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DELITTI IN CALO DEL 13%: I DATI UFFICIALI DEL VIMINALE SMENTISCONO I VENDITORI DI FUMO

Agosto 15th, 2015 Riccardo Fucile

DI NEGATIVO CHE UN REATO SU QUATTRO RESTA IMPUNITO, GRAZIE AI TAGLI DELLE FORZE DELL’ORDINE APPROVATE A SUO TEMPO DA MARONI

Secondo i dati diffusi dal Viminale, sono in lieve calo gli sbarchi degli immigrati: dai 104.225 registrati nel periodo che va dal 1 gennaio 2014 al Ferragosto 2014 si è passati ai 103.226 dell’analogo arco temporale del 2015.
E ammontano a 89.083 le presenze di immigrati nel nostro sistema di accoglienza.
Alfano spiega che “l’Italia è una grande democrazia occidentale: il nostro dovere è salvare le vite e procedere nei casi dovuti ai rimpatri”.
Alfano ha poi fornito i dati sull’andamento della criminalità .
“L’Italia è un posto sicuro nel quale vivere – ha detto il ministro – nel nostro Paese calano i reati commessi”.
Il totale dei delitti commessi, nei primi sette mesi dell’anno, rispetto allo stesso periodo del 2014, è sceso del 13 per cento: meno 14% gli omicidi volontari, meno 16% le lesioni dolose, meno 23% le violenze sessuali, meno 14% le rapine, meno 10% i furti, meno 20% le ricettazioni, meno 15% le frodi informatiche, meno 35%   i reati di sfruttamento e di pornografia minorile.
Quel che Alfano non dice, e non spiega, è che cala anche l’attività  di contrasto alla criminalità .
Il totale dei delitti scoperti è sceso del 25 per cento: in media, un reato su quattro non viene più scoperto e resta impunito.
E il totale delle persone denunciate s’è ridotto della stessa misura: una persona su quattro, rispetto all’anno scorso, non viene più denunciata o arrestata.
Difficile dare una spiegazione a questo fenomeno, in parte si potrebbe spiegare con il taglio di risorse (4 miliardi di euro) che gli ultimi governi, a cominciare da quelli Berlusconi, hanno fatto al Comparto Sicurezza.
Ma i motivi possono essere altri e più complessi.
A proposito della riorganizzazione delle forze dell’ordine – Renzi ha stabilito che cinque sono troppe – Alfano ha fatto capire che i forestali saranno accorpati con l’Arma dei carabinieri.
“Il Corpo Forestale – ha annunciato – non l’abbiamo soppresso con l’approvazione della riforma della Pubblica amministrazione. Ma ci sarà  una razionalizzazione ed il rapporto con i carabinieri diventerà  determinante per l’efficienza del sistema”.

Alberto Custodero
(da “La Repubblica”)

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FIUMICINO, AEREO “SCONOSCIUTO” ATTERRA SENZA ESSERE VISTO DA NESSUNO

Luglio 31st, 2015 Riccardo Fucile

L’EPISODIO RISALE AL 10 LUGLIO, UN PICCOLO CESSNA PER UN GUASTO COSTRETTO AD ATTERRARE A ROMA: NESSUNA SEGNALAZIONE DAI RADAR E DAI CONTROLLORI DI VOLI… APERTA UN’INCHIESTA

Un aereo “fantasma” ha abbandonato la sua rotta, ha puntato sulle piste di Fiumicino ed è atterrato senza che nessuno lo avesse visto.
Oltretutto su una pista sbagliata, la 25 chiusa al traffico.
E’ accaduto nel pomeriggio del 10 luglio, ma su tutta la faccenda è stata messa la sordina.
Perchè si tratta di un episodio estremamente imbarazzante per tutti. Se ci fosse stato un terrorista al posto del pilota dell’aereo in questione, un sessantenne terrorizzato perchè il suo aereo, un Cessna, era finito in guai seri, quel terrorista avrebbe potuto con la stessa facilità  arrivare indisturbato sullo scalo romano e forse anche più in là  dove voleva: il Vaticano? Palazzo Chigi? Il Quirinale?
L’aereo in questione era un piccolo Cessna 172 marche D-EGTB partito da Marina di Campo (Isola d’Elba) e diretto a Salerno con un piano di volo che per i piccoli aerei di quel tipo prevede una rotta che passa a circa 12 miglia dalla costa.
A un certo punto su quell’aereo è cominciato a saltare di tutto: prima l’impianto elettrico, poi i sistemi radio.
Il pilota aveva con sè il cellulare, ma probabilmente preso dal panico per quel che gli stava capitando, non l’ha usato, quasi sicuramente non ci ha pensato e sentendosi perso ha fatto quello che al suo posto avrebbero fatto tutti: ha provveduto a mettersi in salvo.
Ha visto che era vicino a Roma e non ha esitato a puntare sulle piste di Fiumicino.
La cosa stupefacente è che mentre stava eseguendo queste manovre al di fuori di qualsiasi regola ed estremamente pericolose, per minuti e minuti nessuno l’abbia visto.
Non l’ha visto il radar dell’area terminale di Fiumicino, non l’ha seguito il centro che di solito segue gli aerei di quel tipo e anche quelli speciali della polizia o dei carabinieri oppure i Canadair antincendio.
E non l’hanno visto neppure i controllori di volo che in quel momento stavano regolando il traffico dalla torre di Fiumicino.
A un certo punto hanno intravisto il Cessna sbucare tra i teloni e le impalcature della torre (ci sono i lavori in corso) e sono restati di sale pregando non succedesse la catastrofe.
Neanche la difesa aerea si è accorta di nulla. Confermano a ilfattoquotidiano.it i responsabili dell’Aeronautica: «Non siamo stati attivati da nessuno».
Una volta atterrato l’aereo è stato circondato da uno spiegamento di forze eccezionale, come se su quel piccolo velivolo ci fosse davvero un terrorista: macchine della polizia e agenti con i mitra spianati e auto di servizio dell’aeroporto di Fiumicino piene di addetti alla sicurezza.
Spaventatissimo per il pericolo corso e terrorizzato pure da tutta quella gente e quelle armi puntate, il pilota è sceso e dopo interrogatori serrati e tre giorni di attesa per effettuare tutti i controlli lo hanno fatto ripartire.
All’Enav (l’ente del controllo aereo) confermano l’episodio mentre all’Ansv (l’Agenzia per la sicurezza dei voli guidata da Bruno Franchi) dopo aver qualificato la faccenda come «inconveniente grave», hanno aperto un’inchiesta per capire come sia potuto succedere.
A memoria di chi lavora da decenni a Fiumicino un caso simile si è verificato una volta sola nell’oltre mezzo secolo di attività  dello scalo.
E quella volta, comunque, la faccenda andò in maniera assai diversa, senza che il velivolo procedesse per minuti e minuti e per svariate miglia come un aereo fantasma e potesse atterrare senza che nessuno se ne accorgesse.
In quel caso successe che durante una tempesta un aereo non appartenente a nessuna compagnia e quindi non autorizzato di regola ad atterrare a Fiumicino, fu fatto scendere per emergenza dopo che le piste erano state opportunamente sgomberate e dopo che tutto l’aeroporto era stato messo in allarme.

Daniele Martini
(da “il Fatto Quotidiano“)

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EXPO’, FERMATI TRE SORDOMUTI: SCAMBIATI PER BLACK BLOC

Giugno 30th, 2015 Riccardo Fucile

LA GAFFE AI TORNELLI: INDOSSAVANO MAGLIETTE NERE A SOSTEGNO DEI DISABILI

Si fa presto a ridere di certe scene, se uno non ci è dentro.
Per esempio quella di un uomo in divisa che all’ingresso dell’Expo ferma tre che hanno addosso una maglietta che lui forse ritiene da black bloc, e loro gli parlano a gesti che lui non capisce, e alla fine gli sequestra le magliette.
Nè poteva capirli, quei gesti. Perchè gesti di sordomuti.
Le cui magliette lì all’Expo parlavano appunto di quello.
È successo ieri all’ingresso Triulza.
Protagonisti un arzillo 75enne napoletano, Giovan Giuseppe Nasti, e due coniugi coreani suoi amici. Tutti sordi.
Una categoria la cui associazione, l’Ente nazionale sordi, ha già  protestato con l’Expo più volte lamentando la mancanza di una segnaletica adeguata al loro problema.
Per questo, ormai da tempo, hanno prodotto una maglietta in due versioni – bianca e nera – con la scritta «No Deaf? No Expo», niente sordi niente Expo.
La presidente di Ens Lombardia, Mara Paola Domini, sottolinea che a decine erano già  entrati in Expo indossandola.
Sempre senza problemi, fino a ieri. Quando i tre vengono fermati, identificati, richiesti di togliersi le magliette.
Che alla fine, per non correre rischio che poi le rimettessero, sono state loro sequestrate.
Ma forse gli è andata anche bene: «I miei amici coreani – racconterà  il povero Nasti – temevano di essere arrestati».

Paolo Foschini
(da “il Corriere della Sera”)

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QUEI GUARDIANI DEL PALAZZO CHE VIGILERANNO ANCHE SULL’EXPO’

Aprile 10th, 2015 Riccardo Fucile

ALL SYSTEM SI CHIAMA FUORI: QUEL VARCO NON È NOSTRO, PRESIDIAMO GLI ALTRI SEI

Una “falla”, la definisce il premier Matteo Renzi.
Mentre il presidente della Corte d’Appello di Milano, Giovanni Canzio, aggiunge “evidente”: “I sistemi di sicurezza hanno palesato una falla evidente”.
E tre cadaveri in un tribunale sono decisamente evidenti.
Ma dove fosse questa falla ancora non si sa. Nè di chi sia la responsabilità .
Chi gestisce la sicurezza nella cittadella giudiziaria milanese? Quella esterna, cioè gli ingressi, è competenza dei Comuni d’intesa con le Prefetture e può essere appaltato ad aziende private.
E di fatto a Milano l’amministrazione oggi guidata da Giuliano Pisapia ha assegnato la gestione della sicurezza attraverso un appalto pubblico a due società  esterne: la All System e la Securpolice. La prima è la più importante.
Non solo perchè ha la vigilanza armata (la Securpolice gestisce la “guardiania non armata”) ma soprattutto perchè dei sette ingressi del Palazzo di Giustizia di Milano ne controlla ben sei.
Il contratto è stato sottoscritto dal Comune nel maggio 2010, quindi dalla giunta ancora guidata da Letizia Moratti, per un corrispettivo di 8,2 milioni di euro.
Il contratto è però stato aggiornato il 17 maggio 2013 a seguito di alcuni ricorsi al Tar che riguardavano la legittimità  dell’affidamento.
Nel testo la Allsystem viene indicata come “ca pogruppo” insieme a una terza società : la Gf Protection.
Il contratto scade il 30 aprile prossimo e dovrebbe rinnovarsi per tacito accordo tra le parti. Del resto come non fidarsi: la società  si è da poco aggiudicata anche l’appalto da 20 milioni di euro della sicurezza a Expo 2015 come capogruppo di una rete di imprese di vigilanza, tra cui compare anche la Ivri.
Il bando è stato assegnato due mesi, il 30 gennaio. Allsystem è operativa per lo più nel Nord-ovest, ha oltre 2.300 dipendenti che gestisce direttamente.
In via delle Forze Armate, presso la sede milanese, ieri nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni.
L’ufficio stampa ha però emesso un comunicato in cui “tiene a precisare quanto segue: dei 7 varchi complessivi di accesso al Tribunale, Allsystem ne presidia 6 e, per quanto si è potuto constatare fino a questo momento attraverso lo sviluppo delle immagini degli accessi che è ancora in corso, la persona imputata dei fatti ha avuto accesso dal varco di via Manara, ingresso riservato ai soli avvocati e magistrati, che non è presidiato e in carico alla Allsystem, ma di responsabilità  di altra società ”.
Forse la Securepolice, che però può svolgere vigilanza esclusivamente agli ingressi non presidiati da metal detector?
Per cercare di fare chiarezza sulle responsabilità  oggi a Palazzo Marino si riunirà  una sorta di comitato convocato da Carmela Rozza, assessore ai lavori pubblici, competente dell’appalto per la vigilanza esterna dei palazzi di giustizia.
La competenza interna, invece, è disposta sulla base di provvedimenti che competono al procuratore generale presso la Corte d’appello.
I metal detector, invece, dipendono direttamente dal Viminale, non dal Comune e dal ministero della Giustizia.
Ieri il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che era a Milano per un vertice proprio sulla sicurezza in Prefettura assieme al titolare del Viminale, Angelino Alfano, dopo aver incontrato i vertici degli uffici giudiziari del capoluogo lombardo, ha sintetizzato: “I sistemi di sicurezza tecnologici erano funzionanti ma le indagini dovranno chiarire, il sistema di sicurezza ha visto compiersi un insieme di errori gravi”.
A venti giorni esatti dall’inaugurazione di Expo, con norme antiterrorismo ferme in Parlamento ormai da mesi e tre cadaveri in un palazzo di giustizia.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CHI SPERA E CHI SPARA

Aprile 10th, 2015 Riccardo Fucile

E A PRESIDIARE I TRIBUNALI ABBIAMO MANDATO LE GUARDIE GIURATE

Forse esagera Gherardo Colombo, sopraffatto dall ‘ emozione per l’assassinio dell ‘ ex collega e amico Ferdinando Ciampi, quando collega   la sparatoria di ieri   al Palazzo di Giustizia di Milano al   “brutto clima” che si   respira intorno alla magistratura.
Ma il folle ragionamento che ha portato   il   killer Claudio Giardiello a incolpare per la sua bancarotta non se stesso, ma il giudice, il pm e il coimputato-testimone, e   a scaricare su di loro il piombo della vendetta, non è inedito nè isolato.
Sono trent’anni che qualunque potente finisca alla sbarra per i propri delitti se la prende regolarmente con i magistrati che l ‘ hanno scoperto, invece di guardarsi allo specchio e battersi il   mea culpa sul petto.
E siccome gli imputati eccellenti possiedono giornali e tv, o hanno amici che li possiedono, o avvocati in Parlamento, o magari vi siedono essi stessi, sono riusciti a dirottare l ‘ attenzione dai crimini e da chi li commette verso i pm che li smascherano e i giudici che li processano.
Da dove nasce l ‘ossessione contro i magistrati, i pentiti, i testimoni e le intercettazioni, che ha prodotto una raffica di leggi per smantellare   i più   preziosi strumenti di indagine   e di raccolta delle prove, se non dall ‘ansia di una classe dirigente ad altissimo tasso criminale di liberarsi del controllo di   legalità  per
delinquere indisturbata?
È la stessa radice “culturale” che ha appena prodotto la legge   — unica al mondo   — sulla responsabilità    civile dei magistrati,   che consente   a qualunque imputato (nel penale)   o denunciato (nel civile)   di chiedere i danni allo Stato   — senza   filtri   di ammissibilità  — per qualsiasi   decisione sgradita   del suo giudice, nella speranza di costringerlo ad   astenersi, cioè   di sbarazzarsene al più presto e di trovarne un altro più morbido o più spaventato.
Il killer Claudio Giardiello non disponeva di questi strumenti per spaventare   i suoi   giudici. Non aveva un partito alle spalle, nè avvocati   famosi e/o   parlamentari, nè tv o giornali disposti a   scatenare campagne mediatiche a suo favore.
Non poteva contare su una maggioranza parlamentare pronta ad approvare mozioni sulla nipote di Mubarak.
Nè sguinzagliare 150 fra deputati e senatori per cingere d ‘ assedio il Palazzo di Giustizia di Milano, come fecero gli eletti del Pdl l’11 marzo 2013, prima con un
sit-in sulla scalinata e poi con l ‘ascesa in massa fino all ‘aula di Tribunale al quarto piano, dove si celebrava una delle ultime   udienze del processo Ruby.
Chissà  se quell’indegna gazzarra è tornata in mente al cosiddetto ministro dell ‘ Interno Angelino Alfano. Il quale, due anni fa, guidava la falange berlusconiana all ‘ assalto del tribunale milanese.
E ieri balbettava, alle prese   con l’ennesima catastrofe   della sicurezza nazionale nello   stesso identico edificio.
Il tutto,   a due settimane dall’inaugurazione di Expo nella stessa identica   città , Milano, che dovrebbe   essere la più presidiata d’Italia,   dopo le ricorrenti minacce   dell’Isis in vista dell’evento.
Il fatto poi che a garantire la sicurezza   (si fa per dire) del Palazzo   di Giustizia di Milano —   come di quasi tutti quelli del resto   d’Italia — sia una ditta di vigilanza   privata aggiunge un tocco di tragicommedia al tutto.
Pochi lo sanno e molti l’hanno   scoperto ieri: ma da anni non   sono più i carabinieri e le altre   forze dell’ordine a presidiare i   tribunali.
Sono imprese di guardie   giurate a cui lo Stato (si fa   per dire) ha deciso di appaltare   il servizio di sorveglianza dopo averlo “esternalizzato”.
Esattamente   come ha fatto con il servizio   delle intercettazioni, affidato   a ditte private, da cui lo Stato   affitta ogni anno le apparecchiature   con costi esorbitanti   (senza contare quelli che impongono   le compagnie telefoniche   allo Stato concessore incapace   di imporre loro il servizio   gratuito).
Salvo poi scoprire,   per esempio, che il manager   della milanese Research Control   System, appaltatrice delle   intercettazioni delle Procure di   Milano e di Palermo, aveva rubato   la bobina di un colloquio   segretato tra Fassino e Consorte   e l’aveva donata a Berlusconi   per il Natale del 2005, e soprattutto   per la campagna elettorale   del Giornale del 2006.
La stessa fu   poi incaricata di distruggere le   intercettazioni Mancino-Napolitano   sulla trattativa Stato-mafia il 22 aprile 2013, dopo   la sentenza della Consulta.
Con   quali garanzie di segretezza,   meglio non pensarci.
È la privatizzazione strisciante   della giustizia e dell’intero Stato,   che accomuna i governi degli   ultimi anni, di destra e di sinistra,   politici e tecnici, all’insegna —tutta da verificare —del risparmio e dell’efficienza.
Chi ha   mai condotto una seria analisi   del rapporto costi-benefici   dell’esternalizzazione del servizio   di intercettazioni e, soprattutto,   di vigilanza nei tribunali?
Davvero ingaggiare dieci o venti   contractor costa meno che   piazzare agli ingressi altrettanti   carabinieri o poliziotti?
E come   vengono scelte le imprese appaltatrici   dai Comuni e dal Viminale?
E queste con quali criteri   assumono il personale?
Siamo   sicuri che, a vigilare sulla sicurezza   e sull’incolumità  di magistrati,   avvocati, testimoni, imputati,   parti civili, collaboratori   di giustizia, uomini delle scorte   e personale ausiliario, non ci sia   qualche mafioso o qualche amico   degli amici?
O, più semplicemente,   qualche travet con la   divisa e il pistolone che ama giocare   alla guerra ma, al primo cenno di pericolo, corre a nascondersi   al cesso o sotto un tavolo   per portare a casa la pelle?
Per queste ragioni, alcuni anni   fa, i pm di Palermo si ribellarono   alla proposta di privatizzare   la sicurezza del loro Palazzo di   giustizia, che infatti è uno dei   pochissimi ancora presidiati   dall’Arma.
Di questo si dovrebbe   discutere al Csm, in Parlamento   e in Consiglio dei ministri,   ora che si chiude il pollaio   quando la volpe è entrata.
E con   la massima naturalezza è riuscita   là  dove avevano fallito persino   i terroristi e i mafiosi: fare   strage in un’aula di tribunale.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CI FRUGANO NELLE EMAIL CON LA SCUSA DELL’ISIS

Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile

IL “PATRIOT ANGELINO ACT” UCCIDE LA PRIVACY DIGITALE… L’EMENDAMENTO DEL VIMINALE AL DECRETO DI ALFANO PER SPIARE TUTTI

Ma vi immaginate se potesse uscire oggi una mail di quando Renzi era nei boy scout?”. Seduto su un divanetto del Transatlantico con il computer sulle ginocchia, a un certo punto, Stefano Quintarelli, informatico momentaneamente prestato a Scelta Civica, tira fuori Renzi, le giovani marmotte e pure Benjamin Franklin: “Chi è pronto a dar via le proprie libertà  fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza, non merita nè la libertà  nè la sicurezza”.
Diciamo che Quintarelli non ha scomodato uno dei padri fondatori degli Stati Uniti a caso. E nemmeno i lupetti tra cui il presidente del Consiglio ha cominciato la sua carriera. Alle sue spalle, nell’aula della Camera, è appena arrivato il decreto che vuole essere il Patrioct Act italiano: quello che, in nome dell’antiterrorismo, è disposto a setacciare le nostre vite digitali, impadronirsi dei nostri dati sensibili e poi farne un po’ quel che gli pare.
Le modifiche dell’Interno e i “captatori occulti”
Lo hanno scritto negli uffici del Viminale. E guai a provare a dare qualche consiglio: Angelino Alfano non ne ha voluto sapere.
Dritto per la sua strada, ha aggiunto all’articolo 266-bis comma 1 del codice di procedura penale, che consente le intercettazioni informatiche, le seguenti parole: “anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico”
In pratica, lo Stato potrà , attraverso dei trojan — software denominati “captatori occulti” — inserirsi in un computer, in un tablet, in uno smartphone e acquisire, senza alcun controllo, tutti i dati contenuti in quel dispositivo. Attenzione, non sarà  legittimato a farlo solo nelle indagini per terrorismo, ma per tutte le ipotesi di reato “commesse mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche”.
Diciamo che è difficile immaginare, oggi, una qualsiasi attività  che non sia veicolata, almeno in qualche suo passaggio, attraverso la tecnologia.
Elenca Quintarelli: “Dalla diffamazione alla violazione del copyright, dai reati di opinione o all’ingiuria”, tutto transita per una tastiera.
E il “Patriot Angelino Act” consentirà  in ognuno di questi casi l’intrusione mascherata nel patrimonio di immagini, testi, messaggi di posta, sms che chiunque si porta in tasca. Forse Alfano, non esattamente un fanatico delle intercettazioni, non si è ancora reso conto che, in confronto a quello che ha scritto, le telefonate registrate sono un capriccio da voyeur.
Glielo spiega Quintarelli: “Una intercettazione riguarda comunicazioni, non documenti. L’acquisizione in questione riguarda tutto ciò che un utente ha fatto nella sua vita. Nel mio caso, ad esempio, prenderebbe le mail ed i miei documenti dal 1995 in poi. Stiamo parlando non di un momento nella vita, non di una comunicazione, ma dell’intera vita di una persona”.
Ma adesso che si è messo a far la guerra all’Isis, evidentemente, per Alfano tutto è lecito, tutto è consentito.
È che una decisione di tale portata meriterebbe una riflessione un po’ più approfondita di un emendamento scritto sull’onda di Tunisi e Charlie Hebdo.
Il rischio fiducia e la fregola patriottica del ministro
Quintarelli, dicevamo, ha provato a intercedere presso il Viminale. Poi, si è messo a scrivere un testo alternativo nella speranza che il Parlamento, meno obnubilato dalla fregola patriottica del ministro, abbia modo e tempo (l’ipotesi che il governo metta la fiducia è ancora in piedi) di ragionare con calma.
Anche perchè molte delle necessità  illustrate nell’emendamento del governo, tra cui quella di acquisire dati telematici, sono già  regolamentate dal Codice della privacy.
Dove è scritto chiaramente che le informazioni raccolte non possono essere utilizzate per nessun altra finalità  al di fuori dell’indagine.
E poi c’è da restringere il campo delle ipotesi di reato, per esempio, “escludendo tale possibilità  di azione — consiglia Quintarelli — dal campo della giustizia civile”.
In queste ore — se ne avrà  il tempo — ne discuterà  anche l’ottantina di parlamentari che compone l’Intergruppo Innovazione.
L’obiettivo è arrivare a una posizione unitaria che faccia passare in Aula l’emendamento Quintarelli.
Bisognerà  convincere anche quelli — non pochi — convinti che, non avendo nulla da nascondere, si possa sopportare questa intrusione legalizzata in nome della lotta al terrorismo internazionale.
“Io non sono un filosofo — conclude il deputato di Scelta Civica — ma credo che un ragionamento del genere sia quello su cui si fondano i regimi totalitari. Non ce la vengano a raccontare. L’uso del telefonino mentre si sta alla guida quanti morti ha fatto? Perchè non abbiamo installato su tutte le vetture in circolazione un jammer che bloccasse la ricezione dei cellulari? Quante vite avremmo salvato?”.

Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)

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HOOLIGANS, ALFANO NON HA NULLA DA DIRE, LA POLIZIA: “CI SPIEGHI LUI QUANDO CARICARE”

Febbraio 21st, 2015 Riccardo Fucile

VIENE A GALLA UFFICIALMENTE LA FRATTURA TRA FORZE DELL’ORDINE E IL MINISTRO SFIDUCIATO DA TEMPO

L’offesa a Roma sorprende Alfano dall’altra parte dell’Atlantico, a Washington, e gli consiglia il silenzio. Che prosegue nella trasvolata di ritorno.
E nelle ore immediatamente successive al suo arrivo a Roma, ieri mattina alle 9.
Come sempre quando tira brutta aria, il ministro lascia infatti che a metterci la faccia – a giustificare se stessi e le scelte di ordine pubblico – siano il prefetto della città , Giuseppe Pecoraro, e il questore, Nicolò D’Angelo, il quale, nel pomeriggio, pretende e ottiene al telefono con l’altrettanto silente capo della Polizia, Alessandro Pansa, di essere autorizzato a rispondere pubblicamente a chi ne chiede la testa.
Per lunghe ore, il ministero dell’Interno è una sedia vuota, al contrario di quelle affollate al primo piano della Questura, dove D’Angelo, affiancato da ufficiali dell’Arma, rivendica in una conferenza stampa le decisioni prese di fronte alla scelta tanto diabolica, quanto inaccettabile, cui lo costringe l’assenza di qualsiasi direttiva certa che l’autorità  politica di pubblica sicurezza – il ministro, appunto – avrebbe da tempo dovuto dare in materia di ordine pubblico.
“Tra il morto e la Barcaccia – dice il questore – scelgo e continuerei a scegliere la Barcaccia”. Ed è chiaro – aggiunge – che il problema sono le ragioni per cui si finisce per trovarsi di fronte a quella scelta. Che però non sono affar suo. Fa di più, D’Angelo. Spiega che, in piazza di Spagna, “si è perso tutti insieme “.
Quindi, a favore di telecamere, scandisce: “Se mi ritengono inadeguato, sono qui”.
È una mossa che, in un Paese normale, metterebbe il ministro dell’Interno di fronte a una scelta obbligata.
Rimuovere il questore o presentare le proprie dimissioni riconoscendo che la “verità ” inaccettabile pronunciata in quella conferenza stampa – “O il morto o la Barcaccia” – nel proporre l’immagine impietosa dell’impotenza di un Paese e dei suoi apparati di sicurezza, interpella l’assenza di direzione politica dell’ordine pubblico.
Peggio, la sua ipocrisia, generalmente consigliata dalle circostanze (correva il lontanissimo 1997 quando, per dire, l’allora questore di Roma Rino Monaco venne crocifisso per aver usato la mano pesante con 15 mila hooligan inglesi a Roma).
A maggior ragione se nelle stesse ore il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, viene convinto dal suo staff ad una presa di posizione pubblica in sostegno dei 1.800 tra poliziotti, carabinieri, finanzieri che hanno fronteggiato l’orda alcoolica olandese.
Alfano, al contrario, si fa ” junco che si cala ” in attesa che passi la china .
E quando è sera, fa sapere – inconsapevole dell’effetto grottesco della velina – di essere “al lavoro sul piano di impiego di 500 militari in più a Roma previsti dall’operazione “strade sicure”; sul progetto di legge per la sicurezza delle città  e decoro urbano per il quale intende incontrare nei prossimi giorni il presidente dell’Anci Fassino; su una proposta da avanzare in sede Ue per l’introduzione di un “daspo” continentale per i tifosi violenti”.
La verità  è che il ministro sa che il questore di Roma conta, in questo momento, più di lui.
E non solo e non tanto perchè ha la fiducia del presidente del Consiglio e del suo partito, nonchè del capo della Polizia.
Ma perchè in poche ore, dietro il flusso di coscienza di una conferenza stampa che mostra come il Re sia nudo, si stringono tutte le sigle sindacali di Polizia. Da destra a sinistra.
Come se in quella sincera denuncia di una resa al principio inaccettabile della “riduzione del danno” ci fosse finalmente la denuncia dell’ipocrisia della politica.
Della logica del capro espiatorio, normalmente cercato in uno degli anelli dell’apparato. Un metodo battezzato da Alfano nell’estate del caso Shalabayeva.
Del resto, appena tre mesi e mezzo fa, D’Angelo era stato chiamato a rispondere – e con lui Pecoraro – dei manganelli alzati con troppa solerzia ed energia sulle teste degli operai della Thyssen in piazza dei Cinquecento.
E allora – per ragioni opposte a quelle di queste ore – sempre nel silenzio del capo della Polizia, Alfano era andato in Parlamento per provare a tenere insieme l’impossibile.
Per distribuire solidarietà  a manganellati e manganellatori, evitando di spiegare cosa fosse andato storto in piazza e soprattutto a quali direttive di ordine pubblico prefetti, questori, e con loro polizia, carabinieri, finanza avrebbero dovuto e dovrebbero attenersi.
Una domanda cui il ministro dell’Interno non ha mai trovato il tempo di rispondere. E che, non a caso, il questore di Roma torna a sollevare con estrema concretezza.
“Il prossimo 28 febbraio – dice riferendosi alla manifestazione organizzata a Roma da Matteo Salvini e dalla Lega e all’annuncio di contro-cortei degli antagonisti per “negargli la piazza” – avremo una giornata in cui i segnali che arrivano non sono tranquillizzanti. Ma se interveniamo massivamente su cortei del genere che facciamo?”.
Già , che si farà ? Si negherà  a Salvini quello spicchio di Roma che è stato concesso all’incontinenza olandese?
Si useranno con gli antagonisti le maniere sconsigliate per 500 hooligan?
Dove verrà  tracciato il confine invalicabile della “tolleranza”?
E chi se ne assumerà  la responsabilità  politica?
Un ministro dell’Interno o, ancora una volta, un Questore o un Prefetto della Repubblica, che sulla carta restano autorità  “tecniche” di pubblica sicurezza?

Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)

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“UN CODICE PER SCHEDARE I PASSEGGERI”: SVOLTA UE NELLA LOTTA AL TERRORE

Gennaio 19th, 2015 Riccardo Fucile

SARANNO MEMORIZZATI PER TRE ANNI DATI E SPOSTAMENTI DI CHI VIAGGIA IN AEREO

L’Europa si americanizza, e la privacy cede il passo alla sicurezza.
Così entro il 2015, questo è l’obbiettivo più realistico, entrerà  in vigore la nuova normativa europea sul pnr, il personal number record, la “scheda” individuale di ogni passeggero che le compagnie aeree dal momento in cui entrerà  in vigore dovranno mettere a disposizione delle forze dell’ordine.
Il pnr, per capire la portata della novità , raccoglie tutti i dati relativi al passeggero e può dunque dire moltissimo della sua storia e della sua personalità .
Oltre all’anagrafica (nome, cognome, indirizzo ecc) e alle informazioni di viaggio (data, luogo di partenza e destinazione) raccoglie elementi personali potenzialmente “sensibili”, come le preferenze sul pasto consumato a bordo (da cui si potrebbero desumere informazioni di tipo religioso), eventuali esigenze sanitarie o semplicemente il metodo di pagamento del biglietto.
Dati che correttamente analizzati e incrociati tra di loro potrebbero essere molto utili sia per la prevenzione sia per le eventuali indagini.
Se li avessero avuti a disposizione, i servizi segreti francesi avrebbero potuto comprendere il pericolo che la Francia stava per correre, leggendolo attraverso gli spostamenti in Yemen e in Siria dei fratelli Said e Cherif Kouachi, gli autori del blitz al Charlie Hebdo ( 12 morti).
Negli Stati Uniti, una normativa molto simile era entrata in vigore dopo gli attacchi alle torri gemelle.
Ma anche in Canada e Australia ci sono leggi del genere.
Nel 2013 la commissione Libertà  civili del Parlamento europeo aveva bocciato, per una manciata di voti, una proposta di direttiva del 2011.
Da allora il dibattito sul punto è molto acceso e a fine agosto è intervenuto il consiglio europeo invitando il parlamento a concludere i lavori. La procedura sembrava comunque destinata rimanere a lungo nella palude burocratica
Il nuovo picco della lotta al terrorismo ha di colpo sbloccato tutto.
Dopo l’incontro dei ministri dell’Interno europei a Place Beauvau la scorsa settimana, i contatti tra i vari Stati e il parlamento si sono intensificati e le parti sono arrivate a un accordo di massima.
Accordo che si regge sul compromesso intorno al tempo di conservazione dei dati. La direttiva, nella sua stesura originaria, parla di cinque anni.
Nella forma in cui dovrebbe essere approvata, saranno solo tre. La rivoluzione è comunque storica.
L’Europa rinuncia a un valore che, almeno fino ai fatti di Parigi, aveva ritenuto inviolabile: la privacy dei cittadini.
«La disputa tra sicurezza e privacy – è la posizione del ministro del’Interno Angelino Alfano, da sempre un grande sostenitore dell’utilità  di questa legge – è un conflitto tipico di questo tempo. In passato c’è stata una tutela molto accentuata della privacy. In questo momento occorre valutare molto bene il tema della sicurezza».
Il prossimo passaggio è l’incontro tra i ministri dell’Interno e della Giustizia, il 29 gennaio a Riga. L’ordine del giorno è già  stato modificato per inserire anche il tema del pnr. Poi si dovrebbe passare a una fase più operativa
La Francia, ovviamente la maggiore interessata, ha già  dichiarato di avere pronta la piattaforma tecnologica per la raccolta, l’analisi, la condivisione e la conservazione delle informazioni.
Del resto, dicono da Parigi, non c’è tempo da perdere.
Come dimostrano anche i numeri elencati ieri dal ministro Alfano. I foreign fighters sono un problema continentale.
Il dato parla di un numero compreso tra i tre e i 5mila combattenti partiti dall’Europa per gli scenari di guerra mediorientali.Partiti ed, eventualmente, pronti a tornare, e a rappresentare un pericolo reale e imprevedibile.
In Italia, dove l’allerta è stata elevata al massimo grado, il numero è teoricamente più gestibile: si parla di 59 persone (nell’ultima rilevazione il dato era 53) che sono transitate passando per l’Italia.
Cinque di questi sono italiani di nascita.

Marco Mensurati
(da “La Repubblica”)

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LE SOCIETA’ DI CALCIO DEVONO PAGARE GLI AGENTI? ALLORA RENZI SI PAGHI LA SCORTA

Ottobre 1st, 2014 Riccardo Fucile

L’ULTIMA USCITA DEMAGOGICA RIGUARDA UN COSTO DI APPENA 25 MILIONI L’ANNO, QUANDO LE SOCIETA’   DI CALCIO VERSANO UN MILIARDO ALLO STATO

Quanto scriviamo è scevro da valutazioni politiche, ma ispirato ai fatti e al buon senso.
Oggi Renzi ha sostenuto che il servizio garantito dalla forze dell’ordine allo stadio deve essere pagato dalla società  di calcio che ospitano l’evento (costo annuale 25 milioni)
Ricordiamo (e non è un dettaglio) che le suddette società  versano un miliardo l’anno di tasse e già  si sono prese a carico il servizio di sicurezza interno allo stadio a mezzo degli steward.
Ma qui vogliamo ragionare sul principio: perchè mai una società  dovrebbe avere una   responsabilità  diretta di quanto avviene fuori dallo stadio, nel caso di scontri tra bande di teppisti?
Non è certo la società  che chiama le forze di polizia, ma è il ministero degli Interni che valuta a rischio certi spettacoli: pertanto o li vieta o deve garantire un servizio di controllo.
Se passa questo concetto privatistico per cui gli agenti vanno pagati da coloro a cui garantiscono sicurezza, Renzi cominci a dare l’esempio e paghi di tasca propria i suoi venti agenti di scorta : perchè dovrebbero pagarli i cittadini?
Lo stesso facciano ministri e sottosegretari.
Quando c’è un G8 in Italia o un vertice internazionale, Renzi faccia pervenire la fattura delle migliaia di agenti impiegati alle ambasciate estere: perchè dovrebbero pagare i cittadini?
Una rapina in banca? Volete l’intervento degli agenti? Paghi l’istituto di credito.
Di questo passo, perchè non troviamo anche degli sponsor per volanti e gazzelle? Un bell’adesivo sulla fiancata e finalmente le Questure potrebbero garantire il pieno di benzina.
Magari anche un bel marchio pubblicitario sulla divisa e finalmente gli agenti avrebbero un paio di pantaloni di ricambio.
Tutto quello che lo Stato non è in grado di assicurare, nonostante le tasse più alte d’Europa, scarichiamolo sui privati, così Renzi è contento.
E può continuare ad andare al Comunale in tribuna d’onore a scrocco.

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