Febbraio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
LA RIVOLTA DI POPOLO HA SCONFITTO L’OLIGARCHIA FILORUSSA
Yulia Timoshenko sta per essere liberata. La notizia è stata diffusa da un portavoce dell’ex
premier citata dai media internazionali.
Il Parlamento ha votato a favore della sua scarcerazione «in base a una decisione della Corte europea per i diritti dell’Uomo», senza quindi dover aspettare la firma del presidente Yanukovich.
Due giorni dopo il massacro a Kiev continua la protesta. Secondo quanto riferiscono fonti locali il presidente Yanukovich sarebbe pronto a presentare le dimissioni e avrebbe già lasciato Kiev. Un gruppo di manifestanti avrebbe occupato il palazzo presidenziale.
Intanto Volodimir Ribak, un fedelissimo del presidente Viktor Ianukovich si è dimesso da presidente del Parlamento.
E sono almeno 41 i deputati che hanno abbandonato il partito delle Regioni del presidente. Ai 28 di ieri se ne sarebbero infatti aggiunti 13 oggi. Il gruppo parlamentare fedele al presidente contava prima 205 deputati su 450.
Il Dipartimento di Stato Usa ha definito «costruttivo» un colloquio telefonico avvenuto tra Barack Obama e Vladimir Putin sulla crisi ucraina. I due leader – prosegue la fonte americana – si sono detti d’accordo perchè l’accordo di pace entri in vigore in tempi brevissimi perchè «è importante stabilizzare la situazione economica, intraprendere le necessarie riforme e che tutte le parti si astengano da ulteriore violenza».
Secondo alcune fonti il presidente ucraino Yanukovich avrebbe lasciato la capitale Kiev per raggiungere in aereo Kharkiv, una città dell’Ucraina orientale russofona dove le proteste antigovernative hanno poco seguito.
Lo sostiene la testata Zn.ua, vicina all’opposizione, citando un non meglio specificato alto funzionario dell’amministrazione presidenziale. Secondo questa fonte, che non ha fino ad ora trovato conferme, inoltre, Yanukovich volerebbe assieme al presidente del parlamento Volodimir Ribak, al capo dell’amministrazione presidenziale Andriei Kliuiev, e al deputato Vadim Novinskii.
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Febbraio 22nd, 2014 Riccardo Fucile
LA PIAZZA FESTEGGIA IL GRANDE GIORNO
Piange Maidan. Di estasi e rabbia, con confusione e strazio: comincia a brillare di splendore nuovo, questa piazza irriconoscibile senza pioggia di pietre, scintillio di molotov, urla di granate. La conquista e rifondazione della capitale è in atto.
Piange Maidan per il significato stesso della parola Ucraina che cambierà qui e adesso: non più u kraj, al confine, quello che vuol dire in russo, ma finalmente e semplicemente krajina, che nella lingua di questo popolo significa terra.
Piange Maidan e chiede: allora questa è vittoria?
«Benvenuta vecchia nuova costituzione, Maidan è l’Ucraina intera stanotte»: Dimitrij dice che dopo l’indipendenza del 1991, la rivoluzione arancione del 2004 e questo febbraio 2014 sono trascorse tre epoche in meno di un quarto di secolo.
La gente comincia a presentarsi con il suo vero nome, a nominare le reali città d’appartenenza, a togliersi i passamontagna perchè non ha più paura del riconoscimento e dell’arresto dopo l’amnistia.
I cosacchi di Mamai non smettono di suonare i tamburi di guerra a dorso nudo con un ritornello di fuochi d’artificio, inni di gioia dal palco. Il tappeto di proiettili che aveva scritto in due notti la nuova topografia della città è tutto raccolto nei palmi che ognuno porge all’altro: «è successo davvero e siamo sopravvissuti».
«Le sanzioni dell’Ovest hanno funzionato, dopo giorni di continue cattive notizie, sangue che scorreva per le strade stentiamo a credere di aver vinto» dice Dima Pacinko, 40 anni, maestro di turno sulla barricata di via Gruzhevskij.
Che c’è qualcosa di nuovo sul fronte orientale lo trasmettono le urla da una barriera all’altra a sopperire alla mancanza di internet: si diffondono così le notizie per chi è lontano dal teleschermo.
Per la probabile liberazione di Yulia Timoshenko diventa festa di braccia che si congratulano.
Eppure i muzhiki, gli uomini, rimangono sotto il tiro dei cecchini a presidiare il territorio. Sono quelli che quando ritornano dal fronte scorrono tra ruote bruciate e gli applausi della passerella dei prodi: malazi, nashi geroi, bravi i nostri eroi.
Sempre più poliziotti disertano, varcano le barricate per aggiungersi ai manifestanti. Sorte diversa per i titushki, paramilitari al soldo del governo addetti ai rastrellamenti, tenuti chiusi nelle stanze del Comune per paura delle reazioni di massa.
In una fabbrica segreta di Kiev in tributo alla rivoluzione alcuni operai hanno costruito una catapulta di dieci metri in legno, trasportata fino a via Gruzhevskij. Prevale il senso di appartenenza su quello ideologico per la giustizia dei barricaderi adesso che dopo mesi la cerchia dorata dello Stato è violata, spezzata o almeno sembra: “Yanukovic è ancora il presidente ma è abbastanza per oggi, credimi” dice Maria col sorriso bagnato di lacrime.
Dove erano appostati i ribelli con i fucili nel palazzo dei sindacati, andato completamente bruciato dal primo all’ottavo piano, si stanno spostando con le pale le ceneri che rimangono dei corpi.
Feriti dall’esercito, sono morti di fiamme perchè non sono riusciti a scappare: loro come molti, non vedranno la notte per cui sono rimasti a testa alta sotto tiro dei cecchini.
Con l’alloro della conquista si susseguono le bare che la gente si affolla per portare a spalla. “Chiunque fossero, erano nostri e questa è la loro vittoria” dice Andrej.
“La piazza rimarrà qui fino a che non avrà un nuovo presidente”. L’eroe della prima ora Misha, il combattente che era qui dal primo lancio di bytilka cocktail molotov, torna a casa da sua moglie a Rivne adesso che tutta la terra di Stefan Bandera si solleva.
Di molotov ce ne sono ancora scorte e negli occhi di Vovka c’è tutto quello che è il suo paese stanotte: con lo sguardo sbalordito perlustra il vuoto di Berkut in trincea, si prepara a passare la sua prima inspiegabile notte senza fuoco.
“Se abbiamo vinto perchè piangono? Comunque che ce ne facciamo adesso di tutta questa dinamite?” chiedono i suoi 17 anni al presidio Instituzka mentre l’Ucraina cambia nella piazza che lui difende con lo scudo senza dormire da due giorni. Come Vovka, mentre si chiede se questa è vittoria, scioccata dalla sua stessa forza, confusa dalla sua stessa potenza, piange Maidan.
Michela a.g. Iaccarino
(da “La Stampa”)
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Febbraio 20th, 2014 Riccardo Fucile
IL GOVERNO SPARA SUI MANIFESTANTI, OLTRE 50 MORTI E 500 FERITI… 60 AGENTI FATTI PRIGIONIERI DALLA FOLLA…RICONQUISTATA PIAZZA MADAIN
Ha riconquistato la piazza centrale di Kiev la folla di manifestanti antigovernativi che ieri
aveva accettato la tregua con la polizia.
Stamattina Maidan è tornata a trasformarsi in un campo di battaglia. Il bilancio di stamattina è già pesantissimo. «Solo questa mattina – ha riferito l’ambasciatore italiano in Ucraina Fabrizio Romano a Radio Radicale – i morti a Kiev sono almeno 50» . Per il ministero della Sanità ucraino i feriti sono 500.
Gli insorti – riportano i media locali – hanno fatto prigionieri una cinquantina di poliziotti e li hanno portati in un edificio occupato vicino al municipio di Kiev facendoli passare attraverso un corridoio umano di dimostranti antigovernativi.
Il palazzo che ospita la sede del governo – fa sapere l’agenzia Interfax – è stato evacuato per motivi di sicurezza.
Anche agli impiegati dell’amministrazione presidenziale è stato ordinato di tornare nelle proprie abitazioni. Il Verkhovna Rada, il parlamento, è stato abbandonato da deputati e impiegati per motivi di sicurezza.
Il presidente Viktor Ianukovich è in questo momento impegnato in un incontro con i ministri degli Esteri francese, tedesco e polacco. Lo ha detto Anna Gherman, una consigliera del capo di Stato ucraino, citata dall’agenzia Interfax.
Il presidente ieri sera aveva chiesto una interruzione degli scontri per «fermare il bagno di sangue e stabilizzare la situazione», mossa giunta in serata dopo le aspre critiche dell’occidente e la minaccia di sanzioni da parte dell’Ue. Ieri il bilancio degli scontri era arrivato a 28 morti.
Alcuni atleti ucraini, come anche raccontato dai nostri inviati sul liveblog da Sochi Insalata russa, hanno deciso di lasciare i Giochi invernali per le violenze e i morti negli scontri a Kiev. «Alcuni di loro hanno deciso di ritornare a casa – dice il portavoce del comitato olimpico Mark Adams -, Sergei Bubka (presidente comitato olimpico ucraino, ndr) rispetta la loro decisione».
Il Cio non ha reso noto chi e quanti atleti della delegazione ucraina (43 quelli presenti) hanno deciso di ritirarsi a tre giorni dalla chiusura.
Stamattina la delegazione olimpica dell’Ucraina ha osservato un minuto di silenzio per ricordare le vittime degli scontri di piazza a Kiev tra polizia e manifestanti. Nel quartier generale del villaggio olimpico a Sochi, tutti i 43 atleti ucraini, insieme con i dirigenti, si sono alzati in piedi, esponendo la bandiera nazionale.
Una condanna nei «termini più forti» della deriva sanguinosa degli avvenimenti è quindi arrivata dal presidente americano Barack Obama, che ha avvisato che «ci saranno conseguenze se si oltrepasserà il segno».
«Invito fortemente il governo ucraino ad astenersi da ulteriore violenza. Se i militari interverranno contro l’opposizione, i legami con la Nato saranno seriamente danneggiati», ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen.
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Febbraio 19th, 2014 Riccardo Fucile
INDOSSANO I PASSAMONTAGNA, PREGANO E CURANO I FERITI: “SCRIVIAMO LA STORIA”
Slava Ucraini. «Gloria all’Ucraina». Incalcolabili le centinaia di feriti.
Slava Nazii, smert vraga. «Gloria alla nazione, morte al nemico».
Quanti di noi mancano, quanti sono morti, quanti arrestati? Bog s nami. «Dio è con noi».
Calcolate il numero dei cecchini sui palazzi, ragazzi.
Chiamate i dottori, ragazzi. Preparate altre molotov, ragazzi.
Non indietreggiate, Ucraini. Streljaut, «anche se sparano».
«Non abbandonate Maidan, non abbonate il simbolo della libertà ».
Eto serze Ucrainii, ribjata. «Questo ormai è il cuore dell’Ucraina, ragazzi».
Maidan brucia. Mentre in poche ore perdono i territori occupati, quelli che sono stati eletti generali tra i ribelli impartiscono ordini nel caos delle barricate, gestiscono l’anello di fuoco che mangia la piazza e non smettono di ricordare ai ragazzi nati dopo la caduta del muro di Berlino, sotto caschi e passamontagna, mazze ferrate tra le mani, perchè sono qui: «Per la libertà , per la terra, per l’Ucraina».
Intanto, mentre sulle barelle vanno verso le tende della croce rossa i feriti, ti chiedono: «In quale altro posto hai visto gente morire sotto la bandiera europea?».
Intorno a loro i preti benedicono le persone che pregano mentre anche il terreno trema per le deflagrazioni, alzano gli occhi al cielo e puntano la croce dove a pochi passi puntano fucili.
Chiedono che finisca «il terrore satanico della violenza». I passamontagna che indossano i migliaia di occupanti lasciano intravedere occhi di vecchie guerre, l’ Afghanistan del ’79, cicatrici di allenamenti in Unione Sovietica, e sono quegli occhi che nei giorni scorsi organizzavano in truppe ragazzini arrivati da tutte le province, da Lvov a Odessa, per combattere contro quello che sembra il nuovo patto di Varsavia. «Noi non faremo la fine della Bielorussia. Questa rivoluzione non è arancione. È blu per chi cerca l’Europa e nera per chi cerca indipendenza. Ma sappiamo di non avere una terza strada: l’Europa è l’unica alternativa per sopravvivere a Mosca». 
Volodja è qui dal primo giorno e non indietreggia.
Legge la bibbia inginocchiato mentre bruciano ruote che hanno circondato la capitale di una nuvola di fumo. A 5 metri da lui le milizie sono pronte a colpire:
Valodja smette di combattere solo per pregare. Bardato da protezioni che appartenevano ai poliziotti, con la sua fedele mazza ferrata e la maschera antigas, Volodja, come molti Ucraini, continua da mesi a non aver paura.
È lui che dà inizio al coro delle mazze che battono sugli scudi di ferro e sui caschi verdi: «Devono sapere che siamo sempre qui, che non ce ne andiamo, non abbiamo mai smesso di combattere: vedi, i nonni hanno dato ai nipoti le maschere antigas dell’epoca sovietica, quando Mosca poteva dettare legge. Ma oggi non può farlo più. Yanukovic il fantoccio deve andare in prigione»
Il palazzo che era Museo di Lenin fino a 20 anni fa, dove era stata appesa la gigantografia di Putin sotto la scritta «Togli le tue mani insanguinate dal nostro paese», è andato perduto e ripreso dagli uomini del presidente.
Fino a ieri si riunivano studenti universitari, dormivano gli ultras divisi per squadre, si organizzavano i volontari, si proiettavano film, si distribuivano cibo, bevande calde e vestiti.
Ora è cenere e macerie il nido di quegli occupanti che erano il prematuro feto di una classe media che vuole rinascere sotto le stelle della bandiera europea e ha il terrore dell’aquila russa.
I portieri dei palazzi del Kreschatik serrano le porte.
Sono vecchi che piangono senza lacrime il ritorno dell’apparato, dei tempi della cortina di ferro come ritorsione all’anelito di una libertà mai veramente conquistata. Sono le babushke che ricordano le repressioni di guerre mondiali, civili, fredde e silenziose.
Ora al caldo delle fiamme della guerriglia ti guardano e chiedono «Allora adesso dove siete? L’Europa ci ha abbandonato, stanotte ammazzeranno questo popolo».
Serrano le porte: nessuno esce, nessuno entra.
Mentre i ribelli ripiegano e perdono terreno, le divise nere di Yanukovic hanno circondato la zona occupata: è a loro che donne e uomini continuano a urlare dagli altoparlanti «non sparate ai vostri figli, non sparate ai vostri genitori, non spezzate la schiena a questo paese».
Sulla bandiera blu a stelle gialle si appoggiano fronti insanguinate, sguardi di uomini neri sporchi di carbone.
Sono le voci dalla città che brucia, dove quando uno solo invoca gloria all’Ucraina, in migliaia rispondono gloria agli eroi.
Misha è tornato da Napoli, dove ha vissuto dieci anni, «perchè qui c’è crisi davvero, non come da voi: sono in prima linea per il mio paese».
Milita nel gruppo Udar, di Vitalij Klicko.
Ogni volta che il pugile si affaccia sul palco della piazza, non smette mai di stringere i pugni: «Non ce ne andremo, mai».
Maidan continua a essere circondata dalla Berkut, le squadre d’assalto addestrate, come pensano in molti, dai russi.
Ma Kiev non si arrende. «Da questo lato del mondo è sempre con le molotov che si è scritta la storia», dice Volodja.
Nessuno sa cosa resterà domani di Maidan, di Kiev, dell’Ucraina.
Questa notte rimarrà sveglia tutta la nazione per saperlo, ripetendo a denti stretti Gloria all’Ucraina.
(da “La Stampa“)
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Febbraio 12th, 2014 Riccardo Fucile
AFFETTO DA ATROFIA MUSCOLARE SPINALE, ANDREA HA 22 ANNI ED E’ NAZIONALE DI HOCKEY IN CARROZZINA
Questa non è una storia qualunque, perchè il protagonista non è un ragazzo qualunque, ma un campione italiano ed internazionale di Hockey in carrozzina elettrica: Andrea Ronsval.
Andrea è un ragazzo di 22 anni affetto da SMA (Atrofia Muscolare Spinale).
L’hockey in carrozzina elettrica è l’unico sport praticabile da atleti affetti da patologie neuromuscolari degenerative.
Ed è proprio nel wheelchair hockey che Andrea eccelle, guadagnando la Nazionale sin da giovanissimo.
È un campione. E la Nazionale è il suo sogno e la sua realtà .
Ma il sogno rischia di infrangersi perchè per andare ai prossimi Mondiali, che si terranno in Germania ad agosto, ha bisogno di una carrozzina competitiva, che attualmente non ha, per fronteggiare avversari agguerriti, che hanno carrozzine molto veloci e gran spunti iniziali.
Andrea non vuole gravare sul bilancio familiare e per far fronte all’acquisto della carrozzina che ha un costo elevato, circa 15.000 euro, chiede pertanto un piccolo aiuto.
Andrea ha portato, finora, in giro per il mondo il tricolore e vorrebbe continuare a farlo.
Tutti coloro che vorranno dare il loro contributo economico, potranno farlo grazie a un conto corrente.
Il codice IBAN è IT27X0306901400100000069304 e la causale deve essere: “donazione pro acquisto Carrozzina” .
Chi invece non se la sentisse o non potesse aiutare Andrea con un contributo economico, può sostenerlo facendo girare questa mail.
Grazie a tutti in anticipo da Andrea.
Gabriella Gallarati
Blu per l’Italia
Organizzazione Area Nord
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Febbraio 9th, 2014 Riccardo Fucile
PRIMA LI MANDA ALLO SBARAGLIO A DIFENDERE INTERESSI PRIVATI, POI LI RISPEDISCE IN INDIA QUANDO POTEVANO RESTARE IN ITALIA, ORA SCENDE IN PIAZZA CONTRO LE PROPRIE CAZZATE
Sulla vicenda dei due marò italiani trattenuti da due anni in India, in violazione palese delle norme internazionali, l’ultima notizia è che il ministero indiano degli Interni ha autorizzato la polizia Nia a perseguire i due marò “in base al Sua Act, ma senza invocare l’articolo che prevede la pena di morte.
In pratica il dicastero “ha rimosso il riferimento alla clausola della pena di morte, mentre tutte le altre disposizioni rimangono le stesse”.
Secondo Times of India, il governo ha ordinato alla polizia investigativa della National Indian Agency lunedì, nell’udienza dinanzi alla Corte Suprema, di perseguire Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, accusati dell’uccisione di due pescatori erroneamente scambiati per pirati, in base a una disposizione del Sua Act (sezione 3 comma ‘A’) che punisce violenze generiche e comporta una pena massima di 10 anni, mentre finora si rischiava l’applicazione del comma G-1 che prevede obbligatoriamente la pena di morte per chi abbia commesso un omicidio in mare.
The Economic Times, invece, ipotizza che i due militari possano essere anche incriminati per omicidio in base all’articolo 302 del codice penale indiano che prevede l’ergastolo e, nei casi più estremi, la pena di morte.
In pratica, se va bene, i due militari rischiano una pena fino a dieci anni.
Nel frattempo da due anni sono incriminati non solo senza prove, ma addirittura con prove (vedi perizia balistica) che li riconoscono estranei. E in ogni caso la giurisdizione in questi casi è regolata da Convenzioni internazionali che prevedono che l’eventuale processo si tenga nel Paese di origine degli accusati.
Le varie formazioni di centro-destra in Italia da anni raccolgono firme, indicono presidi, affigono manifesti, postano foto sui social network per chiedere la liberazione dei due marò.
Cosa encomiabile se qualcuno di loro accompagnasse il tutto con una minima autocritica e non si limitasse a speculare sulla vicenda.
Tanto per precisare:
1) I responsabili morali del sequestro dei due marò italiani sono da ricercare in coloro che hanno voluto far approvare una norma per cui le navi commerciali dovevano essere scortate da nostri militari. Che il partito che annoverava il ministro della Difesa in quel momento abbia la faccia tosta di reclamare la liberazione di coloro che ha concorso a far imprigionare è il massimo della ipocrisia.
2) I due marò hanno trascorso un Natale a casa e, come sostenemmo allora, non dovevano più essere riconsegnati alle autorità indiane. Ricordiamo che allora molti “destrorsi” ci criticarono perchè “avevamo dato la parola al governo indiano e dovevamo preservare il nostro onore”.
A costoro ricordammo e rammentiamo ancor oggi che la parola vale tra persone oneste, non con dei mascalzoni. Un Paese indegno del consesso civile dove ogni 20 secondi viene stuprata una donna e massacrata una minorenne è forse garante della legalità e della giustizia?
3) Se i due marò rischiano dieci anni di galera è anche grazie a un governo che pensa solo a tutelare gli interessi commerciali delle aziende italiane che operano in India. Un altro governo avrebbe già obbligato a rientrare tutti gli italiani e interrotto ogni rapporto. E non si dica che avrebbero sequestrato il nostro ambasciatore: in quel caso sarebbe bastato fare altrettanto con il loro e tutti sarebbero tornati indenni a casa propria.
Conclusione: prima di scendere in piazza contro le propre cazzate, qualcuno farebbe bene a guardarsi allo specchio.
Per poi scomparire senza propinarci lezioni di ipocrisia e ignobili speculazioni sulla pelle altrui.
A quando una foto per i marò liberi accompagnata dalla foto dei responsabili del loro sequestro?
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Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile
NONOSTANTE TANGENTOPOLI, LA CORRUZIONE DILAGA ANCORA IN ITALIA: E’ L’NCAPACITA’ A GOVERNARE A PRODURRE MALAFFARE E CONFLITTI DI INTERESSI
Corruzione, corrotti, corruttori. Non si parla d’altro. Ma come? Non avevamo stretto un patto col
destino dopo Tangentopoli? Che mai più saremmo incorsi in simili peccati?
Non erano discesi dal Sinai eserciti di Di Pietro, con il loro seguito di angeli vendicatori? E ancora non vi è chi tema le loro pene? Neppure i nipotini di Berlinguer e i giovani scout?
Nulla dunque può spezzare l’aurea catena che dalle origini della patria va ai Mastellas e da lì ai Boccias, e abbraccia in sè destri e sinistri, senes, viri et iuvenes?
Ah, se invece di moraleggiare pedantemente, leggessimo i padri!
«Uno tristo cittadino non può male operare in una repubblica che non sia corrotta» (Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Libro III, cap.8).
Niccolò vedeva dall’Albergaccio meglio che noi ora da Montecitorio. Tristi cittadini sempre ci saranno. Ma in una repubblica che non sia, essa, corrotta, poco potranno nuocere e facilmente essere “esiliati”.
Gli “ordini” contano, le leggi, che non sono fatte dai giudici. Le leggi non cambiano la natura umana, ma la possono governare. È la repubblica corrotta che continuamente produce i corrotti.
E quando la repubblica è corrotta? Quando è inetta. Quando risulta impotente a dare un ordine alla molteplicità di interessi che la compongono, quando non sa governare i conflitti, che sono la ragione della sua stessa vita, ma li patisce e li insegue.
Se è inetta a mutare in relazione all’”occasione”, se è inetta a comprendere quali dei suoi ordini siano da superare e quali nuovi da introdurre, allora è corrotta, cioè si corrompe e alla fine si dissolverà .
Corruzione è anzitutto impotenza. E impotenza è incapacità di “deliberare”.
Una repubblica strutturata in modo tale da rendere impervio il processo delle decisioni, da rendere impossibile comprendere con esattezza le responsabilità dei suoi diversi organi, una repubblica dove si è costretti ogni volta alla “dannosissima via di mezzo” (sempre Niccolò docet), alla continua “mescolanza” di ordini antichi e nuovi, per sopravvivere — è una repubblica corrotta e cioè inetta, inetta e cioè corrotta.
Ma questa infelice repubblica darà il peggio di sè?
Con megagalattiche ruberie da Tangentopoli? Purtroppo no. Piuttosto (“banale” è il male), allorchè diviene quasi naturale confondere il privato col pubblico, concepire il proprio ruolo pubblico anche in funzione del proprio interesse privato.
Magari senza violare norma alcuna — appunto perchè una repubblica corrotta in questo massimamente si manifesta: nel non disporre di norme efficaci contro i “conflitti di interesse”, di qualsiasi tipo essi siano.
Una repubblica è corrotta quando chi la governa può credere gli sia lecito perseguire impunemente il «bene particulare» nello svolgimento del proprio ufficio.
Che questo “bene” significhi mazzette, o essere “umani” con amici e clienti, “essere regalati” di qualche appartamento, manipolare posti nelle Asl o farsi le vacanze coi soldi del finanziamento pubblico ai partiti, cambia dal punto di vista penale, ma nulla nella sostanza: tutte prove della corruzione della repubblica.
Poichè soltanto “il bene comune è quello che fa grandi le città ” (Discorsi, Libro II, cap.2). Il politico di vocazione può riuscire nel difficile compito di tenerlo distinto sempre dal suo privato. Il politico di mestiere, mai.
Quello che si è messo alla prova nei conflitti della repubblica senza corrompersi, può farcela. Il nominato, il cooptato, che abbia cento anni o venti, mai.
Ma abbiamo forse toccato il fondo. E questo deve darci speranza.
Per vedere tutta la virtù di Mosè, diceva Niccolò, era necessaria tutta la miseria di Israele.
Massimo Cacciari
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Gennaio 20th, 2014 Riccardo Fucile
CHIESTA PER LETTERA L’ESTROMISSIONE, ORA DEVE DECIDERE ZANONATO (CHE PRENDE TEMPO)
Il conte Pietro Marzotto non ha il dono della diplomazia. E alla sua età – 76 anni – nemmeno più quello delle convenienze.
Così, qualche giorno fa, ha garbatamente scritto al presidente dei Cavalieri del Lavoro del Triveneto, Alessandro Favaretto Rubelli, chiedendo che sia applicata con sollecitudine la revoca dal cavalierato «per indegnità » a carico del Cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi, dichiarato decaduto dalla carica di Senatore della Repubblica lo scorso novembre a seguito della condanna penale definitiva. Nell’attesa, l’imprenditore di Valdagno ha informato il presidente che intende «autosospendersi» dall’ordine cavalleresco, non partecipando più ad alcuna attività e pregando l’associazione di astenersi da ogni comunicazione che riguardi l’attività dell’ordine.
Contestualmente, ha chiesto che di questa sua decisione ne fossero messi a conoscenza i 62 «colleghi» cavalieri del Triveneto.
Cavalieri contro.
Cavalier Marzotto contro cavalier Berlusconi, dunque: con il primo, erede di una dinastia che ha dato due deputati del Regno d’Italia (Gaetano e Vittorio Emanuele, ciascuno per quattro legislature) ma soprattutto una delle fabbriche più importanti d’Italia, deciso a non confondere il proprio titolo con quello dell’imprenditore televisivo quattro volte presidente del consiglio e poi dichiarato decaduto dal Senato dopo la condanna penale definitiva a quattro anni di reclusione per frode fiscale.
Più che una guerra di principio, una battaglia di stile.
Con il nato ricco Marzotto, quinta generazione di industriali, che non ha mai amato Berlusconi, cresciuto dal nulla non senza qualche spintarella compiacente e diventato icona dell’Italia cafona.
La federazione.
«Pietro Marzotto è piuttosto impulsivo, ma indubbiamente non ha tutti i torti in quello che dice — commenta Alessandro Favaretto Rubelli, presidente della Federazione dei cavalieri del lavoro del Triveneto —. La procedura non compete alla federazione triveneta, ma è di competenza del Consiglio nazionale dei cavalieri del lavoro, presieduto dal ministro per lo Sviluppo economico. Sul tema abbiamo interpellato, per canali diplomatici, anche il Quirinale, che ci ha appunto risposto che la proposta di revoca deve essere promossa dal consiglio nazionale e poi essere ratificata da un Decreto del Presidente della Repubblica. Purtroppo è vero quel che dice Marzotto: questo tipo di procedura è sempre stata usata con molta cautela e prudenza, negli anni non ho ricordi di revoca applicate in tempi rapidi. L’ultima è quella di Calisto Tanzi, giunta nel 2010, alcuni anni dopo il caso Parmalat. Ritengo che in questo caso, a maggior ragione per il ruolo politico che riveste il cavalier Berlusconi, l’ordine userà ancora più cautela. La verità , semplicemente, è che la procedura è in corso ma a Roma non hanno molta voglia di mandarla avanti, per ragioni che tutti noi possiamo intuire».
La lettera di Pietro Marzotto – che non commenta, è a caccia all’estero con gli amici di sempre – è circolata nei giorni scorsi negli ambienti imprenditoriali che ruotano attorno all’ordine al merito del Lavoro che ogni anno sforna 25 nuovi insigniti nominati dal Presidente della Repubblica: nel Veneto ne fanno parte tra gli altri Gilberto e Alessandro Benetton, Aldo Tognana e Teofilo Sanson, Bepi Stefanel e Renzo Rosso. E naturalmente ha sollecitato più d’una reazione.
L’ordine.
L’ordine cavalleresco al merito del lavoro, fondato da Vittorio Emanuele III nel 1901, è concesso ai cittadini benemeriti che abbiano dato lustro alla nazione in campo imprenditoriale; i requisiti richiesti sono quelli di una «specchiata condotta civile e sociale», «aver adempiuto agli obblighi tributari», non aver svolto attività «lesive della economia nazionale» e aver dato continuità a questi requisiti per «almeno vent’anni». «Incorre nella perdita dell’onorificienza l’insignito che se ne renda indegno».
La revoca di Silvio Berlusconi, «il Cavaliere» per antonomasia (il titolo gli fu assegnato nel 1977 a seguito delle sue attività immobiliari) rischia di gettare una nuova insidia nel cammino del dialogo tra le forze politiche.
La procedura, formalmente, deve essere essere promossa dal Consiglio nazionale dei cavalieri del lavoro, presieduto per legge dal Ministro per lo Sviluppo Economico. Nella fattispecie, dal ministro padovano Flavio Zanonato. Che potrebbe convocare a breve questo plenum anche per discutere della «sollecitazione» promossa dall’industriale di Valdagno.
«Spero che la procedura si possa chiarire al più presto, in modo da rassicurare i nostri Cavalieri» conclude Alessandro Favaretto Rubelli.
Chi è Pietro Marzotto.
Nato a Valdagno l’11 dicembre 1937, figlio di Gaetano junior e Margherita Lampertico. Laureato in Giurisprudenza, dal 1972 è stato amministratore delegato e poi vicepresidente del gruppo tessile di Valdagno.
Dal 1982 al 1998 è stato presidente del gruppo, ma anche presidente degli industriali di Vicenza e vicepresidente di Confindustria, nonchè presidente dell'”Associazione dell’Industria Laniera Italiana”.
Nel 1985 è stato nominato Cavaliere del lavoro.
Dal 2004 ha lasciato tutte le quote di Marzotto, rompendo anche i ponti con la cittadina che ha dato i natali al gruppo, un secolo e mezzo prima, nel 1836 per opera del capostipite Luigi.
Dal 2000 al 2012 è stato presidente della Fondazione Marzotto, ente morale che gestisce asili nido, scuole materne e case di riposo.
Vive appartato a Pramaggiore con la terza moglie, Anna Maria Agosto, sposata nel 2009. Ha quattro figli: Marina, Umberto, Italia e Pier Leone.
Daniele Ferrazza
(da “il Mattino di Padova”)
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Gennaio 18th, 2014 Riccardo Fucile
COME IN CERTI QUARTIERI DI PALERMO, SE TI OCCUPANO ABUSIVAMENTE LA CASA POPOLARE PUOI SCEGLIERE SE ANDARE DALLA POLIZIA O DAL CAPOMAFIA DI QUARTIERE
Si può fare una riunione del consiglio scolastico con il professore pedofilo per discutere di programmi educativi dell’anno 2013/2014? Non si può. Non c’è da spiegare molto. Non si può. In Italia sta accadendo di peggio.
Tra poco saremo informati che un aspirante premier, leader del maggiore partito politico italiano, ha incontrato un pregiudicato per discutere di affari di Stato: una legge elettorale, l’abolizione del Senato elettivo.
Stiamo parlando di elementi cardine del sistema costituzionale.
I media italiani — t elevisione e carta stampata — stanno banalizzando l’evento in maniera imbarazzante. Quasi si trattasse della normale prosecuzione dell’uso del potere, che Berlusconi ha accumulato negli anni, e delle inevitabili (o evitabili) trattative politiche che si fanno con chi detiene una fetta di potere. Non è così.
Come diceva un diplomatico francese, “le forme non sono importanti, salvo quando vengono meno”.
In certi quartieri di Palermo, se ti occupano abusivamente la casa, puoi andare dalla polizia e dai giudici — e l’esito sarà lungo, forse incerto — oppure ti rechi dal capomafia di quartiere.
Entro ventiquattr’ore l’abusivo sparisce. Ma non è gratis. Non perchè lo ‘zu ti chiede soldi, non è mica un poveraccio… quando sarà ti presenterà il conto.
Berlusconi è un personaggio condannato e interdetto. C’è un prima e un dopo, sebbene un’insistente ondata propagandistica tenti di confondere le acque.
Prima della condanna definitiva era una personalità che a buon ragione risultava repellente a molti e — in nome del libero arbitrio — poteva piacere ad altri.
Dopo la sentenza della Cassazione il suo status è mutato per una sentenza emessa in nome del “popolo italiano”, che ha — dovrebbe avere — una valenza nazionale.
È una persona caratterizzata da una “naturale capacità a delinquere mostrata nella persecuzione del (proprio) disegno criminoso”, come hanno sancito i giudici del processo Mediaset.
Con la fresca arroganza di chi è pervenuto a un posticino di potere per grazia del sovrano, l’economista Filippo Taddei membro della segreteria del Pd ha dichiarato l’altra mattina a Omnibus a chi gli chiedeva dei dubbi sull’incontro Renzi-Berlusconi: “Francamente non capisco il senso della questione”.
Peccato, perchè è ipotizzabile che abbia viaggiato in Europa e si sa per certo che ha vissuto negli Stati Uniti.
L’incontro tra un politico incensurato e un pregiudicato è inconcepibile in qualsiasi capitale democratica dell’Occidente.
Un evento del genere è escluso a Washington come a Berlino, a Parigi come a Londra. Nixon era stato eletto nel 1972 con 47 milioni di voti.
Nel momento in cui fu riconosciuto responsabile dei reati connessi allo scandalo Watergate, non fu più un interlocutore per nessuno. Punto.
I democratici americani hanno continuato ovviamente a trattare e fare politica con i repubblicani, ma il colpevole di reati era pubblicamente fuori gioco.
Perchè c’è un confine invalicabile tra l’onorabilità pubblica prima e dopo una condanna.
Anzi nei paesi anglosassoni e a democrazia matura c’è anche un secondo confine, quello della condotta “appropriata” o “inappropriata”, che riguarda la correttezza del comportamento pubblico e prescinde dai procedimenti penali.
Per cui il politico, beccato con lo scontrino delle mutande messo in conto al contribuente, sparisce subito dalla circolazione e nessuno dei suoi sodali di partito grida al complotto. Semplicemente perchè “non si può”.
In Italia la classe politica rimuove costantemente questo discrimine di etica pubblica per cui i più grandi cialtroni possono gridare che non sono indagati, facendoci ridere dietro all’estero.
Ma pazienza. La maggioranza paziente si accontentava di aspettare le sentenze definitive della magistratura, augurandosi che avessero un senso erga omnes. Il fatto che da noi si voglia ora platealmente varcare il limite tra chi ha la titolarità di buona fede per stare sulla scena pubblica è chi è interdetto per gravi reati costituisce un ulteriore allontanamento dell’Italia dallo standard dei paesi europei e occidentali. Dove “ulteriore” significa ammettere con tristezza che l’ultimo ventennio ha visto il nostro paese scendere sempre più in basso, ma c’era la speranza piccola, flebile, che il novembre 2011 e l’accertata criminalità con sentenza definitiva dell’agosto 2013 potesse segnare un piccolo, graduale passo verso il ritorno all’Europa.
Diciamo, a scanso di equivoci, che a milioni di cittadini delle beghe interne del Pd non interessa niente.
E meno che mai interessa il politichese con cui il vertice imminente (o avvenuto) viene ammantato.
Ci sono invece milioni di cittadini, che pagano le tasse, e tanti milioni che a destra, centro e sinistra sentono il valore della legalità e vorrebbero uscire dal degrado istituzionale.
E c’è quell’umanità pulita vista due anni fa in Piazza del Popolo nel giorno di “Se non ora, quando?”. Questa Italia capisce perfettamente il “segno” di questo vertice voluto da Renzi, che cancella il confine tra ciò che è sostenibile nel costume democratico e ciò che non lo è.
Che mette sullo stesso piano della presentabilità l’evasore e chi non lo è.
Raccontava Piercamillo Davigo che nei dibattiti, quando il discorso scivolava sul “tanto rubano tutti”, lui si fermava e domandava: “Lei ruba? Io no. Allora siamo già in due”.
Tanto per rimarcare la frontiera.
Da oggi, nella società di comunicazione visiva in cui siamo immersi, il messaggio è chiarissimo.
Tra Davigo e Berlusconi non c’è nessuna differenza.
Marco Politi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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