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POVERO SALLUSTI, DUE TESTIMONI ALLA CENA GLI ROVINANO LO SPUTTANAMENTO DI ESPOSITO: “IO E MIA MOGLIE ERAVAMO PRESENTI, QUELLE PAROLE NON SONO MAI STATE PRONUNCIATE”

Agosto 22nd, 2013 Riccardo Fucile

L’ACCUSATORE AMMETTE: “SILVIO E’ IL MIO IDOLO”… “IL GIORNALE” CHIAMA IN CAUSA I COMMENSALI CHE AVREBBERO ASCOLTATO L’ODIO DEL GIUDICE, CHE PERà’ SI CONTRADDICONO

A Scalea, rinomata meta turistica della costa calabrese, fino a due giorni fa si parlava solo dell’esordio in campionato del Napoli.
La località  è infatti buon ritrovo, da anni, di villeggianti partenopei.
Il sollazzo estivo, tra pronostici e scaramanzie, è stato rotto dal caso Castiello e da oltre 48 ore fra tavolini e ombrelloni non c’è altro a tenere banco nella calura estiva. Quel racconto, consegnato al Giornale, della cena con Antonio Esposito, giudice che ha presieduto la sezione feriale della Corte di Cassazione che ha avuto l’unica colpa di aver confermato la condanna a Silvio Berlusconi.
Ora emergono nuovi particolari su quella tavola imbandita mentre gli altri commensali smentiscono le frasi riportate da Castiello.
Il tutto assume i toni di una commedia se non fosse che è stata tirata in ballo l’onorabilità  del giudice.
Castiello è un imprenditore edile, ha costruito a Scalea e non solo.
Da tre anni è fermo, colpa della crisi che ha frenato il mattone in zone che più che di cemento necessitano di servizi, riqualificazione e democrazia, visto che un mese fa hanno arrestato tutta la giunta comunale per legami con le cosche di ‘ndrangheta. Castiello ha recuperato la memoria di una cena di due anni fa nella sua villa a San Nicola Arcella, alla presenza del giudice Antonio Esposito, dell’attore Franco Nero e di altri 4 commensali.
In particolare la frase incriminata che avrebbe pronunciato il giudice è così riassunta nel titolo de Il Giornale: “Berlusconi mi sta proprio sulle palle. Se mi dovesse capitare a tiro gli faccio un mazzo così”.
Doveva essere Franco Nero a confermare, ma al Fatto l’attore ha spiegato: “Sono passati due anni, mi ricordo che ero a cena a casa di questo mio amico, c’era anche il giudice e si parlava più che altro di cinema, non ricordo il dialogo preciso ma ricordo che c’era un’antipatia del giudice nei confronti del Cavaliere”.
Anche a Libero Nero ha spiegato: “Non ricordo le parole precise che usò, ma mi ricordo che provava antipatia verso il leader del Pdl”.
Mentre Il Giornale riporta le frasi di Castiello che non vengono ripetute da Nero, il quale riferisce: “ Massimo (Castiello) ha ragione: il giudice aveva una certa antipatia per Berlusconi”.
Una smentita multipla alle frasi incriminate, alla quale si aggiunge quella raccolta ieri dal Fatto , di altri due commensali: Domenico Fama, in passato socio di Castiello, e della sua consorte, presenti a quella cena: “Sia io, sia mia moglie — conferma Fama — siamo rimasti di sasso. Quelle parole non sono state mai pronunciate, si parlò di Berlusconi solo perchè Esposito fornì spiegazioni di natura giuridica su alcune prescrizioni”.
Ma non solo, c’erano tre donne al tavolo perciò nessuna scurrilità : “Non era una cena in pantaloncini — ha ricordato Fama al Fatto — e mi creda, Esposito non avrebbe mai usato quelle parole. Si parlò dei film di Nero, compresi alcuni nei quali aveva interpretato il ruolo del magistrato. Il giudice Esposito effettivamente ricordava le battute dei film. Quello fu l’argomento principale della serata”.
Il giudice Esposito, in un comunicato, ha smentito categoricamente e ha annunciato azioni legali in difesa della sua onorabilità .

Raggiunto al telefono dal Fatto , Castiello, dopo le sonore smentite, spiega: “ Io ricordo che fu proprio Nero a ricordarmi che Esposito disse che Berlusconi gli stava sulle palle, la frase mi tornò alla mente mentre io ricordavo quella del gli faccio un mazzo così”.
Una nuova versione, quella dell’imprenditore, che insomma sarebbe stato “aiutato”, a suo dire, da Nero nel ricordo di quella serata.
Chi ha visto in questi giorni Castiello spiega che l’imprenditore va raccontando che fu proprio l’attore a chiamarlo per ricordargli della cena e delle parole del giudice.
Una versione che stride con le parole di Nero che, tornando con il ricordo a quella serata, ha solo menzionato, testualmente, “una certa antipatia del giudice nei confronti di Berlusconi”, ma ha precisato di non ricordare quel dialogo e le frasi dello scandalo. Al telefono di Nero, raggiunto nuovamente dal Fatto , ha risposto un collaboratore spiegando che il Franco nazionale è all’estero per qualche giorno.
La commedia sembra finita, ma davanti al mare con la calura estiva bisogna servire il finale.
Castiello, il grande accusatore smentito dai commensali, racconta i suoi vizi al Fatto : “Io ho due difetti fondamentali, sono tifosissimo della Roma da quando avevo 6 anni, ma purtroppo vinciamo lo scudetto ogni 20 anni. Il secondo è che sono tifoso accesissimo di Silvio Berlusconi”.
Poi aggiunge: “ Il giudice Esposito doveva evitare di giudicare Berlusconi per via dell’antipatia. Comunque ho letto le smentite, alla fine vedremo chi ha ragione”.
E poi attingendo a piene mani dalla lingua di Dante: “ Non ho mai detto puttanate in vita mia”.
Eppure proprio Fama ha ricordato al Fatto che questa primavera Castiello voleva riorganizzare la cena con Esposito e un mese fa al giudice aveva personalmente chiesto, tramite sms, di ripetere la serata di due anni prima.
E meno male che era indignato per quelle frasi. Non solo.
Ma perchè le ha ritirate fuori dopo la sentenza e non prima?
Castiello tentenna, poi prova a spiegare: “Ma scusi, non immaginavo. Io non ce l’ho con nessuno. Potevo mai immaginare che poi Berlusconi sarebbe stato condannato ed Esposito sarebbe stato il suo giudice? Poi mi ero detto: quando arriveranno le carte Esposito capirà ”.
Dopo si lascia andare a un ulteriore verdetto: “Il giudice Esposito è equilibrato, tanto è vero che ha rinviato la rimodulazione della pena accessoria”.
Dice proprio così, vestendo per pochi minuti i panni d’avvocato.
L’imprenditore accusatore è un berlusconiano di ferro, “Silvio è il mio idolo” ricorda con orgoglio.
Ma Castiello chiude repentinamente la conversazione quando gli chiediamo se vanta rapporti, assolutamente legittimi, anche con esponenti del Pdl, tipo con la deputata Jole Santelli, cosentina di nascita, sottosegretario, che nel 2001 venne eletta proprio nel collegio della vicina Paola.
Misteriosamente Castiello si inalbera: “Conosco Jole, è un delitto? Sono fatti miei. Arrivederci, basta!”.
Chiusa la conversazione, Castiello vuole godersi un poco di riposo nella sua villa con piscina vista mare, mentre Nero, per qualche giorno, sarà  all’estero.
Per ora la commedia dell’estate può finire qui.
A Scalea si torna a parlare del Napoli e di pallone mentre arriva un acquazzone estivo con venticello liberatorio, venuto a spazzare via il caldo. Speriamo spazzi via anche le bufale ferragostane.

Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DICIAMO QUALCHE VERITA’ SUL TENTATIVO DEGLI EX AN DI “RITROVARE LA CASA COMUNE”

Agosto 22nd, 2013 Riccardo Fucile

SFRATTATI DAL PDL E DAGLI ELETTORI, PENSANO DI RICICLARSI E TROVARE UN TETTO NEL CAMPO NOMADI DI BRUXELLES… INSIEME APPASSIONATAMENTE A MANFREDONIA CHI HA DATO DEL MAIALE A FINI, CHI HA LUSTRATO LE SCARPE A SILVIO E CHI DIFENDERA’ ANCORA IN PARLAMENTO UN PREGIUDICATO: I MIRACOLATI DA FINI DOVREBBERO RIUNIRSI AL CIE, IN ATTESA DI ESPULSIONE

I toni sono epici:   “sarà  una Festa Tricolore destinata a riaccendere entusiasmo ed orgoglio di partito. Dalla svolta strategica ponentina di Fiuggi, allo sguardo a Levante per la rinascita di un’Alleanza, a cui questa volta il sale marino di Manfredonia aggiunge il sapore di una sfida nuova, per un’azione politica tutta da ritrovare“.
Poi si passa alla commozione (cerebrale): “la scelta metaforica della piazza antistante la Cattedrale di Manfredonia, con la grande statua di Papa Giovanni XXIII, per esortare tutti alla “pratica della ricerca di ciò che unisce” piuttosto che rinfacciarsi quanto finora ha invece diviso l’intera Destra“.
Quindi il lapsus freudiano: “l’utilizzo del simbolo storico di Alleanza Nazionale, un’esigenza vitale per affrontare le prossime tornate elettorali. Prima fra tutte quella europea del 2014“. Tradotto: votateci perchè teniamo famiglia.
Per finire con l’obiettivo impellente dei senza tetto: “incamminarci tutti insieme verso una Costituente Nazionale. Consapevoli della necessità  di riaggregare le varie componenti della diaspora, per ricostruire la casa comune e resettare tutte le situazioni inceppate della parentesi berlusconiana”.
Una parentesi peraltro durata vent’anni, grazie alla loro connivenza, ma questo non è citato nel programma.
A Manfredonia, dal 22 al 25 agosto, ci saranno quasi tutti: da Storace ad Alemanno, da Tatarella alla Poli Bortone, da Crosetto a Saccomanno, e poi Urso, Menia, Viespoli, Nania.
In pratica quasi tutti coloro che hanno affossato la destra italiana e che ora, solo dopo essere stati sfrattati, chi dalla casa madre Pdl, chi trombati dagli elettori, si ergono a sedicenti “costruttori” della sua rinascita.
Chi ha seguito Fini nell’esperienza di Fli a fianco di chi lo definì maiale, chi è riuscito a distruggere la destra sociale in nome del vetero-familismo con i fautori del liberismo senza confini, fratelli-coltelli con sorelle d’Italia. uno spaccato di zingari della politica che il problema di trovarsi “senza casa”, dopo lo sfratto ricevuto dal Pdl, in divenire Forza Italia, potrebbero meglio risolverlo chiedendo asilo   in un campo nomadi.
Scelta non casuale, vista la loro esperienza al riguardo: da venti anni molti di loro hanno costruito la loro fortuna politica rompendoci le palle solo con zingari e immigrati.
Ora che sono rimasti senza poltrona in similpelle potrebbero provare l’ebrezza di soggiornare 18 mesi in un Cie, piuttosto che alla buvette di Montecitorio.
In un altro Paese europeo, una classe dirigente bocciata dagli elettori avrebbe il buon gusto di ritirarsi a vita privata e favorire così il ricambio generazionale: sono emerse così le leadership dei cinquantenni in Francia e in Gran Bretagna, in Spagna e in Germania, in Olanda e nei Paesi nordici.
In Italia no: chi ha distrutto la destra in venti anni di scelte sbagliate si arroga pure il diritto di volerla far rinascere e di “rappresentare il nuovo”.
Rispolverando una vecchia patacca, quella di An, un partito che si è contraddistinto per non aver celebrato un congresso vero per anni, che si identificava solo nel suo leader e nell’aver saputo distribuire poltrone a personaggi in crisi di astinenza da tempo.
Saziati i colonnelli e le truppe scelte, nessuno ne ha rimpianto lo scioglimento, salvo forse Menia che criticò la fusione nel Pdl e coerentemente poi aderendovi ne beneficiò per anni.
Si parla di “resettare   tutte le situazioni inceppate della parentesi berlusconiana”: bene, ma dove erano costoro durante i venti anni di berlusconismo, in cui ne hanno condiviso le scelte?
A parte i “futuristi di Fli” che si sono peraltro smarcati solo negli ultimi due anni, perchè, se occorre resettare tutto, non si dovrebbe resettare anche loro?
Si dice “occorre ricostruire la casa comune”, quella della destra di An: a parte che solo ad avere” vicini di casa” certi soggetti, ci sarebbe da imbottirsi di tranquillanti, poniamo una semplice domanda: operazione politica a che fine?
Ovvero, anche se si raggiungesse la soglia del 4%   (cosa a cui non crediamo)
sommando tante debolezze, poi lo scopo sarebbe sempre quello di fare la ruota di scorta di Forza Italia?
E allora tanto varrebbe iscriversi al partito del pregiudicato, che vi agitate tanto a fare.
Perchè qui sta la discriminante: o si cerca un percorso autonomo di una moderna destra europea o si marcisce nel berlusconismo.
O si sta con la legalità  o coi frodatori pregiudicati.
O si applaude quel “ravatto” leghista di Bonanno o gli si tirano due schiaffi davanti a tutti.
Ecco una proposta da sottoporre a Crosetto a Manfredonia: faccia votare le nove sorelle d’Italia per la legalità  e per la decadenza di un pregiudicato o taccia per sempre.
Parte da lì la credibilità  di una nuova destra in Italia, non dai pateracchi per una poltrona a Bruxelles.
Ultima riflessione di costume: tanti uomini di destra, quelli veri, sono andati innocenti in galera a testa alta, ai tempi degli “opposti estremismi”.
Per non parlare del dopoguerra, quando migliaia di innocenti sono stati trucidati guardando negli occhi i loro assassini.
Non hanno corrotto, non hanno fatto approvare leggi ad personam, non hanno insultato i magistrati, non hanno preteso “agibilità  politica”, non hanno ricattato.
Questa è la differenza tra un uomo di destra e un vigliacco.

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LOS ANGELES TIMES: “I BAGNANTI CHE SI TUFFANO IN MARE E SALVANO I MIGRANTI, ONORE DELL’ITALIA”

Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile

L’ITALIA DELLA SOLIDARIETA’ CONQUISTA LE PRIME PAGINE DEI MEDIA MONDIALI… NAPOLITANO: “IMMAGINI CHE FANNO ONORE ALL’ITALIA”

È successo due giorni fa sulla spiaggia di Morghella, a Pachino (Siracusa), dove il barcone con 160 persone stipate a bordo, si è arenato a pochi metri dalla riva.
Alcuni immigrati si sono tuffati in mare cercando di raggiungere a nuoto l’arenile, ma la maggior parte è stata tratta in salvo dagli uomini della Guardia costiera e dai bagnanti che hanno formato una catena umana.
Le immagini dei bagnanti che si sono «spinti generosamente in mare» per aiutare i profughi «mostrano come prevalga negli italiani un senso di umanità  e solidarietà  più forte di ogni pregiudizio e paura” ha sottolineato con soddisfazione Giorgio Napolitano.
Tra i 160 migranti erano diverse le donne in stato interessante e oltre cinquanta i bambini, questi ultimi portati a riva dai gommoni della capitaneria.
L’immagine dei bagnanti che si stringono l’un l’altro per aiutare i migranti ha fatto il giro del mondo: quel segno di solidarietà  è la foto del giorno del Los Angeles Times.
IL PLAUSO DEL CAPO DELLO STATO
Le immagini della spiaggia di Siracusa «mostrano come – di fronte alla tragedia, quotidianamente vissuta a Lampedusa e altrove, di quanti cercano asilo fuggendo da guerre e persecuzioni – prevalga negli italiani un senso di umanità  e solidarietà  più forte di ogni pregiudizio e paura. Sono immagini che fanno onore all’Italia», ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

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LO IUS SOLI DI CHI LOTTA PER LA VAL SUSA

Agosto 14th, 2013 Riccardo Fucile

IN UN TERRITORIO MILITARIZZATO NEGATO IL DIRITTO DI DIFENDERE IL PROPRIO TERRITORIO… UN GIORNO AL GIARDINIERE VERRANNO RESTITUITE LE CESOIE E L’ONORE

Un contadino esce di casa per andare a zappare la sua vigna che sta dall’altra parte della strada.
Per farlo deve passare un posto di blocco fisso di soldati, esibire tutti i giorni un documento all’andata e al ritorno, nei dieci metri da casa a vigna.
La strada non segna un confine tra due stati, è tutta in un solo territorio.
Un giardiniere viene denunciato per possesso di arma impropria atta a offendere: nel bagagliaio della sua auto hanno trovato e sequestrato il corpo del reato, un paio di cesoie da potatura.
Di quale luogo del mondo questi due fotogrammi sono esempio di ordinaria persecuzione?
Il vincitore del quiz vince un viaggio premio nel posto indovinato: la Val di Susa.
Si sente parlare in questi giorni di ius soli, il diritto di essere cittadini del luogo in cui si nasce.
Da noi è negato.
Importiamo in abbondanza termini inglesi per qualunque argomento, con la goffaggine provinciale di crederli più autorevoli.
In questo caso però non adoperiamo il corrispondente “birthright citizenship”, cittadinanza per diritto di nascita.
Perchè in quella lingua è diritto automatico per chiunque nasca su suolo degli Stati Uniti, navi e aerei compresi.
Usare il termine inglese comporterebbe la necessità  di adeguarsi alla norma. Perciò viene esumato il latino, utile a negare.
Esiste un altro tipo di ius soli, di buon diritto al suolo.
È quello di una comunità  che difende il proprio territorio dalle invasioni.
In Val di Susa da molti anni è in corso una invasione di truppe al servizio di uno Stato che vuole imporre con la forza la riduzione in servitù di una vallata, di una comunità , di un suolo.
In Val di Susa è in corso da altrettanti anni la più decisa e insuperabile resistenza al programma di stupro del territorio.
La lotta a oltranza della comunità  della Val di Susa è legittima difesa della salute della loro madre terra.
È diritto di sovranità  sul proprio suolo, sulla propria aria, sulla propria acqua: sulla vita stessa minacciata.
Buffoni di corte delle banche dichiarano strategica l’opera di sventramento che è invece superflua, tossica e sfruttata solo per spendere fondi europei.
Mi arrogo abusivamente uno scampolo di profezia: quell’opera di scasso , sostenuta da occupazione militare, non si farà  mai.
La Val di Susa vincerà  perchè non ha altra possibilità , non ce l’ha una valle nè una vita di riserva e non si lascerà  deportare.
A fronte dell’incarognimento della rappresaglia di Stato contro la loro comunità , cresce la resistenza corale, pubblica, unanime, che insieme al suolo riscatta la dignità  di cittadini, che non si fanno degradare a sudditi di un feudo.
Oggi la Val di Susa è una grande piazza Taksim di Istanbul, una estesa Plaza de Mayo di Buenos Aires, una delle cellule del mondo immuni al cancro della sottomissione.
Perchè chi si arrende, si ammala.
Invece la vallata sprizza di salute pubblica, di fraternità , di volontà  di battersi.
Se ne andranno le truppe di occupazione, il contadino andrà  a zappare la sua vigna attraversando la strada sgombra dal posto di blocco.
Al giardiniere verrano restituite le cesoie e l’onore.

Erri De Luca
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A MASSIMO CACCIARI: “SINISTRA, QUELLA PAROLA NON SERVE PIÙ, CHI LA USA È UN CONSERVATORE”

Luglio 31st, 2013 Riccardo Fucile

“CONTINUARE CON GLI STESSI TERMINI PER OPPORSI ALLA DESTRA OFFUSCA LA REALTA'”… “URGENTE E’ IL FARE, RISOLVERE I PROBLEMI, SOLO I BUONI PROGETTI CONTENGONO VALORI”

Sinistra è una parola maldestra. I giochi con le parole possono essere rivelatori.
La parola sinistra è segnata dal marchio dell’insufficienza, condannata da un destino inscritto nella sua stessa etimologia latina: sinisteritas significa inettitudine, goffaggine.
Quando Massimo Cacciari aprì con queste considerazioni uno “scandaloso” convegno romano su “Il concetto di sinistra”, la sua ironia filologica sembrò del tutto fuori luogo: era il 1981, l’era Reagan-Thatcher era all’alba del suo cinico vigore, e di sinistra sembrava esserci un gran bisogno nel mondo.
Trent’anni dopo il filosofo veneziano non ha cambiato idea, anzi è la storia che sembra aver dato ragione alle sue profezie lessicali: se la destra si è destreggiata bene o male, la sinistra appare sempre più sinistrata.
Al punto che «quella parola non ci serve più, è disossata, desemantizzata, continuare a usarla è dannoso, offusca la visione della realtà ».
Eppure, professore, nonostante quella maledizione etimologica, la parola sinistra è sopravvissuta a molte altre etichette della politica, come se lo spiega?
«Tornare alla radice latina della parola sinistra, in quel convegno, fu più che altro un divertissement, ma la provocazione serviva per dimostrare che le parole non sono eterne o neutrali nel loro significato. È vero, la parola sinistra non è scomparsa, anzi ha rimpiazzato altri aggettivi decaduti nelle denominazioni di alcuni partiti, ma è diventata sempre più porosa. Nel senso che assorbe ogni giorno significati e succhi diversi, è una parola instabile e in definitiva inservibile».
Ma quando lei la dichiarò tale, era decisamente più solida, no?
«Indicava qualcosa di storicamente circoscritto. Già  allora non si dicevano tutti “di sinistra”, a sinistra. Sinistra indicava socialdemocrazia, welfare postkeynesiano, ridistribuzione del reddito. Gli altri erano comunisti, era difficile che un comunista si definisse “di sinistra”. La parola sinistra, allora, aveva un forte contenuto politico, era una distinzione riconoscibile anche sul piano valoriale, ma tutto questo perchè esisteva la destra, c’erano i non-democratici, c’erano i fascisti. Però, già  allora, chi voleva capire sapeva che quella distinzione non era universale, era legata a una stagione della storia e stava ormai evaporando con essa ».
Per quale motivo?
«L’opposizione destra-sinistra è lineare, bidimensionale. Se manca uno dei due termini crolla anche l’altro. Gli ultimi avversari di destra furono appunto Reagan e Thatcher, una destra mondiale agguerrita e molto chiara nei suoi princìpi e molto innovatrice nelle sue tecniche. Fu quella l’ultima grande occasione di “fare qualcosa di sinistra”, ma bisognava coglierla
in modo nuovo, rinunciare al keynesismo, prepararsi al futuro, nei programmi e negli strumenti. Invece la risposta fu conservatrice: rinforzare le basi storiche e ideologiche di una sinistra che si oppone ai “reazionari”. Ma per la scienza politica, reazionario è chi vuole riportare indietro la ruota della storia a prima della rivoluzione francese. E nè Thatcher nè Reagan nè nessun altro che si vedesse in giro proponeva di tornare al Re Sole».
In quel convegno Paolo Flores d’Arcais, pur proponendone la rifondazione concettuale, difendeva la parola sinistra come “stenogramma” dei valori della Rivoluzione francese. Non può essere ancora così?
«Ma dopo la Rivoluzione francese tutta la politica, non solo la sinistra, ha dovuto muoversi nello spazio prospettico definito da quelle parole: uguaglianza libertà  fratellanza. Però per ciascuna è stato necessario chiedersi: quale? In che modo? Eguaglianza come opportunità  o come diritto, come punto di partenza o di arrivo? Le risposte sono state diverse, storicamente non tutte definibili “di sinistra”».
Neppure Bobbio, dieci anni dopo, la convinse a recuperare il concetto?
«Nel suo sforzo di definire le basi di un “tipo ideale” della sinistra, Bobbio ricorse all’idea guida di uguaglianza. Ma era una base disperatamente povera, non sorreggeva una vera dualità , una vera opposizione. Chi mai oggi promuove la diseguaglianza? Voglio dire, chi la propone apertamente come programma politico? È chiaro che la diseguaglianza esiste, anzi cresce, ma non è un’ideologia, è un fatto. La diseguaglianza non è il programma odioso di un avversario riconoscibile, semmai è la forma che ha assunto la globalizzazione, è l’anonimo che ha preso il volto dello stato di natura, dell’inevitabile, e nessuno se lo intesta. Se poi volete dire che combattere le ineguaglianze è necessario, siamo d’accordo; se volete dire che questo è il senso dell’essere di sinistra, fate pure, ma siamo ancora all’inizio, non abbiamo ancora definito niente. Come si superano le diseguaglianze? Con quali strumenti, istituzioni, aggregazioni politiche?»
Trent’anni fa lei si chiedeva se avesse senso tentare di recuperare la parola sinistra. Ha una risposta oggi?
«Sì: negativa. Quello che ha senso oggi è ridefinire una politica di cambiamento. Le soluzioni non si collocano più a un preciso punto della scala che va da destra a sinistra. Le soluzioni non le trovi nell’apposita casella, le devi cercare nelle trasgressioni della topografia politica, nell’uscita “catastrofica” dal piano bidimensionale. L’elettrone, ci dice la scienza, non ha un luogo, è un fascio di onde. Così deve essere il pensiero politico. Io cominciai a dialogare con gli intellettuali di destra trent’anni fa. Mi maledirono per questo. Urgente è il fare. Rivolgersi ai problemi. Chiedersi cosa è Europa, cosa è nazione, come si affronta la globalizzazione. Non c’è un prontuario di sinistra per queste cose, perchè la disposizione concettuale destra- sinistra è arcaica, lineare, mentre il mondo oggi è multidimensionale ».
Soluzioni pragmatiche. E i valori? E l’etica?
«I valori in politica sono i buoni progetti. Che la politica possa rendere giusto il mondo lo raccontano nei comizi. Se me lo chiede, per me il mondo è un inferno e lo resterà  fino a quando ci sarà  un solo uomo che muore di fame. Ma se faccio politica il mio compito è cercare soluzioni praticabili e compatibili per far morire di fame un po’ meno persone. Politica è il calculemus di Leibnitz».
Ma l’insieme di questi calcoli pragmatici dovrà  pure avere una coerenza, e quella coerenza non può avere un nome?
«E perchè deve averlo? Se il mio progetto politico ha coerenza, bene, chiamalo Geppetto o Tonino, o Partito Riformista, non è quello che importa… In ogni caso, se vuoi fare una cosa nuova devi dire una cosa nuova, o il tuo linguaggio oscurerà  la realtà . A me hanno insegnato che una parola ha senso all’interno di una frase, non da sola. Sinistra era una parola della frase keynesiana, democratico-antifascista, che non ci serve più, non ci sono più i fascisti, siamo tutti democratici. Se insisto a dire sinistra, mi porto dietro una dicotomia che è segnata dalla storia, mi ancoro a un passato. Chi si dice “di sinistra” oggi è un perfetto conservatore, si nasconde dietro i simulacri. È la parola rifugio degli apparati, so bene perchè la usano, perchè non hanno altro in zucca, è inerzia pura».
E il militante? Lui ha un’esigenza diversa, e sincera, di identità , di autoriconoscimento.
«Il militante capirebbe benissimo. Il suo scopo è cambiare il mondo, non definire se stesso. Definirsi con una parola porosa e impoverita lo danneggia, lo lascia con una bandierina da sventolare e qualche comportamento virtuoso spicciolo che non è per nulla identitario. Forse qualcuno a destra sostiene che bisogna inquinare o sprecare le risorse della terra? ».
Ma il militante “di sinistra” continua a chiedersi: cosa sono? E perchè sono quello che sono?
«Essere è fare, politica è actuositas. I veri rivoluzionari hanno sempre pensato questo: io sono quel che faccio. Il viceversa, faccio perchè sono, faccio quello che sono, è la radice dei totalitarismi».

Michele Smargiassi
(da “La Repubblica“)

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“FRATELLI D’ITALIA” SI SPUTTANA: DICE SI’ ALLA MOZIONE DELLA LEGA CHE CHIEDE UN REFERENDUM PER LA LOMBARDIA INDIPENDENTE

Luglio 26th, 2013 Riccardo Fucile

A BRESCIA IN PROVINCIA PASSA LA PROPOSTA CON IL VOTO DI PDL E FDI, QUELLI CHE PARLANO DI PATRIA, TRICOLORE E UNITA’ NAZIONALE

Un referendum per chiedere l’indipendenza della Lombardia.
Lo reclama una mozione approvata idal Consiglio provinciale di Brescia.
La proposta, à§a va sans dire, è arrivata dal gruppo della Lega Nord, che in un momento di profonda crisi di consensi sceglie di tornare a cavalcare i vecchi cavalli di battaglia, sventolando ancora una volta la bandiera della secessione (seppur per via referendaria), forse nel tentativo di ravvivare qualche tizzone ardente rimasto nascosto sotto la fitta coltre di cenere che si è posata sul movimento, consumato dalle lotte intestine e ormai incapace di dialogare con il proprio territorio.
Al documento è arrivato anche il voto favorevole del Pdl e di Fratelli d’Italia.
“Si tratta di una data storica per la nostra terra. Per la prima volta un ente istituzionale si esprime in modo favorevole alla promozione di un referendum popolare attraverso cui i cittadini lombardi possano liberamente esprimersi in merito all’indipendenza della regione”. Le parole e i toni trionfali sono quelli di Fabio Rolfi, consigliere regionale della Lega Nord e segretario provinciale bresciano del Carroccio.
Rolfi, che con la Lega a Brescia ha da poco perso le elezioni amministrative vinte da Emilio Del Bono (Pd), oltre a ringraziare chi ha “capito l’importanza della questione” ha anche stigmatizzato il comportamento di chi, come i consiglieri del Partito democratico, ha “scelto di dichiararsi contrario”, dimostrando in questo modo “di essere prima burocrati di partito e poi lombardi”.
In una cosa Rolfi ha senz’altro ragione: è la prima volta che un’istituzione lombarda approva una mozione che di fatto si dichiara favorevole all’indipendenza della regione, calpestando il principio dell’Unità  nazionale.
La mozione approvata dal consiglio provinciale Bresciano afferma che è “facoltà  del popolo lombardo di invocare e rivendicare il diritto alla verifica referendaria, in modi e forme legali e democratiche, dell’atto di annessione della Lombardia all’ordinamento statutale italiano a seguito delle guerre risorgimentali”, appellandosi inoltre al diritto all’autodeterminazione dei popoli (elencando un’ampia casistica).
Diego Peli, capogruppo del Pd in consiglio provinciale, risponde con una battuta: “La patente di lombardi non ce la danno certo loro” e poi entra nel vivo della questione: “La mozione in Provincia è una pura mossa politica che tra l’altro cozza con tutte le scelte fatte fino ad oggi dalla Lega, che ha condotto la campagna elettorale parlando di macroregione del nord, per anni ha parlato di Padania e di secessione, oggi chiede un referendum per l’autodeterminazione della Lombardia. Ogni 15 giorni cambiano idea”.
Se la Lega non desta più stupore, è indubbio che non si comprende come possano aver votato a favore sia il Pdl che Fratelli d’talia: non era La Russa il ministro della Difesa che difendeva fino a ieri il tricolore e l’unità  nazionale, non era la Meloni che organizzava e partecipava alle feste tricolori?
E il neo acquisto Alemanno cosa ne pensa?
Sono queste le basi su cui vogliono ricostruire la destra in Italia?

Alessandro Madron

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PAPAO MERAVIGLIAO

Luglio 25th, 2013 Riccardo Fucile

“DENARO, SUCCESSO, POTERE, PIACERE NON DEVONO ESSERE IDOLI”

La pioggia incessante e il freddo dell’inverno brasiliano non hanno fermato più di centomila pellegrini provenienti da ogni canto del mondo, ma solo 45mila di loro hanno avuto accesso alla basilica di Nostra Signora della Concezione di Aparecida, a circa 150 chilometri da Sà£o Paulo, dove Papa Francesco, ha realizzato la sua prima visita sul campo nell’ambito delle celebrazioni della Giornata mondiale della gioventù in corso a Rio de Janeiro.
“I giovani non hanno solo bisogno di cose, ma anche di valori”, ha detto in spagnolo Bergoglio, nella sua omelia diretta a 1100 padri, 50 vescovi e decine di migliaia di fedeli, incluso quelli che non sono riusciti ad entrare nella basilica a causa dei ritardi dovuti ai controlli della sicurezza.
Il Papa nel suo discorso ha criticato il consumismo sfrenato e l’idolatria effimera basata sul “Denaro e il piacere”, i quali sono “idoli passeggeri” nella vita.
Il Pontefice, grande devoto di “Nossa Senhora de Aparecida”, tanto da dichiarare che tornerà  nel 2017 in Brasile per partecipare all’anniversario dei 300 anni del quarto santuario più visitato al mondo, ha puntato l’attenzione su tre attitudini fondamentali per costruire un “Mondo più giusto”.
I punti per il pontefice sudamericano sono “Conservare la speranza”, “Lasciarsi sorprendere da Dio” e “Vivere in allegria”.
Non è ovviamente mancata l’attenzione del Papa nei confronti dei giovani. “Loro sono un potente motore per la Chiesa e la società ”, “A loro dobbiamo presentare valori soprattutto non materialistici, come generosità , fratellanza, perseveranza e allegria” ha detto il pontefice.
La moltitudine di fedeli che non è potuta entrare nell’immensa basilica, che ha una capienza di 45 mila persone, hanno potuto assistere alla messa attraverso i megaschermi posti all’esterno del santuario.
L’accesso ai fedeli nella basilica dedicata alla patrona del Brasile è stato ristretto anche per motivi di sicurezza.
L’incolumità  del Papa è diventata l’incubo del governo brasiliano, il quale teme che la protesta presente sulle strade del gigante risvegliato possa interferire sulla visita del primo Papa sudamericano in viaggio in America Latina.
Domenica scorsa era stata trovata nella sacrestia della basilica, una bomba artigianale che, seppure di potenza insignificante, secondo gli artificieri della polizia, ha fatto scattare l’allarme.
Cinquemila uomini delle Forze armate e della Sicurezza pubblica sono stati mobilizzati per garantire che tutto potesse andare per il verso giusto e impedire anche a circa 400 manifestanti del Movimento dei lavoratori senza tetto potessero raggiungere la basilica.
Intorno al santuario e lungo il tragitto del Papa sono stati proibiti cartelli di protesta. Dopo la messa, il Pontefice ha mangiato e riposato nel seminario Bom Jesus, prima di riprendere l’elicottero e dopo l’aereo dell’Aeronautica militare brasiliana che l’ha ricondotto a Rio de Janeiro.
Il tour de force del Papa è continuato nel pomeriggio nella capitale carioca, dove ha inaugurato un centro di disintossicazione per dipendenti chimici nell’ospedale Sà£o Francisco de Assis nel bairro da Tijuca.

Giuseppe Bizzarri

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IN RICORDO DI LAURA, UNA VITA SPESA IN DIFESA DEI DIRITTI DELLE DONNE

Luglio 24th, 2013 Riccardo Fucile

LA SINDACA DI CARDANO E’ STATA UN ESEMPIO DI COME NELLA VITA POLITICA CONTINO I VALORI COMUNI E LA SOLIDARIETA’ FEMMINILE

Laura Prati viene ricordata oggi in tutta Italia: dal Senato, dove è stato osservato un minuto di silenzio, fino al consiglio regionale lombardo.
La sindaca di Cardano era stata colpita all’addome lo scorso 2 luglio, da un dipendente comunale, l’ex vigile Giuseppe Pegoraro.
In seguito erano subentrati problemi cerebrali a causa di un aneurisma.
Laura   era una donna forte e apprezzata per il suo impegno per i diritti civili e per il ruolo della donna nella vita publica e privata
A Roma un intervento in senato è stato affidato a Erica D’Adda, senatrice di Busto Arsizio, amica personale della Prati.
«Continueremo — ha detto la senatrice D’Adda – da dove Laura Prati ha lasciato, a partire dall’ultimo convegno sul femminicidio. Oggi è il giorno per piangere con il marito Pino e i figli Massimo e Alessia, il momento di lasciare che la rabbia contro quanto e’ accaduto gridi forte. Noi donne, tue amiche, continuando la tua opera costruiremo per te un ricordo indelebile sul nostro territorio».

Un folle, bianco, rosso, nero, non importa..
Uno con le armi da guerra in casa, un lavoro da vigile finche’ non l’hanno denunciato e sospeso per truffa.
Uno di quelli che, siccome è nato in questo Paese e   aveva un lavoro, anche se ogni tanto dava segni di aggressività , anche se si mormorava che non fosse tutto a posto, alla fine si diceva che era un brav’uomo.
Non ha preso un piccone, ma le sue armi da guerra ed ha sparato, ha ferito, ha ammazzato.
Poteva andare peggio, molto peggio, ma da lassù qualcuno ha deciso di aiutare molti, tutti.
Tranne Laura.
Secondo molti perchè ha voluto prendersela e portarsela vicina, lei che aveva combattuto contro la violenza:   ha voluto portarla lontana da un mondo in cui la violenza è quotidiana, ci circonda.
Da un mondo in cui se quel signore fosse stato rosso giallo o nero ci sarebbero stati cortei per le strade e urla di sdegno su tutta la rete.
Invece rassegnatevi, è bianco, italiano, europeo.
Tutto tranquillo, tutto nella norma, anzi stendiamo un velo di silenzio,
Hai visto mai qualcuno dovesse insinuare che molti uomini italiani sono violenti.

una sua cara amica

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CARO RODOTA’, C’E’ CHI A DESTRA LA DIGNITA’ L’HA MANTENUTA

Luglio 23rd, 2013 Riccardo Fucile

E PER VERITA’ STORICA LE RIFORME SOCIALI, IL WELFARE, LA SCUOLA E LA SANITA’ PUBBLICA, LA TUTELA DEI LAVORATORI IN ITALIA LE HA INTRODOTTE IL FASCISMO, NON LA SINISTRA

Nell’intervista a Stefano Rodotà  che pubblichiamo, il giurista dice cose in gran parte condivisibili: non a caso è un politico di sinistra “poco ortodosso”, inviso a gran parte della nomenklatura Pd.
Ma anche lui non dice tutta la verità , o quanto meno rivela vuoti di memoria che non dipendono certo dalla sua età , ma da una innata inclinazione della sinistra italiana a imporre gramscianamente la propria presunta “egemonia culturale”.
Nello specifico, Rodotà  afferma che valori quali l’eguaglianza, il lavoro, la solidarietà , la dignità  siano patrimonio della sinistra. E che debbano pertanto rimanere ben distanti e distinti la destra e la sinistra, concetto messo in pericolo da una “pacificazione” strisciante che lo fa inorridire.
Forse dovrebbe rivolgere questo appello in primis al futuro candidato premier del suo ex partito, quel Matteo Renzi che nella fattispecie non mi pare abbia le idee molto chiare.
O forse dovrebbe chiedersi quali siano le basi di questo riavvicinamento tra certa destra e certa sinistra: se più che questioni ideologiche non siano ormai solo interessi comuni di potere che riavvicinano gli “opposti estremismi”.
Ma non ci interessa entrare in questo aspetto delle sue considerazioni, guardiamo oltre.
L’errore di fondo della sua analisi è un altro: ritenere, o peggio voler far credere, che la destra italiana sia rappresentata da quella “berlusconiana” che tutto è salvo che una destra con solidi riferimenti e radicati appoggi storici.
Non è infatti una destra dal “senso dello Stato”, del “rispetto delle istituzioni”, dalla “lotta alla corruzione”, dal “largo alla meritocrazia”, nel solco della classica destra storica liberale o conservatrice.
Non è una destra delle riforme, delle liberalizzazioni, del principi cattolici della solidarietà , del ruolo europeo del nostro Paese, come tante altre destre del nostro Continente.
Quella cui si riferisce Rodotà  è semplicemente un partito del Principe che sceglie i suoi vassalli in base a criteri personali di fedeltà , comunque la si pensi, in aperto contrasto quindi con i metodi di selezione posti in essere dalle altre destre europee.
E un attento studioso come Rodotà  non può dimenticare che, pur generalizzando sul termine destra come lui lo fa con il concetto di sinistra, se in Italia sono state approvate prima che in tutti gli altrui Paesi europei leggi a tutela dei lavoratori, delle donne, del lavoro minorile, norme previdenziali e anti-infortunistiche, disposizioni in tema di orario di lavoro e maternità  e infanzia, di scuola e sanità  pubblica, non lo si deve certo alla sinistra, ma al cavalier Benito Mussolini.
E che nel dopoguerra una certa parte della Dc, quella più legata ai valori della solidarietà , ha mantenuto posizioni a tutela dei diritti, così come, in una certa fase il craxismo (il famoso socialsmo tricolore).
Probabilmente esistono valori comuni trasversali che Rodotà  non ama ammettere ai fini dei suoi ragionamenti di parte: nessuno auspica omogeneizzati, solo civile confronto di idee nelle differenze.
Ma senza che nessuno vesta l’abito di cattedratico senza averne titolo.
Quanto alla dignità , che investe comportamenti sempre personali, per molti a destra (quella vera) è stata una scelta di vita e di coerenza.
Ricordo il mio esame di maturità , una commissione di docenti   esterni di sinistra e con il membro interno che mi disse: “hai perso qualche punto sostenendo certe tesi di destra agli orali”.
Nessun problema, per me solo un motivo di orgoglio.
Anche da queste parti la dignità  non è mai stata in vendita, caro Rodotà …

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