Luglio 7th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO UNA PIOGGIA DI IMPROPERI DEGLI ISCRITTI CONTRO IL NUOVO CORSO “SOVRANISTA” DEL SEGRETARIO…E ANCHE RENZI LO FA SPARIRE DALLA SUA PAGINA
La pagina ufficiale su Facebook del Partito Democratico ha pubblicato poco fa un post tratto dal
libro di Matteo Renzi in cui il segretario del PD usa uno slogan che molto spesso è stato sentito in bocca a politici di destra: «Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro».
Il post è stato accolti da una sequela di improperi e commenti negativi e critici in cui Renzi viene paragonato a Salvini, in cui si chiede se il nuovo social media manager della pagina sia Fabrizio Rondolino, o si dice che il PD somiglia alla Lega Nord, mentre c’è chi contesta che la pagina del Partito Democratico sia utilizzata per la pubblicità del nuovo libro di Matteo Renzi.
Circa una cinquantina di minuti dopo la pubblicazione, il post è stato rimosso dalla pagina Facebook del Partito Democratico.
Anche il post sul sito del Partito Democratico è stato tolto. Non solo.
Pochi minuti prima della pubblicazione sulla pagina del Partito Democratico, il post era stato pubblicato sulla pagina di Matteo Renzi, e successivamente rimosso.
Qualche minuto dopo la pagina del Partito Democratico ha pubblicato un altro post con un estratto dal libro di Renzi, ma stavolta cambiando completamente la citazione e prendendone una più “potabile”:
‘La storia è fatta di migrazioni. Ma anche il futuro lo sarà , sempre di più. Chi va in tv promettendo soluzioni in venti giorni ignora — o finge di ignorare — che questo problema durerà almeno altri vent’anni. E non abbiamo alternative a una gestione complessiva e complicata. Invece, per il bisogno spasmodico di dare una risposta tempestiva alle agenzie e alle dichiarazioni del momento, è mancata la necessaria profondità politica di una riflessione in questo settore. È giusto e doveroso riconoscerlo’
Ovviamente della sostituzione (etnica?) si sono accorti in molti. Sembra davvero che il PD abbia un problema bello grosso di comunicazione. O meglio di coerenza dei contenuti.
(da “NextQuotidiano“)
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Luglio 1st, 2017 Riccardo Fucile
“FUORI DAL PD C’E’ LA SCONFITTA DELLA SINISTRA”… “C’E’ IN GIRO NOSTALGIA DEL PASSATO, NOI SIAMO QUI PER SCRIVERE IL FUTURO”
“Ci raccontiamo un passato meraviglioso che non è mai esistito. C’è chi prova a riscrivere il
passato, noi scriviamo il futuro”.
Matteo Renzi all’assemblea nazionale dei circoli Pd mette subito in chiaro il suo messaggio: “Vorrei proporvi un percorso che superi la nostalgia”, spiega sottolineando che “nostalgia viene dal greco e fa riferimento al tornare e al dolore. Noi siamo in un momento in cui la politica sembra in mano alla nostalgia. Sembra ci raccontiamo che c’è stato un passato che invece non è mai esistito. C’è un sacco di gente che sta riscrivendo il passato, noi siamo qui a scrivere il futuro”.
Più esplicito un altro passaggio del suo discorso: “Se c’è qualcosa di cui ho nostalgia è di quando il Pd ospitava il futuro. Non ho nostalgia dei tavoloni delle riunioni con dodici sigle, di alleanze che si chiamavano l’Unione e litigavano dalla mattina alla sera e si parlavano addosso” dice Renzi, “non ho nostalgia di quando un ministro votava in consiglio dei ministri, poi scendeva in piazza contro la decisione del presidente del Consiglio. Con quel meccanismo lì l’Italia si è fermata non è andata avanti. Ho nostalgia dell’intuizione del Veltroni del Lingotto: stare insieme non contro qualcuno ma per qualcosa”… “A tutti quelli che dicono: ma come faremo a scegliere il leader?, rispondo: il leader lo scelgono i voti, non i veti”.
Renzi difende il suo passato al Governo. “Non devo sentirmi dire bravo, ho una sufficiente autostima, ma noi in questi tre anni abbiamo preso per mano questo paese e oggi il Pil cresce di più delle previsioni del Fondo monetario internazionale; cresce l’occupazione, sono convinto che da qui alla fine della legislatura arriveremo a un milione di posti di lavoro in più”.
“Noi siamo molto in difficoltà – prosegue Renzi – perchè c’è un mondo fuori che fino a oggi ha raccontato tutta un’altra storia, parlando di coalizioni e legge elettorale, mentre noi qui stiamo a discutere di tutt’altro perchè pensiamo che la politica sia una cosa seria”. Ed ancora: “Pisapia, Bersani..Noi qui parliamo di cose vere, sulle quali siamo pronti a confrontarci con tutti, con chiunque. Ma sui temi del futuro dell’italia non ci facciamo fermare da nessuno. Ci devono dire sul merito delle questioni se è giusto un euro in cultura e uno in sicurezza, cosa pensano del bonus cultura… Il Pd parla di questo”
Renzi ricorda i due milioni di votanti alle primarie Pd, “un risultato che nessuno si aspettava” dice aggiungendo con una battuta che era stato scelto anche “il giorno del ponte, ci facciamo del male da soli, è un po’ come fare l’assemblea dei circoli il 1 luglio”.
Ma poi c’è “il virus di autodistruzione della sinistra”, per cui per alcuni “le primarie sono a scadenza, si sono trovati talmente bene tanto che vogliono farle ogni due mesi. Le primarie autunno-inverno” aggiunge ancora. “Le primarie hanno detto che hanno vinto Renzi, Martina e tutti gli altri. Sì, ma hanno dimostrato che a comandare sono i cittadini che votano, io rispondo a chi ha votato, non ai capicorrente, io rispondo alle primarie, non ai caminetti. Salutatemi i caminetti. Si sono fatte non perchè non sapevamo che cosa fare, ma perchè sono un esercizio democratico e quando la democrazia parla si segue quello che dice la gente e non quello che dice il capocorrente”.
Secondo Renzi, “attaccare il Pd significa attacca l’unico baluardo rispetto ai populismi. Non sono preoccupato per me, ma difendo questa comunità . Fuori dal Pd c’è il 5 Stelle con la Lega. Se va bene il centrodestra europeo, ammesso che lo diventi. Fuori dal Pd c’è la sconfitta della sinistra. Chi immagina di fare il centrosinistra senza il Pd vince il premio Nobel per la fantasia ma non quello della concretezza”.
Il segretario del Pd annuncia poi il “treno per l’Italia”, che partirà a conclusione della Festa dell’Unità di Imola il 24 settembre e “andremo in tutte le province”. Il treno, spiega, “avrà la carrozza social e lo spazio per gli incontri”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 27th, 2017 Riccardo Fucile
LA “TENDA” RIPOSTA DA PRODI, LE CRITICHE DI VELTRONI, IL TWEET DI FRANCESCHINI, L’INIZIATIVA DI ORLANDO… I BIG DENUNCIANO LO SNATURAMENTO DEL PD E APRONO UN A NUOVA FASE DALL’ESITO IMPREVEDIBILE
La “tenda” che Prodi rimette nello “zaino” come metafora di un accampamento che ha cambiato natura, il Pd. Non un incidente diplomatico tra il segretario, sempre un po’ grossier nei modi, e il composto Professore. È una fase nuova.
Per la prima volta Renzi è vissuto come un problema.
Il Professore è rimasto molto colpito non solo dai toni, dalle battute di Orfini, dal dileggio dei tweet, ma dall’arrogante rimozione della sconfitta, dalla superficialità con cui è stato accolto il suo tentativo, dalle accettate come risposta al “Vinavil”, dalla risposta a questa crisi profonda del Pd: “Rottamo, faccio il Macron italiano”.
È come cioè se segretario del Pd si muovesse su uno schema di killeraggio del Pd: il partito, per come è stato finora, è un impiccio, dunque quel che ne rimane lo trasformo in una sorta di lista Renzi.
Poche ore prima, su Repubblica Walter Veltroni aveva certificato, in modo asciutto e pacato, quella che in altri tempi si sarebbe chiamata mutazione genetica, rispetto al dna con il Pd nacque dieci anni fa al Lingotto: “Il partito non ha più identità “.
Per la prima volta la critica, severa, verso Renzi, ha due caratteristiche.
Tocca la natura stessa del Pd, l’identità già diventata un’altra. E coinvolge padri nobili, pezzi di partito che, per semplificare, il 4 dicembre avevano votato Sì. Entra cioè all’interno della sua maggioranza: “Vuole fare il Macron italiano? — dice un parlamentare dell’area Delrio — bene ma allora dovrebbe vincere le elezioni, non perdere ovunque. Questa è la differenza”.
Ecco. Quando succede tutto in un giorno è difficile spiegare con il caso e non rintracciare tra gli eventi una razionalità politica.
Racconta un parlamentare che ha pranzato negli ultimi giorni con Dario Franceschini: “I ministri stanno raccogliendo una preoccupazione dei vertici istituzionali. O pensiamo che Mattarella e Napolitano stanno tranquilli ad aspettare che Salvini diventi il prossimo ministro dell’Interno? È normale che chiedano a chi ha più responsabilità di farsi carico del problema”.
L’uscita del ministro della Cultura è stata subito derubricata, nelle raffiche renziane, a opportunismo o scarsa lucidità . In verità è il punto più concreto della nuova fase, dall’esito imprevedibile.
Uno dei principali sostenitori di Renzi apre le danze, contestando la narrazione dell'”abbiamo vinto le elezioni”, ma il messaggio vero, la sostanza politica, è che Franceschini sta dicendo: con Renzi si va a sbattere, occorre cambiare schema e leadership.
È questo l’argomento dei capannelli in Transatlantico. Quanto è esteso il fronte. E la sensazione è che sia particolarmente esteso. Graziano Delrio ha chiamato qualche parlamentare a lui più vicino a cena, per un punto. Da sempre ulivista, sensibile al prodismo, vede nero sulle capacità di recupero di Renzi nel paese. Anche se, però, al momento ha scelto di stare coperto.
Nell’ex convento di Santa Chiara, c’è invece la corrente di Andrea Orlando. Ugo Sposetti, mitico tesoriere dei ds, scuote la testa: “Quello che colpisce non è solo la reazione di Renzi, che è una roba che non sta nè in cielo nè in terra, ma il fatto che chi gli sta attorno non sia in grado di farlo ragionare”.
Andrea Orlando, dal palco difende Romano Prodi (“Non può essere inscritto tra i gufi e rosiconi. Meglio la foto dell’Unione che un governo con Grillo o Salvini”) e invoca un nuovo centrosinistra in cui vengano separati segretario e candidato premier. In platea parecchi parlamentari parlano di Renzi come nel 2011 alcuni di Forza Italia parlavano di Berlusconi: “Il problema è lui, non ragiona”.
Oppure ragiona benissimo, ma lo schema è da brividi. Un accampamento iper-personale e un intero gruppo dirigente costretto a prenderne atto e a togliere le tende. Per metterle altrove.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 26th, 2017 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO MINIMIZZA LA DEBACLE
Niente autocritica, dopo la botta.
In nottata, Matteo Renzi scrive, anzi è costretto a scrivere rispetto alle intenzioni di continuare a non mettere la faccia sul voto: “Il risultato – si legge sul suo profilo facebook – non è un granchè, poteva andare meglio. Ma non è un campanello d’allarme. Le amministrative sono altra cosa rispetto alle politiche”.
Soliti toni sul “chiacchiericcio” annunciato nei prossimi giorni dei “soliti apocalittici”, gente “che non ha mai preso un voto e commenterà con enfasi”.
Parole tranchant anche rivolte a chi, come Andrea Orlando, chiede una riflessione sull’isolamento del Pd: “Qualcuno dirà che ci voleva la coalizione, ignorando che c’era la coalizione sia dove si è vinto, sia dove si è perso”.
La verità è che la sconfitta brucia.
Il Pd passa da 14 a 4 capoluoghi di provincia e sprofonda nella zone rosse: Genova, La Spezia, Pistoia, Piacenza. Sopra il Po il centrosinistra vince solo Padova.
È l’ennesima sconfitta che arriva a un anno da Roma e Torino e sei mesi dopo il referendum. A microfoni spenti anche nel suo partito in parecchi iniziano a constatare che il mito del “con me si vince” si è incrinato, per usare un eufemismo.
Si arrocca, Renzi. Mette le mani avanti, prova a minimizzare, anche per aggiustare la “linea” dei suoi che fino a quel momento avevano usato, come Ettore Rosato a Porta a Porta, una parola impronunciabile: “sconfitta”.
Meglio parlare di luci e ombre, dire che è andata meno peggio del previsto. Pare che gli exit arrivati nel pomeriggio fossero assai peggiori: è andata bene a Lecce, Padova Taranto, Lucca.
Il Nazareno è deserto, col solo Matteo Ricci alle prese con numeri e dati. Pare una metafora di un partito prosciugato. Un renziano di rango spiega quale è il vero problema, che con le città c’entra ben poco: “Con questo voto si cristallizza il quadro politico nazionale. Gentiloni è più forte”.
Il che tradotto significa che quella tentazione, difficile ma mai sopita di elezioni anticipate, va repressa. Il tempo in questo quadro è sinonimo di logoramento.
Al momento, nel quartier generale renziano, nessuno pensa che Forza Italia possa indurire il suo atteggiamento parlamentare, neanche dopo la risurrezione del centrodestra nelle urne. Il problema però non è questo.
È il timore di una trappola a sinistra. C’è un motivo se il capogruppo del Ettore Rosato, a Porta a Porta, già adesso invoca chiarezza sulla manovra economica di ottobre dagli alleati di governo.
Secondo i renziani, quelli di Mdp stanno solo aspettando che si chiuda formalmente la finestra elettorale per poi “sfilarsi” dalla maggioranza, già a ottobre.
E costringere il Pd ad approvare la manovra con Forza Italia. Sarebbe il primo atto di una lunga campagna elettorale che mira a “schiacciarlo” al centro e ad aprire nuovi spazi a sinistra.
Logoramento è anche il dibattito interno.
In queste settimane già si è registrato un forte pressing sulla necessità della “coalizione”, anche da parte di un padre nobile come Romano Prodi. La frana nei ballottaggi è destinata a intensificarlo, anche all’interno.
Andrea Orlando martedì chiederà scelte radicali: “È solo il tentativo di arrivare a un nuovo leader per il 2018” dicono al Nazareno. Meglio negare la frana. E arroccarsi. Senza parlare dell’ennesima sconfitta.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
LA CORSA ALLE URNE RALLENTA E LUI VARA IL PIANO B
Non può certo rimanersene con le mani in mano. 
Per questo Matteo Renzi, incassato il no alle elezioni anticipate, lavora al Piano B. Che prevede, scrive oggi La Stampa in un articolo a firma di Francesca Schianchi, per l’ex premier un corso intitolato “The Challenge of Europe” alla Stanford di Firenze in lingua inglese.
Di questo corso si era già parlato tempo fa, ma oggi a quanto pare è destinato a diventare realtà :
Una corsa al voto che probabilmente a questo punto è da spostarsi alla primavera prossima. Renzi ci aveva sperato davvero, che con l’accordo si potesse arrivare alle urne in autunno, ma nel frattempo si era preparato il piano B: ha firmato un contratto con la Stanford University, da settembre a dicembre terrà corsi in inglese agli studenti americani della sede di Firenze dal titolo: «The challenge of Europe». A Roma, intanto, la legislatura andrà avanti, incidenti al governo permettendo.
La notizia era stata anticipata dalla Nazione il 18 febbraio scorso: La sede principale della Stanford University è in California, nella Contea di Santa Clara, a circa 60 chilometri a sud di San Francisco, nel cuore della Silicon Valley. Quella di Firenze è la più longeva fra le sedi distaccate nel mondo.
Da sindaco Matteo Renzi era intervenuto all’epoca dell’inaugurazione della nuova sede.
“In questo momento, per l’Italia e per Firenze, è necessaria una visione, non una divisione”, aveva detto Renzi, “Qui a Firenze, Dostoevskij scrisse, ne ‘L’idiota’, che la bellezza salverà il mondo; io sono convinto che potrebbe salvarlo veramente non solo con i valori economici, ma con quelli civili”.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
ORA SGUARDO RIVOLTO PIU’ A SINISTRA: “CON PISAPIA POSSIAMO ARRIVARE AL 40%”
“Alla Camera il premio al 40% consente di tentare l’operazione maggioritaria, anche se non è facile. Con le forze alla sinistra del Pd siamo alleati in molti Comuni dove ora si vota. Pisapia ha fatto per cinque anni il sindaco di Milano con il contributo fondamentale del Pd. Noi ci siamo; vediamo che farà lui”
Lo dice il segretario del Pd Matteo Renzi in un’intervista al ‘Corriere della Sera’ mostrando di voler continuare a corteggiare l’ex sindaco di Milano per formare una coalizione larga,che guarda a sinistra, in vista delle prossime elezioni.
Anche se c’è D’Alema?, gli viene chiesto da Aldo Cazzullo.
Il segretario Pd risponde così: “D’Alema è uscito dal Pd contro di me; non credo adesso voglia fare coalizione. Comunque non dipende dalle persone ma dai contenuti: tagli all’Irpef, periferie, lotta alla povertà , Jobs Act. Non ho niente contro i fuoriusciti – risponde – Credo però che alcuni faranno fatica anche a tornare alle feste dell’Unità ; perchè la nostra gente ha vissuto come una ferita il fatto che se ne siano andati non sulla base di un’idea, come nella tradizione anche nobile della sinistra, ma sulla base di un atavico odio ad personam . Da ultimo mi sono sentito fare la morale perchè non sostengo Gentiloni da gente che nel 2013 non l’avrebbe neanche candidato, e ora non gli vota la fiducia”.
Ci sarà il suo nome sul simbolo? “No, come non c’era alle Europee. Magari porta bene”, risponde Renzi.
Quanto alla possibilità che nel 2018 sarà lui il candidato premier, “a decidere il candidato sono i voti, non i veti. Al momento opportuno gli italiani decideranno. Noi intanto dobbiamo occupare lo spazio politico del buon senso, della ragionevolezza, contro gli urli e i populisti. È uno spazio che forse non vale il 51%; ma esiste. Una forza tranquilla”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile
LE CONDIZIONI DI PISAPIA SONO PESANTI: “DISCONTINUITA’ E PRIMARIE DI COALIZIONE”
Adesso Matteo Renzi prova a cambiare schema. Radicalmente: “Non voglio sentir più parlare di
legge elettorale, siamo in una fase nuova”.
Una fase che ruota attorno alla prospettiva del 2018 e al recupero una parola antica, coalizioni, come prevede la legge del Senato, mentre alla Camera c’è un listone unico. Da Giuliano Pisapia a Carlo Calenda.
Al netto di incidenti parlamentari: “Non saremo noi a staccare la spina a Gentiloni — dice un fedelissimo — ma è evidente che questa maggioranza è logora. Si balla”. Ma la fase nuova è già un’incognita.
Proprio col ministro dello Sviluppo Economico, c’è stata una telefonata, dopo il fallimento del patto a quattro alla Camera.
La prima, partita dal cellulare dell’ex premier, dopo settimane – anzi mesi – di gelo personale e di aperto conflitto politico sulla durata della legislatura e sullo strapotere dei “tecnici” nel governo Gentiloni.
Ambienti vicini al ministro parlano di un confronto umanamente sereno, ma “franco e schietto” sul piano politico: “Se c’è un accordo sulla fine della legislatura — il senso del ragionamento di Calenda — si può ricominciare a parlare di contenuti economici”.
Per il segretario del Pd la fase nuova è innanzitutto un bagno di realtà .
La presa d’atto di un’operazione, quella franata nel voto segreto, costosissima in termini politici. Oltre alla sonora sconfitta parlamentare, c’è un rapporto incrinato coi padri nobili del Pd, e non solo: Prodi, Veltroni, Napolitano, tutto un mondo della sinistra scandalizzata da una manovra che snaturava il Pd, con la sua storia di vocazione riformista e maggioritaria.
Parte da qui, dalla impellente necessità di un recupero di immagine, il tentativo di ricostruire una coalizione possibile. Al centro e a sinistra.
O meglio, con quella parte di centro e quella parte di sinistra considerati “compatibili”, e utili ad asfaltare gli altri.
Calenda per asfaltare Alfano, Pisapia per asfaltare D’Alema e Bersani (perchè è bene ricordare che al Senato lo sbarramento è all’8 per cento).
Il ministro, per ora, ha tenuto il confronto sul piano del governo, nè ha cambiato idea su una eventuale candidatura rispetto a quello che più volte ha dichiarato in queste settimane: “Non mi candido, torno al privato”.
Sia come sia l’operazione rivela l’animus del segretario del Pd. Su Alfano, partner fedele di governo, dopo il fallimento della legge elettorale Renzi è pronto a scaricargli addosso, al primo cenno polemico, un intero alfabeto di attacchi violenti, dalla lettera P come Poste, dove lavora il fratello non proprio gratis, alla S di Shalabayeva, che resta una macchia non stinta sull’operato dell’allora ministro dell’Interno.
Anche sul frote Giuliano Pisapia il grande corteggiamento, per ora, non ha prodotto fatti nuovi: “Sono per il massimo dell’unità — ha detto l’ex sindaco di Milano a Rainews – ma non si può fare un’apertura dopo mesi e mesi in cui abbiamo cercato un’alleanza di centrosinistra e, soprattutto dopo una sconfitta come quella di ieri, che presupponeva coalizioni diverse”.
Insomma, non così. Ma soprattutto Pisapia ha invocato una “discontinuità ” rispetto alle politiche di questi anni e posto una condizione pesante: “Renzi faccia le primarie se davvero vuole la coalizione di centrosinistra, poi vediamo chi le vince”.
Al momento non è in discussione la sua iniziativa del 1° luglio a Roma, in piazza, per lanciare un “nuovo centrosinistra” fuori dal Pd, con Bersani gli altri.
Anche se al Nazareno è in atto un lavoro per farla saltare: “Se fanno l’iniziativa assieme Pisapia e Bersani — dice un renziano di rango — a quel punto non la riprendi più. Diventa complicato separarli, dire uno sì l’altro no. E il punto fermo è che Bersani e gli altri Matteo li vorrebbe cancellare dal Parlamento”.
Un approccio che non favorisce l’alleanza, neanche con Pisapia.
La fase nuova ha limiti antichi, perchè le forzature di queste settimane hanno lasciato tracce profonde. E non è detto che nessuno, ma proprio nessuno, dentro il Pd prenda uno straccio di iniziativa sulla legge elettorale da martedì, quando torna in commissione.
In fondo, se coalizione ha da essere, si può fare anche una legge elettorale che la preveda in modo più “armonico” rispetto all’attuale.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 7th, 2017 Riccardo Fucile
NESSUN ALTRO TENTATIVO SE FALLISCE IL “TEDESCO”: SI VOTA… E LOTTI E’ GIA’ AL LAVORO SULLE LISTE
Le notizie che arrivano dalla Camera quasi lo gasano.
Perchè, paradossalmente ma non troppo, possono rappresentare l’occasione per un’ulteriore accelerazione verso il voto.
Matteo Renzi è al Nazareno, nella sua nuova stanza che pare un bunker. Da lì telefona, manda messaggi, spiega ai suoi, parecchio agitati: “Calma ragazzi che per noi è una situazione win win. Se Grillo tiene, abbiamo fatto le riforme condivise, come chiesto dal capo dello Stato. Passa un accordo con l’80 per cento del Parlamento. Se non tiene….”.
Il tono di voce è quello di chi vorrebbe dire il più classico dei “te l’avevo detto”: “Se non tiene — prosegue — si va al voto con l’Italicum modificato dalla Consulta. Con un decreto per intervenire su alcuni punti. Proprio come abbiamo chiesto dal primo giorno…”.
E a quel punto, è il finale del ragionamento, è complicato che qualcuno possa dire di no. È evidente che quel qualcuno è il Quirinale, perchè qualora venisse bocciato un accordo votato in commissione dall’80 per cento delle forze politiche, nessuno potrebbe far finta di niente.
Concetto che in parte il segretario del Pd affida a un post su facebook: “Se qualcuno si tirerà indietro, gli italiani avranno visto la serietà del Pd che ha risposto all’appello del Capo dello Stato”.
Significa che, almeno così la pensa Renzi, non è pensabile nè affrontare il Vietnam del Senato solo con Berlusconi, nè un altro giro, ovvero la ricerca di una mediazione su un altro testo.
Questo tentativo è “one shot”: se non va a bersaglio il colpo, allora significa che questo Parlamento ha un problema enorme di credibilità , che rende complicata la prosecuzione della legislatura: “Che facciamo? — dice chi ha parlato con Renzi — Andiamo avanti come se nulla fosse?”.
Pare un lupo che sente l’odore del sangue, il segretario del Pd.
Lo sente sul caso Consip, o meglio su Woodcock, dopo che il vicecomandante del Noe è stato iscritto sul registro degli indagati per depistaggio, altro episodio che smonta l’inchiesta napoletana avvolgendola in un’ombra inquietante.
Lo sente nell’eventuale voltafaccia di Grillo: sarebbe l’Incidente, la fine — per tutti – dell’alibi per non andare al voto.
Insomma, almeno questo è l’animus, il voto a ottobre non è in discussione. Giusto il tempo di convertire il decreto.
Anzi la rottura potrebbe determinare una drammatizzazione sul tema. E un’arma d’attacco verso i Cinque Stelle. Per la serie: “Non sono affidabili”, “votano una cosa in commissione, poi in Aula si tirano indietro”, “hanno paura del voto anticipato”… Proprio per tutte queste ragioni in parecchi non riescono a prevedere cosa accadrà nel Movimento da qui a domenica.
Rosato, Guerini riportano al Nazareno un quadro che è oggettivamente confuso: “Lì dentro sono spaccati, tra l’ala di Di Maio che vorrebbe tenere l’accordo e gli altri che non lo reggono, per tutta una serie di motivi”.
Matteo Richetti è uno che va al sodo: “Non la reggono, è evidente, non reggono quello che il loro mondo considera un inciucio con noi e Berlusconi. I sondaggi dove scendono ce li hanno pure loro. E dunque rompono”. Chissà .
La certezza è che, al Nazareno, si sentono in campagna elettorale, con Lotti che ha iniziato a lavorare sulle liste.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 6th, 2017 Riccardo Fucile
IL POSSIBILE ESODO DEL PROFESSORE VERSO PISAPIA AGITA IL PD
Ora Matteo Renzi confida di cominciare ad essere sinceramente «preoccupato». 
In pubblico non lo dirà mai, non appartiene alla sua natura tradire emozioni o paure autentiche e d’altra parte i politici son fatti quasi tutti così.
Ma le recenti prese di posizione, pubbliche e informali, di Romano Prodi hanno fatto scattare l’allarme rosso dalle parti del Nazareno.
In un’intervista al “Fatto Quotidiano”, il Professore è arrivato a dire: «Abito in una tenda vicina al Pd. Ma è una tenda canadese, pratica: si può mettere nello zaino e rimettersi in cammino per spostarsi…».
Come dire: se sarà confermata la deriva proporzionalista voluta da Renzi e Berlusconi, ne trarrò le conseguenze.
Per guardare con simpatia in direzione di Giuliano Pisapia? Questo Prodi non lo dice e in privato sostiene che di «tornare a far politica» non ci penso proprio. Eppure la novità c’è ed è di natura psicologica.
Da qualche mese il Professore sta vivendo una seconda giovinezza: parla senza reticenze delle vicende italiane, deve dir di no a continue richieste di intervista e giorni fa – a Modena – alla prima nazionale del suo nuovo libro, “Il piano inclinato”, si è formata una lunga fila di persone che aspettavano la firma di una copia: una immagine eloquente che altri avrebbero trasformato in una immagine virale, ma che gli amici del Professore si sono rifiutati di immortalare.
E davanti alla rinnovata “forza tranquilla” rappresentata dal Professore, Renzi teme un effetto-trascinamento che faccia franare tutto un mondo – politico ed intellettuale laico e cattolico – che finora è rimasto “dalle parti del Pd”. E teme che la frana vada a depositarsi “dalle parti” di Giuliano Pisapia, che – guarda caso – ha un buon rapporto personale con Romano Prodi e anche con Enrico Letta.
E infatti, ieri, per la prima volta da quando è leader del Pd, Renzi ha riservato a Pisapia una messa a punto garbata, ma con dentro una goccia di veleno. Solo semantica ma indicativa.
Scrive Renzi sulla sua Enews: «Pisapia ha detto: come farà il PD a allearsi con chi ha fatto la legge per depenalizzare il falso in bilancio? Noi non vogliamo allearci, ma ci piacerebbe anche che venisse ricordato che la legge che depenalizzava il falso in bilancio l’abbiamo abolita noi».
E poi con nonchalance: «Quando la sinistra radicale si renderà conto che non siamo noi gli avversari, sarà un gran giorno». Chiara l’etichetta che Renzi immagina di appioppare a Pisapia: altrochè «centrosinistra», siete la sinistra radicale.
Ma il problema vero ora è Prodi.
Il leader del Pd sa che il Professore è l’unico personaggio politico che abbia mantenuto una significativa credibilità in mezzo all’opinione pubblica di centrosinistra e dunque un suo eventuale distacco rischierebbe di aprire una vera e propria diaspora nell’elettorato, tanto più se il suo disincanto verso il Pd fosse accompagnato da una chiara indicazione di rotta in direzione di Giuliano Pisapia. Oltretutto l’allarme di Prodi arriva a conclusione di analoghe riflessioni da parte di altri personaggi che riscuotono ascolto tra l’opinione pubblica: oltre a Pier Luigi Bersani, che ha già lasciato il Pd, forti lamentazioni negli ultimi giorni sono state pronunciate verso la politica renziana da parte di Walter Veltroni, Rosy Bindi ed Enrico Letta.
Ma l’unico che può determinare la slavina è Prodi.
Ecco perchè Ettore Rosato, presidente dei deputati del Pd, si incarica di lanciare messaggi di pace: «Io, i vertici del Pd, Matteo Renzi, faremo di tutto» per evitare che qualcuno vada via dal partito, «il Pd è casa di tutti, anche di Rosy Bindi che è critica da diverso tempo», «ho una stima incondizionata per Prodi, e il suo giudizio come quello di Veltroni è molto importante».
E su Pisapia, Rosato è massimamente aperturista «Ci farei qualsiasi tipo di governo. Anche con D’Alema, perchè l’interesse del Paese viene prima».
Come dire: è già superato il veto che non più tardi di qualche giorno fa proprio Matteo Renzi espresse nei confronti di Massimo D’Alema.
È la conferma che il disincanto di Romano Prodi fa paura.
(da “La Stampa”)
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