Marzo 7th, 2014 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL CORRISPONDENTE DI “LIBERATION”
Non è solo l’Inghilterra, dove i ministri si ritirano perchè la colf non è in regola, a sottolineare
l’anomalia italiana.
In Francia, racconta il corrispondente da Roma di Libèration, Eric Jozsef, c’è una legge non scritta: “Risale all’inizio degli anni ’90, da quando sono emersi vari scandali, tra cui quello dell’ex deputato Bernard Tapie. È una regola introdotta dai socialisti e mantenuta poi da quasi tutti i governi, anche di destra: quando un ministro o un sottosegretario viene raggiunto da un avviso di garanzia, semplicemente, si deve dimettere.
Il ministro Boschi invoca a gran voce la presunzione d’innocenza.
Non sono pochi i politici che hanno lasciato e sono stati poi scagionati. In Italia poi il problema è ancora più pronunciato, perchè i tempi della giustizia sono molto lunghi. Ma ammettiamo che Renzi – invece di adottare la regola più normale, cioè di mandare a casa queste persone – scelga una linea politica più garantista, analizzando i singoli casi. A quel punto deve affrontare un nodo politico.
Quale?
Perchè il sottosegretario Antonio Gentile se ne va e gli inquisiti del Pd no? Il Nuovo centro destra dovrebbe trarne le conseguenze. E poi c’è un aspetto anche più delicato: non era Renzi a insistere, quando il premier era Letta, sul fatto che chiunque ha un problema con la giustizia o adotta comportamenti non opportuni deve mollare la poltrona?
È sorpreso?
L’aspetto inquietante è che queste persone, nel momento della nomina, erano già inquisite. L’intransigente linea francese colpisce quei politici che vengono raggiunti da avvisi di garanzia dopo aver assunto l’incarico, non prima. In questo caso li hanno scelti deliberatamente, pur sapendo che sono sotto inchiesta. Lo trovo perlomeno curioso.
Per i renziani Francesca Barracciu non era candidabile in Sardegna perchè accusata di peculato aggravato, ma nessuno ha obiettato quando è sbarcata ai Beni Culturali. Qual è la logica?
Il fatto è che questo governo, così come il suo premier, è afflitto da un grave problema di coerenza politica. In un Paese come l’Italia, tra i più corrotti in Europa, ci si aspettava un esecutivo ineccepibile. Soprattutto considerando che Renzi pretende di presentarsi come un grande rinnovatore.
“A noi il compito di ridare credibilità alla politica”, cinguettava.
Infatti quello che sta lanciando non è un bel messaggio. D’altronde aveva già smentito se stesso annunciando il voto nel 2015. Ora parla del 2018. Giurava anche che non avrebbe pugnalato Letta e l’ha fatto lo stesso.
La professoressa Carlassare ha fatto notare che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, avrebbe potuto impedire la nomina di sottosegretari sotto inchiesta. Invece il veto è caduto solo sul pm antimafia Nicola Gratteri.
Gratteri avrebbe rappresentato un messaggio molto forte, che avrebbe fatto credere a un vero impegno per il rinnovamento. E poi che bisogno c’era di nominare chi ha problemi giudiziari? Possibile che non ci fosse nessun candidato in quota Pd senza macchia e senza ombre?
E perchè, secondo lei, Renzi si è piegato?
Per motivi interni al partito, per accontentare varie correnti e per rispettare gli equilibri territoriali. Per le pressioni. Renzi ha cercato di soddisfare un po’ tutti: non penso, per esempio, che volesse nominare Gentile, ma ha dovuto farlo. Proprio come è accaduto a Letta, costretto a virare su sottosegretari imbarazzanti. Insomma, è la solita, vecchia politica. Sempre quella.
Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 15th, 2014 Riccardo Fucile
SU OLTRE CENTO GIORNALISTI NE VERRANNO PREPENSIONATI 23
Nuovo stato di crisi in arrivo a Il Giornale della famiglia Berlusconi. 
Il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti preoccupa per i continui bilanci in rosso: la sua casa editrice See (Società europea di edizioni) si aspetta di chiudere il 2013 con una perdita di circa 3,5 milioni di euro e, visti i chiari di luna sulle vendite di copie e quelle degli spazi pubblicitari, prevede anche un 2014 in rosso.
Per questo motivo l’azienda che fa capo a Paolo Berlusconi e che tra i suoi consiglieri conta anche il presidente Mediaset Fedele Confalonieri e il direttore generale dell’informazione del Biscione, Mauro Crippa, ha deciso di ricorrere ancora una volta allo stato di crisi.
Per ridurre il numero dei giornalisti in redazione, su oltre cento ne verranno prepensionati 23.
Si tratta del terzo stato di crisi che la See avvia; l’ultimo in ordine temporale è durato due anni ed è terminato alla fine del 2012.
Unico intoppo ai piani aziendali è la disponibilità incerta delle risorse per le quali non c’è solo la See in coda.
Paolo Berlusconi ha deciso di fare ricorso nuovamente allo stato di crisi dopo che anche il 2012, il 2011 e il 2010 si erano chiusi in perdita, rispettivamente a -2,9 milioni, -4,3 milioni e quasi -9 milioni di euro.
Poco sono serviti allora i precedenti stati di crisi e sembra non sarà sufficiente il recente aumento di prezzo che ha portato il costo del quotidiano di via Negri a Milano da 1,2 a 1,3 euro (in questo in buona compagnia con altre testate che avevano deciso il rincaro ad agosto e addirittura il Corriere della Sera è salito fino a 1,4 euro da quest’anno).
Nel 2014 i conti dovrebbero iniziare a essere alleggeriti anche da altre riduzioni sulle spese del personale, quelle provenienti dai prepensionamenti che l’azienda sta già attuando tra i poligrafici, mentre la struttura dei costi ha beneficiato l’anno scorso della cessione dell’ultima redazione regionale che le rimaneva (Roma esclusa), quella di Genova.
La sede distaccata è passata al Polo grafico del Piemonte con tanto di lavoratori annessi nella transazione, un’operazione giudicata per questo “illegittima, fuori dal contratto”, senza “precedenti nella storia dell’editoria italiana” secondo il sindacato dei giornalisti, la Fnsi, che tuttavia ha fatto scuola per esempio al Sole 24 Ore.
A Il Giornale, comunque, la dieta è appena cominciata e non risparmia nemmeno la carta su cui vengono stampati gli articoli: il numero di pagine è già calato.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 15th, 2014 Riccardo Fucile
COME “CAMBIANO VERSO” FACILMENTE
Uno sente parlare i dirigenti del Pd, soprattutto i lettiani e gli antirenziani.
Poi legge i giornali che nove mesi fa salutavano in Enrico Letta l’alba di un nuovo giorno radioso, l’ultima speranza dell’Italia, il capolavoro di Napolitano.
E gli viene spontaneo domandare: scusate, cari, ma quando l’avete scoperto che il Nipote era una pippa? No perchè, ad ascoltarvi e a leggervi in questi nove mesi, non è che si notasse granchè.
Benvenuti nel club, per carità : meglio tardi che mai. Ma, prima di saltare sulla Smart del nuovo vincitore, forse era il caso di chiedere scusa: pardon, ci siamo sbagliati un’altra volta.
Il fatto è che ci sono abituati, non avendone mai azzeccata una: avevano puntato tutto su D’Alema, poi su Veltroni, persino su Rutelli.
Ci avevano spiegato che B. non era poi così male, guai a demonizzarlo, anzi occorreva pacificarvisi.
Poi si erano bagnati le mutandine all’avvento di Monti: che tecnico, che cervello, che sobrietà , che loden.
Poi tutti con Enrico, a giocare a Subbuteo per non perdersi “la rivoluzione dei quarantenni”.
E ora eccoli lì, col solito turibolo e senza fare un plissè, ai piedi del Fonzie reincarnato. Pare ieri che Aldo Cazzullo, sul Corriere , s’illuminava d’immenso: “Napolitano non ha citato Kennedy — ‘la fiaccola è stata consegnata a una nuova generazione…’ — ma ha detto più o meno le stesse cose mentre affidava l’incarico di formare il ‘suo’ governo a un uomo di cui potrebbe essere il nonno […]. L’Italia, paese considerato gerontocratico, fa un salto in avanti inatteso e si colloca all’avanguardia in Europa” perchè “a Palazzo Chigi arriva il ragazzo che amava il Drive In e gli U2”. Ora, oplà , si porta avanti col lavoro ed entra nel magico “mondo di Renzi” passando “dal parrucchiere Tony Salvi e dal suo salone di bellezza”: “il sindaco viene tre volte la settimana” e “questo è l’unico posto dove stacca il cellulare”. Per far che? Ordinare un’impepata di cozze? Ballare il tango? Nossignori.
Udite udite: trovandosi dal barbiere, il Renzi “si fa spuntare i capelli (è stato Tony a fargli tagliare il ciuffo)”.
E nel “bar di Marcello”? Trattandosi di un bar, “fa colazione”.
Indovinate ora cosa riesce a combinare “nella pizzeria Far West di Pontassieve”? Ordina la pizza.
Ma senza mai perdere la sua personalità , chè Lui “non è mai stato e soprattutto non si è mai sentito un ‘uomo di’. Tantomeno di Lapo Pistelli”.
E “sarebbe sbagliato sopravvalutare l’influenza di amici cui pure è vicinissimo, come Farinetti e Baricco”. Perchè “nessuno l’ha mai visto in soggezione”, neanche davanti a Obama e Mandela.
Non porta loden, non gioca a Subbuteo, nè si conosce la sua posizione in merito al Drive In e agli U2. Però “il maglione color senape è il regalo di compleanno di Giovanna Folonari”, mica cazzi.
Il suo discorso dell’altro ieri in Direzione, “come tutto il dibattito a seguire, è segnato da una vena lirica”.
E con la stampa, come andiamo con la stampa?
“Tra i giornalisti Renzi ha rapporti di stima con Severgnini e Gramellini, ma non ha amici, se non la coppia Daria Bignardi-Luca Sofri (con Fabio Fazio, dopo una distanza iniziale, si sentono ogni tanto)”. E Cazzullo? Su, Aldo, non fare il modesto: eddai, mettiamoci pure Cazzullo e non ne parliamo più.
Per non trascurare i dettagli fondamentali, Repubblica dedica un’intera pagina alla Smart (“A tutto gas sulla Smart: così il Renzi-style archivia auto blu e berline”).
Essa “è leggera, veloce e un po’ prepotente: è giovane, poi, costosa e non italiana. Insomma, è molto Renzi”. Il quale — salmodia umido Claudio Cerasa sul Foglio — “sfanala con gli abbaglianti della Smart nello specchietto retrovisore della Panda di Letta, decide di premere la frizione, di cambiare marcia, di mettersi in scia, di azionare la freccia, di tentare finalmente il sorpasso”.
Per fare che? “Diventare l’Angela Merkel del Pd”.
E, assicura Giuliano Ferrara, “arrivare a Palazzo Chigi con piglio teutonico”.
Il ragazzo, come dice Sallusti, “ha le palle” più ancora di Palle d’Acciaio.
E, aggiunge Salvatore Tramontano sul Giornale, “ha rottamato la sinistra che voleva rottamare Forza Italia. Ha messo fine al ventennio. Antiberlusconiano. Ha dimostrato che si può non avere paura del futuro. Come Berlusconi”.
Del resto, osserva Repubblica , “smart sta per ‘intelligente’, con una sfumatura di brillantezza”. La sfumatura che gli fa Tony quando gli spunta il ciuffo.
E il discorso in Direzione? Dire sobrio sarebbe troppo montiano: “asciutto, senza fuochi d’artificio, senza retorica”.
Decisiva “la camicia bianca”, “cambiata un attimo prima in bagno” dal Fregoli fiorentino (prima era “celeste”): “È il suo tratto distintivo, è il richiamo al mito Tony Blair”.
In effetti, a parte lui e Blair, chi ha mai portato una camicia bianca?
La Stampa la butta sul mistico: mamma Laura “l’ha affidato alla Madonna… della quale, sopra la porta d’ingresso, c’è una bella icona”.
Del resto a Pontassieve “la Madonna dev’essere di casa perchè il posto dov’è cresciuto Renzi sembra un paradiso”. Senza dimenticare che lui “la sua station wagon” la guida personalmente “con la moglie Agnese a fianco e il rosario sullo specchietto”.
Santo subito. E anche colto, molto colto.
La lingua corrierista di Luca Mastrantonio scomoda Dante Alighieri (“per il suo libro Stil novo”), lambisce “Cosimo de’ Medici” e “Benedetto Cellini” (che si chiamava Benvenuto, ma fa niente) e s’inerpica su su fino a Steve Jobs (per “il celebre imperativo categorico rivolto ai giovani americani: Stay hungry, stay foolish”) e al “Grande Gatsby, l’affascinante outsider dell’età del jazz americana… Gatsby e Renzi sono entrambi personaggi fuori misura, dotati di carisma e ambizione, ma i moventi sono diversi”.
Tra l’Unità ed Europa è il solito derby del cuore, anzi della saliva. Un filino più perplessa la prima, anche se Pietro Spataro conviene che “l’Italia ha bisogno come l’aria (sic, ndr) di una svolta radicale”, “restare nella palude sarebbe stato il male peggiore”, ”meglio essere trascinati da un”ambizione smisurata’ che prigionieri di una modesta navigazione”: peccato che nè lui nè l’Unità avessero mai avvertito i lettori che Letta era una palude e una modesta navigazione (che s’ha da fa’ per campa’).
Eccitatissimo, su Europa, il sempre coerente Stefano Menichini. Solo in aprile cannoneggiava il “ceto intellettuale che del radicalismo tendente al giustizialismo fa la propria ragion d’essere”: “i Travaglio, i Padellaro, i Flores che annullano la persona di Enrico Letta perchè ‘nipote’”.
Putribondi figuri che osavano dubitare delle magnifiche sorti e progressive del governo Letta: “personaggi che fanno orrore. Il loro linguaggio suscita repulsione. Il loro livore di sconfitti mette i brividi. Ma in condizioni normali il loro posto dovrebbe essere ai margini… lasciando ai neofascisti la necrofilia e l’intimidazione”.
Ora invece, con agile balzo, impartisce l’estrema unzione al fu Nipote (“Enrico Letta lascia dopo aver tenuto il punto ma essendosi fermato un attimo prima di coinvolgere il paese, il sistema politico e il Pd in uno psicodramma pericoloso”) e bussare alla “porta che si sta spalancando a una stagione davvero nuova e inedita dell’intera politica italiana”: quella di Renzi, che “si avvia verso l’obiettivo della vita, il governo, col suo solito passo accelerato, e la notizia fa già il giro del mondo suscitando verso l’Italia una curiosità finalmente positiva”.
Perchè “a ogni suo salto di status, si allarga il numero di chi viene coinvolto dalle sue scelte e dalle sue fortune. Fino a oggi era solo il popolo democratico. Da domani sarà l’intero popolo italiano”.
Torna finalmente a rifulgere il sole sui colli fatali di Roma.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
“SE QUESTI SONO I SUOI METODI, UN GIORNO SARANNO USATI CONTRO DI LUI”… “FA TROPPE PROMESSE DIFFICILI DA MANTENERE”
“La pugnalata pubblica che Renzi ha inflitto a Letta potrebbe un giorno tornare a
tormentarlo”.
Lo scrive il Financial Times online, sottolineando che “se questi sono i metodi che egli considera appropriati per spianarsi la strada verso il potere, è ragionevole pensare che essi prima o poi saranno usati contro di lui”.
E questo “è ancora più certo perchè Renzi, promettendo uno stile di leadership molto più dinamico e riformista, ha alzato le aspettativi a livelli che saranno difficili da raggiungere”
“C’è un vecchio detto – scrive nell’incipit del suo approfondimento il giornalista Tony Barber – che sostiene che se fosse noto come è fatta una salsiccia, nessuno oserebbe mangiarne una. Per lo stomaco, prosegue, non è più semplice “assistere agli intrighi politici che stanno dietro alla formazione dei governi in italia”.
Secondo Ft, è difficile vedere “chi altro rispetto al giovane e iper-ambizioso Renzi sostituirà Letta”. Se Renzi, in qualità di Presidente del Consiglio, non riuscisse a realizzare le riforme che i politici del vecchio continente reputano essenziali per mantenere l’italia nell’Eurozona, sono assai ridotte le prospettive che un altro politico italiano possa farcela.
L’omicidio pubblico di Letta da parte di Renzi, sostiene il Financial Times, è una sorta di teatrale “pugnalata” al petto che un giorno potrebbe tornare a tormentarlo.
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Febbraio 13th, 2014 Riccardo Fucile
PER IL NEW YORK TIMES “E’ STATA UNA RIVOLTA DI PARTITO”
Le dimissioni di Enrico Letta sono la breaking news nel mondo: dalla agenzia France Presse al Financial Times, passando per El Pais e altri grandi media europei e mondiali.
“L’Italia aspetta Renzi, il demolition man”, titola il FT.
“Letta annuncia le sue dimissioni, dopo essere stato messo da parte dal suo partito”, scrive il quotidiano spagnolo.
Il New York Times mette nero su bianco che a far fuori Letta è stata una “rivolta di partito”.
“Commedia dell’arte: Come il sindaco di Firenze ha portato il primo ministro italiano a dimettersi”, è il titolo di apertura scelto dai colleghi dell’Huffington Post francese.
Semplicemente un “Ciao!”, invece, sulla home page di HuffPost Spagna, che fa notare come il suo governo sia durato appena 10 mesi.
“Il primo ministro Enrico Letta annuncia le sue dimissioni”, è il flash della Afp, mentre il Financial Times annuncia che “Letta presenterà domani le sue dimissioni da premier al presidente Giorgio Napolitano, dopo che il suo Partito Democratico lo ha di fatto licenziato da primo ministro”.
“Il premier Letta si dimetterà “, è il titolo della Bbc online, mentre El Pais scrive che “Letta annuncia le sue dimissioni sotto assedio”, utilizzando il termine ‘accoralado’ che si riferisce ad Ok Corral.
Il tedesco Der Spiegel e il francese Le Monde titolano sobriamente “il premier italiano si dimette”.
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Gennaio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
GIORNALISTI SULLE BARRICATE CONTRO L’ACQUISTO DEL 14% DI QUOTE DELL’EX SENATRICE DI FORZA ITALIA
Il caso è esploso per un articolo sul Fatto Quotidiano, il 29 dicembre scorso.
E all’Unità i giornalisti sono saliti sulle barricate. Non intendono scendere. Non per adesso.
Prima vogliono capire perchè Maria Claudia Ioannucci sia finita fra i soci del loro giornale, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci
Lo ha scritto il Fatto Quotidiano, il sindacato dei giornalisti non era stato informato di nulla.
Non che Maria Claudia Ioannucci avesse raccolto il 13,98 per cento delle quote dell’Unità con la sua società Partecipazioni Editoriali Integrate, srl.
È stata vicepresidente dei senatori di Forza Italia dal 2001 al 2006, l’avvocato Ioannucci.
Di più: è stata anche il legale del faccendiere Valter Lavitola
«Non possiamo permettere che l’assetto societario del nostro giornale storico venga sporcato da una figura estranea alle nostre ideologie», dicono i membri del comitato di redazione del giornale che hanno in mano un pacchetto di cinque giorni di sciopero per delega dalla redazione.
Sciopero che ieri è stato congelato in attesa di un incontro fissato per il 7 gennaio con l’editore, Matteo Fago.
Ma gli animi dentro la redazione restano bollenti
Maria Claudia Ioannucci ieri ha smentito qualsiasi rapporto con Valter Lavitola che non sia di puro e semplice lavoro.
«È stato un mio cliente e l’assioma che vede legato un avvocato con la persona che difende non è corretto», ha scritto l’avvocato Iaonnucci in una nota senza però rispondere alle accuse del Fatto Quotidiano sui documenti che la vedono in rapporti di affari e anche di raccomandazioni (a Berlusconi) con Lavitola.
Il giornale ha messo l’accento sugli affari panamensi e citato, tra le altre, una data di un appuntamento, il 21 agosto 2011, quando Ricardo Martinelli, il presidente di Panama «corrotto» da Lavitola per l’appalto di Finmeccanica, va a Villa Certosa a trovare Silvio Berlusconi, accompagnato proprio da Maria Claudia Ioannucci.
C’è poi la lettera che Lavitola scrisse a Silvio Berlusconi durante la sua latitanza e c’è un passo dove il faccendiere ricorda al Cavaliere: «Lei mi ha promesso di collocare la Ioannucci nel cda dell’Eni….»
Nella sua nota di ieri Maria Claudia Ioannucci ha scritto soltanto: «Sono entrata nel capitale dell’Unità perchè ogni giornale in difficoltà o che rischia di morire significa una ferita per la democrazia. L’iniziativa è nata dalla volontà di salvare un pezzo di democrazia, persino per il Fatto Quotidiano lo avrei fatto».
E annuncia di avere già querelato il giornale diretto da Antonio Padellaro. Come anche promette di farlo il cdr del quotidiano fondato da Antonio Gramsci
Sarebbe stato l’amministratore delegato dell’Unità , Fabrizio Meli, a cedere direttamente le quote all’avvocato Ioannucci, a fine ottobre dello scorso anno.
«Non è ammissibile che un’operazione di questo tipo avvenga senza comunicare nulla alla redazione», contestano i tre membri del comitato di redazione del quotidiano fondato da Antonio Gramsci.
Poi aggiungono: «Nell’incontro del 7 gennaio abbiamo intenzione di chiedere all’editore la rimozione dell’amministratore delegato e l’estromissione dall’assetto societario di una donna che dal 2001 al 2006 era vicepresidente dei senatori di Forza Italia, anni in cui Silvio Berlusconi si votava le leggi ad personam. Questo non è ammissibile, il nostro giornale ha un’identità fondata su valori molto precisi. In febbraio verranno celebrati i novant’anni della nascita del giornale: come si potrà conciliare una simile presenza?».
Alessandra Arachi
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 31st, 2013 Riccardo Fucile
DOPO CHE L’AVANTI E’ PASSATO DA BISSOLATI E MUSSOLINI A LAVITOLA, ORA TOCCA A L’UNITA’ TRASFERIRSI DA GRAMSCI A LADY IOANNUCCI
Lo sbarco di Maria Claudia Ioannucci, ex senatrice di Forza Italia nonchè amica e collaboratrice di
Valter Lavitola, nell’azionariato dell’Unità , a fronte del comprensibile allarme della redazione che minaccia cinque giorni di sciopero, sta suscitando altrettanto comprensibili entusiasmi nel mondo della sinistra italiana, ma anche europea.
Al momento non si registrano commenti ufficiali, a parte le minacce di denuncia dell’amministratore delegato del quotidiano del Pd (che però farebbe bene a denunciare la stessa Ioannucci per aver messo a verbale davanti ai pm di Napoli: “Lavitola, oltre che mio cliente, è divenuto uno dei miei più cari amici e tali rapporti di amicizia, nel tempo, si sono estesi all’intera famiglia”).
Ma è solo perchè i vari leader stanno ancora cercando le parole più adatte per salutare l’evento con la dovuta solennità .
Dopo un secolo di vite separate infatti si prospetta una possibile fusione fra le due storiche testate della sinistra italiana: l’Avanti!, fondato nel 1896 e passato da Bissolati a Mussolini a Craxi giù giù fino ai prestigiosi Cicchitto & Brunetta e agli autorevoli De Gregorio & Lavitola; e l’Unità , creata nel 1924 da Antonio Gramsci e ora appunto appartenente per il 14% a lady Ioannucci.
Già c’è chi immagina, per celebrare degnamente la storica saldatura 92 anni dopo la scissione del Congresso di Livorno, la nuova testata: “AvantiUnità ! — Giornale fondato da Antonio Gramsci, ma solo da Lavitola in su”.
Vivo apprezzamento starebbe per esprimere il presidente Giorgio Napolitano, infaticabile ricucitore della lacerante frattura social-comunista fin dall’elogio dell’invasione sovietica in Ungheria all’insegna del riformismo più sfrenato.
Pare che un passaggio del suo ottavo, storico discorso di fine anno sarà dedicato alla ritrovata unità a sinistra: “Cari sudditi, Lavitola politica del sottoscritto volge quasi al termine, nel senso che me ne andrò dal Quirinale nel 2020, ma vorrei lanciare un accorato monito alle masse progressiste tutte: o comprate la nuova Unità , o mi dimetto”.
Lo storico togliattiano Michele Prospero ha già pronto un editoriale dei suoi: “Studiando approfonditamente gli scritti del Migliore, sono giunto alla conclusione che, già durante il pacifico sterminio degli anarchici in Spagna, il grande Palmiro avesse preconizzato l’avvento nella grande famiglia comunista dell’amica di famiglia di Lavitola”.
Lo psico-guru Massimo Fagioli, mèntore dell’azionista Matteo Fago, è parecchio su di giri, ma non siamo in grado di riportare il suo commento perchè non si capisce niente. In compenso il suo nome ha ispirato a Francesca Pascale un messaggio di congratulazioni scritto col rossetto viola: “Silvio dice che Claudia è quel che fa per voi. Così — aggiungo io — risolverete come me il tragico problema dei fagiolini”.
Dal canto suo il cane Gunther, intestatario dell’italianissima società del socio-immobiliarista Maurizio Mian “Gunther Reform Holding Spa”, a mezzadria fra Pisa e le Bahamas, ha dato la sua approvazione abbaiando tre volte al sol dell’avvenire. Ora è allo studio un ampliamento redazionale con l’apertura di un nuovo ufficio di corrispondenza a Panama con vista sul Canale, dove Lavitola & Ioannucci vantano robuste entrature presso il presidente Martinelli, semprechè riesca almeno lui a restare a piede libero.
In attesa della scarcerazione di Valterino, s’è offerto come caporedattore un vecchio cronista di razza: Sergio De Gregorio.
Luca Landò, neodirettore e ottimo velista, potrebbe raggiungerlo di tanto in tanto in barca a vela, o in alternativa su uno dei pescherecci messi a disposizione da Lavitola. Dev’essere per questo che Piero Fassino, per un riflesso condizionato rimastogli dai tempi della segreteria Ds, continua a telefonare in redazione a ogni ora del giorno e della notte.
Le segretarie, stremate, non gli rispondono più.
Ma lui insiste e lascia sempre detto nella segreteria telefonica: “Allora, abbiamo una barca?”.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 14th, 2013 Riccardo Fucile
EDITORE E FONDATORE DIVISI SUL SINDACO
Come sempre nelle grandi occasioni, Carlo De Benedetti ha fatto il suo endorsement dalle
colonne del Corriere della Sera, in una solenne intervista firmata da Alan Friedman: “Alle primarie del Pd voterò per Matteo Renzi”.
I lettori del suo giornale, laRepubblica, si sono invece beccati l’omelia domenicale del fondatore Eugenio Scalfari, di segno opposto.
Partita con il tono lieve di un sorprendente confronto tra due pensatori contemporanei come il sindaco di Firenze e lo scrittore e showman Fabio Volo, è sfociata in una autentica invettiva: “Il talento glielo riconosco ed è anche simpatico quando si ha l’occasione di incontrarlo, ma non credo che lo voterò alle primarie del Pd per la semplice ragione che, avendo promesso tutto, la sua eventuale riuscita politica rappresenta un’imprevedibile avventura e in politica le avventure possono giovare all’avventuriero ma quasi mai al paese che rappresenta”.
E per rimarcare meglio la bocciatura, Scalfari gli contrappone la santificazione dell’intellettuale bresciano: “Ricorda Balzac quando esordì scrivendo feuilleton sui giornali popolari dell’epoca. Poi entrò in forza nella letteratura e ne fu uno dei massimi esponenti. Auguro a Volo di fare altrettanto”.
Mai la divergenza tra il quasi ottantenne editore e il quasi novantenne fondatore fu così esplicita. De Benedetti chiama in causa l’elemento anagrafico, ovviamente non a carico dei più anziani, ma di quella generazione di mezzo che, nonostante i ripetuti e solenni incoraggiamenti dell’ingegnere di Ivrea (come lo chiamavano quando tifava per Achille Occhetto), ha fallito: “Ormai la nostra speranza è legata a chi oggi ha meno di quarant’anni”.
De Benedetti ammette con disinvoltura di aver cambiato idea rispetto alla precedente intervista al Corriere , quando liquidò Renzi dicendo che “di Berlusconi ne abbiamo già avuto uno”. Immediata la protesta di Gianni Cuperlo, avversario di Renzi e membro della generazione perduta bocciata da De Benedetti.
Da molti anni ripete le accuse al partito di Repubblica di ingerirsi negli equilibri interni del suo partito.
Il giornale diretto da Ezio Mauro è considerato dai cuperliani sdraiato sul sostegno a Renzi.
E così anche stavolta Scalfari è isolato, come nell’estate 2012, quando difese l’intangibilità del Quirinale (nella vicenda dell’intercettazione Napolitano-Mancino) contro editorialisti del calibro di Franco Cordero, Barbara Spinelli e Gustavo Zagrebelsky.
Quest’ultimo presidente onorario di Libertà e Giustizia, l’associazione voluta da Carlo De Benedetti.
Giorgio Meletti
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Ottobre 27th, 2013 Riccardo Fucile
UN ROSSO DI OLTRE 2 MILIONI DI EURO L’ANNO…SI PENSA ALLA RIDUZIONE DEGLI STIPENDI DEI REDATTORI, AI PREPENSIONAMENTI O A UNA COOPERATIVA DI GIORNALISTI
Le vie del berlusconismo sono infinite. Il Pdl naviga in acque agitate e, paradossalmente, ne beneficia il giornale storico della destra: il Secolo d’Italia.
Visto che le sorti politiche di Silvio Berlusconi restano incerte, tutte le anime di destra fuori e dentro il Popolo delle Libertà si organizzano per trovare un posto al sole, in attesa delle prossime elezioni.
E quale mezzo migliore di un quotidiano per coltivare elettori?
Ecco perchè, molto probabilmente, le numerose correnti politiche presenti nella Fondazione An (che pubblica il giornale diretto da Marcello De Angelis) hanno deciso di salvare il giornale romano.
Salvare o almeno tentare di salvare, perchè per far quadrare i conti si sta pensando a uno stato di crisi che porti alla riduzione degli stipendi dei redattori oppure ai prepensionamenti o ancora si vorrebbe creare una cooperativa di giornalisti.
Solo negli ultimi due anni, il rosso è stato di 2,2 milioni di euro (nel 2011) e di altri 2,1 milioni (nel 2012).
Perdite che hanno portato alla decisione di abbandonare la carta stampata e proseguire le pubblicazioni solo su internet da gennaio.
All’interno della Fondazione coabitano, tra gli altri, gli ex di Alleanza Nazionale confluiti nel Pdl, gli ex solidali di Gianfranco Fini, Fratelli d’Italia e i politici più vicini a Gianni Alemanno.
Non è stato immediato mettere tutti d’accordo, tanto è vero che il cda della Fondazione è andato più volte deserto e non veniva mai deciso quante risorse destinare al quotidiano.
Il risultato è stato che a metà ottobre la redazione ha denunciato il mancato pagamento degli stipendi di settembre, anche se i problemi sono iniziati ben prima.
Lo scorso agosto, per esempio, la capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Giorgia Meloni, ha lanciato l’allarme “messa in liquidazione” per il giornale fondato nel 1952. Ma gli stipendi hanno saltato qualche mensilità fin dal settembre 2012.
E dire che la Fondazione An custodisce il patrimonio della destra italiana costituito da risorse liquide, investimenti e proprietà immobiliari.
Tanto che la crisi del Secolo d’Italia non ha impedito, a luglio, di approvare un bando che ha messo a disposizione 1 milione di euro per progetti e proposte a tutela e promozione del patrimonio politico, storico e sociale della destra italiana.
Secolo d’Italia escluso, ovviamente.
Adesso, al di là che il Secolo chieda o meno lo stato di crisi, dalla redazione uscirà comunque uno degli ex onorevoli che, a fine carriera politica, sono tornati a lavorare (da casa e senza vincoli editoriali) al giornale.
Si tratta di Gennaro Malgieri, che percepisce un importante stipendio da ex direttore dello stesso quotidiano e si avvicina all’età pensionabile.
In redazione resiste però un nutrito gruppo di ex, da Mario Landolfi a Italo Bocchino e Silvano Moffa.
Camillo Dimitri
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