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“I MARO’? NON VOGLIAMO VENDETTA”: NEL VILLAGGIO DEI PESCATORI UCCISI

Gennaio 12th, 2014 Riccardo Fucile

FRA LE FAMIGLIE DEL KERALA: “ABBIAMO PERSO TUTTO, LE VERE VITTIME SIAMO NOI”

La strada che porta al cimitero quasi non si vede; stretta, polverosa, corre perpendicolare al porto, tra case che sono blocchi squadrati di cemento, vestiti stesi ad asciugare per terra sulla sabbia e bambini che giocano incuranti delle moto e dei risciò che sfrecciano ad alta velocità .
Bambini come Jeen, 12 anni, che, scesi quattro gradini, tra decine di lapidi tutte uguali ne indica una in basso, in ultima fila, proprio a contatto con la terra brulla, marrone.
Si china, sposta una collana di fiori gialli un po’ rinsecchiti e, impassibile, senza tradire alcuna emozione nonostante la sua giovane età , dice: «Qui riposa mio papà , aveva solo 48 anni. Da quel giorno per me è cambiato tutto».
Quel giorno è impresso con caratteri dorati sulla lapide: 15 febbraio 2012.
Sono passati quasi due anni da quando suo padre Valentine Jelestine e il suo collega Ajesh Binki hanno perso la vita sul peschereccio sul quale lavoravano, il St. Anthony. Uccisi da colpi di fucile, intorno alle quattro e mezzo del pomeriggio, mentre tornavano in porto a Kollam dopo sette giorni passati in mare a pescare.
Della loro morte, e questa è storia nota, sono stati accusati i due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre che quel giorno si trovavano sulla petroliera Enrica Lexie in servizio anti-pirateria.
Meno nota, invece, è la storia delle due vittime. Due pescatori, due padri di famiglia, morti ancora senza un motivo.
Finiti in un tritacarne mediatico, spariti velocemente dalle cronache per far posto a un braccio di ferro giuridico-diplomatico tra India e Italia.
Ma a Kollam nessuno si è dimenticato di Valentine e Ajesh.
Non se ne sono dimenticati i loro amici pescatori, nè, tantomeno, le loro famiglie. Non se n’è dimenticato di certo Jeen, che prima di lasciare il cimitero passa un dito sulla foto del padre cercando di togliere un leggero strato di polvere.
Una foto nella quale Valentine appare elegante, fiero, con una camicia bianca, dei folti baffi e gli occhiali.
La stessa foto che è appesa sui muri sporchi, leggermente scrostati, della casa dove ora, senza più un padre e un marito, vivono Jeen, suo fratello Derrick, di 19 anni, e la madre Dora.
Illuminato da una piccola luce rossa a forma di stella, con a fianco fiori e un porta-incenso, Valentine sembra vegliare sulla sua famiglia e su quella che una volta era la sua casa. Questo d’altronde è il ruolo che spetta ai padri di famiglia da queste parti, a maggior ragione se si tratta di pescatori.
Sono loro, nella maggior parte dei casi, gli unici a lavorare, a portare a casa i soldi, a cercare di garantire un futuro ai figli.
«La morte di Valentine ci ha sconvolto — racconta Dora —. È arrivata del tutto inaspettata, era un giorno qualsiasi, uguale a tanti altri. Ma avevo delle brutte sensazioni quel pomeriggio. Mentre ero in chiesa a pregare ho sentito la necessità  di tornare a casa, e una volta arrivata il telefono ha squillato. In quel momento ho capito che qualcosa non andava».
Gli amici di Valentine volevano accertarsi che l’uomo fosse in casa perchè poco prima, a circa 20 miglia dalla costa, un incidente, ancora poco chiaro, aveva visto protagonisti una petroliera e un piccolo peschereccio.
«Da quel momento è iniziato un incubo — continua Dora —. Un incubo che ci ha cambiato la vita. Senza più lo stipendio di mio marito, l’unica fonte di reddito della famiglia, tutto è diventato più difficile, ed è solo da pochi mesi che lo Stato indiano mi ha trovato un lavoro. Peggio ancora sta la famiglia di Ajesh, con i figli, che si trovano ora in Tamil Nadu, rimasti senza un padre e, da poco, anche senza la madre».
Poi, certo, c’è la compensazione data dal governo italiano alle famiglie di Valentine e Ajesh, «circa 150 mila euro che da queste parti sono tanti soldi», afferma Padre Jacob Rolden, della diocesi di Kollam, che è stato vicino alle famiglie dei pescatori fin dal primo momento.
Al porto di Kollam, tra gli amici e i colleghi dei due pescatori uccisi, non tutti sembrano vedere di buon occhio queste compensazioni ma glissano e, tra dubbi sull’andamento del processo e racconti, ripresi anche dal «Times of India», di possibili tentativi da parte di ignoti di cancellare, dal peschereccio St. Anthony, le prove dell’incidente, raccontano della paura che ora hanno ad andare in mare, dei brividi che corrono loro lungo la schiena quando vedono avvicinarsi una petroliera o un mercantile.
Ma non solo. Raccontano anche delle difficoltà  e dei problemi che stanno riducendo alla fame i pescatori della zona con «i pescherecci stranieri, soprattutto cinesi, che fanno razzia nei nostri mari, senza alcun controllo da parte del governo, con i mercantili che passano a 20 miglia dalla costa tagliando le reti da pesca e mettendo in pericolo la nostra vita», racconta Thomas, pescatore e amico di Valentine.
Non si percepisce ostilità  nei confronti dell’Italia e degli italiani, e questo rende ancora più inspiegabile il crollo del turismo italiano nella regione, anche se i pescatori non negano che per alcuni mesi questa ostilità  ci sia stata.
Non tanto, o meglio, non solo, per l’incidente in sè, quanto piuttosto per come tutta la vicenda è stata trattata.
Un pensiero sintetizzato perfettamente da Derrick, il figlio maggiore di Valentine, conscio dell’importanza della compensazione ricevuta per il futuro suo, di suo fratello e di sua madre: «Non vogliamo vendetta, non proviamo rancore, e anzi siamo vicini alle famiglie dei due soldati italiani che stanno vivendo, anche loro, una situazione difficile e dolorosa, ma in quasi due anni nessuno si è mai interessato alle uniche due vittime di tutta questa storia: mio padre e Ajesh».

(da “La Stampa“)

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GRANDI DONNE ITALIANE: LA MAFIA LE BRUCIA IL NEGOZIO E LEI RISPONDE “AUGURI A CHI HA FATTO QUESTO, NON CI FERMERETE”

Dicembre 27th, 2013 Riccardo Fucile

VALENTINA: “POTETE COLPIRCI, BRUCIARCI, UMILIARCI, MA I NOSTRI VALORI, LE NOSTRE PASSIONI, LA NOSTRA ANIMA NON LA COLPIRETE MAI”

Il racket le ha bruciato il negozio, ma lei approfitta del Natale per lanciare un messaggio agli estortori su Facebook. «Vi auguriamo Buon Natale. Non facciamoci fermare da nessuno. Mai» scrive Valentina Di Lorenzo, figlia della titolare del negozio «Porta d’oro arredamenti» dato alle fiamme a Palermo 12 giorni fa. L’esercizio è stato danneggiato, ma i proprietari hanno riaperto prima di Natale.
«AUGURI A CHI HA FATTO QUESTO»
«Potete colpirci all’esterno – scrive Valentina Di Lorenzo – bruciarci, umiliarci, ma i nostri valori, le nostre passioni, la nostra anima non potete colpirla! Auguri di Buon Natale a tutti e specialmente a chi ha fatto questo».
Dieci giorni dopo , i segni dell’intimidazione sono ancora evidenti. Il sistema elettrico bruciato. I vetri antiproiettile frantumati all’interno. Ma l’antica e preziosa porta che dà  il nome negozio è stata già  ridipinta .
LA MAMMA: «L’IRONIA CI AIUTA»
La mamma di Valentina, la signora Raffaella Di Maio, aggiunge: “Non hanno scalfito il nostro modo di vivere, non abbiamo paura, non viviamo nell’ansia.
L’ironia aiuta a superare momenti come questo, a credere ancora di più in quello che si fa. Ed io sono qui dal 1976, questo è il mio mondo, il mio negozio è sempre stato come un figlio per me, da allevare e far crescere, una mia creatura».

(da “il Corriere della Sera“)

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L’OLIGARCA SI ARRENDE, LE RAGAZZE NO

Dicembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

LO ZAR HA MOSTRATO AL MONDO CHE IN RUSSIA E’ L’UNICO A DECIDERE I DESTINI DI TUTTI

Dopo aver passato tre giorni a seguire avidamente su tutte le tv (per lo più estere) le prime dichiarazioni di Mikhail Khodorkovsky, esaminando nel dettaglio le rughe lasciate sul suo volto da 10 anni di prigione, e cercando di capire dalle inflessioni della sua voce tranquilla quanto fossero bellicose le sue intenzioni verso il Cremlino, oggi i russi sono stati invasi dalle immagini delle Pussy Riot.
Babbo Natale continua a girare per la Russia di Putin, regalando la libertà  ai prigionieri per i quali per anni si erano battuti governi, Ong e attivisti in tutto il mondo.
Ma invece che letizia e pace le renne portano amarezza nella depressa e divisa opposizione russa.
Maria Aliokhina esce di prigione dicendo che, se avesse potuto, avrebbe rifiutato l’amnistia dello zar: “E’ una presa in giro, una profanazione, è solo propaganda”.
Nadezhda Tolokonnikova, rilasciata qualche ora dopo in Siberia, grida “Russia senza Putin” come prime parole in libertà . Ed entrambe promettono battaglia e impegno, contro il Cremlino e per le loro compagne rimaste in carcere.
E’ una storia natalizia curiosa con un lieto fine a metà , quella dell’oligarca che fu l’uomo più ricco della Russia e delle due punk sconosciute, che hanno avuto in comune la folle idea di sfidare il potere.
Le Pussy Riot divennero famose in tutto il mondo due anni fa, quando organizzarono nella cattedrale moscovita del Cristo Redentore una “preghiera punk” contro Putin.
Un episodio tra i tanti della Mosca di quei giorni, che ribolliva di proteste, manifesti, cortei, in un risveglio di protesta dopo 20 anni di torpore.
Nessuno si aspettava che le due ragazze avrebbero pagato con due anni di carcere per “teppismo a sfondo religioso” una bravata che perfino molti oppositori considerarono di dubbio gusto.
Ma in Russia, in tutta la sua sventurata storia, le occasioni di diventare eroi proprio malgrado non mancano, si tratta di saperle cogliere. Due ragazze poco più che ventenni, incarcerate e processate con tanto di manette in aula, come fossero serial killer pericolosi, sono diventate il simbolo della ribellione, di una nuova generazione che voleva la libertà  a tutti i costi.
Una battaglia che hanno proseguito anche in carcere, denunciando le condizioni disumane delle donne detenute, umiliate, minacciate, percosse, costrette a lavorare 14 ore al giorno, sottoposte a vessazioni e ricatti come visite ginecologiche forzate.
Maria ha cercato di rinviare la sua scarcerazione per amnistia, per “proteggere” le sue compagne, temendo che una volta liberata la detenuta famosa l’amministrazione del penitenziario avrebbe scatenato una rappresaglia contro chi aveva osato parlare.
Khodorkovsky in questi giorni ha raccontato il suo dramma con un “gioco di potere duro” con regole spietate, dove alla fine è stato costretto a una resa onorevole, spedito in esilio senza avere nemmeno la possibilità  di cambiarsi l’uniforme da prigioniero, con modalità  che non si vedevano dai tempi della deportazione di Solzhenitsyn.
Le Pussy Riot restano in Russia. Dopo la liberazione non sono volate subito a Berlino sull’aereo di una multinazionale, e non dormiranno la prima notte in libertà  in uno degli alberghi più lussuosi d’Europa.
Dietro alla loro liberazione non c’è stato un intrigo ai più alti vertici della diplomazia internazionale. La giornalista e blogger Tonia Samsonova ha espresso lo sconcerto di molti con il suo manifesto “Il mio Khodorkovsky resta in carcere”.
La liberazione dell’oligarca diventato il detenuto più famoso del Paese, ha scritto, doveva essere il primo atto di una rivoluzione, il simbolo della libertà  che arriva, non il gesto di clemenza di un leader che baratta la vita di uomini e donne con il successo delle sue Olimpiadi: “Dovevamo essere noi a liberarlo”.
Ma Maria e Nadia, la bionda e la bruna, la dolce e la dura, con la loro determinazione e rabbia ieri hanno riscattato quel che resta della protesta dopo che uno zar in vena di bontà  ha mostrato a tutto il mondo che in Russia lui è l’unico a decidere i destini di tutti.

Anna Zafesova
(da “La Stampa“)

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RANIERI (BLU PER L’ITALIA): “CHI FA POLITICA NON DEVE CERCARE PRIVILEGI, MA ‘SENTIRSI PRIVILEGIATO’ DI POTER SERVIRE I PROPRI CONCITTADINI”

Dicembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

DOPO IL CASO DELL’ASSESSORE CHE CHIEDEVA PRESTAZIONI SESSUALI ALLA SEGRETARIA, A PESCARA SI APRE LA QUESTIONE MORALE: “SI RITORNI ALLA POLITICA COME SERVIZIO”

E’ chiaro ed è evidente che la questione ormai, a Pescara, come in altre parti d’Italia, è più morale che politica.
La vicenda dell’ex assessore De Fanis è peraltro solo l’ultimo caso in Abruzzo: basti pensare come già  questa estate un Assessore della Giunta Comunale di Chieti, Ivo D’Agostino, è stato arrestato per presunte richieste di prestazioni sessuali in cambio dell’assegnazione di alloggi popolari.
La questione sta diventando seria, e non a caso i protagonisti di queste storie sono in primis i politici, ovvero proprio coloro che ci rappresentano e che dovrebbero pensare al bene comune.
E non pensare di utilizzare la loro posizione “privilegiata” solo ed esclusivamente per propri tornaconti, ora persino per ottenere un contratto d’amore.
Ma non tutti coloro che fanno politica sono così: molti si pongono al servizio della propria comunità    e fanno molteplici rinunce, dagli affetti familiari al proprio lavoro.
Eppure, caso strano, costoro non fanno notizia sui media e finiscono così per essere le prime vittime di questi vergogonosi fatti,
Sappiamo quanto sia facile liquidare la “Casta” in un “tutti a casa”.
Tutti ladri e ora pure tutti mostri del sesso e pervertiti .
Chi deve tutelarci? I Partiti prendendo posizioni nette e chiare, senza se e senza ma.
In Abruzzo invece, ma credo accada anche a livello nazionale, tutti in silenzio, nessuno parla,   nessuno si esprime o condanna l’accaduto.
Pare che la questione non riguardi la politica, ma qualcuno le avrà  pure fatte le liste dei candidati, qualcuno avrà  pur presentato le candidature, qualcuno avrà  pure deciso chi doveva fare l’Assessore e chi il Consigliere, o no?
Sono i veri responsabili coloro che dovrebbero dimostrare che questi sono episodi isolati, fatti da cui la politica è lontana, ma i presupposti del silenzio già  fanno venir la pelle d’oca.
A Pescara, per esempio,   come consigliere comunale avevo presentato una proposta di Codice Etico, a simboleggiare la promessa solenne di chi si occupa del bene comune, perchè rappresentante del popolo, a esercitare il proprio mandato nel rispetto più totale delle regole etiche e morali.
Ebbene, l’allora PdL (Capogruppo Foschi) dichiarò di essere contrario, tant’è che ad oggi non so in quale cassetto del Palazzo giaccia la mia proposta .
Il vero scandalo va ricercato nel sistema dei partiti, perchè oltre al mancato coraggio di assumersi le proprie responsabilità , scelgono la classe degli amministratori o politici locali solo se questi rispondono o meno a certe logiche.
Quindi non per merito, per capacità , per appartenenza al territorio:   persone del genere potrebbero non rispondere più a losche logiche partitiche, quelle da cui, invece, i vari De Fanis sicuramente dipendevano.
Fino a quando i partiti saranno guidati dai soliti noti, non possiamo meravigliarci di nulla.
Il Paese è allo sbando e nessuno si rende conto che la politica non ha più il tempo per rigenerarsi agli occhi della gente.
A scegliere devono tornare ad essere i cittadini. non le conventicole di partito.

Renato Ranieri
Consigliere comunale Pescara – Gruppo Blu per l’Italia
Presidente Commissione Finanze Comune di Pescara

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NELLE “LETTERE A UN AMICO” DI ADRIANO ROMUALDI EMERGE IL MALE CRONICO DELLA DESTRA ITALIANA: LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE CULTURALMENTE ATTREZZATA

Dicembre 3rd, 2013 Riccardo Fucile

NELL’INTERESSANTE EPISTOLARIO DI FINE ANNI ’60, L’ANALISI DEL GIOVANE PENSATORE NON CONFORMISTA SCOMPARSO A SOLI 33 ANNI, NEL 1973: “NOI INTELLETTUALI, VISTI COME NEMICI ALL’INTERNO DEL PARTITO, IN QUANTO OSTACOLO A UN ATTIVISMO FINE A SE STESSO, TRA INUTILI ORPELLI E AMMUFFITE NOSTALGIE”

Gli epistolari dei grandi filosofi e pensatori hanno un’importanza fondamentale non solo per conoscere aneddoti più o meno rilevanti sulla loro vita privata, ma anche, e soprattutto, per comprendere sia il milieu culturale nel quale essi vivevano e traevano ispirazione per le loro opere, sia la personalità  più profonda, che può trasparire solo molto parzialmente nei trattati più marcatamente scientifici.
Ciò vale ancor più per Adriano Romualdi, il “fratello maggiore” di tanti intellettuali della Destra negli anni Settanta: figlio di Pino, per decenni una delle personalità  di maggior spicco del Msi. scomparve a soli 33 anni nel 1973, lasciando un vuoto non più colmato nelle esigue file della cultura non conformista.
Ora le Edizioni ArÅ·a di Genova pubblicano, a cura di Renato Del Ponte, una preziosa raccolta di lettere (per la precisione, quarantatrè lettere e una cartolina), inviate da Adriano all’amico genovese Emilio Carbone in un arco di tempo che va dal 20 aprile 1967 al 5 settembre 1971 (per informazioni e ordini: arya@oicl.it ).
Il testo, con una introduzione   di Alberto Lombardo e una prefazione dello stesso Del Ponte, è arricchito da numerose appendici contenenti, fra l’altro, alcuni testi rari o inediti di Adriano, e da un’accurata bibliografia.
Copie delle lettere, gli originali essendo andati presumibilmente perduti, che compongono l’epistolario furono consegnate a Renato Del Ponte dal destinatario, Emilio Carbone, poco prima della sua tragica morte, avvenuta nel 1996, ad appena cinquant’anni.
La raccolta ha una importanza notevole, in quanto apre uno squarcio di non poco conto sull’ambiente politico e culturale della Destra, in particolare romana e genovese, a cavallo fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta: nelle numerose lettere compaiono riferimenti e giudizi su personaggi più o meno noti del tempo, come Almirante (“di buona volontà  ne ha tanta, ma non ci arriva con il cervello”); Gianfranco De Turris, allora impiegato alle Edizioni Volpe (“molto in gamba e deciso”) e Giano Accame (“farmacista di villaggio”), per non parlare delle durissime espressioni nei confronti di Giovanni Volpe, il quale aveva bloccato la pubblicazione del   saggio di Adriano su Nietzsche, uscito successivamente per le Edizioni di AR.
Ma al di là  di tali giudizi, a volte francamente ingenerosi — anche se si deve tener nel debito conto il tono colloquiale delle lettere — ciò che può e deve interessare il lettore di oggi è la descrizione di un ambiente, quello della destra missina, ma non solo, del tutto refrattaria, allora come ora, a un serio lavoro politico-culturale.
La lucidità  di Adriano gli fa comprendere, già  più di quarant’anni fa, quale sarebbe stato l’infausto esito del percorso di un partito, il “Movimento Sociale Italiano”, nel quale dilettantismo e improvvisazione dominavano senza requie: “prepariamoci ad assistere — scrive nella prima lettera a Carbone, il 20 aprile del 1967 — all’ultimo atto, che avrà  luogo nei prossimi anni: il naufragio del MSI.
Il giovane Romualdi, nella sua infaticabile attività  di uomo di pensiero e di organizzatore culturale, aveva ben compreso quel che era la tara maggiore dell’ambiente di Destra di quegli anni (e degli anni a venire, aggiungiamo noi…) : l’assenza, cioè, di   una classe dirigente che, libera da orpelli e da ammuffite nostalgie, sapesse fare politica con un bagaglio culturale adeguato, poche linee di vetta, se vogliamo, ma chiare e incrollabili.
Adriano si scontra, invece, con un partito nel quale gli “intellettuali” sono visti come dei nemici, dei fastidiosi perditempo che ostacolano uno sterile attivismo fine a sè stesso.
Ecco cosa scrive, infatti, nel giugno del fatidico 1968: “anche noi [come i comunisti] sappiamo esattamente quel che vogliamo, anche se il nostro ambiente ci combatte, invece di sostenerci, come invece il PCI   fa con i suoi intellettuali. La nostra tragedia è che noi dobbiamo impiegare tutte le nostre energie per riuscire a parlare e scrivere nel nostro stesso ambiente, prima di proiettarci all’esterno”.
Queste scarne ed essenziali parole valgono più di mille convegni a spiegarci il perchè del disastro attuale, della sostanziale nullificazione della Destra dall’attuale panorama politico italiano.
Ci pongono, tuttavia, anche un’altra fondamentale e inquietante domanda, in quanto Adriano Romualdi non era uno qualunque: non era, cioè, solo l’autore, giovanissimo e già  avviato alla carriera accademica,   di opere ancor oggi fondamentali, ma pure, come dicevamo, il figlio di Pino, non l’ultimo fra i dirigenti nazionali missini di quegli anni.
E allora, ci chiediamo, se lo stesso Adriano, nella posizione che occupava, trovava tanti e tali ostacoli da indurlo quasi allo scoramento, da cui usciva solo con l’azione, non è forse sbagliato ipotizzare che l’intera storia del neofascismo italiano dal dopoguerra a oggi sia stata volontariamente instradata sin dall’inizio su dei binari morti, che dovevano fatalmente portarlo alla vergognosa abiura di Fiuggi e alla successiva evaporazione?
Non è forse cervellotico pensare che gli impedimenti frapposti a ogni serio lavoro politico-culturale siano stati creati non solo per insipienza e inettitudine   — che pure ci sono stati — ma perchè scientemente si voleva impedire l’affermarsi di una classe dirigente seria e attrezzata culturalmente? Il sospetto ci sta tutto
Al di là  di tali considerazioni, comunque, il grande lavoro intellettuale di Adriano non è stato per nulla vano, rimanendo per noi, in questi difficili anni, una vera stella polare, sì che quel che scriveva il 18 gennaio del 1968 vale certamente per lui, ma dovrà , come imperativo categorico, valere anche per noi: “Ma sembra che il nostro destino nel momento presente debba essere quello del seme che deve sparire nella terra e macerarsi per germogliare chissà  quando e chissà  dove”.
Francesco Demattè

ADRIANO ROMUALDI
Lettere ad un amico
a cura di Renato Del Ponte.
Edizioni ArÅ·a, Genova 2013,
pagine: 176 – € 20,00.

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INTERVISTA A DANIELE TOTO: “LA POLI BORTONE HA SBAGLIATO, LA LEGALITA’ A DESTRA NON SI BARATTA”

Novembre 29th, 2013 Riccardo Fucile

IL GIOVANE LEADER EMERGENTE DEGLI EX AN ALL’ATTACCO: “I MILITANTI DI DESTRA CI HANNO RICORDATO CHE CI SONO VALORI DA CUI NON SI PUO’ PRESCINDERE”… “MANIFESTARE IN PIAZZA NEI MODI POSTI DA BERLUSCONI VA OLTRE LA DECENZA”…”NON SONO UN ROTTAMATORE, NON CONTA L’ETA MA LO SPESSORE DELLE IDEE: PER CHI NE HA”

Diciamo la verità , il comunicato a nome degli ex An in cui la portavoce Poli Bortone ha affermato che “come movimento per Alleanza Nazionale anche noi saremo a Roma per manifestare il nostro affetto, la nostra adesione e vicinanza al presidente Berlusconi” è sembrato un brutto autogol…
Credo che manifestare avverso una sentenza definitiva nei modi e nei termini posti da Berlusconi sia al limite dell’eversione e oltre la decenza. Inoltre il profilo di un parlamentare, capo di un partito, dovrebbe implicare rispetto assoluto per le istituzioni ed il loro funzionamento. Ritengo che le reazioni negative dei nostri simpatizzanti sulla dichiarazione siano state corrette.
Mercoledi avete riunito a Roma lo stato maggiore di Futuro e Libertà : che posizione è emersa in merito a quella dichiarazione?
La posizione di critica nei confronti della manifestazione è emersa dalle dichiarazioni del sottoscritto e di altri del partito attraverso twitter, con un evidente distinguo rispetto alla dichiarazione in oggetto
Storace ha sostenuto che “nessuno puo’ chiederci di comportarci come degli Alfano qualsiasi. In questa operazione solo i ciechi non vedono la brutalita’ di un’operazione politica da parte della sinistra”. Insomma gli ex An sempre berlusconi dipendenti? Legalità  e rispetto delle decisioni della magistratura un optional?
Non toccherebbe certo a me ricordare come la legalità  dovrebbe essere un valore inderogabile proprio della destra. Che non si può barattare con nulla. La decadenza di Berlusconi è prevista da una norma di legge. Il Senato non poteva che prenderne atto e così ha fatto. Il resto è noia.
Sui social network le posizioni della Poli Bortone sono state oggetto di pesanti critiche da parte della base elettorale potenziale di una “nuova destra”…
I nostri simpatizzanti non sono stati anestetizzati dalla gestione del potere e ci hanno ricordato come ci siano delle posizioni da cui non si può prescindere.
Tutti auspicavano un ricambio generazionale nella nuova Costituente, magari la scelta di un quarantenne e di un volto nuovo come portavoce e invece…
La fase costituente inizierà  in primavera con un momento aggregativo formale, non con una semplice firma congiunta. Allora ci sarà  spazio per un momento di confronto e non potrà  non tenersi conto che gli altri partiti hanno operato un ricambio generazionale.
Lei è uno dei pochi che sta portando avanti iniziative di aggregazione concrete: è nato un “rottamatore” anche nell’area politica di destra?
Io non mi considero un rottamatore. Non ritengo, inoltre, il ricambio fine a sè stesso positivo a prescindere. L’età  non incide sullo spessore delle idee. Per chi ne ha, contano quelle.

(a cura del ns. direttore)

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L’ULTIMO VIAGGIO A PARIGI PER DIRSI ADDIO: DUE 86ENNI COMMUOVONO LA FRANCIA

Novembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile

HANNO SCELTO DI TRASCORRERE L’ULTIMA NOTTE IN UN ALBERGO DI LUSSO DELLA CAPITALE… IL GIORNO DOPO I CAMERIERI LI HANNO TROVATI IN STANZA SENZA VITA

La notizia è di quelle che suscitano non solo un’umana pietà , ma anche una vera simpatia, proprio nel senso etimologico di «soffrire insieme».
E il fatto che sia così (giustamente) scarna lascia ancora più spazio alla commozione: di più non sapremo e, francamente, di più nemmeno vogliamo sapere.
Quella che è stata raccontata da fonti della polizia di Parigi è la storia di due anziani coniugi, entrambi ottantaseienni, che hanno deciso di farla finita dopo aver trascorso, insieme, la loro ultima notte.
In grande stile: marito e moglie si sono uccisi in un albergo di lusso del sesto arrondissement, rive gauche, la più dissennatamente romantica della capitale.
Li hanno trovati ieri mattina, morti nello stesso letto.
Avevano lasciato una lettera e, pensiero di eleganza davvero estrema, l’ordinazione fuori dall’uscio per la colazione in camera, «senza dubbio per farsi ritrovare dal personale dell’hotel l’indomani», hanno raccontato i poliziotti (la mente corre subito a un altro maestro di stile, Luigi II di Baviera, guarda caso anche lui morto suicida. Costretto a dichiarare alla Francia, nel 1870, una guerra che non aveva nessuna voglia di fare, resistette finchè potè. Poi lasciò un biglietto fuori dalla porta dei suoi appartamenti, proprio come una «commande» per il breakfast, in tono scocciato e – suprema ironia – in francese: «Eh bien, que l’on fasse cette guerre dètestable», ebbene, fate pure questa guerra detestabile).
Tornando ai due vecchietti, di più non si sa.
Non si se se fossero malati, se avessero delle preoccupazioni, se, oltre alla morte, avessero passato la vita insieme, se si siano andati di là  abbracciati e come abbiano deciso di fare il grande passo.
Non sappiamo niente. Tranne il fatto che due ottantaseienni che decidono di andarsene insieme dopo aver trascorso insieme l’ultima notte a Parigi ci ispirano un’irresistibile simpatia.
E questa volta nel senso corrente del termine.
Giulietta e Romeo adolescenti commuovono per la loro fragilità ; Giulietta e Romeo anziani, per la loro fedeltà .
Al di là  di ogni considerazione morale e magari moralistica, la loro è un’uscita di scena in grande stile.
Anche questo è importante.
Come dice Molière, «si muore una volta sola, e per tanto tempo!».

Alberto Mattioli

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AGNESE BORSELLINO CI HA LASCIATO UN “REGALO”: “TI RACCONTERO’ TUTTE LE STORIE CHE POTRO'”

Novembre 19th, 2013 Riccardo Fucile

IL SUO LIBRO-TESTAMENTO: UNA STORIA D’AMORE D’ALTRI TEMPI, UNA FAMIGLIA CHE DIVENTA NUMEROSA, LA DIGNITA’, IL CORAGGIO, LA COERENZA, L’ORGOGLIO

Una storia d’amore d’altri tempi, una famiglia che diventa numerosa, una felicità  coltivata fino a quando un’auto imbottita di tritolo riduce tutto a brandelli.
Racconti in bianco e nero che diventano a colori, particolari inediti e aspre considerazioni personali della donna che più di ogni altra è stata vittima collaterale della strage di via d’Amelio.
È questo il testamento di Agnese Piraino Leto, vedova del giudice Paolo Borsellino, scomparsa il 5 maggio scorso, ventuno anni dopo l’attentato che fece strage del marito e degli uomini della scorta.
Consapevole dell’incalzante malattia da cui era affetta, la signora Agnese ha voluto lasciare una traccia, da lei stessa definita come un regalo alla famiglia: “Ti racconterò tutte le storie che potrò” (edizioni Feltrinelli, pagg. 224, 18 euro) è il prodotto dei ricordi che la signora Agnese affida al giornalista Salvo Palazzolo, durante alcuni incontri nella scorsa primavera.
Il titolo prende spunto da una frase utilizzata da Borsellino per spiegare alla moglie l’origine del loro legame.
“Alle feste — racconta la signora Agnese — guardavamo gli altri ballare. Lui rideva come un matto, io protestavo.
«Agnese, ma tu perchè stai con me? Io non ti do niente di tutto questo. Non sono il tipo di marito che torna a casa sempre allo stesso orario, si mette le pantofole, si siede davanti al telegiornale e poi nel pomeriggio porta la moglie in giro per una passeggiata. Lo sai perchè stai con me? Perchè io ti racconto la lieta novella».
La prima volta che me lo disse, rimasi spiazzata. Mi misi a piangere.
«Io ti sollecito, ti stuzzico, ti racconto la lieta novella che sta dentro tante storie di ogni giorno. Ti racconterò tutte le storie che potrò. Così il nostro sarà  un romanzo che non finirà  mai, sino a quando io vivrò. La lieta novella manterrà  sempre fresco il nostro amore. Perchè l’amore ha bisogno di mantenersi fresco».
Lungo tutti i capitoli, che iniziano con il primo incontro dei coniugi Borsellino nello studio di un notaio amico comune, la signora Agnese snocciola ricordi del passato, mette a nudo un’immagine intima del magistrato, ironico e dissacrante con amici e familiari, si rivolge direttamente al suo Paolo, ma cita anche le migliaia di persone che da tutta Italia la hanno sostenuta negli ultimi anni.
Non mancano anche particolari inediti sui giorni successivi alla strage del 19 luglio 1992, chiaramente il periodo più doloroso della sua esistenza.
“In quei giorni — dice sempre la signora Agnese nel libro — ero contesa da prefetti, generali e alti esponenti delle istituzioni. Mi invitavano e mi sussurravano tante domande. Su Paolo, sulle sue indagini, su ciò che aveva fatto dopo la morte di Giovanni Falcone, sulle persone di cui si fidava. Mi sussurravano domande dentro quei saloni bellissimi pieni di gente importante. E mentre mi chiedevano mi sembrava come se mi stessero osservando, anche se facevano altro: mangiavano una tartina, sorseggiavano un prosecco, ascoltavano il discorso dell’autorità  di turno, o magari danzavano. Ora so. Ora so perchè mi facevano tutte quelle domande. Volevano capire se io sapevo, se mi aveva confidato qualcosa nei giorni che precedettero la sua morte. E allora tante parole di mio marito mi sono apparse chiare, chiarissime”.
Anni dopo a cercare di mettersi in contatto con la signora Agnese, c’è anche l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, autore poco prima di morire di una breve e inquietante telefonata in casa Borsellino.
“Mi disse — racconta — Via d’Amelio è stata da colpo di Stato. E mise giù il telefono. Un mese dopo, Cossiga morì. Cosa volesse dirmi esattamente con quelle parole non lo so. Però, la voce di Cossiga non la dimenticherò mai. Evidentemente, voleva togliersi un peso”.
Per anni i familiari del giudice palermitano hanno vissuto cercando di evitare l’eccessiva esposizione mediatica.
Negli ultimi tempi però la signora Borsellino non ha rinunciato a spendersi in appelli pubblici per tutelare i magistrati della procura di Palermo, come Nino Di Matteo, destinatario di inquietanti lettere anonime negli ultimi mesi, e poi messo sotto inchiesta dal Csm.
E proprio mentre a Caltanissetta è in corso il processo per individuare i depistaggi che inquinarono la prima indagine sull’assassinio di Borsellino, Agnese Piraino Leto decide di affidare alle pagine del suo libro una richiesta di verità  sulle stragi che nel biennio 1992-93 insanguinarono l’Italia.
“Innanzitutto — spiega la vedova di Borsellino — bisognerebbe aprire gli archivi di Stato. E guardarci dentro. Perchè, purtroppo, tante verità  sono ancora dentro i palazzi delle istituzioni. La verità  bisognerebbe chiederla a tanti uomini delle istituzioni, che sanno, ma non parlano: a loro non voglio rivolgere un appello. Sarebbe tempo perso. Perchè loro sono degli irriducibili. Questi uomini si devono mettere solo alla berlina, si devono sbeffeggiare, come avrebbe fatto oggi Paolo Borsellino”.

Giuseppe Pipitone

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“STUDI DUE ORE E TI PROSTITUISCI DOPO, ALTRIMENTI VIA DA SCUOLA”

Novembre 8th, 2013 Riccardo Fucile

SCANDALO BABY PROSTITUTE A ROMA: INTERCETTAZIONI TRA MADRE E FIGLIA

“Allora rifletti bene su questo aspetto della scuola per cortesia… perchè se no è inutile che… io ti ritiro”. La risposta: “Non mi puoi ritirare mamma non c’ho (ancora, ndr) 16 anni, non lo puoi fare”.
Fanno venire i brividi quelle conversazioni tra madre e figlia finite agli atti dell’inchiesta sulle due minorenni che in una stanza dei Parioli incontravano i loro clienti.
Chi parla al telefono è Emanuela (nome di fantasia), di appena 15 anni. Dall’altra parte della cornetta, la madre arrestata perchè, secondo l’accusa, avrebbe indotto la figlia a prostituirsi.
I magistrati romani che indagano sul caso infatti sono convinti che la donna non poteva non sapere, anche se la figlia – sentita dai pm lo scorso 28 ottobre — l’ha sempre difesa: “Mamma non chiedeva, ma io cercavo di aiutarla. Quando le davo i soldi li prendeva anche se pensava non fosse giusto”.
Ma è dalle intercettazioni che si capisce il ruolo della madre. La conversazione è dell’11 ottobre.
Madre: Allora… mi ha chiamato la tua professoressa di latino (…) voleva sapere perchè non stai andando… Gli ho detto: guardi che non si sente bene. (…) Ha detto no, a noi interessa che la ragazza venga a scuola perchè con il programma andiamo avanti, vorrei parlare con lei… e risiamo alle solite… Mi ha detto: pensa che domani verrà  a scuola? Allora tu che cosa hai intenzione di fare? Dimmelo perchè se no andiamo lì… ci prendiamo in giro … andiamo dagli insegnanti e glielo diciamo. Figlia: Ma io voglio andarci a scuola… è solo che non c’ho tempo per fare i compiti. M: Vabbè, il tempo si trova per fare i compiti.
F: Ma quando si trova mamma?
M: Quando esci da scuola torni a casa… due ore studi… tre ore…
F: Non ce la faccio se studio prima.
M: Allora non sai studià  (…) Io studiavo la sera, qual è il problema? Devi trovare un modo per organizzarti.
F: Non ce la faccio perchè dopo che ho studiato sono stanca.
M: Allora devi fare una scelta… puoi alternare i giorni… Qui una soluzione bisogna trovarla perchè non è che… allora rifletti bene su questo aspetto della scuola per cortesia. Perchè se no è inutile che… io ti ritiro e…
F: Non mi puoi ritirare mamma non c’ho 16 anni, non lo puoi fare.
M: Apposto, allora ce devi andà  fino a che non…
F: Mamma ci voglio andare, però non voglio andarci senza aver fatto i compiti.
Poi la madre si sarebbe proposta di aiutare la figlia a studiare per due ore al giorno, per poi andare al “lavoro”.
Altra conversazione finita agli atti, risale al 7 ottobre scorso.
Madre: Senti un po’… ma tu che fai? Non te movi oggi?
Figlia: No ma’ perchè sto male.
M: E come facciamo? Perchè io…
F: Certificato medico.
M: Eh, lo so me… l’ho chiamata.
F: I compiti… eh, appunto.
M: E come facciamo perchè io sto a corto? Dobbiamo recuperà .
F: Eh, domani vedo che posso fà … comunque pure se… comincio tardi, cioè oggi ma’, veramente sto male.
M: no no, bè che c’entra.. certo, ma che sta a scherzà ? Assolutamente…
F: Domani dopo scuola si vede.
M: Ma ce la facciamo a recuperarla sta settimana?
F: Ma come no, avoja.

Valeria Pacelli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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