Destra di Popolo.net

MESTIERI USURANTI

Dicembre 31st, 2014 Riccardo Fucile

LA SCOMPARSA DEL GIORNALISMO

La notte di Capodanno non guasterebbe un minuto di raccoglimento per la scomparsa del giornalismo.
Una categoria che, pur generalmente malfamata, nel secolo scorso vide l’Italia primeggiare nel mondo con fuoriclasse come Montanelli, Bocca, Biagi, Rinaldi.
E oggi si può dichiarare, salvo sparute eccezioni, ufficialmente estinta.
Costretti (spesso da se stessi) a scodinzolare appresso a Re Giorgio e alla Regina Clio mentre fanno gli scatoloni per lo Storico Trasloco (più o meno come nel 2013: il Quirinale costa il triplo di Buckingham Palace, ma i bagagli se li fanno loro da soli). Ridotti ad applaudire per la seconda volta una conferenza stampa di Sua Eccellenza Renzi che li aveva appena sbeffeggiati, anzichè alzarsi e lasciarlo lì a parlare da solo di Fonzie, Al Pacino e Newsroom.
Intenti a magnificare l’eroica impresa del comandante Argilio Giacomazzi, meritevole di encomio solenne per aver fatto il minimo sindacale del suo dovere sulla nave Norman in fiamme, non scappando come uno Schettino qualunque.
Impegnati a camuffare da reportage sul Natale le più invereconde marchette agli sponsor pubblicitari, i giornalisti italiani fanno di tutto per giustificare la pessima fama di cui godono.
Tant’è che tra le figure più credibili per gli italiani la nostra sfugge ai radar, ben al di sotto dei politici (accreditati di un ragguardevole 3%).
Intanto l’Ordine dei giornalisti, indaffaratissimo a processare Barbara D’Urso perchè si permette di fare domande (si fa per dire) ai politici senza essere iscritta all’Albo, non trova nulla da ridire sullo spettacolo avvilente di un premier che risolve la crisi di Europa (uno dei due giornali del suo partito) trasferendone la sede a Palazzo Chigi e sostituendo la redazione col suo ufficio stampa (pagato da noi).
Forse perchè Renzi ne ha fin troppi di giornali di partito: quelli di Forza Italia.
Ormai la stampa berlusconiana è una e trina.
Il Foglio di Giuliano La Prostata non ha più dubbi e lecca sempre e solo Renzi (“le tempie appena segnate ai primi capelli bianchi… esalta l’aspetto di luce… tono sordo di sfida al dio invisibile dell’austerità  economica che abita l’Olimpo della Banca centrale tedesca… uno schiocco di parole… ottimista spumeggiare di certezze… sintomatica percussione… rappresentazione di metalinguaggio e mimica facciale… e lui non ci casca”: copyright Salvatore Merlo).
Libero lecca l’altro Matteo, Salvini, senz’abbandonare il vecchio Silvio.
Al Giornale invece si consuma il dramma di Sallusti. Già  molto provato dal rientro a casa della Daniela dopo anni di tournèe nei talk show, Zio Tibia se l’era cavata leccando sia Renzi sia Silvio.
“Renzi ha le palle”, titolò qualche mese fa: e non alludeva a quelle che racconta, ma al coraggio dimostrato col Patto del Nazareno (e in effetti per accordarsi con B. ci vuole un bel coraggio).
Ora che però il padrone sta per tornare a piede libero e, almeno a parole, dà  segni di insofferenza verso il governo, lo Zio Tibia non sa più chi leccare.
Nel dubbio, ha sdoppiato il Giornale. La parte sinistra della prima pagina è tutta lingua: “Il premier asfalta i nemici del Nazareno”.
La parte destra invece tutta frusta: “Il governo non sa contare i morti”,“Tesseramento truffa: abbiamo iscritto il Duce al Pd (firmato Renzi)”, “Catasto, prima stangata dell’anno”. Idem nelle pagine interne, anzi alterne: una leccata nelle pari e una scudisciata nelle dispari.
Due Giornali al prezzo di uno (per onestà  con i lettori bisognerebbe cambiar testata). Il tragicomico caso di sdoppiamento,che costringe Sallusti & C. a intingere la penna ora nella saliva ora nel curaro, è dovuto a una malaugurata penuria di ordini precisi. Bei tempi quelli di Prodi e di B.: si sapeva subito chi menare e chi accarezzare.
Ora il padrone tentenna, cambia idea ogni due per tre.
Ha persino tolto il veto su Prodi al Quirinale (tanto a fotterlo ci pensa il Pd).
Mettetevi nei panni di Tibia, che stava già  caricando a pallettoni Paolo Guzzanti per una nuova serie a puntate del caso Mitrokhin.
Ma si può vivere così? Una prece.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL QUOTIDIANO “EUROPA” IN CRISI, IL DIRETTORE LASCIA: “IL PD CI HA DELUSI”

Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile

IL PARTITO SALVA SOLO TRE GIORNALISTI SU QUATTORDICI

Stefano Menichini, direttore di Europa, non ha esitato: ieri ha lasciato la guida del quotidiano del Pd.
«Non potevo fare altrimenti», dice, la voce provata.
E poi spiega: «La Fondazione Eyu ha rilevato la testata ma non ha trovato finanziatori. Il giornale quindi verrà  fatto per lo più da colleghi in forza all’ufficio stampa del Nazareno (già  pagati dal partito) e da pochissimi di noi, forse tre su 14. Non era quello che ci aspettavamo, nell’anno del Pd di Renzi. Io poi non potevo essere uno dei tre che rimaneva in sella della vecchia Europa, non sarebbe stato etico».
La storia di Europa è anomala: il 16 novembre il Pd, attraverso la sua fondazione Eyu, decide di acquistare la testata del quotidiano che fu della Margherita per 200 mila euro.
«E noi eravamo ben contenti, convinti che tutta la redazione sarebbe potuta traghettare con la nuova proprietà », dicono i membri del comitato di redazione.
E aggiungono: «La cosa assurda è che Europa è l’unico quotidiano italiano che chiuderà  in pareggio i suoi bilanci. Non ci aspettavamo una simile gestione dal Pd». Non è stato certo così per l’altro quotidiano che fa capo ai dem, l’Unità .
Con 30 milioni di debiti, il quotidiano che fu di Antonio Gramsci ha chiuso le sue pubblicazioni in agosto ed aspetta, a ore, la decisione del Tribunale per essere rilevata dalla Veneziani editore e tornare in edicola.
Anche qui si pone il problema della sorte dei 60 giornalisti della testata. «Per noi tutti e 60 devono fare parte dell’Unità  che riaprirà  i battenti», sostengono i membri del Cdr. E spiegano: «Chi prende la testata deve prendere anche i giornalisti che sono parte integrante della testata, come ha stabilito una sentenza della Corte di cassazione».

Alessandra Arachi
(da “il Corriere della Sera“)

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THE TELEGRAPH: “LA VOSTRA CANDIDATURA FA RIDERE, DARETE SOLDI ALLA MAFIA”

Dicembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

MOLTI GIORNALI ESTERI ATTACCANO LA CANDIDATURA OLIMPICA, ACCOLTA CON DERISIONE

“L’annuncio dell’Italia di ospitare i Giochi olimpici del 2024 è stato accolto con derisione”.
Solo questa frase basterebbe per comprendere il declino dell’immagine e dell’affidabilità  dell’Italia all’estero.
Il sito inglese “The Telegraph” non si limita a un commento di carattere generale. Il suo articolo è una bocciatura severa verso un Paese che è diventato il simbolo della corruzione in Europa.
La lista del malaffare italiano è precisa e puntale. “L’Italia non è in uno stato finanziario adatto per ospitare uno dei più grandi eventi sportivi al mondo e il progetto potrebbe versare denaro nelle mani della mafia, che continua ad avere il suo impatto sull’industria edilizia”.
Nick Squires, l’autore dell’articolo, ricorda i recenti casi di corruzione che minano la nostra reputazione: “L’Italia è stata colpita da una serie di scandali, il più recente a Roma, in cui i politici corrotti sono accusati di connivenza con i malavitosi per sottrarre milioni di fondi pubblici”.
Non c’è solo “Mafia Capitale”.
Il rendiconto non esclude i casi di corruzione dell’Expo e del Mose di Venezia. Poi aggiunge: “Nelle grandi infrastrutture ci sono le infiltrazioni di diverse organizzazioni mafiose, dalla siciliana Cosa Nostra alla calabrese ‘Ndrangheta. Alcuni eventi saranno ospitati anche a Napoli, casa della Camorra”.
La sintesi però viene affidata alle parole di Luca Zaia, governatore del Veneto: “Il proposito di Roma città  olimpica è come dipingere una vecchia 500 di rosso e sperare che la gente credi che sia una Ferrari”.
La tesi che fa da sfondo all’articolo è che si tratta di una manovra per distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi del Paese e della Capitale: “Molti critici sostengono che l’Italia dovrebbe investire risorse per risolvere i problemi di tutti i giorni, dagli ospedali e dalle scuole senza risorse alle buche nelle strade, piuttosto che ospitare un evento che produrrebbe solo un debito a lungo termine”.
Dello stesso avviso anche il Guardian: “A Roma i cittadini si lamentano delle buche nelle strade e per lo stato di abbandono dei monumenti, quindi quale posto migliore per ospitare l’evento più costoso e popolato del mondo?”.
Il quotidiano inglese poi non risparmia una stoccata a Matteo Renzi: “I suoi sogni improbabili rischiano di erodere ulteriormente il sostegno popolare di cui gode, già  in costante diminuzione per i record sul tasso di disoccupazione e il peggioramento dell’economia”.

(da “Huffingtonpost”)

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EDITORIA, PIOGGIA DI FONDI AI BIG, MA L’OCCUPAZIONE RESTA AL PALO

Dicembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

IN 10 ANNI 163 MILIONI, CONTRIBUTI NASCOSTI PER I GIORNALI CHE PERO’ LICENZIANO

Non solo quotidiani politici o cooperative. Non solo testate come il manifesto o l’Unità , spesso additate come coloro che hanno incamerato contributi pubblici più o meno meritati.
A farsi foraggiare dal Dipartimento per l’Editoria, collocato a Palazzo Chigi, in anni passati, sono stati tutti i grandi gruppi editoriali italiani.
Dall’Espresso a Rcs, da Mondadori alla Stampa.
E lo hanno fatto in sordina, senza clamori, senza editorialisti che su questo o quel giornale si indignassero per le sovvenzioni di Stato.
Concessi a suon di milioni, per lo meno negli anni dal 2008 al 2011, e senza grandi corrispettivi sul piano dell’occupazione.
Anzi, in questi stessi anni il settore dell’editoria ha assistito a un’emorragia costante dalle redazioni pagata dagli enti previdenziali.
Un circolo vizioso di cui ancora non si vede il peggio.
I dati di cui parliamo sono difficili da trovare eppure sono pubblicati sul sito del governo alla sezione Dipartimento per l’editoria.
A segnalarli ieri è stato il giornale online Lettera43, ma per raggiungere i dati alla fonte è stato necessario un lavoro di ricerca adeguato.
I contributi sono riferiti a due specifiche voci: “Agevolazioni di credito d’imposta per l’acquisto di carta utilizzata dalle imprese del settore editoriale”; “Agevolazioni di credito alle imprese del settore editoriale”.
Nel primo caso si è trattato di un rifinanziamento, per l’anno 2011, in favore delle imprese editrici di quotidiani e periodici e delle imprese editrici di libri, “nel limite del 10 per cento della spesa sostenuta per l’acquisto della carta utilizzata per la stampa” secondo un meccanismo già  utilizzato nel 2004-2005.
Quella volta, il finanziamento fu di 92 milioni spalmato su 587 società  editrici tra cui spiccavano Rcs (libri, periodici e quotidiani) con 12,6 milioni, Mondadori con 11,2 milioni, il gruppo Espresso con 8,5 ma anche Sole 24 Ore con 3,7 milioni, La Stampa con 2,3 milioni.
Nel 2011, invece, il finanziamento è stato limitato a 30 milioni ed è stato ripartito su 411 società  per un importo complessivo di 29.784.647, 42 euro.
Il credito agevolato, invece, è un intervento “indiretto” che consiste nella “concessione di contributi in conto interessi sui finanziamenti deliberati da soggetti autorizzati all’attività  bancaria” o “contributi in conto canone”, sui finanziamenti deliberati da “soggetti autorizzati all’attività  di locazione finanziaria, della durata massima di dieci anni”.
Un sostegno al pagamento degli interessi, insomma, per “finanziamento di progetti di ristrutturazione tecnico-produttiva”, “realizzazione, ampliamento e modifica degli impianti”, “miglioramento della distribuzione”, “formazione professionale”.
Il credito è stato anche utilizzato per “il ripianamento delle passività  destinato ad alcune imprese fra cui le imprese editrici e radiofoniche che risultano essere organi di partiti politici che hanno contratto mutui, di durata massima ventennale, per l’estinzione di debiti emergenti da bilanci 1986-1990”.
Anche questi contributi sono cessati ma sono stati attivi dal 2008 al 2011.
E nei quattro anni in esame hanno erogato 40 milioni scesi dai 18,4 del 2008 ai 13,8 del 2009 fino ai 470 mila euro del 2011.
A spiccare nell’ottenimento dei fondi sempre gli stessi nomi: il gruppo Espresso, comprensivo di Finegil, con 8,5 milioni, la Rcs con 1,5, il Corriere dello Sport con 1,8 milioni, il Sole 24 Ore con 1,8 milioni, Mondadori con 2,2 milioni e altri ancora.
Il sostegno all’editoria non è un male in sè.
Ma dovrebbe servire a migliorare il settore, ad aumentare l’occupazione, ad ampliare i diritti dell’utenza.
Difficile sostenere che tutto questo sia avvenuto negli ultimi anni. I rapporti dei vari istituti, tra cui l’Agcom, non fanno che sottolineare il peggioramento di tutti gli indicatori.
Tra questi, quello dell’occupazione.
Tra il 2008 e il 2012, gli anni dei finanziamenti qui indicati, gli occupati dell’editoria cartacea sono diminuiti di oltre mille unità  e la massa salariale è diminuita di 22 milioni sia nel 2012 che nel 2011.
Se prendiamo le società  editoriali che si sono distinte nella ricezione di crediti agevolati e/o di imposta quasi tutti hanno dato vita a piani di ristrutturazione aziendale.
A titolo di esempio, il gruppo Rcs ha varato un piano di riduzioni di costi da 20 milioni con 70 prepensionamenti, il Sole 24 Ore oltre ai prepensionamenti ha istituito i contratti di solidarietà , così come il gruppo l’Espresso.
E un giornale politico, come l’Unità , che oltre al finanziamento pubblico ha usufruito di 1,5 milioni di credito agevolato è stato portato alla chiusura dalla sua proprietà .

Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano“)

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“LE MONDE”: UNA GRANDE PIOVRA NERA SU ROMA

Dicembre 13th, 2014 Riccardo Fucile

PER IL GIORNALE FRANCESE SULLA CAPITALE ITALIANA SI È ABBATTUTO “IL FLAGELLO DELLA CORRUZIONE”

Vista da fuori la Roma criminale è il solito impasto di italianità , che conferma l’immagine di un Paese immobile nella sua corruzione irredimibile, stantio e incapace di uscire dai suoi clichè.
Il riflesso di un carattere nazionale venato di inefficienza e, collusioni, eppure che si sorprende di vedere la sua immagine così turpe.
“Perfino per un Paese in cui la corruzione è data per scontata nella vita quotidiana, le rivelazioni hanno sbalordito i cittadini”, scrive sul New York Times Elisabetta Povoledo, corrispondente del quotidiano americano, in un’articolo titolato “L’Italia rantola per l’ampiezza della rete criminale”.
La corrispondente del quotidiano conservatore tedesco Die Welt, ha raccontato all’inizio della settimana con un’ampia inchiesta della corrispondente Constanze Reuscher luoghi e personaggi di Roma criminale.
Spesso in Italia si sostiene che la stampa estera dia un’immagine stereotipata del nostro Paese, soprattutto per quel che riguarda gli scandali, senza badare che i corrispondenti delle grati testate internazionali spesso non fanno che reinterpretare e riproporre l’immagine formulata dai nostri media.
Un gioco di specchi dove la differenza sta solo nelle diverse formule linguistiche e nell’efficacia delle frasi che sintetizzano gli scandali.
A esempio la grande piovra assisa tra le cupole delle chiese e i cui tentacoli abbrancano la capitale ideata dalla disegnatrice Aline Boureau per l’articolo di Le Monde “A Roma il flagello della corruzione”, ricorda l’immagine tranchant dello Spiegel con la scodella di pasta sulla quale era poggiata una pistola: “Italia paese delle vacanze” — era il 1977.     “Roma città  in vendita”, titolava il giornale della gauche parigina, ex fenomeno editoriale ormai sbiadito, Libèration (che ieri tornava a occuparsi dell’Italia con un netto: “Sinistra contro sinistra” a proposito della lotta fratricida Pd renziano-sindacati).
Nel suo articolo Eric Jozef, decano dei corrispondenti esteri (come del resto il collega Philippe Ridet di Le Monde, altro quotidiano transalpino in crisi) ricapitola lo scandalo della “ville contaminèe” e mette l’accento sulle connessioni politiche della banda criminale.
“La mafia non uccide, corrompe”, spiega il settimanale, sempre francese, L’Express.
Sintesi che paiono titoli di B movies italiani degli Anni ’70 — ’80. E la percezione del nostro Paese non pare esser cambiata poi di molto nei media internazionali. Tramontata l’era Berlusconi — “Unfit to rule Italy”, secondo la definizione assurta a tormentone, dell’Economist — è rimasto l’armamentario interpretativo di sempre, il cui maggior pregio è la sintesi e la semplicità  delle spiegazioni dell’eterna situazione italica: “Virtualmente, non c’è angolo dell’Italia che sia immune dall’infiltrazione criminale”.
“La diffusa e incontrollata corruzione, con sottrazione di fondi pubblici rivelata dall’inchiesta è un’esempio della situazione che ha portato il debito pubblico dell’Italia a uno dei livelli più alti in Europa”, parole di Povoledo.
Molto più chiare e definitive delle paginate dei giornali del Belpaese.

Stefano Citati
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NEW YORK TIMES: “NON C’E’ ANGOLO D’ITALIA IMMUNE DAL CRIMINE”

Dicembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

“LA INCONTROLLATA CORRUZIONE HA PORTATO IL LIVELLO DEL DEBITO PUBBLICO A VETTE ENORMI”

L’inchiesta sulla corruzione a Roma “sta a ricordare che, virtualmente, non c’è angolo dell’Italia che sia immune dall’infiltrazione criminale”: è il commento pubblicato oggi nell’edizione internazionale del New York Times in una corrispondenza da Roma apparsa in prima pagina.
“Persino per un Paese in cui la corruzione è data per scontata nella vita quotidiana – osserva il quotidiano statunitense – le rivelazioni hanno sbalordito i cittadini”. Un’inchiesta, quella sulla mafia a Roma, che “solleva nuove domande circa la capacità  dell’Italia di riformasi e soddisfare le richieste di una responsabilità  di bilancio fatte dai suoi partner dell’eurozona”.
L’autrice dell’articolo, Elisabetta Povoledo, non sembra avere dubbi: “La diffusa e incontrollata corruzione di fondi pubblici rivelata dall’inchiesta è un esempio della situazione che ha portato il debito pubblico dell’Italia a uno dei livelli più alti in Italia”.
Nel testo si ricorda anche che poco dopo le elezioni comunali del 2013 (Marino era stato eletto a marzo), il boss Massimo Carminati dava ai suoi “collaboratori” della banda istruzioni su come trattare con i neoeletti rappresentanti in Campidoglio: “Dite loro che abbiamo fatto questo e quello… e chiedete quali sono i loro progetti – diceva intercettato nel giugno 2013 – Chiedete: che te serve? Che posso fa pe te?”.

(da “Huffingtonpost”)

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TRAVAGLIO E IL LAVORO ALLA PADANIA: “MA GRATIS, SOLO UN FAVORE AD UN AMICO”

Dicembre 1st, 2014 Riccardo Fucile

“RISALE A CIRCA 18 ANNI FA: MI CERCAVANO DA DESTRA A SINISTRA PERCHE’ AVEVO UNA RUBRICA SULLE CONTRADDIZIONI DEI POLITICI”

La Padania chiude i battenti e lo fa mettendo in mostra l’album dei ricordi.
La prime pagine, il nome di Bossi, le «grandi» e piccole battaglie politiche. Leo Siegel racconta sull’ultimo numero i suoi anni nel quotidiano.
Nell’articolo cita episodi, persone e firme illustri incontrate.
Scrive di Matteo Salvini, definendolo come «un ragazzo che si smazzava la pagina delle lettere» dotato di «talento comunicativo».
Fin qui nulla di sorprendente: Salvini è oggi il numero uno della Lega.
Scrive, però, anche di Marco Travaglio, giornalista, condirettore de Il Fatto Quotidiano, e questo è decisamente più sorprendente.
«Presto si arruolò – racconta Siegel – anche un certo Calandrino, pseudonimo che nascondeva il nome di Marco Travaglio, successivamente colto da amnesia».
Travaglio, dunque, è stato fra i collaboratori della Padania?
La versione del condirettore de «Il Fatto Quotidiano» è molto diversa. «Questi sono matti!» è il suo primo commento.
Innanzitutto ricorda bene, al contrario dell’accusa di soffrire di «amnesia». C’è stato davvero un rapporto tra lui e la Padania ma forse è l’unica informazione dell’articolo che non smentisce.
Si è trattato di «due-tre blob», spiega, vale a dire una raccolta di dichiarazioni di politici che mettevano in luce le loro contraddizioni.
Era stato Gianluca Marchi, il direttore, a chiamarlo.
«Era un amico, gli ho fatto un favore, firmando Calandrino. Ma non ho mai messo piede alla Padania, non ho mai ricevuto soldi ed avrò scritto al massimo due-tre volte, su Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi. Ecco tutto».
Non una vera collaborazione, insomma, più che altro un regalo ad un amico.
E un regalo che, oltretutto Travaglio racconta di aver fatto in quel periodo anche ad altri, di orientamento politico molto diverso, il Manifesto e Enzo Biagi che le uso per la sua trasmissione televisiva, «Il Fatto».
«Siamo intorno al 1997-98- ricorda Travaglio – avevo lavorato alla Voce di Indro Montanelli. Avevo una rubrica sulle contraddizioni dei politici e mettevo in evidenza il contrasto tra quello che dichiaravano il giorno prima e quello che dichiaravano il giorno seguente. In molti volevano attingere al mio archivio».

Flavia Amabile
(da “La Stampa”)

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AL PRIMO ACCORDO PD-CINQUESTELLE “IL GIORNALE” ORA DIVENTA ANTI-RENZIANO

Novembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

L’ARTICOLO DI SALLUSTI: “DAL PATTO DEL NAZARENO AL PATTO DELL’EBETINO”

Per Grillo, Matteo Renzi è «un ebetino», da ebete, cioè persona insulsa che agisce senza senso.
Ormai è un refrain: ogni volta che il leader del Cinquestelle parla del premier lo definisce così: l’ebetino. Simpatico, no? Non sappiamo se e quanto il premier se la sia presa, certo l’offesa non è stata tale da impedire quello che potremmo chiamare il «patto dell’ebetino» (senza senso), primo accordo politico tra il Pd e i Cinquestelle. Ieri infatti Renzi e Grillo si sono accordati per far eleggere insieme i loro rappresentanti per Csm e Consulta, tagliando fuori Forza Italia.
È la prova generale per una nuova legge elettorale firmata dai due che sostituisca quella concordata tra il premier e Berlusconi? Può essere.
Dal patto del Nazareno a quello dell’ebetino.
Normale? Non tanto, ma del resto in questa politica di normale c’è davvero poco.
Vediamo. Abbiamo un Parlamento composto da signori non scelti dai cittadini ed eletto con una legge dichiarata incostituzionale; tale Parlamento di abusivi ha rieletto un presidente della Repubblica a tempo, violando due volte lo spirito dell’articolo 85 della Costituzione («Il presidente della Repubblica resta in carica 7 anni»); in tale Parlamento si è formata una maggioranza figlia del tradimento della volontà  degli elettori di centrodestra (la scissione di Alfano); tale maggioranza truffaldina ha eletto coi voti di cittadini di destra un presidente del Consiglio di sinistra, Renzi; tale Renzi è a sua volta un abusivo, non essendo mai stato eletto; tale Renzi, inoltre, dice di avere in mano la maggioranza del Paese, ma non controlla neppure il gruppo parlamentare del suo partito, al punto di dover porre la fiducia ad ogni votazione; parte di tale partito, il Pd, sulle riforme ha chiesto aiuto a Silvio Berlusconi dopo averlo cacciato dal Senato solo un anno fa quando votò in modo retroattivo, e perciò illegale, la sua decadenza; tale signore, Berlusconi, dovrebbe contribuire a salvare la patria in condizione di libertà  vigilata e limitata sia politicamente sia fisicamente inseguito a una sentenza politica. E, dulcis in fundo, Renzi tratta con i grillini dopo aver fatto fuori Bersani perchè voleva governare con Grillo.
Parafrasando una famosa canzone di Angelo Branduardi sulla triste fine del topolino alla fiera dell’Est, e per riassumere, la situazione italiana è questa: «Alla fiera dell’Italia sperando in due soldi un partito mio padre votò: e venne Grillo, che incantò Renzi, che si mangiò Letta, che si comprò Alfano, che tradì Berlusconi, che fu tradito da Napolitano, che un Parlamento abusivo votò».
E poi ci chiediamo perchè il Paese non riparte.

Alessandro Sallusti
(da “il Giornale“)

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INTERVISTA A GUIDO VENEZIANI: “VOGLIO CHE L’UNITA’ SIA POPOLARE E FACILE”

Ottobre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

IL NUOVO EDITORE: “IL DIRETTORE DOVRA’ ESSERE UN GIOVANE”

Cosa hanno in comune «Vero», «Stop», «Miracoli», «Rakam» e «l’Unità »?
Il proprietario. Guido Veneziani è l’uomo che riporterà  in edicola il quotidiano fondato da Antonio Gramsci e affondato dal Pd.
Torinese trapiantato a Milano, 41 anni, Veneziani ha costruito un imperino editoriale (cinque settimanali, quindici mensili, un canale satellitare, 75 milioni di fatturato) basato sul gossip, i soliti noti della tivù, Padre Pio, Al Bano, l’uncinetto, insomma sul nazionalpopolare, per usare un termine, guarda caso, gramsciano.
Che c’azzecchi con l’ex giornalone del Pci, Veneziani lo spiega in questa intervista.
Intanto, la notizia. Conferma che l’accordo con il Pd è fatto?
«Certo. Ma sarà  concretizzato solo all’inizio del mese prossimo».
Però è deciso? E lei sarà  il socio di maggioranza?
«La risposta è sì in entrambi i casi».
Quindi è lei il nuovo padrone dell’«Unità ».
«Visto che l’affare deve ancora essere chiuso, lo prendo come un augurio».
Cosa se ne fa dell’«Unità »?
«Io sono un editore puro. Se voglio “l’Unità ” è perchè credo che sia un affare».
Un giornale di carta? E per di più fallito?
«Da rilanciare con le opportune operazioni di marketing, d’accordo. Ma con un marchio ancora forte e un bacino di lettori veramente ampio. Specie adesso, con il segretario del Pd che è il primo ministro e un comunicatore perfino più efficace di Berlusconi».
I lettori dell’«Unità » hanno traslocato a «Repubblica» e al «Fatto quotidiano» da quel dì…
«A “Repubblica” può darsi, al “Fatto” non credo. Ma il punto non è questo».
E qual è?
«Io vorrei che “l’Unità ” diventasse un grande quotidiano popolare, che spieghi quel che succede nel mondo con un linguaggio semplice».
Oddio, «l’Unità » come «Vero»?
«Guardi che popolare non vuol dire nè povero nè gossipparo. È vero che “Vero” ha molto intrattenimento, ma tratta anche dei temi che sono culturali in senso lato. Io voglio dei giornali che usino un linguaggio accessibile a tutti».
E i contenuti?
«Diversi da quelli degli altri quotidiani, che o raccontano quello che la gente ha già  visto in tivù o su Internet oppure ospitano le pompose opinioni di gente che si parla addosso. E infatti sono noiosissimi».
«L’Unità » dei bei tempi non era esattamente briosa…
«Infatti non la rifaremo così. Ma mi ricordo di quando andavo in edicola a comprare “Topolino” e c’era la gente che faceva la fila per “l’Unità ”. Ecco, bisogna recuperare la storia popolare del giornale».
Dica chi le piacerebbe come direttore.
«Nemmeno sotto tortura. Però io di direttori ne ho sei, il più vecchio ha 34 anni e sono tutti dinamici e innovativi. Lo vorrei così anche per “l’Unità ”».
Sta dicendo che darà  «l’Unità » a un direttore del suo gruppo?
«Sto dicendo che non lo escludo. E che di certo sarà  un giovane».
Ma «l’Unità » resterà  il giornale del Pd?
«Certamente».
Lei è iscritto, simpatizzante o semplice elettore?
«Io non sono mai stato iscritto a un partito e li ho votati quasi tutti. Alle ultime elezioni, in effetti, il Pd».
Piddino forse no, ma renziano sicuramente sì.
«Esatto. Mi piace chi è giovane, energico e prova a fare quel che tutti non considerano fattibile».
E allora faccia fare il direttore a Renzi. Tanto ormai in Italia fa tutto lui…
«Magari! Venderei una montagna di copie».

Alberto Mattioli
(da “La Stampa”)

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