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WALL STREET JOURNAL ATTACCA RENZI: “SULLE RIFORME ECONOMICHE MOLTE CHIACCHIERE E POCHI FATTI”

Agosto 6th, 2014 Riccardo Fucile

LE PRIORITA’ NON SONO IL SENATO MA LA RIFORMA DEL LAVORO E DELLA GIUSTIZIA CIVILE

Il Wall Street Journal avverte il premier Matteo Renzi: “A meno che non siano approvate le riforme economiche, ci saranno pochi motivi per essere ottimisti”.
Nel giorno in cui i dati diffusi dall’Istat certificano la recessione italiana, Richard Barley, dalla testata economica statunitense ricorda la gerarchia delle riforme italiane per uscire da una congiuntura negativa. In primis riforma del Lavoro e riforma della Giustizia (civile).
L’agenda del governo invece ha messo in testa il nodo delle riforme costituzionali.
Secondo il Wsj Renzi “ha parlato molto di come trasformare l’Italia” e l’ampio consenso popolare delle europee “ha mostrato” che il premier avrebbe un buono spazio di manovra per agire in modo incisivo.
Tuttavia finora “sono stati compiuti solo piccoli progressi” rispetto alle due riforme “vitali per la crescita”: quella giudiziaria e quella del lavoro appunto.
Dunque “l’interminabile recessione” italiana potrebbe essere “un problema per l’intera eurozona a meno che Renzi non cominci a mantenere le sue grandiose promesse”.
Se ciò non dovesse accadere “ci potrebbero essere dei problemi in futuro”.
Quella italiana viene considerata dal Wsj una recessione permanente dal momento che, praticamente dall’entrata in vigore dell’euro, la situazione economica è stata un continuo “insuccesso”.
Inoltre per la testata americana “la conclusione che la Spagna stia beneficiando” delle riforme economiche di cui “l’Italia ha solo parlato è difficile da non considerare”.
Gli iberici, infatti, hanno chiuso l’ultimo trimestre registrando un +0,6%.
C’è insomma la convinzione che l’Italia sia in una condizione economica difficile da raddrizzare. Nonostante “gli economisti sono ancora fiduciosi che l’economia italiana possa superare la crisi quest’anno”, per Barley ” gli investitori non dovrebbero avere troppa fiducia in merito”.
Un riferimento anche alle misure anti-spread di Mario Draghi: “Erano mirate a respingere le paure irrazionali sulla fine dell’eurozona, non le preoccupazioni razionali che un Paese non mantenga le sue promesse”.

(da “Huffingtonpost“)

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FIAT METTE LE MANI SUL SECOLO XIX: STAMPA E SECOLO SI FONDONO, ELKANN SOCIO DI MAGGIORANZA AL 77%

Agosto 2nd, 2014 Riccardo Fucile

FUSIONE TRA DUE BILANCI IN ROSSO, NASCE ITALIANA EDITRICE SPA CON LA FIAT CHE FA LA PARTE DEL LEONE

La Stampa e il Secolo XIX, dopo anni di indiscrezioni e rumor, si uniscono per dar vita a un nuovo gruppo editoriale.
Le società  proprietarie dei quotidiani basati a Torino e Genova, cioè da un lato la Editrice La Stampa della famiglia Agnelli e dall’altro la Sep (Società  edizioni e pubblicazioni) dei Perrone, si fonderanno in Italiana Editrice.
La maggioranza (77%) sarà  di Fiat e sulla poltrona di presidente siederà  John Elkann, mentre Carlo Perrone, con il 23%, avrà  la vicepresidenza.
L’obiettivo, spiega una nota congiunta — è quello di creare “un nuovo protagonista del panorama editoriale nazionale, capace di affrontare con maggiore forza le sfide legate alla trasformazione del settore”.
Le voci sul polo unico Milano-Torino-Genova
Fin qui gli annunci. Di fatto però la svolta si colloca nella situazione di sofferenza economica dei due editori. E, a detta di molti, va inquadrata in un progetto più ampio di cui si vocifera da oltre un anno.
Da quando cioè l’erede dell’Avvocato, attraverso la cassaforte di famiglia Giovanni Agnelli & c sapa, ha sborsato circa 90 milioni per diventare primo azionista di Rcs con il 20%, quota scesa ora al 16,7%.
Il piano sarebbe quello di creare un polo unico, con dentro Stampa e Secolo, nell’orbita della società  che edita il Corriere della Sera.
Sul fatto che il consolidamento sia nell’aria da tempo ci sono pochi dubbi: lo stesso amministratore delegato di Rcs, Pietro Scott Jovane, lo scorso ottobre aveva risposto “non confermo nè smentisco” alle domande su una possibile fusione tra Stampa e Corriere.
Prospettiva che appare ancora più agevole dopo la notizia della prossima uscita di Ferruccio De Bortoli dal quotidiano di via Solferino, annunciata e programmata per il prossimo aprile.
Anche perchè non è un mistero che tra i candidati alla direzione ci sia l’attuale direttore della Stampa, Mario Calabresi. Se ne saprà  di più la prossima primavera, dopo l’addio di De Bortoli e sulla base al peso relativo che in quel momento avranno i soci di Rcs, tra cui Diego Della Valle (oggi al 7,3%) e Urbano Cairo (3,6%).
Quel che è certo è che la (costosa) passionaccia per l’editoria della famiglia Agnelli, proprietaria del quotidiano torinese fin dagli anni ’20 del secolo scorso e nel 1973 anche grande azionista dell’Editoriale Corriere della Sera, si trasmette di generazione in generazione e non conosce crisi.
Elkann, infatti, siede dal 2009 nel cda del britannico The Economist, di cui ha una piccola quota, e dal 2013 in quello della News Corp di Rupert Murdoch, a cui fanno capo Wall Street Journal, New York Post, Times, Sunday Times e Sun.
E anche su questo fronte non mancano le indiscrezioni: dopo la riorganizzazione delle tv europee con il marchio Sky in un’unica superpiattaforma, alcuni analisti ipotizzano che gli Agnelli possano essere interessati a investire nel colosso che lo Squalo è intenzionato a creare conquistando Time Warner. Che a sua volta controlla la Cnn.
Gli indizi e i passi già  fatti
Gli elementi, a ben guardare, non mancano. Partiamo dai conti.
L’Editrice La Stampa ha perso 14 milioni nel 2011, 27 nel 2012 e oltre 66 lo scorso anno, di cui però 39 imputabili alla concessionaria di pubblicità  Publikompass.
Risultato: tra 2012 e 2013 Fiat ha dovuto iniettare nella società  quasi 150 milioni.
Lo scorso aprile, davanti a proiezioni che danno anche il 2014 in rosso per 4-5 milioni, dal Lingotto è arrivato un ultimatum: o il pareggio di bilancio o per il quotidiano torinese, che è già  in stato di crisi e sta ultimando un piano di prepensionamenti, sarebbero arrivati nuovi tagli.
Nel frattempo, a dicembre 2013, la società  aveva affidato tutta la raccolta pubblicitaria nazionale — per la carta e per il web — alla Rcs Pubblicità  del gruppo guidato da Scott Jovane. Ridimensionando di conseguenza Publikompass (il 70% della forza lavoro è stato messo in mobilità ).
Sul fronte genovese, dove di nozze con Torino si parla dal 2005-2006 quando un primo tentativo andò a monte, l’ultimo bilancio disponibile (2012) si è chiuso con perdite per 4,5 milioni.
Dal novembre scorso i 77 redattori sono in contratto di solidarietà  al 25%.
Perrone, che ha speso molto di suo negli ultimi dieci anni per risanare l’azienda con corpose iniezioni di liquidità , ha affidato a una società  di consulenza la messa a punto di un piano di riduzione dei costi, rilancio e “rielaborazione dell’offerta multimendiale”.
Ma l’iniziativa è stata ritenuta insufficiente dalle banche creditrici, che nell’ambito del rinnovo di alcuni finanziamenti avrebbero spinto per le nozze con la Stampa.
Peraltro nell’estate 2013 alla guida di Sep era arrivato da Torino l’ex direttore generale di Publikompass Maurizio Scanavino, mossa che aveva riacceso i riflettori sul possibile piano di integrazione sotto l’ombrello degli Agnelli.
Cioè, in ultima analisi, in quella Rcs che dopo aver archiviato il 2013 con un rosso di 218 milioni, la chiusura di sei testate periodiche e la cessione di altre quattro, nei primi sei mesi del 2014 ha ridotto le perdite a 70 milioni.
Elkann promette: “Stampa e Secolo manterranno le loro testate”
Elkann ha garantito che “i valori che hanno guidato entrambe” le testate “per oltre un secolo rimarranno gli stessi, come pure l’indipendenza e la qualità  dell’informazione offerta quotidianamente ai propri lettori”.
Quanto alla sorte dei due “marchi”, il presidente di Fiat (che venerdì ha officiato l’assemblea che ha dato il via libera alle nozze tra Fiat e Chrysler) ha detto che “la Stampa e il Secolo XIX continueranno a uscire con le loro storiche testate, rafforzando ognuna il dialogo con il proprio territorio, ma al contempo avranno entrambe alle spalle un’unica società  più efficiente e più solida dal punto di vista economico e finanziario”. Promessa che, peraltro, potrebbe essere mantenuta anche nel quadro di un’unica società  editoriale con diversi dorsi locali.
Perrone, dal canto suo, ha evocato i ”profondi mutamenti generati dall’evoluzione tecnologica” che l’editoria sta conoscendo e ha auspicato che l’integrazione che caratterizzerà  il nuovo possa costituire “la base per affrontare al meglio le future sfide di un mercato sempre più caratterizzato dallo sviluppo digitale”.
Timori di ricadute sugli organici
I rappresentanti sindacali dei giornalisti della Stampa incontreranno l’azienda per un confronto all’inizio della prossima settimana, mentre quelli del Secolo XIX hanno convocato un’assemblea già  per sabato pomeriggio.
Resta alta la guardia sulle potenziali ricadute sugli organici delle testate: oggi nel giornale torinese lavorano 165 giornalisti assunti e al Secolo XIX 77.
L’operazione, comunque, dovrà  ottenere il via libera dell’Autorità  per le garanzie nelle comunicazioni e di consigli di amministrazione e azionisti di entrambe le società , che si terranno entro ottobre.
Le “nozze” non si celebreranno quindi prima della fine dell’anno.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SMACCHIARE IL CANGURO: GUAI A CRITICARE IL COLLE

Luglio 31st, 2014 Riccardo Fucile

L’INTERVISTA DI GHERARDO COLOMBO E LE TRAGICOMICHE DIFESE D’UFFICIO DELLA STAMPA-ZERBINO

Il guaio, per Renzi e l’allegra compagnia di ventura che sta cercando di scassare il Parlamento per scassinare la Costituzione, è che sopravvivono in Italia alcuni putribondi figuri che la Costituzione l’hanno letta, e persino capita.
Giuristi, intellettuali disorganici, artisti, semplici cittadini che stanno contribuendo al successo dell’appello del Fatto, giunto a 200mila firme in due settimane.
L’altroieri ha aderito Gherardo Colombo, ex pm, ora presidente della Garzanti e membro indipendente del Cda Rai, impegnato da anni in un giro delle scuole e dei teatri per spiegare la Costituzione.
Nell’intervista a Silvia Truzzi, Colombo si è permesso — con il suo ragionare pacato, rispettoso e argomentato — di appellarsi al presidente della Repubblica, che ha giurato non una, ma due volte sulla Costituzione: quella del 1948, non un’altra.
E ha osato ricordare il percorso ideologico di Giorgio Napolitano, che fino ai 20 anni fu fascista, poi comunista dal novembre ’45 (quando fu proprio sicuro che Mussolini fosse morto), stalinista e filosovietico nel ’56 con l’imbarazzante elogio dei carri armati dell’Armata rossa che schiacciavano nel sangue la rivolta d’Ugheria, ma anche nel 1964 quando esaltò l’espulsione e l’esilio di Solgenitsin e nel 1969 quando partecipò all’espulsione dei compagni del Manifesto che osavano criticare Mosca per la repressione della Primavera di Praga, e infine divenne filocraxiano nei primi anni 80, attaccando frontalmente Berlinguer, reo di insistere troppo sulla “questione morale”.
Colombo ricorda le radici del “centralismo democratico” e del “primato della politica” (cioè del partito e poi dei partiti), per spiegare l’appoggio del Colle al disegno antidemocratico Senato & Italicum e alle tagliole & canguri antidemocratici imposti da Grasso al Senato.
E le reazioni da destra, centro e sinistra è un piccolo trattato su com’è ridotta la democrazia in Italia: la miglior conferma alle tesi di Colombo.
Sul Corriere, il corazziere Paolo Franchi freme di sdegno perchè Colombo “da magistrato ai tempi di Mani Pulite proponeva a se stesso e ai suoi colleghi di ‘rovesciare l’Italia come un calzino’. I risultati sono sotto gli occhi di tutti”.
Forse confonde Colombo con Davigo, che peraltro non propose mai di “rovesciare l’Italia come un calzino”: fu accusato di volerlo fare da Giuliano Ferrara.
Il fatto poi che la corruzione sia sopravvissuta all’inchiesta su Tangentopoli non è certo colpa del pool di Milano (“i risultati sotto gli occhi di tutti”): a meno che Franchi non ritenga che la sopravvivenza della mafia sia colpa del pool di Falcone e Borsellino.
Non contento, Franchi si avventura poi nella difesa del passato più indifendibile di Napolitano, dando a Colombo del “cocomeraio” che fa “un’immangiabile marmellata di marcia su Roma, Stalin, Ungheria” e accusando Silvia Truzzi di non avergli domandato che c’entri tutto ciò con la riforma costituzionale.
Se sapesse leggere, il corazziere scoprirebbe che la nostra giornalista quella domanda l’ha fatta, e Colombo ha risposto.
Se poi a Franchi la risposta non garba, affari suoi. Ma non si comprende cosa voglia, anzi lo si comprende benissimo: vorrebbe che ci allineassimo al giornalismo italiota, che censura i fatti per non disturbare il manovratore.
Come Massimo Bordin del Foglio, che dipinge Colombo come un rampollo dell’“èlite milanese che negli anni 60-70 trovava posto dietro i ritratti di Stalin portati in processione da Capanna”: forse lo confonde col suo direttore Ferrara, lui sì ex comunista togliattiano.
Il meglio però lo dà  il fu Giornale, che registra una ridicola nota del Quirinale: “La storia del presidente parla da sola” (appunto).
E riprende le tragicomiche difese d’ufficio dei pidini, letteralmente sgomenti dalla comparsa di un uomo libero. Miguel Gotor invita Colombo a “rileggersi la biografia di Napolitano” (ri-appunto). E tale Stella Bianchi trova “impossibile che quelle frasi inaccettabili vengano da un uomo delle istituzioni”.
Giusto: un uomo delle istituzioni dovrebbe usare la propria libertà  di parola solo per incensare chi comanda.
Resta da capire la differenza fra le istituzioni e Cosa Nostra.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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RENZI E’ RIUSCITO A FAR CHIUDERE ANCHE “L’UNITA'”

Luglio 30th, 2014 Riccardo Fucile

IL GIORNO DEGLI SCATOLONI E DEI VELENI… A RENZI INTERESSA SOLO IL MARCHIO, NON I GIORNALISTI

C’è un momento in questa storia dell’Unità  in cui i giornalisti capiscono che, in fondo, è tutta una questione politica.
Racconta uno di loro, lacrime agli occhi: “Lunedì siamo andati a dormire che c’era un accordo sottoscritto. Duro, lacrime e sangue, ma c’era. Dopo quattro mesi senza stipendio era comunque una speranza”.
Poi, il giorno dopo salta tutto. L’assemblea dei soci della Nuova Iniziativa editoriale boccia il piano della Editoriale Novanta, la nuova società  creata da Matteo Fago, a sua volta presente al 49 per cento della Nie.
Avviene nel corso di una drammatica riunione dei soci, nel corso della quale il veto a Fago viene posto da altri due soci: Eventi Italiani, società  vicina al Pd e l’ex senatrice di Forza Italia Carla Ioannucci che ha una quota del 12 per cento.
Un veto possibile grazie alle regole statutarie della Nie, in base alle quali le decisioni si prendono col 91 per cento.
Prosegue il collega: “L’assemblea dei soci finisce quasi alle mani. I liquidatori sono accusati di aver aggiunto debiti, cosa non vera e stoppano l’operazione”.
È a quel punto che uno dei liquidatori, Emanuele D’Innella urla: “E allora spiegatelo voi alla redazione che così il giornale chiude”.
Oggi è il giorno degli scatoloni, dei sigilli,delle scrivanie vuote.
Parli con più di un collega e lo trovi occupato a trovare un modo per conservare il numero di cellulare. Dismesse le utenze aziendali. Pure il sito internet rischia il black out.
Ed è il giorno delle accuse, delle accuse politiche, degli spari sopra le teste dei 60 giornalisti assunti più i collaboratori senza più un lavoro.
L’accusa più dura è quella del direttore Landò, che in un fondo sul giornale tutto bianco, nel giorno del lutto, scarica le responsabilità , tutte, sul quartier generale del Pd: “La verità , inutile girarci intorno, è che il Pd non ha fatto molto per impedire che l’Unità  cadesse di nuovo nel buio della chiusura. Certo, l’Unità  ha criticato più volte le scelte di Renzi, ma lo stesso abbiamo con Cuperlo e Civati”.
Insomma, è la tesi del direttore Landò, che con Fago sarebbe rimasto direttore ma non con altri acquirenti, l’Unità  è stata uccisa perchè scomoda e critica su Renzi.
Non è un mistero che Fago, l’unica misera offerta sul campo, fece il suo endorsement a favore di Pippo Civati alle primarie ed è fautore di un giornale che parli alla sinistra diffusa e sommersa, e a quella emersa e meno diffusa di Civati e Vendola.
È proprio quel momento in cui viene stoppata la proposta di Fago che i più smaliziati capiscono che Renzi la partita dell’Unità  la sta seguendo con molta attenzione, attraverso il tesoriere del Pd Bonifazi.
Non è un dettaglio che nelle prossime ore il cdr incontrerà  il presidente del Pd Matteo Orfini.
Nelle parole del cdr, più morbide nei confronti del Pd, anzi nelle quali non compare l’accusa di omicidio politico si intravede una possibile trama sul futuro del giornale. Trama che porta nella stessa direzione immaginata da Bonifazi.
Che ha spiegato: “Siamo impegnati a riaprire l’Unità “.
Ecco allora la partita politica di queste ore. Con la sospensione delle pubblicazioni la palla passa al commissario che sarà  incaricato di gestire la liquidazione della Nie.
Il che significa che la Nie (con Fago e la vecchia compagine societaria) non è più il destinatario di eventuali offerte di nuovi acquirenti.
Ma saranno i liquidatori che possono vendere al miglior prezzo in base anche alle esigenze dei creditori.
Insomma, con la sospensione delle pubblicazioni e i giornalisti in cassa integrazione si può vendere il “marchio” senza il “ramo aziendale”.
Un’operazione “alla Marchionne” sussurra qualche giornalista.
Nel senso, e questa intenzione trova più di una conferma, Bonifazi è impegnato a trovare una cordata che rilevi il marchio – anzi ce ne sarebbe già  una – ma a questo punto nessuno sa quanti giornalisti sarebbero tutelati.
Renzi non ha intenzione di rottamare il marchio Unità , anzi dopo aver risuscitato le feste vuole risuscitare anche il giornale, ma ha in mente una sorta di Unità  2.0: più moderna, smart e digitale. Con meno giornalisti.
Starebbe anche cercando un direttore ad effetto, molto mediatico e televisivo.
E nelle nuova Unità  dovrebbero confluire anche i giornalisti di Europa, o una parte di loro, quando finirà  l’ossigeno anche all’altro giornale del Pd.
A proposito: in questo schema, nessuno dei giornalisti in cassa integrazione sa chi sarà  coinvolto nella Unità  2.0 di Renzi.

(da “Huffingtonpost”)

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“ORA RENZI FACCIA QUALCOSA DI SINISTRA”: LA PROVOCAZIONE DI STAINO SULLA CHIUSURA DE “L’UNITA'”

Luglio 30th, 2014 Riccardo Fucile

 “POSSIBILE CHE MISTER 41% NON RIESCA A TROVARE QUATTRO IMPRENDITORI PER SALVARE IL GIORNALE?”

L’Unità  esce con le pagine bianche, ” pagine di protesta ma soprattutto di allarme.
Per spiegare, senza troppi giri di parole, come sarà  il mondo dell’informazione senza la voce dell’Unità “.
Il giornale fondato da Antonio Gramsci 90 anni fa sospende le pubblicazioni dall’1 agosto. Non sono bastate le parole del premier Matteo Renzi, segretario del Partito democratico, per rassicurare la redazione del giornale.
Sergio Staino, storico vignettista del quotidiano, in un’intervista a Repubblica si appella a Renzi: “Ora faccia qualcosa di sinistra. E’ lui che deve decidere se salvare o non salvare un giornale che è un pezzo importante dell’identità  di questa sinistra. E’ tutto nelle sue mani”.
Ed è proprio a Renzi che il direttore Luca Landò dedica una parte del suo editoriale: “Davvero Mister 41% non è in grado di parlare con quattro imprenditori in Italia? Difficile crederlo, a meno che l’obbiettivo non fosse quello di utilizzare il potere di veto per portare l’Unità  sull’orlo del baratro o anche oltre”.
E’ il Partito democratico il principale bersaglio di Landò: “Vorremmo davvero poter escludere che il Pd abbia preferito arrotolare una bandiera e mandare a casa 80 lavoratori, piuttosto che impegnarsi davvero per garantire un presente e un futuro a questo giornale”.
E poi: “La verità , inutile girarci intorno, è che il Pd non ha fatto molto per impedire che l’Unità  cadesse di nuovo nel buio della chiusura. Certo, l’Unità  ha criticato più volte le scelte di Renzi, ma lo stesso abbiamo con Cuperlo e Civati”.
Landò ripercorre poi altri momenti bui della storia del giornale, “E’ la terza volta che ci spengono, ma non ci fermiamo”, è il titolo del suo articolo.
Anche il Cdr scrive un comunicato in cui attacca il Pd: “Sapevamo che altre ipotesi (oltre all’offerta di Daniela Santanchè, ndr) erano percorribili, e anche che il Pd si stava occupando della vicenda. Lo sapevamo e lo speravamo. Evidentemente ci siamo sbagliati. E a pagare oggi siamo innanzitutto noi”.
E ancora: “Oggi è un giorno di lutto per la comunità  dell’Unità , per i militanti delle feste, per i nostri lettori, per la democrazia, Noi continueremo a combattere, a chiedere a chi ci promette un fururo di darci certezze oggi. Di assicurare solidità  patrimoniale. E a chi promette invece sostegno politici, diciamo che oggi è tardi per esprimere solidarietà “.
Che dell’Unità  a Renzi non abbia mai fregato nulla qualcuno tarda ancora a capirlo: a lui interessa solo tutto ciò che è funzionale ai suoi interessi e alla sua ambizione.
Ci vuole così tanto a comprenderlo?

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I NIPOTI DI MUBARAK: SMEMORATI DI CARTA PENTITI, CONVERTITI E FAN DEL RIFORMATORE

Luglio 20th, 2014 Riccardo Fucile

I QUOTIDIANI CELEBRANO L’ASSOLUZIONE DEL CONDANNATO PER ELOGIARE RENZI CHE L’HA SCELTO PER CAMBIARE LA COSTITUZIONE… LIBERO E IL GIORNALE: DELIRIO CONTRO I PM

A leggere i giornali e a vedere i telegiornali che commentano la sentenza su Berlusconi nel processo Ruby, si direbbe che sia la prima volta che un collegio di giudici milanesi assolve l’ex Cavaliere.
Si direbbe anche che la Procura s’è inventata le decine di prostitute, minorenni e non, che entravano e uscivano dalle sue varie dimore; e soprattutto le sue telefonate notturne dal vertice internazionale di Parigi al capo di gabinetto della Questura, Pietro Ostuni, perchè facesse rilasciare la minorenne fermata per furto (con la quale aveva una relazione e che trascorreva diverse notti ad Arcore) nelle mani di Nicole Minetti e della collega Michelle Conceicao, contro il parere della pm Annamaria Fiorillo.
E si direbbe ancora che il 30 dicembre 2012 il Pd e il Pdl non abbiano modificato, con la legge Severino comicamente detta “anticorruzione”, il reato di concussione per induzione di cui casualmente dovevano rispondere sia il leader Pdl sia Filippo Penati, braccio destro del segretario Pd Pier Luigi Bersani.
Ascoltando e leggendo poi vari commentatori, fra i quali spicca il sempre più autorevole e lucido Giuliano Ferrara, si direbbe pure che la sentenza Ruby non riguardasse solo il caso Ruby (per la parte contestata a B.), ma tutte le accuse passate presenti future mosse dai magistrati non solo al Caimano, ma anche a tutti i politici e i potenti imputati di ogni specie e colore, vivi e morti, compresi quelli già  condannati con sentenza definitiva, inclusi quelli di Tangentopoli.
Un’assoluzione plenaria, urbi et orbi, che “chiude un’epoca”, anzi la “guerra dei vent’anni”, ragion per cui “nulla sarà  più come prima”.
E, sottinteso, il Padre Prostituente finalmente riabilitato e ormai lindo come giglio di campo può riformare la Costituzione repubblicana con l’inseparabile Matteo, idolo di tutti i poteri, e dunque di tutte le tv e i giornali di destra e sinistra.
Tutte queste panzane vengono dette e scritte dagli operatori della cosiddetta “informazione” con un empito mistico a metà  fra il sollievo e la rivincita, che la dice lunga sull’asservimento delle classi giornalistiche e intellettuali italiote alla greppia dei poteri che, in teoria, dovrebbero controllare.
C’è anche chi si pente di aver raccontato fatti veri (che la sentenza dell’altroieri non può certo negare) e si duole amaramente di aver “esagerato” nell’informare troppo i cittadini sugli scandali del Palazzo, suscitando addirittura il sospetto — in Italia e all’estero — che B. fosse un puttaniere che abusava del suo potere e, in definitiva, non sia il galantuomo a tutti ben noto.
Le sentenze che documentano le amicizie mafiose, i soldi a Cosa Nostra in cambio di “protezione”, l’appartenenza alla loggia eversiva P2 e la relativa falsa testimonianza amnistiata, i 23 miliardi di lire in nero a Craxi, le sentenze e i giudici comprati tramite Previti, lo scippo della Mondadori a De Benedetti (ora suo partner in una società  pubblicitaria sul web), le tangenti ai politici tramite Letta, Brancher & C., le mazzette alla Guardia di Finanza tramite Sciascia, la compravendita di De Gregorio e altri senatori, i fondi neri per migliaia di miliardi prescritti, i falsi in bilancio commessi e poi depenalizzati da lui medesimo, la corruzione del testimone Mills, la frode fiscale di 360 milioni di dollari coperta da prescrizione a parte i 7,2 milioni di euro costatigli la condanna definitiva e le conseguenti interdizione dai pubblici uffici e detenzione ai servizi sociali, tutte le leggi vergogna per farla franca, non contano.
Siccome è cambiata la legge sulla concussione per induzione e Ostuni non ha avuto vantaggi indebiti dalla sua servile obbedienza, dunque “il fatto non sussiste” (più), e siccome non è provato che conoscesse la minore età  di Ruby con cui faceva sesso a pagamento, dunque “il fatto non costituisce reato”, allora è condonato anche tutto il resto.
Forse Ruby non è la nipote di Mubarak: ma è certo che lo sono i tre quarti dei giornalisti italiani.
Cogliamo fior da fiore.
LIBERO.
“La puttanata è il processo”, titola Libero e domanda: “Chi paga ora per le intercettazioni, i costi, le ragazze alla sbarra, la caduta del governo?”.
“Quella che mi accingo a raccontare — scrive Maurizio Belpietro, quello dell’attentato fantasma — è la fine di un processo che non doveva iniziare”.
Ogni parola, una balla. Il processo doveva iniziare perchè in Italia l’azione penale è obbligatoria in presenza di notizie di reato, e qui di notizie di reato ce n’erano a bizzeffe: il giro di prostituzione, la minorenne coinvolta, l’abuso di potere di un premier che tratta la Questura come lo zerbino di casa sua, i soldi pagati a decine di testimoni che raccontano frottole.
Le ragazze alla sbarra ci sono e ci restano anche dopo questa sentenza, perchè mentire ai giudici è un reato, e pure pagare testimoni perchè mentano.
Così come restano alla sbarra Fede, Minetti e Mora per aver organizzato quel giro di escort: si chiama favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione, che prescinde dall’età  delle ragazze.
Lo dicono — volete ridere? — due leggi severissime (non Severino, ma Prestigiacomo 2006 e Carfagna 2008) del governo Berlusconi.
Quanto alla caduta del governo, non c’entra nulla con Ruby: sia che sia stato vittima di una congiura mondiale avviata nella primavera-estate 2011, come sostengono i berluscones, sia che sia caduto per il semplice venir meno della sua maggioranza nell’autunno, il terzo e ultimo governo B. cadde per motivi economico-finanziari e per le risse interne fra il premier e Brunetta da una parte e Tremonti dall’altra: non certo per Ruby.
Anche perchè il quadro emerso da quel processo è identico a quello già  affiorato con i casi Noemi, D’Addario e Tarantini l’anno precedente.
Strepitoso, sempre su Libero, il pezzo di tal Borgonovo sui “manettari” e “rosiconi”, “da Lerner a Travaglio”, che “avevano già  emesso la sentenza per ideologia e invocavano la gogna per Silvio”.
Che strano: solo l’altro giorno, quando il Fatto pubblicò l’articolo di Marco Lillo sui punti deboli della sentenza di primo grado alla luce della legge Severino sulla concussione, Libero aveva iscritto “il giornale di Travaglio” fra gli insospettabili “innocentisti”.
Ora dice che siamo “scornati dall’assoluzione”.
Padre, perdona loro perchè non sanno mai quello che scrivono.
IL GIORNALE.
Con l’autorevolezza e l’imparzialità  tipiche degli impiegati dell’imputato, i giornalisti de Il Giornale vorrebbero che qualcuno “paghi” e addirittura “chieda scusa” al principale.
Alessandro Sallusti ringrazia Renzi per “aver tenuto aperta la porta al condannato” (sono soddisfazioni). E scatena i suoi segugi a caccia dei “mandanti ed esecutori” del “colpo di Stato”.
Non lo sfiora neppure l’idea che il mandante e l’esecutore sia B. stesso: se non si fosse riempito la casa di mignotte di cui ignorava persino il nome, la nazionalità  e l’età , e se non avesse chiamato la Questura, nessuno si sarebbe sognato di processarlo. Impagabile il pezzo di Stefano Zurlo su Merkel e Sarkozy che “ridevano sulle nostre disgrazie”: duole comunicargli che i due avrebbero riso lo stesso anche senza il processo Ruby.
Infatti ridevano alla domanda di un giornalista (straniero, ovviamente) sull’eventuale capacità  del governo B. di portare l’Italia fuori dalla crisi, non sul bungabunga.
LA STAMPA.
Mentre Massimo Gramellini ricorda giustamente che un presidente americano si sarebbe dimesso per molto meno di ciò che ha fatto B. nel caso Ruby, a prescindere dalla rilevanza penale delle sue condotte, il quotidiano della Fiat annuncia comicamente: “È finita la guerra dei vent’anni”.
Dimenticando che con i giudici di Milano, diversamente che con i pm, B. si era sempre trovato benissimo, incassando raffiche di prescrizioni grazie a generosissime e seriali attenuanti generiche e alcune memorabili assoluzioni.
Un gip riuscì persino a sostenere che meritava attenuanti e prescrizione per la corruzione del giudice Metta in cambio della sentenza Mondadori in virtù delle sue “attuali condizioni di vita personali e sociali”, cioè del fatto che era presidente del Consiglio, dunque illibato per definizione; dopodichè la Corte d’appello (e la Cassazione) confermarono che Previti andava rinviato a giudizio e condannato, mentre il suo mandante-finanziatore B. no.
Un’altra volta il Tribunale e la Corte d’appello lo assolsero per il caso Sme-Ariosto, anche se i soldi a Previti, per il bonifico diretto al giudice Squillante di 434.404 dollari del 1991 estero su estero, li aveva girati lui.
Motivo dell’assoluzione: B. è troppo furbo per corrompere un giudice via bonifico (lasciando tracce), anzichè cash (senza lasciarne).
E pazienza se le contabili bancarie svizzere documentavano il doppio bonifico B.-Previti-Squillante (lasciando tracce).
Quale sarebbe dunque la “guerra dei vent’anni” che i giudici milanesi, quasi sempre così ben disposti con lui, avrebbero ingaggiato col Caimano? Mistero.
Ma, pur di lubrificare le larghe intese, questo e altro
REPUBBLICA.
Il quotidiano che più si appassionò per la Bungabunga Story, con copertura decisamente superiore a quella riservata a vicende ben più gravi come le frodi fiscali Mediaset o il processo Dell’Utri, per non parlare della trattativa Stato-mafia, titola sulla “rivincita di Berlusconi” e relega in poche righe quella che potrebbe essere la chiave della sentenza: la modifica del reato, frutto dell’oscena legge Severino che pure Repubblica con Liana Milella e Massimo Giannini fu in prima fila a denunciare, insieme al Fatto e a pochi altri (tipo Antonio Di Pietro, che lanciò inascoltato l’allarme in Parlamento e anche per questo fu radiato dal centrosinistra: disturbava le larghe intese).
Ezio Mauro scrive un editoriale esemplare, in cui ricorda l’ossessione berlusconiana di seppellire con abusi di potere, bugie e depistaggi i fatti oggetto del processo, che meglio di tutti sapeva essere veri, verissimi.
Poi però sul finale, con una strana virata, anzichè domandare a Renzi che ci faccia con un simile partner ricostituente con quella “storia giudiziaria complicata e pesante” sul groppone, mette in guardia B. dal “far saltare il tavolo delle riforme” con un “ricatto istituzionale per scambiare riforme costituzionali con salvacondotti privati”.
Ora, l’assoluzione sul caso Ruby assicura a B. un futuro radioso (i processi di Napoli e Bari e il Ruby ter sono ben lontani dalla dirittura d’arrivo), di assoluta libertà  non appena finirà  il servizio sociale a Cesano Boscone. Dunque, perchè mai B. dovrebbe far saltare le riforme se non gli danno una Grazia che non gli possono dare (ha processi in corso) e che per i prossimi anni non gli serve proprio?
Il problema, semmai, è come si faccia a riscrivere la Costituzione con un simile figuro, per giunta con riforme autoritarie ed eversive come il Senato dei nominati in aggiunta alla Camera dei nominati.
Ciò che Mauro teme (il tavolo delle riforme che salta) e ciò che noi speriamo. E cioè che, per l’eterogenesi dei fini già  verificatasi nel 1998 con l’altra riforma-porcata della Bicamerale, B. mandi tutto all’aria e salvi un’altra volta la Costituzione.
A sua insaputa
CORRIERE DELLA SERA.
Dulcis in fundo, ecco Pigi Battista inerpicarsi un’altra volta nel terreno per lui proibitivo del diritto penale. E dire che lo ricordiamo nel 2011 ad Annozero in versione quasi presentabile, quando riconobbe che nel caso Ruby la Procura e i suoi soliti “teoremi” c’entravano poco: perchè B. aveva fatto tutto da sè, tenendo un comportamento non consono a uno statista e abusando del suo potere con le telefonate alla Questura.
Pareva addirittura in grado, il Battista, di distinguere i reati (tutti da provare) dai fatti (tutti già  straprovati).
E di giudicarli di conseguenza, senz’attendere il verdetto dei giudici. Niente paura: era solo un’impressione momentanea. Ieri è tornato il Battista di sempre.
Prima il solito delirio su chi avrebbe “mischiato vicende giudiziarie e vicende politiche” e “fatto il tifo per una sentenza che liquidasse l’avversario”: ma chi sarebbero, costoro, di grazia?
I pidini dell’era D’Alema, che tentarono di riscrivere la Costituzione con B. già  17 anni fa? O quelli dell’era Bersani che votarono la Severino salvando capra e cavoli, anzi Penati e Caimano?
O quelli dell’era Renzi, che tifavano per l’assoluzione come nemmeno per la Nazionale ai Mondiali?
Oppure qualche terzinternazionalista nascosto in qualche catacomba? Mistero.
Ma ecco la conclusione battistiana: “Resta finalmente un dibattito politico che si libera dal peso di un incubo giudiziario: il percorso delle riforme istituzionali può procedere speditamente”.
Ma certo, e a pie’ fermo. “Così come i servizi sociali a Cesano Boscone non avrebbero dovuto pesare sulle dinamiche politico-parlamentari (mettendo invece irresponsabilmente in crisi il governo Letta), anche questa sentenza può contribuire a sancire la definitiva separazione tra la storia politica e quella giudiziaria in un Paese che nella guerra totale tra politica e magistratura ha conosciuto la sua maledizione”. Ecco: la maledizione non sono i politici che rubano, frodano, mafiano; ma i giudici che li processano, anzi fanno la “guerra”.
E se poi qualcuno finisce al gabbio, mi raccomando: separiamo la sua vicenda giudiziaria dal suo ruolo politico e procediamo speditamente a riscrivere la Costituzione con lui. Non solo con B. Ma, già  che ci siamo, anche con Dell’Utri.
E, perchè no, con il suo vicino di cella nel carcere di Parma: Totò Riina.
Nell’ora d’aria ha un sacco di tempo libero.
IL FOGLIO.
Titolo di Giuliano Ferrara: “Eravamo tutti puttane”.
Per una volta siamo completamente d’accordo con lui.
Salvo su quell’eccesso di modestia: come sarebbe a dire “eravamo”?

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA NUOVA SEDE DE “L’UNITA”? A PORTO CERVO

Luglio 16th, 2014 Riccardo Fucile

LE ANTICIPAZIONI DEL PROGETTO DELLA SANTANCHE’ SULLA STORICA TESTATA

Genera sconcerto l’ipotesi di acquisizione dell’Unità  da parte di Daniela Santanchè e Paola Ferrari.
Ma c’è anche chi sostiene che fanno sul serio, che la coppia è bene assortita e adatta allo scopo: qui non si tratta di rilanciare una testata, ma di rifarla da capo a piedi.
Un settore, quello del rifacimento, in cui entrambe ci hanno messo la faccia (e non solo quella).
Di più: esisterebbe un piano di cambiamento dei connotati dell’Unità  nei dettagli, dei quali anticipiamo i punti salienti.
Testata.
Come ha detto Matteo Renzi, il giornale fondato da Antonio Gramsci “è un brand da tutelare”
Ferrari & Santanchè sono d’accordissimo, anzi, secondo loro potrebbe diventare addirittura una griffe.
I primi passi sarebbero il restyling della testata, con la U a richiamare la U di Emmanuel Ungaro, e la creazione di un nuovo logo: una doppia G di Gramsci ispirata alla doppia G di Gucci
Sede.
Sarebbe quasi pronta una faraonica redazione in Largo del Nazareno: Denis Verdini si starebbe occupando degli ultimi ritocchi.
Per i redattori dissidenti, in quota Corradino Mineo, ci sarebbe uno stanzino separato, messo a disposizione da Renato Brunetta. Quanto alla sede milanese, certa Via Montenapoleone; resta da decidere in quale showroom.
Direzione.
Tra Vittorio Feltri (il candidato della Santanchè ) e Ivan Zazzaroni (il candidato della Ferrari) potrebbe spuntarla Sandro Sallusti (il candidato di Feltri).
Poche chance per Vasco Errani, caldeggiato da Renzi in persona, ma considerato troppo di destra.
Gadget.
L’apoteosi di ogni brand che si rispetti. Allo studio un po’ di tutto: orecchini a forma di falce e martello tempestati di swarowski, scarpe e borsette in pelle di pitone con la doppia G di Antonio Gramsci, dvd celebrativo dell’ultimo ventennio (Quando c’era Berlusconi), poster del faccione di Gramsci con una nuova acconciatura firmata dai Vergottini .
Sponsor.
Paola Ferrari avrebbe pronto un accordo con l’Enel per illuminare a giorno tutte le redazioni, in particolare gli uffici degli editori, con le stesse lampade al quarzo e led ad alto voltaggio utilizzati per La domenica sportiva.
Anche il Comune sarebbe disposto a fare la sua parte, perchè la sede dell’Unità  diventerebbe la Times Square romana.
Festa.
La sede della Festa nazionale dell’Unità  verrebbe trasferita a Porto Cervo.
Per l’occasione Flavio Briatore sarebbe disposto a riaprire il Billionaire (“Per un brand da tutelare, questo e altro”) e a fare le cose in grande.
Niente più salamelle, solo aragostelle; niente più orchestrine che suonano Guantanamera, ma un recital esclusivo di Michael Bublè che reinterpreta Bandiera rossa in chiave swing.
Esclusivo privè per Renzi e amici, esclusivissimo privè del privè per Corradino Mineo e amici.
Lettori.
Si punta a riconquistare lo zoccolo duro originario. Quei lettori che un tempo “compravano l’Unità  per sapere che cosa pensa il partito”, come ha scritto ieri Michele Serra.
Adesso potrebbero sapere che cosa comprano Daniela Santanchè e Paola Ferrari.

Nanni Delbecchi

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SANTANCHE’ SOGNA L’UNITA’ PER SFIDARE IL PD (DA SINISTRA)

Luglio 15th, 2014 Riccardo Fucile

COSA SI CELA DIETRO L’OPERAZIONE DELLA PITONESSA: “GLI AFFARI SONO AFFARI”

Un piano editoriale non di un giornale «semplicemente di sinistra». Ma di «supersinistra», che sfidi Matteo Renzi dalla rive gauche.
E poi, una compagna d’avventura famosa e di destra, talmente di destra che la «Pitonessa» la coinvolse anni fa nelle liste de La Destra di Francesco Storace.
A sentire le confidenze che avrebbe fatto ad alcuni amici, Daniela Santanchè avrebbe davvero un «piano dettagliato» per rilevare l’Unità . E non da sola.
Bensì su un tandem in cui l’altro sellino sarebbe occupato da Paola Ferrari, volto noto della Rai tv, sua compagna di ventura alle elezioni politiche del 2008 nonchè nuora dell’ingegnere Carlo De Benedetti, proprietario del Gruppo Espresso.
«Questi sono affari. E sugli affari non faccio confidenze. Confermo soltanto l’interesse per l’Unità  e il fatto che col mio gruppo sto facendo i passi formali per quel giornale. Adesso la saluto» è – in rapidissima sequenza – la somma di parole con cui un’insolitamente poco loquace Santanchè liquida la questione a metà  di ieri pomeriggio.
Quanto al coinvolgimento nell’avventura editoriale di Paola Ferrari, reduce dal trasferta monstre in Brasile per il Mondiale, quello era agli atti dalla mattinata, rivelato da un lancio dell’agenzia di stampa LaPresse .
Nella redazione del quotidiano fondato da Gramsci si vivono giorni di apprensione. «La proposta d’acquisto della Santanchè» mette a verbale Bianca Di Giovanni, del comitato di redazione del quotidiano «dovrebbe essere arrivata questa mattina. Per noi è irricevibile».
Com’è irricevibile per Stefano Fassina, l’ex viceministro che twitta – a uso e consumo della Santanchè – il suo «no grazie, l’Unità  deve rimanere a sinistra per lavoro e libertà ».
Eppure, a dare man forte all’ingresso della Santanchè sulla scena dell’editoria di sinistra, arriva Maurizio Mian, imprenditore e azionista al 20 per cento del giornale. «L’Unità  ? Male, male. Siamo sulla strada della chiusura» confessa ai microfoni della trasmissione radiofonica La zanzara.
E ancora: «Bisogna prendere in considerazione l’offerta della Santanchè, che è una persona molto intelligente, ha grandi capacità , è una potenza mediatica e politica». Non solo. «Ci ho parlato» confida Mian,«è in gamba e moderna. Quando la Santanchè decide di fare delle cose le fa bene».
Luca Landò, il direttore del quotidiano, ammette: «Qua si tratta di raddrizzare la Concordia. Ma, una volta che l’abbiamo raddrizzata, non bastano solo i soldi, ammettendo che quelli della Santanchè ci siano davvero. Non è indifferente se questa nave salpa verso i mari della destra o verso quelli della sinistra, che sono dei nostri lettori. Serve un piano di rilancio…».
E il Pd? «Mah» risponde il direttore «il Pd non è il nostro proprietario ma dovrebbe essere nostro interlocutore. Abbiamo dato voce a tante anime del partito e questo, forse, è stato visto con un po’ di sospetto…».
E Renzi? «Diciamo che abbiamo un rapporto british . Non ci ho mai parlato» conclude Landò prima di ascoltare, dalla viva voce dei liquidatori, che dalla «Pitonessa» non è ancora arrivata alcuna lettera di impegno formale.
Eppure Santanchè conferma, anche ufficialmente, che «stiamo facendo i passi ufficiali e formali per raggiungere l’obiettivo».
Mesi fa, con un colpo di scena, la deputata forzista si aggiudicò – tra lo stupore collettivo – la storica rivista cinematografica Ciak«.
«Si presentò dicendomi “guardi che non sono quella che lei vede in televisione”» racconta Piera Detassis, direttrice del mensile, giornalista non certo ascrivibile al mondo della destra italiana.
«E, se devo essere onesta» aggiunge «finora così è stato. Non ha mai interferito nel nostro lavoro».

Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera”)

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CASO “UNITA'”, MURO ANTI-SANTANCHE’: “PROPOSTA IRRICEVIBILE”

Luglio 15th, 2014 Riccardo Fucile

SUL TAVOLO ANCHE L’OFFERTA DI MATTEO FAGO, ATTUALE SOCIO DI MAGGIORANZA

Baciare la pitonessa? Mai, rispondono all’Unità .
«Giudichiamo la proposta di acquisto della signora Santanchè incompatibile con la storia della testata, quindi irricevibile».
È il finale del comunicato che apparirà  stamattina sulla prima pagine del giornale a firma del Cdr. Ma la dirigente di Forza Italia non demorde. E rilancia.
«L’interesse c’è e i liquidatori non possono negarlo. Ho messo tutto per iscritto. Sanno chi è il mio socio. Nei prossimi giorni farò altri passi formali», dice la pasdaran di Berlusconi.
Il socio è Paola Ferrari De Benedetti, la conduttrice della Domenica Sportiva, amica storica della Santanchè.
I numeri, ossia la cifra di acquisto, e il piano industriale sono in fattura. Arriveranno sulla scrivania degli amministratori temporanei entro questa settimana.
L’iniziativa della Santanchè è un temporale che si abbatte su una redazione già  da tempo in difficoltà  e che forse solo questo mese riceverà  gli stipendi arretrati di maggio e giugno.
La scadenza della pratica di liquidazione è fissata al 29 luglio. Se non si troverà  una soluzione, il 30 si dovranno portare i libri in tribunale dichiarando fallimento.
Alcuni, nella sede del giornale, vanno oltre la questione di opportunità  politica ricordando rovesci imprenditoriali dell’onorevole azzurra.
Ma la scelta è quella di opporre un muro “ideologico” all’eventuale scalata della Santanchè. «Siamo ancorati a una tradizione di sinistra.
L’obiettivo è innovare ma non snaturare», dice il direttore Luca Landò.
«L’Unità  è un brand, ha ragione Renzi. È come la Nutella. Ma se dentro il barattolo della Nutella ci metti un’altra cosa, anche il brand muore».
Insomma, offerta o provocazione che sia, la proposta non ha alcuna possibilità  di riuscita.
«Credo che la Santanchè punti a farsi un po’ di pubblicità  – spiega Landò – . Vuole solo dimostrare che la sua concessionaria editoriale si muove a tutto campo, slegandola dall’immagine di destra della sua titolare ».
Ma l’accostamento pitonessa- Unità  resta una bomba.
E se alla fine l’unica proposta in campo fosse quella della Santanchè?
I liquidatori sono convinti che non sarà  così.
È sul tavolo anche l’offerta di Matteo Fago, ex editore online, attuale socio di maggioranza dell’Unità . Offerta insufficiente per ora.
Gli amministratori protempore gli hanno chiesto un’integrazione e sembrano ottimisti. I giornalisti rimangono preoccupati e cauti. Tanto più che la Santanchè considera la partita tutt’altro che chiusa: «Parlerò a tempo debito. Anche della linea politica».
Al Pd la vicenda è seguita dal tesoriere Francesco Bonifazi, vicinissimo al premier.
È stato Matteo Renzi a dire che Unità  e Europa , altro giornale di area Pd, avrebbero dovuto unirsi. Qualche mese fa la soluzione appariva vicina.
Cessione dell’Unità  alla famiglia di costruttori Pessina, unificazione della testate e un direttore in pectore nella figura di Stefano Menichini.
Ma l’operazione è molto complessa e c’è il rilancio possibile di Fago.
Adesso anche Europa, quotidiano diretto dallo stesso Menichini, annuncia guai grossi. Oggi il direttore spiegherà  ai lettori lo stato dell’arte con l’orizzonte di una chiusura il 30 settembre.
Con grande realismo spiegherà  che per il momento Europa cercherà  di trovare una soluzione economica da sola.
Fare un nuovo giornale del Pd comporta passaggi delicatissimi.
E l’”ingerenza” della Santanchè non aiuta.

(da “La Repubblica”)

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