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ADDIO TESSERA DEL TIFOSO, ARRIVA NEGLI STADI LA “FIDELITY CARD”

Marzo 13th, 2012 Riccardo Fucile

 SQUALLIDA POLEMICA DELL’EX MINISTRO PATACCA MARONI: “HANNO VINTO LE TIFOSERIE ULTRAS VIOLENTE E QUELLE SOCIETA’ COME LA ROMA CHE ERANO CONTRARIE E DI CUI LA CANCELLIERI E’ TIFOSA”:.. MAI VISTO UN MINISTRO DEGLI INTERNI , PER QUANTO INCAPACE COME MARONI, ACCUSARE IL SUCCESSORE DI ESSERE A FIANCO DEI VIOLENTI.

Addio alla famigerata Tessera del Tifoso. Sparisce il contestatissimo strumento di prevenzione e controllo voluto dall’allora ministro dell’Interno Maroni nell’agosto del 2009 ed entrato in vigore nella stagione 2010-2011.
Dopo soli due anni, dalla stagione 2012-2013, la tessera sarà  sostituita da una vera e propria ‘fidelity card’.
La nuova tessera “sarà  meno di controllo e più legata alla responsabilità  dei tifosi e dei club, con procedure snellite e molti servizi per chi se ne dota”, dice Antonello Valentini, direttore generale della Figc.
Mentre il capo della polizia, Antonio Manganelli, spiega che “manterrà  inalterate le sue caratteristiche fondamentali già  evidenziate negli ultimi due campionati, a cominciare dalla necessità  del suo possesso per le trasferte e gli abbonamenti”.
Fra i punti in discontinuità  con la precedente tessera invece il fatto che non ci possa essere alcun collegamento bancario, in altre parole il motivo per cui la vecchia tessera è stata considerata illegittima dal Consiglio di Stato.
E poi il principio della circolarità  della carta, che varrà  in tutti gli stadi italiani; la possibilità  di utilizzo anche per l’acquisto di biglietti per altre persone e la possibilità  di cessione a terzi. Inoltre, è allo studio anche l’abolizione del divieto di vendita dei tagliandi per il settore ospiti il giorno stesso della gara ai botteghini dello stadio.
Nonostante dal Viminale facciano sapere che “ha dato grandi risultati”, in realtà  la vecchia Tessera del Tifoso per come era strutturata non poteva sopravvivere.
Rilasciata dalle società  sportive solamente ai loro abbonati e previo nulla osta della questura competente (che comunicava l’eventuale presenza di motivi ostativi, come un Daspo in corso o condanne, anche in primo grado, per reati da stadio negli ultimi 5 anni), la tessera era l’unico modo per seguire la partita in trasferta nel settore ospiti, ma non solo.
Chi ne era in possesso infatti, “poteva” usufruire di determinati benefici di natura commerciale stabiliti dal club di appartenenza, oltre a convenzioni a livello nazionale con società  private come Ferrovie dello Stato e Autogrill. E questo è il punto.
Presentata come un sistema di prevenzione e controllo della violenza negli stadi, in realtà  la vecchia tessera si è rivelata essere una vera e propria carta commerciale imposta.
Rilasciata solo ai titolari di carte di credito, la tessera conteneva un microchip di tecnologia RFID, attraverso il quale appositi macchinari sono in grado di rilevarne i dati a distanza. Contrariamente al parere espresso dal Garante della Privacy poi, sulla vecchia Tessera del Tifoso era obbligatoria la fototessera.
Oltre a ciò, al tifoso non era permessa libertà  di scelta, perchè per seguire la sua squadra era costretto a “compiere un’operazione commerciale che non avrebbe altrimenti compiuto”. Come spiega nelle motivazioni del suo pronunciamento il Consiglio di Stato, che a dicembre ha stabilito l’illegittimità  della tessera.
“Brutta notizia per i tifosi che vanno allo stadio solo per divertirsi e non per menare le mani. Hanno vinto le tifoserie ultras e violente, hanno vinto quelle società  di calcio come la Roma (di cui è tifosissima la ministra Cancellieri) che mai avevano accettato le regole”.
Così scrive l’ex ministro Maroni sulla sua pagina facebook cercando la polemica politica. Quando è stato ampiamente dimostrato che il rilascio di questa famigerata tessera non solo non ha contrastato la violenza (i tifosi in trasferta, non potendo entrare nel settore ospiti, si infilavano nelle altre zone causando ulteriori problemi), ma aveva solo finalità  commerciali. Più realistico il commento del vicecapo dell’Osservatorio sulle Manifestazioni Sportive, Roberto Massucci: “La tessera del tifoso ha dato risultati straordinari (…) ora però spetterà  ai club valorizzare la funzione di fidelity card con sconti, agevolazioni e tutto ciò che riterranno necessario per aumentare il senso di appartenenza”.
E così la nuova tessera in vigore dall’anno prossimo, anche nel nome di ‘fidelity card’ si presenta per quello che è: non un argine alla violenza ma una carta commerciale a punti, tipo quella dei supermercati.

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L’EREDITA’ DI MARONI: A MILANO POLIZIA GIUDIZIARIA SENZA RISORSE, TRE AUTO PER 110 AGENTI

Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile

IL “BARBARO SOGNANTE” ERA IL PRIMO A PRESENTARSI IN TV PER PRENDERSI I MERITI DELLA CATTURA DI UN LATITANTE, MA NON AVEVA ALTRETTANTA SOLERZIA NEL TUTELARE L’OPERATIVITA’ DELLE FORZE DI POLIZIA

La squadra soffre per la mancanza di mezzi e strumenti.
Eppure il “capo” Antonio Manganelli, con i suoi 26 mila euro al mese, guadagna come venti dei suoi uomini
“Non riusciamo più a lavorare, a fare indagini. Noi crediamo nel nostro lavoro, lo facciamo con senso del dovere e con passione, al servizio della giustizia e dello Stato. Ma così non possiamo più andare avanti”.
Ad ascoltare le voci degli sbirri della squadra di polizia giudiziaria di Milano, si sente prevalere lo sconforto. “Non abbiamo strumenti per lavorare. Siamo 110 poliziotti e siamo rimasti con sole tre auto: una Alfa 156 e due vecchissime Punto. Una circolare del ministero dell’Interno ci impone infatti di consegnare, entro sabato 10 marzo, le targhe di altre quattro auto, che sono ormai fuori uso e non verranno nè riparate, nè sostituite”.
Da oggi, dunque, tre auto per 110 agenti.
La squadra di polizia giudiziaria presso il Tribunale di Milano è il gruppo interforze (Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza, in totale quasi 300 persone) che lavora per la procura di Milano.
Ha fatto le indagini sul caso Ruby e su altre mille inchieste dei pm milanesi.
La parte composta da agenti della Polizia di Stato è quella che soffre di più per la mancanza di mezzi e strumenti.
Il 31 dicembre 2011 è scaduto il contratto per la manutenzione delle macchine fotocopiatrici. Così adesso, quando se ne guasta una, nessuno la ripara. Tra qualche tempo gli agenti non potranno più fare fotocopie.
Non va meglio con i computer: soltanto una ventina sono efficienti, gli altri sono arrangiati, provenienti da altre amministrazioni, oppure personali.
“Alcuni di noi portano in ufficio il loro computer privato: sarebbe proibito, ma altrimenti come facciamo a lavorare?”.
Il punto più dolente è comunque quello delle auto.
L’ultima fornitura consistente dell’amministrazione risale al 1998: venti Fiat Punto che si sono via via ridotte a due.
Quando si guastavano non venivano più riparate.
I contratti d’assicurazione non erano rinnovati.
Ci sarebbero le auto confiscate: sette di queste erano state affidate dal giudice alla squadra di polizia giudiziaria, “ma il ministero ci ha detto che non ci sono fondi per rimetterle in strada e mantenerle”, dice un agente. “Così finiscono al Demanio dello Stato che le svende”. “Eravamo più attrezzati vent’anni fa”, dice sconsolato Carmelo Zapparrata, sostituto commissario nella squadra di polizia giudiziaria, ma anche segretario provinciale del Silp, il sindacato dei poliziotti della Cgil. “Nell’ultimo decennio abbiamo vissuto un lento declino, privati dei mezzi per lavorare. Dicono che bisogna investire nella sicurezza: ma noi vediamo che gli investimenti più elementari non vengono fatti. All’aumento della corruzione e della criminalità , si risponde con armi spuntate”.
La polizia giudiziaria compie il lavoro investigativo per i magistrati e dipende solo dal punto di vista funzionale dall’amministrazione di provenienza (i poliziotti dalla Polizia di Stato, i carabinieri dall’Arma, i finanzieri dalla Guardia di finanza).
“Ci sentiamo un po’ dimenticati dalla nostra amministrazione”, dice sottovoce Zapparrata.
Ci sono pochi soldi per i poliziotti, e ancor meno per quelli della polizia giudiziar ia.
Nelle indagini su Ruby, gli agenti hanno fatto fino in fondo il loro dovere, anche a costo di mettere in imbarazzo i funzionari della questura di Milano che in una notte di maggio del 2010 hanno subito le pressioni dell’allora presidente del Consiglio, il quale aveva chiesto di lasciar andare la minorenne fermata per furto.
Ora il Silp critica anche la sproporzione tra gli stipendi dei poliziotti e quelli del loro capo: Antonio Manganelli, con i suoi 26 mila euro al mese e più, guadagna come venti agenti messi insieme.
“Siamo i poliziotti peggio pagati d’Europa”, dice Zapparrata, “e abbiamo il capo più pagato d’Europa. Non importa. Noi continuiamo a fare il nostro lavoro. Ci piace. Abbiamo il senso delle istituzioni. Però vorremmo almeno avere gli strumenti minimi per poter lavorare: i computer, le fotocopiatrici, le auto di servizio. Chiediamo troppo?”.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CRISI, DISOCCUPAZIONE, CRIMINALITA’: PER TRE ITALIANI SU QUATTRO IL FUTURO E’ NERO

Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile

RAPPORTO DEMOS: PAESE SPACCATO E MAI COSI IMPAURITO

Il futuro fa paura.
L’insicurezza economica è la più grave delle minacce: colpisce sette italiani su dieci. Spaventano disoccupazione, crisi dei mercati e inflazione.
Anche la criminalità  torna a preoccupare.
E ancora: otto italiani su dieci vedono ormai la società  spaccata in due, tra chi ha poco e chi ha molto.
L’85% pensa che i figli staranno peggio dei padri.
E la tv? Prosegue nel suo strabismo: se da un lato pare finalmente sintonizzarsi sulle paure reali degli italiani, dedicando il 39% delle notizie ansiogene alla crisi, dall’altro conferma la sua difficoltà  ad adeguarsi alla realtà , mantenendo salda la sua sfrenata “passione criminale” (con ben il 55% delle notizie).
A mappare le nostre paure è il quinto Rapporto sulla sicurezza, realizzato da DemosΠ e Osservatorio di Pavia per Fondazione Unipolis.
I risultati? La crisi rappresenta oggi il primo motore dell’insicurezza.
Quasi tre italiani su quattro si dicono preoccupati dai problemi economici (peggio di noi solo gli spagnoli): il 73%, un dato lievitato di 10 punti rispetto al 2010 e di 16 negli ultimi due anni.
Oltre un terzo prevede che, nei prossimi sei mesi, il quadro nazionale si aggraverà  ulteriormente e il 77% percepisce un allargamento degli squilibri in termini di ricchezza. “Dopo che per anni l’insicurezza è stata tradotta come paura della criminalità , anche per spostare le preferenze politiche dell’opinione pubblica soprattutto verso il centro-destra –   spiega il direttore del rapporto, Ilvo Diamanti   –   oggi, echeggiando Bauman, potremmo parlare di “insicurezza ontologica”, perchè scuote alle radici la nostra stabilità  sociale e familiare. Ne mina le basi: il reddito, il lavoro, il risparmio. Ha origini che noi non possiamo controllare. È questa la novità : gran parte dei cittadini ha paura di quel sta succedendo, ma non è in grado di comprenderlo. Cosa sono lo spread o Moody’s? Cosa vogliono da noi?”.
La stessa paura della criminalità  (43%), il cui indice balza di dieci punti rispetto al 2010, va in parte ricondotta a questo senso di “vulnerabilità  globale”.
Non a caso la quota di persone che si dicono preoccupate dalla criminalità  sale di altri 10 punti fra coloro che più soffrono l’insicurezza economica: donne, anziani e casalinghe, che divorano oltre quattro ore di tv al giorno.
Non è tutto: l’85% degli italiani ritiene che la criminalità  sia cresciuta rispetto a cinque anni fa e uno su quattro pensa che, nella propria zona di residenza, i reati della criminalità  organizzata siano aumentati nell’ultimo anno (soprattutto al Centro Nord).
Anche l’insicurezza globale (legata ad ambiente, guerre, sicurezza alimentare) si mantiene su livelli elevati, coinvolgendo quasi il 76% degli italiani.
Bassa rimane invece la paura degli immigrati.
Considerando insieme le tre dimensioni (economica, globale e criminale), l’insicurezza complessiva degli italiani raggiunge il livello più elevato dal 2007.
E la tv? Stenta ad adeguarsi alla nuova mappa delle paure.
Certo, i tg si accorgono finalmente della crisi economica, salita al 39% delle notizie sull’insicurezza, ma non abbandonano la loro “passione criminale” (55% delle notizie). Un caso tutto italiano. Non solo.
Nel resto d’Europa della crisi si parla fin dall’inizio del 2011: i telegiornali di Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania affrontano il tema da gennaio. In Italia, invece, stando al Tg1 la crisi economica inizia nel luglio del 2011 e viene trattata da gennaio a giugno in sole 14 notizie (contro le 117 della spagnola Tve).
Non tutti i tg sono però uguali: nel 2011, la dimensione ansiogena di Studio Aperto è legata per l’80% a notizie criminali e per il 7% alla crisi economica.
E anche Tg1 e Tg5 continuano ad assegnare il primato alla criminalità  (rispettivamente 52% e 68%).
Al contrario, il Tg3 e il Tg La7 invertono l’ordine: la voce “peggiorare le condizioni di vita” è in testa all’agenda (49% delle notizie).
“Il sentimento di insicurezza degli italiani è ancora contraddetto dalla rappresentazione proposta dai tg   –   sostiene Diamanti   –   ma in misura meno violenta rispetto agli anni scorsi, perchè la realtà  ha ormai imposto la priorità  dell’emergenza economica”.

Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)

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TAV: VALE LA PENA O SONO SOLDI BUTTATI?

Marzo 4th, 2012 Riccardo Fucile

CIFRE E TESI A CONFRONTO TRA DUE ESPERTI CONTRARI E DUE FAVOREVOLI ALL’OPERA

Ma vale davvero la pena di spendere un numero imprecisato di miliardi di euro per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione?
Per farci un’idea al di là  di slogan e artifici retorici abbiamo messo a confronto dati e argomenti di due esperti contrari all’opera (Marco Ponti, docente di Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano, e Sandro Plano, ingegnere e presidente della Comunità  montana della Val di Susa e Val Sangone) con quelli di due sostenitori dell’investimento (Paolo Foietta, direttore dell’area territorio e trasporti della Provincia di Torino e Oliviero Baccelli, docente di Economia dei Trasporti all’Università  Bocconi di Milano).
Ecco che cosa ci hanno detto.

La prima domanda è d’obbligo: è davvero necessaria la nuova ferrovia? E a che cosa serve precisamente?
Baccelli: Serve a sanare un’anomalia del sistema di trasporto delle merci fra Italia e Francia rispetto agli altri contesti transalpini. Tra Italia e Francia il 90 per cento delle merci vanno su strada, con la Svizzera la quota di trasporto ferroviario è del 63 per cento, con l’Austria del 31 per cento. Verso la Francia, che significa anche verso Spagna e Gran Bretagna, abbiamo un interscambio commerciale di 150 miliardi di euro.
La nuova linea è per le merci o per i passeggeri?
Baccelli: Come tutti i nuovi collegamenti (è il settimo in programma sull’Arco alpino) anche questo è misto, passeggeri e merci.

È VERO CHE LA VECCHIA LINEA NON HA FUTURO?

Foietta: Sì. Ho trovato uno studio del 1908 di un certo Domenico Regis, ingegnere, che già  definiva il tunnel del Frejus fatto da Cavour una “vecchia carcassa”. La sagoma della galleria è così piccola che i container oggi più usati non passano.
Poi c’è una pendenza eccessiva della salita per arrivare ai 1200 metri del vecchio tunnel. Il traffico crolla perchè per le merci andare a Parigi passando dalla Svizzera costa il 30 per cento in meno.
Plano: Vogliamo andare dal panettiere con la Ferrari e non abbiamo i soldi per comprare il pane.
Stiamo parlando di un progetto vecchio di 22 anni, partito come treno ad alta velocità  pura.
Poi l’analisi del traffico passeggeri ha decretato l’insostenibilità  del progetto e allora si sono tirate fuori le merci, poi ancora ci si è inventati il collegamento Lisbona-Kiev, il cosiddetto Corridoio 5.
Adesso c’è il nuovo progetto low cost, che certifica il gigantismo del progetto iniziale.
Stiamo parlando di una linea già  esistente che porta meno di 4 milioni di tonnellate all’anno e potrebbe portarne fino a 20 milioni. E non si vede in prospettiva nessun aumento del traffico.
Però Foietta ha appena detto che la vecchia linea non è più tecnicamente adatta.
Plano: Ma no, ci passa anche il Tgv… Il problema è il traffico. Anche su gomma sta calando. Nel traforo autostradale del Frejus siamo passati da un picco di 895 mila Tir all’anno ai 753 mila del 2011.
Ponti: Il problema non è dire se serve o non serve. A qualcosa servirà  sicuramente. Ma c’è la questione delle priorità .
I soldi pubblici sono così scarsi che si stanno tagliando i servizi sociali.
E di progetti infrastrutturali come questo ce ne sono sul tappeto un gran numero, tutti inseriti nei corridoi europei.
Cito il “terzo valico” tra Milano e Genova, la Verona-Venezia, la Napoli-Bari, la Vene-zia-Trieste, tutti giocattoli da 5-6 miliardi di euro se va bene.
Dobbiamo scegliere.
Anche la Corte dei Conti francese ha eccepito che, se sulla linea esistente del Frejus passano solo 4 milioni di tonnellate di merci quando potrebbero passarne 20 milioni, forse bisognerebbe pensarci bene prima di pagare il progetto tutto con soldi pubblici.
Baccelli: La Torino-Lione è una priorità , per due motivi.
Ridurre la dipendenza dall’autostrasporto, con la possibilità  di togliere dalla strada centinaia di migliaia di Tir ogni anno, e farlo con l’unico intervento previsto sulla direttrice con la Francia, dove il traffico complessivo attualmente è di ben 45 milioni di tonnellate all’anno.
Ponti: Però bisognerebbe che aveste il coraggio di dire che la Torino-Lione è più importante di tutte le altre tratte che ho elencato, visto che i soldi per fare tutto non ci sono.
E lì voglio vedere le reazioni politiche! Secondo me il rischio è che queste opere le faremo tutte, ma un pezzetto ciascuna, sotto elezioni…
Avremo infiniti cantieri aperti che non si chiuderanno mai.

MITO E REALTà€ DEL CORRIDOIO 5

Parliamo del mitico Corridoio 5: da Lisbona a Kiev attraversando l’Italia. È uno slogan o ci sono davvero prospettive di traffico?
Ponti: Il fatto è che queste nuove infrastrutture non tolgono le merci dalla strada. La Francia ha fatto grandi investimenti sulle strade ferrate e ha perso negli ultimi anni il 30 per cento del traffico merci ferroviario.
Foietta: La Svizzera l’ha raddoppiato però…
Ponti: Per forza, ha messo dei vincoli molto stringenti sul traffico stradale. Ma se tasso il trasporto su gomma aumento i costi per le imprese: siamo sicuri che saranno contente? Comunque vedo che nessuno mi risponde sulle priorità …
Foietta: È vero, bisogna fare una scelta delle priorità . Come piemontese credo che la Torino-Lione sia una priorità . Stiamo parlando di 45 milioni di tonnellate di merci che scambiamo con la Francia: oggi vanno su ferrovia per il 10 per cento, noi puntiamo ad arrivare per il 2035 al 55 per cento.
Ma in pratica fatta la nuova strada ferrata le merci vi si trasferiscono automaticamente?
Plano: Guardiamo i numeri. Sull’autostrda Torino-Bardonecchia circolano ogni giorno 2000-2200 autocarri, sulla tangenziale torinese ci sono ogni giorno 200 mila veicoli in circolazione. Torino ha una sola linea di metropolitana, Lione cinque. Se vogliamo fare una politica ambientale lavoriamo sulla tangenziale di Torino, e lavoriamo sui nodi di Mestre-Marghera, sul nodo di Milano e via dicendo…

LE MERCI ANDRANNO DAVVERO SUL TRENO?

Ponti: Da dieci anni faccio simulazioni per l’Unione europea su questo problema: si riesce a spostare merci dalla strada al treno, ma su numeri piccoli e a costi molto elevati, tassando i camion e sussidiando la ferrovia. Si riesce a spostare non più di 2-3 punti percentuali del traffico. Perchè la gomma ipertassata vince sulla ferrovia sovvenzionata? Ci sono motivi strutturali: in Italia produciamo vestiti di Armani e oggetti di alta tecnologia, non carbone, cereali o prodotti siderurgici. I prodotti ad alto valore aggiunto non sono vocati al treno.
Baccelli: L’autotrasportatore che percorre l’autostrada del Frejus fa in media un viaggio di 880 chilometri. E’ chiaro che la ferrovia è vincente su grandi distanze e su direttrici particolari, come quelle da e per i porti. La Torino-Lione è una di queste direttrici.

CHE COS’È IL NUOVO PROGETTO LOW COST


Che cosa prevede questo progetto low cost benedetto dal premier Mario Monti?

Foietta: Avevamo un progetto definitivo che nel 2006 è stato buttato via dall’Osservatorio tecnico presieduto da Mario Virano, dicendo che bisognava ridefinire un nuovo percorso. Avevamo un progetto preliminare che per la parte italiana costava 8-8,5 miliardi di euro. Siccome ci siamo resi conto che tirare fuori tutta insieme questa cifra era impossibile, abbiamo deciso di concentrare l’investimento sulle parti più urgenti dell’opera. In pratica si pensa di fare il nuovo tunnel di 57 chilometri e connetterlo la linea storica. Questo costerebbe in tutto sugli otto miliardi, il che significa che per la parte italiana, tenendo conto del possibile finanziamento europeo, che, lo ammetto, non è certo, il costo scenderebbe a 2,9 miliardi.

La versione ridotta del progetto è più accettabile per le popolazioni della Val di Susa?


Plano
: Il tunnel low cost certifica il fallimento del progetto faraonico che fino a ieri sembrava irrinunciabile. E comunque alla fine della fiera il collo di bottiglia resteranno i nodi di Torino e di Chambery, che noi proponevamo di risolvere prima di affrontare il tunnel di base. Ma hanno voluto incominciare dal tunnel. Noi restiamo dell’idea che impongono alla valle il disagio di dieci anni di cantieri senza essere la Svizzera, perchè poi noi non possiamo tassare i camion per costringerli a salire sul treno, per cui dopo i cantieri ci terremo i Tir.
Ponti: I più recenti studi dicono che il bilancio ambientale di un’opera del genere è positivo solo se si toglie molto traffico all’aereo, che è il mezzo più inquinante, sennò l’impatto di un’opera come la Torino-Lione è complessivamente negativo: cioè genera più inquinamento durante l’esecuzione dell’opera di quello che elimina con il suo funzionamento.

Chi pagherà  il tav della Val di Susa? Visto che non si parla più del mitico project financing, cioè l’illusione che l’opera si ripaghi da sola con i proventi del traffico, pagherà  tutto lo Stato? E quanto finirà  per costare? I preventivi saranno rispettati?

Baccelli: Per la cifra esatta ci sono dei problemi. Per adesso i calcoli si basano su un progetto preliminare, non definitivo. Ma cercheremo di imparare da altre esperienze, svizzere e austriache soprattutto.
Veramente abbiamo già  copiato le ferrovie francesi, ma ci sono costate tre volte tanto…
Baccelli: In Francia le linee alta velocità  sono solo per i passeggeri, da noi anche per le merci.
Ponti: La ferrovia gli utenti non la vogliono pagare. Vogliono pagare le strade. Dobbiamo pensarci, soprattutto i costi sono sempre certi, i benefici no. Esperti svedesi e inglesi dicono che mediamente in queste opere il sovraccosto sui preventivi è del 40 per cento. In Italia è del 400 per cento. È ovvio: i costruttori e i politici, soprattutto locali, sono molto contenti se si fanno queste opere. Per questo bisogna stimare i costi sempre all’insù e i benefici sempre al ribasso.

I PREVENTIVI SARANNO RISPETTATI?

Ma nella Torino-Lione è stata rispettata la regola della cautela nelle previsione? Chi ha fatto le stime?
Ponti: Le ha fatte l’Osservatorio.
Foietta: — No, non le abbiamo fatte noi. Ponti: Le hanno fatte i promotori.
Baccelli: Sì.
Foietta: I promotori sono Rfi (braccio operativo delle Ferrovie dello Stato) ed Rff (l’equivalente francese) che hanno costituito la società  di scopo Ltf che ha l’obiettivo di progettare la parte internazionale comune. Le parti nazionali invece le progetteranno Rfi e Rff.
Plano: Dopo anni di chiacchiere non si sa ancora quanto si spende. In una società  privata con una gestione così qualche testa sarebbe caduta.

I dati dell’Osservatorio sono convincenti?

Plano
: Non li sanno nemmeno loro. Dopo sette anni dicono forse tre miliardi, se l’Europa ce ne dà  il 40 per cento, se non ci sono sorprese…
Ponti: Per tutti i nuovi corridoi ferroviari, una settantina di progetti, l’Europa ha a disposizione 31 miliardi di euro. Che ne vadano 3 a un solo progetto italiano è auspicato da Italia e Francia, ma inverosimile.

L’iter è stato approssimativo?

Baccelli: Il progetto è estremamente complesso: attraversa 43 comuni, con problemi di ogni tipo, interferenze con autostrade, falde acquifere, prevedeva centri intermodali, gronda merci, interconnessioni con linee storiche.
Siamo ancora in tempo per fermarci?
Ponti: L’operazione “corridoi” dai tecnici della Commissione Europea è considerata risibile. Sono operazioni tutte politiche, collage dei desiderata dei vari Paesi. L’esempio più clamoroso sono proprio i corridoi italiani. C’era il corridoio Helsinki-Malta, passando dalla Sicilia.

È vero che l’Italia ha preso impegni irrevocabili?

Ponti: Le scelte politiche sono sempre rinegoziabili. Non ci sono soggetti privati in mezzo.
Baccelli: L’Italia ha sottoscritto impegni da oltre vent’anni. I francesi hanno investito oltre un miliardo per tre tunnel geognostici. Sarebbe operazione ridicola cancellare il progetto.
Plano: Si dice che nl’Europa ci chiede di farlo. Hanno 130 miliardi di richieste e 30 disponibili: se gli diciamo di no fanno salti di gioia.
Foietta: È tecnicamente possibile recedere. Naturalmente se si risarciscono le spese fatte dalla Francia. Ma ha un senso risarcire un miliardo quando con altri due hai una grande opera?

Giorgio Meletti e Ferruccio Sansa
( da “Il Fatto Quotidiano“)

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SCILIPOTI ASSALITO DALLE FORMICHE AMAZZONICHE: ERA SENZA SCORTA

Marzo 4th, 2012 Riccardo Fucile

NOTTE INSONNE PER IL   DEPUTATO, COSTRETTO A SVEGLIARSI NELLA NOTTE: “IL LETTO ERA INVASO DA ANIMALETTI”…. AD AMAPA’ PENSAVA   CHE NESSUNO LO CONOSCESSE E INVECE…

Verrebbe da dire «anche le formiche nel loro piccolo si inc….» e anche loro prendono di mira Domenico Scilipoti, il deputato, omeopata, agopuntore, filantropo passato alla storia per aver salvato il governo Berlusconi nel dicembre 2010.
Hanno provato a fargliela pagare nel cuore della notte in una stanzetta d’albergo nello stato dell’Amapà , nella foresta amazzonica.
Qui il nostro eroe è andato a dormine sereno e contento dopo «una giornata a portare aiuto e conforto alla gente di quella terra martoriata» ma alle quattro del mattino è stato costretto a svegliarsi perchè il suo letto era completamente invaso dalle formiche.
Un manto di piccoli animaletti inferociti che lo hanno assalito in ogni parte del corpo, anche quelle su cui è meglio tacere.
Nel cuore della notte il povero Domenico Scilipoti da Barcellona Pozzo di Gotto ha trovato conforto solo in un’energica doccia fredda ma non riuscendo più a prender sonno.
L’icona del movimento dei «Responsabili» prova a ridimensionare.
«È stato solo un piccolo incidente – spiega -, nulla di grave e lontanamente paragonabile con quanto avviene altrove».
Spesso Scilipoti è costretto a andare in giro con la scorta per difendersi dagli insulti che rimedia per strada.
Almeno in Amazzonia pensava si essere al sicuro, ma evidentemente anche li non tutti lo amano.

Alfio Sciacca
(da “Il Corriere della Sera”)

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PARLA IL CARABINIERE INSULTATO: “FIGLIO DI OPERAI, FACCIO IL MIO DOVERE PER 1.300 EURO AL MESE. E’ IMPORTANTE CHE OGNUNO ABBIA DIRITTO DI DIRE QUELLO CHE PENSA”

Marzo 1st, 2012 Riccardo Fucile

PARLA IL MILITARE RIMASTO IMMOBILE SENZA REAGIRE ALLE PROVOCAZIONI VERBALI DEL NO TAV… “CI ADDESTRANO A NON RACCOGLIERE PROVOCAZIONI. TU SENTI QUELLO CHE DICONO E DICI ALLA TUA TESTA DI PENSARE AD ALTRO”

“Non hai un nome e un cognome, pecorella?”. Il birignao squadrista che quel tipo sulla A32 gli ha cantilenato a vantaggio di telecamere e davanti alla visiera di plexiglass che il comandante di plotone gli aveva ordinato di abbassare ora lo ripete a se stesso come una canzoncina.
Le immagini di “Corriere tv” hanno fatto il giro della rete.
Sono entrate nei corridoi della politica, dei ministeri, stupefatti dalla sua dignità  di carabiniere.
Hanno convinto il comandante generale dell’Arma, Leonardo Gallitelli, a gratificarlo di un encomio solenne per “la fermezza e la compostezza dimostrate”.
E lui di tanto rumore e sovraesposizione ora ne sorride, quasi intimidito. Come può esserlo un ragazzo di 25 anni, quanti ne ha lui.
Dice: “Pecorella un nome ce l’ha. Scrivi che mi chiamo F.”.
E l’accento tradisce la sua terra, la sua storia.
È sardo della provincia di Oristano, F.
È un “figlio del popolo”, come si diceva una volta. E non perchè dirlo sia un clichè, ma perchè è la verità . “Sono figlio di un operaio. E sono cresciuto in un paese di operai. Ho un fratello e la licenza liceale scientifica”.
“Comunque sei una bella pecorella, lo sai? Vorrei vederti sparare. Sai sparare?”, lo provocava lo squadrista in autostrada.
Sì, sa sparare. Ed ha imparato in un poligono di tiro dell’esercito.
Quello di una caserma della Brigata meccanizzata Sassari, dove, cinque anni fa, si era arruolato appena preso il diploma.
“Avevo deciso di mettermi subito a lavorare. Fare il soldato è un mestiere onesto. E così quando sono uscito dal liceo ho firmato da volontario per 4 anni”.
F. poteva finire in Iraq, a Nassirya, dove la brigata ha ruotato durante la guerra. Si è ritrovato a Chiomonte, Val di Susa, Italia.
“Sì non ho partecipato alle missioni all’estero. Perchè, dopo due anni dall’arruolamento ho deciso di diventare carabiniere. Pensavo fosse un passo professionale importante. E quel lavoro mi affascinava. Così, tre anni fa, conclusa la ferma con l’esercito sono arrivato al battaglione, da cui non mi sono più mosso e dove sto bene”.
Dice “mestiere”, “lavoro”, F.
Perchè in fondo, spiega, sono sinonimo di dovere. “L’ho detto stamane un po’ emozionato al telefono al mio Comandante Generale. Ho detto che ho fatto solo il mio dovere. E il dovere, per me, è fare bene il mio lavoro”.
Nel lavoro in val di Susa, dove il suo battaglione è già  “ruotato” almeno una decina di volte nell’ultimo anno, c’è anche quella roba lì.
Sentire, magari provando a non ascoltare. “Dai anche i bacini alla tua ragazza con quella mascherina? Così non gli attacchi le malattie….”.
“Io veramente non ho una moglie e se è per questo neanche una ragazza. Ma è lo stesso. Perchè ci addestrano a non raccogliere gli insulti, le provocazioni. Tu senti quello che dicono e dici alla tua testa di pensare ad altro. Devi farlo”.
Anche dunque se ti danno dello “stronzo in divisa”, che “da stronzo in divisa andrà  in pensione”.
Ad F., per la pensione, manca una vita intera.
A 1.300 euro di paga base, che diventano 1.500 con le indennità  di trasferta.
Troppe volte torneranno a dargli dello “stronzo”.
“Lo so. Ma non importa”, dice lui. E ne è convinto.
O comunque dice di esserlo.
Perchè la val di Susa gli ha insegnato una cosa.
Che prova a dire così: “L’altra mattina sull’autostrada, e il giorno prima, insomma, tutte le volte che ho visto questi ragazzi, che hanno la mia età , ho pensato che è importante che ognuno abbia il diritto di dire quello che pensa. Giusto o sbagliato che sia. Purchè lo faccia senza violenza. Poi, ognuno di noi saprà  giudicare. O no?”.

Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)

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LE “ALTRE ETERNIT”, DIECIMILA VITTIME IN TANTI ANNI DI INQUINAMENTO

Febbraio 28th, 2012 Riccardo Fucile

LA SENTENZA DI TORINO APRIPISTA A TANTE ALTRE… STORIE DI DISCARICHE, ACCIAIERIE E IMPIANTI CHIMICI CHE HANNO DANNEGGIATO TERITORIO E SALUTE DELLA GENTE….OLTRE 5 MILIONI DI PERSONE INTERESSATE

“Quando moriva qualcuno, in una fabbrica in cui tutti sapevano che prima o poi sarebbe successo, negli anni Ottanta veniva condannato l’addetto alla sicurezza. Negli anni Novanta le sentenze sono arrivate a punire il direttore dello stabilimento. Ora tocca ai top manager e ai proprietari”.
Rino Pavanello, da 25 anni segretario dell’associazione Ambiente e lavoro, riassume così il percorso che ha portato alla sentenza contro l’Eternit per disastro colposo.
La notizia ha fatto il giro dei giornali di tutto il mondo e ora sembra destinata a rilanciare centinaia di vertenze sull’impatto sanitario dei vecchi colossi della chimica, delle acciaierie monstre, delle grandi discariche abusive.
Stabilito il principio delle responsabilità  legate non a un incidente catastrofico tipo Seveso ma a uno stillicidio di veleni somministrati quotidianamente per anni, le industrie a rischio sanzione si moltiplicano.
I dossier sulla minaccia chimica messi a punto dalla Legambiente e dal Wwf mostrano un panorama costellato di richieste di risarcimento.
Sul banco degli accusati ci sono soprattutto i grandi poli dell’industria pesante che hanno devastato il territorio negli anni del boom economico. E i giudici ascoltano con attenzione.
“Il salto che si è determinato con la sentenza del tribunale di Torino, anche se siamo ancora al primo grado di giudizio, è netto”, osserva Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente.
“Nel caso dei grandi incidenti del passato, da Seveso a Bhopal, si è trattato di un episodio, sia pure gravissimo: e il giudizio della magistratura ha riguardato quelle specifiche responsabilità .
Ma le conclusioni del processo Eternit ribaltano questo punto di vista e spostano l’attenzione sulle responsabilità  per la routine quotidiana, quando questa routine comporta un rischio inaccettabile per chi vive dentro le fabbriche, per chi abita vicino agli impianti a rischio e, molto spesso, anche per milioni di altre persone che possono venire in contatto con oggetti pericolosi”.
Dunque si passa da una valutazione sulla pericolosità  legata a un incidente alle considerazioni sugli effetti di lungo periodo prodotti da merci dannose o da situazioni ambientali pericolose.
E Patrizia Fantilli, responsabile dell’ufficio legale del Wwf, ricorda che, a questo punto, il discorso della richiesta di risarcimenti si allarga ad altre situazioni critiche.
Ad esempio al poligono di Quirra, in Sardegna, dove sono stati interrati rifiuti militari (bombe, parti di missile, batterie, pneumatici) contenenti sostanze tossiche tra cui amianto e uranio.
O alla discarica di Bussi (Pescara), considerata una delle più inquinanti d’Europa: dagli anni Sessanta ai Novanta qui sono state smaltite abusivamente grandi quantità  di sostanze chimiche che hanno contaminato per oltre 25 anni le falde idriche che arrivano ai pozzi utilizzati da 400 mila persone.
Una situazione complessiva che lascia una traccia pesante anche dal punto di vista epidemiologico.
Secondo lo studio Sentieri, coordinato dall’Istituto superiore di Sanità , che analizza i punti in cui il rischio chimico è più alto, ci troviamo di fronte a un quadro decisamente allarmante.
La mortalità  per cause ambientali in questi siti è in media del 14% superiore alla norma.
Il record è nelle sei località  inquinate dall’amianto, dove i casi di tumori della pleura sono stati quattro volte superiori alla norma nel periodo 1995-2002.
Le vittime in eccesso, uccise dall’inquinamento, sarebbero circa 10 mila su una popolazione interessata di 5,5 milioni di persone.

(da “La Repubblica”)

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L’EREDITA’ DEL “BARBARO SOGNANTE”: 2011 ANNO RECORD PER FURTI, RAPINE E BORSEGGI

Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile

IL RISULTATO DELLA GESTIONE MARONI: + 28% DI ASSALTI ALLE ABITAZIONI, + 15% DI REATI CONTRO IL PATRIMONIO…E GLI STRANIERI DENUNCIATI PER REATI DI DROGA SALITI DEL 34,5%

Un dilagare di rapine a mano armata negli appartamenti.
E un esercito di scippatori e borseggiatori in strada a minacciare la sicurezza pubblica. La criminalità  in Italia sta vivendo una svolta.
Nel 2011, dopo anni di calo costante, c’è stata un’impennata a sorpresa dei reati contro il patrimonio, aumentati del 15 per cento rispetto al 2010.
Per le rapine nelle abitazioni è un vero quanto allarmante boom: sono cresciute del 28 per cento in pochi mesi.
Un’inversione di tendenza che spiazza i sociologi e preoccupa tutte le forze di polizia. A documentarlo sono i dati riservati che le prefetture di tutta Italia stanno inviando al Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale.
I furti in appartamento sono cresciuti nell’ultimo anno del 15 per cento, così come le rapine e i borseggi.
Gli omicidi sono   “stabili”: 610 casi nel 2011.
Aumenta invece il peso degli stranieri nella contabilità  criminale.
La percentuale degli immigrati senza permesso di soggiorno nel totale delle denunce per reati legati alla droga è arrivata a 34.5 per cento.
Un record, non è mai stata così alta.
Sono numeri ricavati dalle denunce presentate a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza.
Sono provvisori, perchè ancora non tutti gli uffici hanno provveduto a inviare le statistiche.
Ma chi li sta raccogliendo prevede che quelli definitivi sulle rapine e i furti saranno corretti al rialzo, intorno al 18-19 per cento.
Questo il lascito finale del barbaro sognante Maroni, l’ultima patacca che non potrà  certo vendersi sui media.

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CASALE PENSA AL RIFIUTO DEI RISARCIMENTI MILIONARI PER I MORTI DI AMIANTO

Febbraio 1st, 2012 Riccardo Fucile

A DICEMBRE LA MAGGIORANZA IN COMUNE AVEVA ACCETTATO LA BOZZA D’INTESA, ORA IL SINDACO CI HA RIPENSATO: “SIAMO ORIENTATI A DIRE NO”

«Quando si arriva all’ultimo minuto bisogna giocare con prudenza».
La premessa è di natura cestistica, perchè da buon appassionato di basket, Giorgio Demezzi conosce bene l’importanza delle fasi finali di una partita, quando il cronometro scorre inesorabile verso la fine.
«Esistono però le condizioni per un nostro ripensamento. La decisione definitiva non è ancora presa, ma siamo orientati a non accettare l’offerta di transazione fatta al Comune dall’imputato Stephan Schmideiny per la vertenza sull’amianto».
Quasi un tiro da tre punti a fil di sirena.
Ogni domenica il sindaco di Casale Monferrato siede sui gradoni del Palaferraris, il palazzetto che ospita la Novi Più, matricola e rivelazione del campionato di seria A, non fosse per la propensione a perdere molto spesso in volata.
Ci vuole prudenza, anche per le trattative, soprattutto quando sembravano ormai chiuse.
Lo scorso 18 dicembre la maggioranza del Consiglio comunale aveva accettato la bozza d’intesa spedita dai legali di Stephan Schmidheiny, ex proprietario dello stabilimento Eternit nel quartiere Ronzone che per oltre cinquant’anni ha diffuso nell’aria e nei polmoni il micidiale polverino.
Il miliardario svizzero con residenza in Costarica, principale imputato del processo Eternit, offriva una cifra compresa tra i 18 e i 20 milioni di euro in cambio della revoca della costituzione di parte civile del Comune al processo sui morti d’amianto che il 13 febbraio andrà  a sentenza.
Era una proposta indecente, ma erano anche tanti soldi.
Maledetti e subito, dall’incasso sicuro.
Fu una brutta notte, quella.
Qualche consigliere della maggioranza di centrodestra invocò la forza pubblica per far sgomberare le centinaia di persone che aspettavano nella piazza di fronte.
Non erano facinorosi, ma un pezzo importante di una città  di 35 mila abitanti martoriata da almeno 1.700 morti di mesotelioma, il tumore della pleura indotto dall’amianto.
In poco più di un mese possono accadere tante cose, persino da noi.
Per una volta si è mossa la politica, seppur tecnica.
Il nuovo ministro della Salute, Renato Balduzzi, è nato a venti chilometri da qui. Conosce bene questo infinito rosario di morti. Ha contattato Demezzi, gli ha mostrato un’altra strada per evitare la firma su un accordo destinato a creare una lacerazione profonda in una città  così segnata dal dolore, che avrebbe cancellato anche trent’anni di lotta per giungere alla verità .
Non parole, ma opere di bene, con il coinvolgimento diretto del ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
Nuovo accordo di collaborazione tra Stato, Regione ed Enti locali.
La conferma dei 9 milioni di stanziamento che finanzieranno le spese per il prossimo biennio.
L’impegno a trovare il denaro per una nuova discarica di Eternit.
«Si sono presi a cuore il problema in maniera seria, attivando un canale di dialogo quasi quotidiano. Ci hanno permesso di trovare lo stimolo e l’appiglio per ripensare la nostra decisione. La stiamo riconsiderando, finalmente sulla base di atti concreti». Giorgio Demezzi è un ingegnere prestato alla politica, a un Pdl che aveva bisogno di un nome nuovo per riprendersi Casale Monferrato.
Ha sempre rivendicato la bontà  della decisione iniziale, che ancora oggi definisce «pragmatica», ma come essere umano ne ha sofferto. «Sono avvenuti fatti che mi hanno fatto capire quanto la decisione di Casale fosse una questione nazionale».
Il sì all’offerta dello «svizzero» ha avuto l’effetto collaterale di un ritorno del dramma dell’amianto al centro dell’attenzione.
Petizioni, assemblee, mobilitazioni.
Libri in uscita, da segnalare «Eternit, dissolvenza in bianco» opera a fumetti di Gea Ferraris e Assunta Prato che racconta la storia della fabbrica della morte.
Persino una pièce teatrale, Malapolvere, ispirata al libro omonimo di Silvana Mossano che questa sera apre in prima nazionale al teatro Gobetti di Torino.
C’è stato l’esempio dei piccoli comuni dell’alessandrino, da Coniolo a Morano Po, che hanno avuto la forza di respingere al mittente la stessa offerta.
Demezzi ha visto le reazioni dei suoi concittadini. Forse ha anche valutato il danno che subirebbe l’immagine di Casale.
«Abbiamo il dovere di riconsiderare la nostra decisione» dice.
Non può aggiungere altro. L’ultima parola spetta alla giunta, che si riunisce giovedì. La decisione non dipende solo da lui.
C’è da convincere una parte del suo partito, dove alcuni non vogliono recedere da quel sì e ne fanno ormai una questione di principio.
Manca poco, ormai. «L’impegno diretto di un ministro non è cosa da poco» dice Demezzi.
La Novi Più ha finalmente vinto una partita all’ultimo secondo e sabato torna a giocare nel palazzetto che porta il nome dell’assessore regionale Paolo Ferraris.
Uno degli uomini che più ha lottato per far avere alla città  i soldi necessari a fronteggiare il dramma dell’amianto.
È morto nel 1997, ucciso dal mesotelioma.

Marco Imarisio
(da “Il Corriere della Sera“)

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