie di Candid Camera.
Siamo in un centro commerciale di Londra, vicino a Victoria Station, in un sabato mattina, orario di punta.
Le due sorelline vengono lasciate sole in mezzo alla folla immensa degli acquirenti. Devono fingere di aver perso la mamma, Uma stringendo al petto un pupazzo rosa, Maya, la più piccola, succhiando il pollice, guardandosi intorno spaurita e chiedendo aiuto.
La madre, in realtà , si nasconde dietro un pilastro per vedere se qualcuno offre loro un soccorso alle figlie, ma non è lei la persona invisibile, sono le due bambine sperdute.
In venti minuti si contano 615 passanti, ma solo una donna si ferma per aiutare le piccole.
È Perl Pitcher, una signora sulla settantina, con una borsetta in mano, che si china a chiedere se per caso c’è qualcosa che non va.
Gli altri passano via rapidi, come se nulla fosse, come se Uma e Maya fossero invisibili.
La madre non crede ai suoi occhi. Se la scena non fosse stata preparata da una troupe televisiva, per un sondaggio sociologico, sarebbe drammatica.
Forse lo è ugualmente: i clienti aggirano i due piccoli ostacoli viventi senza lasciarsi distrarre, e si affrettano a fare i loro acquisti.
Ammettiamo pure che la folla del sabato mattina, in un non luogo per antonomasia com’è il centro commerciale metropolitano, non si trova nelle condizioni migliori per entrare in relazione con l’altro, con gli altri.
Non c’è bisogno di richiamare il famoso saggio di Marc Augè, dove si studiano quegli spazi di passaggio in cui il solo scopo è impossessarsi, a gran velocità , dell’oggetto di consumo per tornare a casa rasserenati.
Mettiamoci pure il fatto che le due bambine non saranno state interpreti perfette del ruolo di figlie abbandonate loro assegnato dalla «fiction» televisiva.
Mettiamoci tutto, persino l’iper-cautela (politicamente corretta) di non apparire maniaci travestiti da soccorritori. Ma…
Qualche anno fa un cadavere era rimasto disteso, per ore, sotto un ombrellone del lungomare di Napoli mentre alcune signore si spalmavano la crema sulle spalle, un gruppetto di uomini chiacchierava nella totale tranquillità , altri continuavano a prendere la tintarella o a leggere indisturbati sulla sdraio.
Quanti clochard in agonia ignorati sui marciapiedi delle nostre città , quanti pedoni investiti da «pirati» fuggiti via sinceramente convinti di non aver neanche sentito il botto.
Alla vigilia di Natale del 2010 un Uomo invisibile, fermo sulla corsia d’emergenza della A1 per verificare il guasto del suo furgone, era stato travolto da un camion e trascinato sull’asfalto per 90 chilometri.
C’era un tempo in cui i vivi dovevano lottare con i fantasmi dei morti che volevano rendersi testardamente visibili al mondo, ora i vivi appaiono invisibili ai vivi.
Una percezione sovvertita ci fa reagire immediatamente agli evanescenti impulsi virtuali e ci lascia imperturbati di fronte alla realtà in carne e ossa.
Ma ci sono parole sufficienti quando in una società diventano invisibili persino i bambini?
Paolo Di Stefano
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Febbraio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
DALLA SEDIA A ROTELLE: “GLI EROI NON MUOIONO MAI, UCRAINA LIBERA!”
Il giorno in cui il potere del presidente ucraino Viktor Yanukovich si è sgretolato e la dittatura è caduta con 328 voti del Parlamento a favore della richiesta di impeachment presentata ieri dall’opposizione, a Kiev la Maidan ha accolto il ritorno di Yulia Tymoshenko.
Liberata oggi, e arrivata in piazza Indipendenza su una sedia a rotelle dall’ospedale di Kharkiv dove dove era ricoverata sotto alta sorveglianza per gravi problemi alla schiena. “Nessuna goccia di sangue versato sarà dimenticata”, ha detto.
E la folla ha esultato.
L’Ucraina “vede il sole e il cielo”, ma non è finita: “rimanete in piazza, fino alla fine”, ha detto
la ‘Giovanna D’Arco’ di Kiev, come ama definirsi Yulia Timoshenko, ha sparato subito una bordata contro l’antico nemico Viktor Ianukovich, ‘fuggito’ da Kiev e destituito di fatto dal Parlamento ucraino.
La Rada ha prima ‘ordinato’ la sua liberazione, poi nominato i suoi sodali nei posti chiave del governo e del Paese, dalla presidenza del Parlamento di Kiev, guidato ora dal braccio destro della pasionaria ucraina, Oleksandr Turcinov, che ha assunto anche i poteri di premier ad interim, passando per il ministro dell’Interno, Arsen Avakov.
Le elezioni presidenziali sono state indette per il 25 maggio, e Timoshenko ha già fatto sapere che si candiderà .
Poi ha deposto fiori per onorare le vittime, loro “sono i miei eroi”. Sulla sedia a rotelle, ha arringato la folla, “Ucraina libera!”.
Di fronte a una piazza esultante ha continuato: “Gli eroi non muoiono mai, saranno sempre la nostra ispirazione”. “Se qualcuno vi dice che avete finito il vostro lavoro e dovete andare a casa non gli credete: dobbiamo andare avanti fino alla fine”.
Con l’accusa di aver violato i diritti umani della popolazione ucraina Yanukovich non è più il presidente della Repubblica ucraina: è stato bloccato mentre cercava di imbarcarsi su un aereo diretto in Russia. Ha cercato di corrompere le guardie al confine per poter decollare ma quelle hanno rifiutato.
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