Aprile 2nd, 2015 Riccardo Fucile
PAGINATE PER I 79 MILA NUOVI POSTI, IN PICCOLO LA NOTIZIA CHE NON ESISTONO…. E COSàŒ PER IL PIL, LA SCUOLA, L’EXPO
Ben ultima è arrivata la figuraccia del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, costretto nel giro di
pochi giorni a una clamorosa retromarcia.
Ma l’abitudine di sparare dati incompleti per incassare titoli a effetto sui giornali è ormai la cifra distintiva del governo di Matteo Renzi.
Il motivo è semplice: nessuna smentita, anche la più autorevole, avrà poi lo stesso spazio sulla grande stampa.
Così, in 13 mesi di governo, la lista delle “sparate” è cresciuta di giorno in giorno. Eccone un breve bestiario.
Lavoro, dato (falso) buono scaccia dato negativo
Magnificare gli effetti del jobs act genera strafalcioni. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ne ha commessi diversi in pochi mesi. Il 29 novembre, per coprire il tonfo degli occupati certificato dall’Istat, parla di “400 mila nuovi contratti stabili”. Fioccano i titoloni.
Si scorda, però, di comunicare quelli cessati, operazione che fa il suo ministero pochi giorni dopo, il 3 dicembre: sono 483 mila.
Il saldo negativo supera così le 80 mila unità , ma nessun giornale lo riporta. Pochi giorni fa, per mascherare il calo del fatturato industriale a gennaio, ha parlato di “79 mila contratti stabili in più a gennaio-febbraio rispetto al 2014”.
Il tripudio è inevitabile: “Premier: dati sorprendenti. È il segnale che il paese riparte” (Corriere); “Boom dei contratti stabili, in due mesi salgono del 38%” (Repubblica), “Lavoro, è boom di nuovi posti” (Messaggero), e così via.
Neanche stavolta è vero, è lo stesso Poletti a smentirsi pochi giorni dopo: considerate le cessazioni, i contratti stabili sono invece 45 mila, buona parte dei quali stabilizzazioni di contratti precari (l’80%) per accaparrarsi i generosi incentivi. Poletti ha provato a rilanciare spiegando che gli 1,9 miliardi stanziati dal governo produrranno però “un milione di posti di lavoro”. Neanche questo è vero, lo ha spiegato bene ieri la Fondazione dei consulenti del lavoro: per arrivare alla cifra di Poletti servono 4,7 miliardi, all’appello ne mancano quindi quasi tre. Poi ci si mette anche l’Istat a sbugiardare il governo: a febbraio ci sono 44 mila occupati in meno e 23 mila disoccupati in più.
La ripresa sui giornali è già partita, fuori non tanto
Ad aprile dell’anno scorso le previsioni del duo Renzi/Padoan dicevano +0,8% nel 2014, +1,3% nel 2015.
Poi s’è visto che in realtà il Prodotto interno lordo, nel 2014, è calato dello 0,4% e quest’anno — secondo l’ultima stima dello stesso governo — salirà solo dello 0,7%. Forse la “ripresa col botto” annunciata dal premier a settembre se la sta prendendo comoda .
Non sui giornali, comunque, dove viene annunciata con grande regolarità : in questi giorni, per dire, si è magnificato l’aumento della fiducia di consumatori e imprese a marzo con grandi titoli, mentre meno spazio è stato dedicato a due statistiche uscite nello stesso giorno (contrazione di fatturato e ordinativi per l’industria).
Confindustria s’è addirittura inventata un aumento della produzione industriale a febbraio che poi ha dovuto smentire dopo la pubblicazione del dato Istat.
A volte si raggiunge la psicosi: per Confcommercio, ad esempio, i consumi nei prossimi mesi saranno trainati dall’aumento degli occupati e dunque del reddito disponibile. Anche questa previsione è finita sui giornali, solo che l’aumento degli occupati non esiste.
Infine c’è l’Ocse, l’ente da cui proviene il ministro Padoan e che è riuscito a sbagliare tutte le previsioni a sei mesi fatte negli ultimi anni: secondo loro, se si fanno “le riforme”, il Pil italiano crescerà del 6% in più nei prossimi 10 anni. Bum.
Expo, solo adesso ci si accorge dei ritardi
“I lavori finiranno in tempo”, scriveva il Corriere a luglio 2014, riportando testimonianze raccolte nei cantieri Expo.
“Ce la faremo anche se correndo” diceva Matteo Renzi all’Ansa, a inizio marzo.
Già in quel momento, però, solo il 18 per cento delle opere era completo, la base dei padiglioni non era finita e l’azienda addetta alla pulizia dell’area comunicava che la bonifica sarebbe stata completata solo il 26 giugno.
Poi ancora l’assenza del presidente della Repubblica Mattarella all’inaugurazione del 1 maggio, il cantiere senza acqua, fognature ed energia.
E l’ammissione dei tecnici: è probabile che non si riesca ad aprire in tempo neanche uno dei sei piani del Padiglione Italia (lo stesso coinvolto nell’inchiesta fiorentina sulle Grandi Opere per l’appalto all’Italiana Costruzioni).
“A un mese dal via”, titolavano ieri i giornali parlando dei ritardi. Ma potevano accorgersene molto prima.
Precari della scuola: tutti assunti, anzi no
Se non ci sono numeri reali da cavalcare, se ne possono sempre dare in pasto alcuni virtuali: “Precari della scuola tutti assunti, entrano in 150 mila”.
Si era a settembre, e il governo si guadagnava le prime pagine con una promessa choc.
Di quell’impegno, messo nero su bianco nel documento di riforma “La buona scuola”, è rimasto poco.
A entrare saranno — se tutto va bene — in 100.701, mentre restano fuori 47.399 precari “storici” iscritti alle graduatorie a esaurimento (Gae) di cui 23 mila della scuola dell’infanzia, messi in attesa di un fantomatico progetto di riorganizzazione delle scuole materne da realizzare con i Comuni.
Saltata l’ipotesi decreto, Renzi ha optato per un disegno di legge, già rallentato dalle audizioni, e che rischia seriamente di non vedere la luce in tempo per provvedere alle assunzioni a settembre. Se così fosse, nel 2015 saranno solo 50 mila.
L’epica battaglia per lo zero virgola: Matteo e l’Europa
Per mesi sui giornali si è parlato del semestre europeo (nessun risultato) e pure dell’epica lotta di Renzi per la “flessibilità ” con quei cattivi dei tedeschi.
“È l’addio al Fiscal Compact”, si leggeva su Repubblica a proposito del rinvio del pareggio di bilancio al 2017.
Alla fine quel che è stato concesso al governo italiano — che proponeva di scorporare le spese per investimenti dal Patto di Stabilità — è stato di correggere il deficit strutturale dello 0,1% in meno del previsto.
E sforare il 3 per cento? Renzi, in un’intervista al Fatto del gennaio 2014, disse che “certo che si può sforare: è un vincolo anacronistico”. Ora non ne parla più.
80 euro, “i gufi smetteranno di gufare”. Impatto? 0,0%
Ad aprile il governo approva il bonus da 80 euro per i lavoratori dipendenti con redditi fino a 24 mila euro (con estensione a 26 mila, ma a scalare).
Fioccano editoriali entusiasti sulla “prima grande inversione di rotta”: “I gufi, almeno per un po’, smetteranno di gufare”, si legge su La Stampa. “I consumi saliranno di 3,1 miliardi”, si affretta a spiegare Confesercenti.
Cifre addirittura superiori per la Cgia di Mestre. Entrambe riprese da tutti i giornali. Quasi nessuno, però, si premura di far notare che è lo stesso governo a credere poco nello strumento. Nel Documento di economia e finanza di aprile 2014, per dire, mette infatti nero su bianco che l’effetto sui consumi sarà dello 0,1 per cento. Dopo va anche peggio.
Il flop viene certificato mese dopo mese dall’Istat che descrive il coma profondo della spesa delle famiglie. Stavolta, però, nessun editoriale lo commenta.
A gennaio scorso, la stroncatura: di quanto è cresciuta la domanda interna? Secondo l’Istat, nel terzo trimestre del 2014, dello 0,0 per cento.
Le province abolite e quel miliardo di “risparmi”
Graziano Delrio lo ha ribadito da ultimo neanche un mese fa su Qn: con la riforma delle Province “in Finanziaria è calcolato un miliardo di euro di risparmi nel 2015, grazie al riordino delle competenze e alla fine delle sovrapposizioni di servizi con altri enti”. In realtà , il miliardo di risparmi è un semplice taglio lineare ai trasferimenti e questo nonostante le province continuino a riscuotere gli stessi tributi (un pezzo di Rc auto, trascrizioni al Pra, addizionali in bolletta).
Delrio poi sostiene pure che lo Stato si tiene in tasca 160 milioni di stipendi dei politici, ma la Corte dei Conti ne ha contati solo 34. Infine c’è il caos per cui non si sa ancora chi fa cosa tra regioni, comuni e rimasugli delle province (il processo è in enorme ritardo), nè è chiaro che fine faranno i 20 mila dipendenti.
Carlo Di Foggia, Marco Palombi, Virginia Della Sala
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 31st, 2015 Riccardo Fucile
INTERVISTA A GUIDO VENEZIANI, IL NUOVO PROPRIETARIO
Obiettivo 25 aprile.
“Sarebbe bello, sarebbe fantastico. Per riuscirci ho provato a indossare la tuta di Capitan Power, ma non so se basterà ”.
Resta aperta l’ipotesi, quella di riportare in edicola l’Unità nel giorno della Liberazione: a confermarlo è il nuovo proprietario, Guido Veneziani, torinese classe 1964, già editore di periodici come Top, Vero, Stop e Miracoli.
Non ha molto tempo a disposizione.
Infatti è molto complicato, ma ci stiamo lavorando a fondo.
Il nome del nuovo direttore?
Questo argomento mi diverte molto, magari esce domani dopo il Cda. Ma ho in mente qualcuno o qualcuna.
Renzi cosa le dice?
Mai parlato con lui, solo una volta, quattro minuti, all’ultima Leopolda. Però oggi ha rilasciato una dichiarazione bellissima.
Il premier a proposito dell’Unità ha detto di non volere un giornale “come strumento di propaganda”…
Esatto! E poi io non ho mai pubblicato prodotti caratterizzati, per questo penso a un giornale libero con nuove sezioni.
Sveliamo qualche novità .
Noi abbiamo un progetto editoriale, tutti i prodotti editoriali sono prodotti.
Tradotto?
Bisogna andare incontro al gusto delle persone.
Va bene, come?
Ci sarà la politica, l’economia, tutte le parti storiche, più altre innovative. Non voglio svelarle alla concorrenza, dietro c’è uno studio.
Molti studi di settore dicono che ancora sono tette e culi a incuriosire i lettori.
(Silenzio. Pausa) È vero. (Ancora silenzio)
Quindi donne nude sull’Unità ?
Senta, vendono anche i personaggi nati e idealizzati dalle televisioni, i loro amori e tradimenti. Poi c’è modo e modo di pubblicare certe cose.
È vero che alle Politiche ha votato Grillo?
Sì. Però con me il 25 per cento degli italiani!
Si è pentito?
No, non mi pento quasi mai. Però non sono uno impegnato nelle vicende politiche. Il mio era un voto di protesta.
In gioventù cosa votava?
Mi ritengo… non immagino.
Cosa?
Non ci sono più i tempi della destra, della sinistra, dobbiamo superare certi concetti…
Sì, da giovane?
Di sinistra, poi è arrivato il lavoro e mi sono distratto.
Comunque nell’urna ha tradito Renzi.
Oggi no, oggi voterei per lui.
Come l’ha convinto?
Sta portando avanti un rinnovamento politico che incide sul sociale, e in maniera veloce. E noi lo sproneremo. Questo Paese ha bisogno di qualcuno che fa. E oggi lo voterebbe il 51 per cento degli italiani!
Pensa ancora che l’Unità è il giornale di Gramsci?
Se il giornale ha chiuso è perchè non incontrava più il gusto della gente, non interessava cosa si scriveva: non si può portare avanti un rendiconto nostalgico di tempi che non esistono più. Però Gramsci ha scritto pagine importantissime e attuali, come molti altri politici dell’epoca. Comunque la stampa è in forte crisi.
E allora perchè questa avventura?
A pensarci per primi sono stati i miei collaboratori, io diffidente. Poi è arrivato l’entusiasmo.
Giochiamo a “Indovina chi? ”. Ci dica almeno se il nuovo direttore sarà un uomo o una donna…
Ah ah ah. Mi piace. La mia idea è quella di un uomo.
In che anno è nata l’Unità ?
Ho pochissima memoria. (Silenzio prolungato. Sospiro). Bravo, non me lo ricordo.
Alessandro Ferrucci
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 8th, 2015 Riccardo Fucile
SARA’ META’ POLITICA E META’ LIFE-STYLE
Il nome del direttore ormai ristretto a una rosa di pochi eletti, l’ok dei giornalisti al piano di assunzione
di una parte della vecchia redazione (25 su 56), il progetto di massima sul restyling del giornale, l’idea del ritorno in edicola il 25 aprile, giorno non scelto a caso.
Nove mesi dopo (era il 30 luglio del 2014 quando fu stampato l’ultimo numero) potrebbe, il condizionale è comunque d’obbligo, (ri)nascere una nuova Unità .
L’Unità dell’era Renzi.
“Un’Unità renzian-popolare” racconta chi ha avuto la possibilità di interloquire con l’editore sul giornale che sarà .
Quarantotto pagine, una prima parte, il cosiddetto primo sfoglio, dedicato alle notizie di attualità : politica, economia, cronaca, sport.
Una seconda parte invece, presumibilmente 24 pagine, interamente concentrata sul life style: una sorta di grande contenitore sulle tendenze della società .
Suddivisione, tra hard e soft news, fortemente voluta dall’editore, Guido Veneziani, che ha costruito i suoi successi proprio sulla forza del nazional-popolare.
La società editrice che fa capo all’imprenditore calabrese, la Gve, ha infatti nel suo portafoglio oltre una quindicina di settimanali che spaziano da temi religiosi (Miracoli) al self-made per casalinghe (Uncinetto), passando per il puro gossip (sono suoi Stop, Top, Vero, Rakam).
Società editrice di successo la Gve nel 2013 per numero di copie vendute (830mila) era seconda solo a Mondadori (2,4 milioni) e alla Cairo Comunication (1,7 milioni).
L’anima gossippara del Veneziani editore ha fatto storcere il naso non solo ai giornalisti della “vecchia” Unità ma anche a quei lettori affezionati all’idea di un giornale politico e di partito fedele alle idee del fondatore Antonio Gramsci.
Passioni e volontà a parte, l’Unità che fu è stata però costretta a chiudere i battenti, spazzata via dai costi altissimi e dai debiti accumulati: nel 2013 la perdita è stata di 20 milioni di euro con un passivo di oltre 32 milioni.
Senza contare la richiesta di circa 30 milioni di euro per i 120 ricorsi giudiziari, cause perse dall’Unità .
Alcuni giornalisti si ritrovano anche a dover pagare di tasca loro i risarcimenti per le condanne di cause di diffamazione che il giornale aveva perso.
Quattro di questi rischiano il pignoramento della casa.
Un disastro finanziario a fronte di una tiratura alta, le copie giornaliere vendute negli ultimi mesi di vita sono state poco più di 18mila a giugno scese 16mila a luglio.
Alla Nie, la società editrice messa in liquidazione, ogni numero costava dai 700 agli 800 mila euro.
Terminate a luglio le pubblicazioni era dunque cominciata la fase due: la ricerca da parte del Pd, di qualcuno che fosse interessato a rilanciare il giornale.
Dopo mesi di voci e identikit di possibili acquirenti l’unica vera e concreta offerta arrivata sul tavolo del tesoriere del Pd Francesco Bonifazi è stata quella di Veneziani. Una cordata composta dallo stesso editore, socio di maggioranza al 60%, insieme a due soci di minoranza: il costruttore lombardo Massimo Pessina, al 35% e il restante 5% alla Fondazione Eyu, un acronimo che sta per Europa-Youdem-Unità e che fa capo direttamente al Pd e che garantirebbe la continuità politica del prodotto.
La prima offerta prevedeva l’affitto per tre anni della testata per 90 mila euro mensili e il suo ritorno in edicola.
Offerta però che, non includendo l’acquisto del ramo d’azienda, non obbligava l’editore a reimbarcare i vecchi dipendenti.
La reazione prima del Cdr dell’Unità e l’intervento poi del Tribunale fallimentare di Roma avevano di fatto obbligato Veneziani a riformulare una nuova proposta che indicasse anche il numero di giornalisti della vecchia Unità che il nuovo editore aveva intenzione di riprendere.
Metà , 25 su 56, assunti con contratti in deroga al contratto nazionale dei giornalisti (2000 euro il minimo, 2300 il massimo a prescindere dalla qualifica) è stata la contro offerta a cui i giornalisti in un referendum convocato giovedì 6 marzo hanno risposto positivamente: 44 i si, 6 i no, 7 gli astenuti.
Incassato il parere positivo della redazione ora Veneziani dovrà attendere la decisione del Tribunale fallimentare di Roma, il cui giudice per uno strano caso del destino di cognome fa De Renzis
Superato questo ultimo scoglio, avverrà così l’ingresso dell’Unità nella Gve, la Guido Veneziani editore, o in una nuova società .
I passi successivi saranno poi la nomina un direttore che colloquierà i giornalisti della vecchia testata e si preparerà a guidare il lancio del primo numero.
Obiettivo, come detto: 25 aprile. Ora la domanda che molti si fanno è: per l’Unità è davvero arrivata la #voltabuona?
Una risposta sicura ancora non c’è, di certo il nuovo giornale sarà il prodotto dell’era Renzi.
Con buona pace di chi rimpiange Antonio Gramsci.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 12th, 2015 Riccardo Fucile
SIAMO 73° TRA MOLDAVIA E NICARAGUA…. GIORNALISTI MINACCIATI DALLA MAFIA E DALLA POLITICA… 129 CAUSE INGIUSTIFICATE PER DIFFAMAZIONE
L’Italia crolla nella classifica mondiale della libertà di stampa, realizzata come ogni anno da Reporter
senza frontiere.
Nel 2014 scendiamo al 73esimo posto, tra la Moldavia e il Nicaragua, perdendo ben 24 posizioni dall’anno precedente.
La ragione, secondo il rapporto di Rsf pubblicato oggi, sono le sempre più frequenti intimidazioni che i giornalisti subiscono, da parte da parte di organizzazioni criminali e non solo.
“La situazione dei giornalisti è peggiorata nettamente nel 2014″, si legge nel report, “con un grande incremento di attacchi alle loro proprietà , specie le automobili”.
Rsf conta 43 casi di aggressione fisica e 7 casi di incendi ad abitazioni e vetture solo nei primi dieci mesi dell’anno.
Ma non è solo la violenza fisica a limitare la libertà d’informazione nel nostro Paese. Il rapporto conta 129 cause di diffamazione “ingiustificate” contro i cronisti, sempre nei primi 10 mesi del 2014, mentre nel 2013 il dato si era fermato a 84.
La maggior parte delle cause di questo tipo sono intentate da personaggi politici, e “costrituiscono una forma di censura“.
I ricercatori citano la mafia italiana tra gli “agenti non statali” che soffocano l’informazione, insieme all’Isis, Boko Haram e ai cartelli della droga latinoamericani.
In generale, il World Press Freedom Index segna un peggioramento globale nel 2014: “Sotto attacco dalle guerre, dalle crescenti minacce di agenti non statali, da violenze durante manifestazioni e dalla crisi economica, la libertà dei media è in ritirata in tutti e cinque i continenti”, si legge nel report.
In cima alla classifica della libertà d’informazione si accomodano, come di consueto, i paesi nordici: prima la Finlandia, seguita da Norvegia e Svezia.
In fondo, anche qui senza sorprese, Turkmenistan, Corea del Nord e, fanalino di coda, l’Eritrea.
La Francia guadagna una posizione fino al 38° posto, gli Usa ne perdono tre e vanno al 49°, il Giappone ne perde due e scende al 61°.
Da segnalare il balzo in avanti del Brasile, che guadagna 12 posizioni e sale al 99° posto.
Tra le altre nuove potenze, la Russia perde ulteriori 4 posizioni e scende al 152° posto, cioè nella fascia bassissima della classifica che contempla 180 posizioni in totale.
Ma sempre meglio della Cina, che riesce a perdere una posizione sprofondando al posto numero 176. Stabile l’Iran al 176° posto.
Il peggioramento globale è “incontestabile”, scrivono i ricercatori di Rsf, che dal 2002 elaborano la classifica in base a una griglia di criteri che vanno dal pluralismo al numero di abusi e aggressioni ai danni della stampa registrati in un determinato Paese. “Nel 2014 c’è stata una drastica caduta della libertà d’informazione. Due terzi dei 180 Paesi censiti hanno avuto un risultato peggiore rispetto all’anno scorso”.
Tornando all’Italia, Rsf cita l’organizzazione Ossigeno per l’Informazione, che nel 2014 ha conteggiato 421 minacce a giornalisti, con un aumento del 10% rispetto al 2013.
“Le minacce di morte sono comuni e sono di solito recapitate sotto forma di lettere o simboli, come croci dipinte sulle automobili dei cronisti o proiettili inviati via posta”. Tra i casi citati, quello di Guido Scarpino del Garantista, la cui auto è stata data alle fiamme in provincia di Cosenz, “una roccaforte della ‘ndrangheta”.
L’organizzazione criminale calabrese è annoverata da Reporter senza forntiere tra i “predatori della libertà di stampa”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 12th, 2015 Riccardo Fucile
GRAZIE A 17 ANNI DI CONTRIBUTI E FINANZIAMENTI PUBBLICI A FAVORE DEI GIORNALI
“Certo, qualcosa al bilancio dello Stato è costato”: ha detto un rilassato Giuliano Ferrara parlando del
suo giornale “Il Foglio” davanti alla Commissione Cultura della Camera dei deputati nell’ambito dell’esame della proposta di legge del Movimento 5 Stelle per l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria.
Qualcosa? 50 milioni 899 mila 407 euro, ecco per l’esattezza quello che “Il Foglio” di Ferrara è costato ai contribuenti a partire dal 1997, data in cui il giornale ha cominciato a riscuotere i contributi pubblici per l’editoria: 2 milioni 994 mila euro l’anno, 250 mila euro al mese, 8 mila euro al giorno. Per 17 anni.
Una bella sommetta.
GIUSTIZIA E’ SFATTA
Nato da un’idea dello stesso Ferrara, “Il Foglio”, da poche settimane diretto da Claudio Cerasa, si è sempre contraddistinto per i suoi azionisti di gran calibro: oltre il finanziere Sergio Zuncheddu (editore dell’”Unione Sarda”) e lo stampatore Luca Colasanto, l’ex moglie di Silvio Berlusconi, Veronica Lario e l’onorevole azzurro Denis Verdini, tra gli altri.
Sin dalla prima ora si è attrezzato per accomodarsi al ricco banchetto dei contributi statali per l’editoria, partecipando alla spartizione della ricca torta.
All’epoca, lo Stato già prevedeva, tramite la legge del 1990 sulla “Disciplina delle imprese editrici e provvidenze per l’editoria”, l’elargizione di sovvenzioni alle imprese editrici di quotidiani.
E, tra queste, ai giornali organi di partito.
E cosa ha fatto Ferrara? Ha creato un apposito movimento-partito di cui il suo quotidiano è diventato organo ufficiale: la “Convenzione per la Giustizia”, fondata con gli allora amici-parlamentari Marcello Pera (Forza Italia) e Marco Boato (Verdi), con la quale si è garantito i requisiti per accedere ai finanziamenti.
Così, già nel 1997, al termine del primo anno di pubblicazioni, “Il Foglio” ha incassato la prima tranche di contributi statali: 222 milioni di lire, cioè 115mila euro circa.
SOLDI SOLDI
Dall’anno successivo il quotidiano ha iniziato a raccogliere somme più consistenti: secondo i dati forniti dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, nel 1998 sale a 6,3 miliardi di lire (pari a 3,25 milioni di euro).
Stesso trend per il 1999 con 6,1 miliardi di lire (pari a 3,15 milioni di euro).
Al ritmo di oltre 3 milioni di euro, si calcola che la trovata del giornale di partito ha consentito a Ferrara e al Foglio di percepire nei primi 5 anni qualcosa come 13 milioni e 600mila euro.
RICCHI E COOPERATIVI
Dal 2001, poi, per potere continuare ad accedere al fondo speciale per l’editoria predisposto dalla Presidenza del Consiglio, “Il Foglio”, come molte altre testate, ha mutato la sua struttura giuridica, diventando una cooperativa.
All’interno della legge finanziaria per il 2001 si definiva infatti un nuovo soggetto destinatario delle provvidenze: “imprese editrici di quotidiani o periodici organi di movimenti politici, trasformatesi in cooperative entro e non oltre il 1 dicembre 2001”.
E “Il Foglio” si è puntualmente messo in linea con la nuova situazione.
GIULIANO IN MISERIA
Via perciò con un nuovo inizio: ai 13,6 milioni “raccolti” nei primi 5 anni di vita, il quotidiano ne aggiungerà sfruttando le nuove regole oltre 37 in poco più di un decennio, a ritmo costante di oltre 3 milioni l’anno con l’eccezione dell’ultimo biennio, in cui si è assistito ad un taglio del fondo che non ha risparmiato neanche il giornale diretto dall’Elefantino Ferrara.
Che, negli ultimi 3 anni, ha visto comunque entrare nelle casse della sua creatura la “miseria” di 5 milioni di euro.
Bilancio finale per un giornale non ancora “maggiorenne”: 17 anni di vita, vendite anche molto al di sotto delle 10 mila, oltre 50 milioni di euro, circa 100 miliardi di vecchie lire di pubbliche sovvenzioni.
Eccolo il “qualcosa” che Giuliano Ferrara ha lasciato in eredità a lettori e contribuenti.
Primo Di Nicola e Francesco Giurato
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 15th, 2015 Riccardo Fucile
IN FRANCIA 3 MILIONI DI COPIE ESAURITE IN POCHE ORE… IN ARRIVO ALTRE DUE…. EDICOLANTI IN AFFANNO, ANCHE I TURISTI A CACCIA DEL FOGLIO INTROVABILE
Edicola di piazza della Bastiglia, quella davanti al Cafè des Phares. Apre alle 6 e 15. 
Alle 6 e 30 l’ultima delle sessanta copie di Charlie Hebdo è acquistata da un giovane studente che si infila subito al Cafè per gustarsi le 16 pagine.
Ordina il petit dejeneur: cappuccino e caricature. Imbraccia l’iPhone, fotografa la “une”.
Manda il messaggio con la foto.
Più in là , un altro chiosco, di fronte al ristorante Lèon. Nemmeno il tempo di avvicinarsi che vengo stoppato: “Pas Charlie!”. Come non detto. Passanti trafelati, se hanno la copia di Charlie la tengono ben nascosta.
Verso le 7 ho già chiesto ad altre 5 edicole: Charlie Hebdo è andato a ruba.
A Parigi, nel resto della Francia: 3 milioni di esemplari distribuiti in 27 mila edicole.
Il rifornimento durerà sino a lunedì, hanno deciso di aggiungere altri 2 milioni.
Il record dei record. Più che un fenomeno, un’isteria collettiva. Un giorno che verrà ricordato. In place de la Rèpublique, sul marciapiede che porta all’angolo con rue Bèranger — la strada dove ha sede Libèration che ospita la redazione decimata di Charlie Hebdo — l’edicola dinanzi alle vetrine di Orange è chiusa.
Una fila lunghissima di persone aspetta che apra (alle 9). Ci sono fotografi, cameramen. Attraverso in direzione boulevard Saint-Martin. Appena passato il semaforo, ecco un’altra edicola. Chiedo quando ha finito di vendere Charlie: “Non ho avuto nessuna copia. Le avrò domani: apro alle 6 e 30, chiuso alle 19”.
L’edicolante si chiama Abou Rached. Un caso?
Sulle placche di place de la Rèpublique resistono gli adesivi che l’hanno ribattezzata “place de la libertè d’expression”.
Qua e là , dalle finestre, penzolano ancora i lenzuoli con su scritto “je suis Charlie”. Tra il cafè Adrien e quello Le Dejart si precisa: “Ici c’est Charlie”.
Intanto il boulevard Saint-Martin diventa boulevard Saint-Denis. Incappo in un ometto armato di cellulare che sta immortalando la caricatura di Maometto, appoggiando Charlie Hebdo in braccio a un grosso orso di pezza.
È la mascotte che presidia l’ingresso del Bar Brasserie La Petite Porte.
Accanto, non passa inosservata la locandina trionfalistica del “migliore spettacolo comico dell’anno”, una commedia. Il titolo è un gioco di parole: “Thè alla menthe ou t’es citron”, quasi 1300 repliche al Thèatre de la Renaissance.
Tutti i teatri di Parigi si sentono charlizzati. Il pellegrinaggio abborda l’edicola all’angolo col boulevard Strasbourg. Un sobrio foglio bianco con su una scritta in pennarello avverte: “Plus de Charlie”, sembra un hashtag di Twitter.
Cinque minuti, racconta l’edicolante ai vecchi clienti, neanche il tempo di sistemare i giornali che erano “volati via, e mica perchè c’è questo vento che soffia dalla Manica…”.
Vento fresco. Qualche nuvola scura annuncia pioggerella. Fan 10 gradi. Come ad aprile: “Parigi vuol farsi perdonare gli eccidi”.
Osservo che la febbre Charlie si traduce in strepitoso aumento di battute, come fosse un nuovo codice di comunicazione sociale . In molti si affannano per apparire più arguti del solito. Del resto, “Charlie vivrà ”, auspica un manifesto. In salacità e irriverenza.
I negozianti della zona, invece, si lamentano che dopo gli attentati vendono meno di prima, nonostante i saldi accattivanti. “Charlie epuisè” avverte un altro cartello: riflette gli umori dei commercianti vicini… inutile chiedere.
Procedo oltre, “A’ la recherche du Charlie perdu”…
E se magari, in qualcuna di queste viuzze strette e serpeggianti si celasse una “Maison de la Presse” che ha ancora qualche copia? Fantascienza, ieri.
All’inizio di Rue de Clèry, una lapide ricorda che in quella casa un po’ stretta e romantica visse il poeta Andrè Chenier. Sul muro della stradina omonima qualcuno ha writeggiato: “Mourird’amour”. I parigini e i francesi tutti sono morti d’amore per Charlie. Non hanno risparmiato una sola pagina.
Alla “Presse” del 2 di rue Des Petits Carreaux, c’è un pigia pigia di turisti perchè lì si vendono i giornali stranieri. Chiedono se è possibile prenotare Charlie Hebdo: “No, oggi ho avuto solo 80 numeri, domani me ne portano 500”.
Al Pain Quotidien, poco più avanti, una ragazza sfoglia Charlie: “Posso guardare?”, le domanda un americano. Lei sorride. Il ragazzo è aitante, simpatico. . L’emozione è estrema. I valori fondanti della libertà e della democrazia, il simbolo che la Francia si è cucito addosso.
Oggi, è poco ma sicuro, alle cinque in punto del mattino. Non della sera.
A catturare il Charlie Hebdo del “tout est pardonnè”.
Leonardo Coen
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile
PADELLARO SPIEGA LA SCELTA DI PUBBLICARE CHARLIE HEBDO, TRA UNA PORTA BLINDATA E UNA PATTUGLIA DAVANTI AL PORTONE
“Sa qual è la cosa più bella di questa storia? È che io, il direttore, avevo mille dubbi se pubblicare o
meno il numero di Charlie Hebdo. Dubbi che però sono stati azzerati dall’entusiasmo e dal calore della mia redazione. Sono stati loro, i miei giornalisti, a voler dar voce anche in Italia a quel che resta dei disegnatori e redattori del giornale satirico”.
Sono le venti, poche ore prima della chiusura di una edizione che per il Fatto Quotidiano sarà storica.
Storica perchè avrà come inserto il nuovo numero di Charlie Hebdo: tre milioni di copie, stampate in cinque lingue, la risposta al massacro del 7 gennaio.
Il direttore Antonio Padellaro è indaffarato ma riesce molto gentilmente a trovare dieci minuti per parlare al telefono con l’HuffPost.
E a spiegare dubbi e timori che ancora lo accompagnano. “Non posso nasconderlo, tranquillo nei prossimi giorni non sarò. Però non ho paura. Il calore della mia redazione me l’ha fatta passare”.
Certo è che una prima conseguenza pratica nella vita di tutti i giorni dei colleghi del Fatto c’è già , anzi due: una porta blindata all’ingresso e una pattuglia di sorveglianza fissa davanti al portone.
Direttore, come è nata la decisione di pubblicare Charlie Hebdo?
È nata quasi naturalmente da una considerazione: è molto bello dire “Je suis Charlie” ma non basta, c’è bisogno di fare qualcosa di più concreto. E cosa c’è di più concreto per un giornale che farsi veicolo della libertà di espressione quando questa è in pericolo?
Ci dica la verità : sono tutti d’accordo? O c’è anche chi comprensibilmente ha dei dubbi?
L’unica persona che aveva dei dubbi ero io. Non nascondo che sono partito col freno a mano tirato. Prima di tutto ero perplesso su quello che stavamo per pubblicare. La decisione infatti doveva essere presa al buio, senza sapere il contenuto di articoli e vignette che la parte rimanente della redazione francese avrebbe fatto. Insomma, ci dovevamo fidare. E poi la sicurezza. Lascio l’ipocrisia ad altri: c’è sempre il rischio di emulatori, anche in Italia. E il direttore è sempre responsabile per le conseguenze delle scelte editoriali.
Quindi mi par di capire che lei non avrebbe pubblicato
Mi ha stupito la granitica compattezza della redazione: tutti mi hanno detto di andare avanti, un entusiasmo che mi ha travolto. A questo punto mi son detto: la decisione non può che essere giusta. I miei giornalisti sono stati più bravi del direttore.
E i dubbi sono caduti?
Quello sui contenuti è venuto meno oggi quando ho visto vignette ed editoriali e ho tirato un sospiro di sollievo. Si tratta di contenuti intelligenti, a partire dalla copertina. Perfida e ironica ma non greve o offensiva. Per quanto riguarda la sicurezza, è anche vero che un certo livello di rischio appartiene al mestiere. Non puoi fermarti. Ho vissuto gli anni di piombo al Corriere, è una lezione che mi porto dietro ancora oggi.
Lei parla di sicurezza. Da oggi però qualcosa è già cambiato al Fatto.
Sì, adesso abbiamo una porta blindata all’ingresso. In realtà è una cosa che dovevamo fare da un po’ di tempo, questa decisione ha accelerato i tempi. E poi una pattuglia di polizia in strada: il Viminale ci ha mandato degli agenti davanti al portone. Un deterrente che però ci fa piacere.
Tante altre testate, come Nyt, Bbc o Washington Post, hanno deciso invece di non pubblicare le vignette. Codardi?
Esistono sensibilità diverse, non ci sono eroi e vigliacchi. Quello che so è che noi alla fine noi pubblichiamo solamente per un motivo.
Quale?
Non si può zittire la libertà di espressione con i kalashnikov.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 14th, 2015 Riccardo Fucile
IN FRANCIA E’ GIA’ ESAURITO IN MOLTE EDICOLE
La tiratura del nuovo numero di Charlie Hebdo, uscito stamani a una settimana dalla strage che ne ha decimato la redazione, sarà aumentata a cinque da tre milioni di copie.
Lo ha annunciato il distributore del settimanale satirico francese dopo che la pubblicazione è andata esaurita in molte edicole francesi già nella prime ore della mattinata.
Sono moltissime le persone in fila davanti ai punti vendita. In Italia, il settimanale è uscito come inserto gratuito del Fatto Quotidiano.
Charlie Hebdo torna in edicola con Maometto in prima pagina che piange per gli attentati terroristici in Francia.
Una prima pagina che non è piaciuta a tutto il mondo musulmano: al Azhar, la prestigiosa istituzione dell’islam sunnita in Egitto, ha ammonito sul rischio che possa scatenare quei gruppi musulmani che ritengono blasfema la sola raffigurazione del profeta.
Una settimana dopo la strage compiuta dai fratelli Kouachi nella redazione del settimanale satirico, costata la vita a 12 persone, il giornale è uscito con una tiratura record di tre milioni di copie ed è stato tradotto in diverse lingue, tra cui l’arabo.
In prima pagina il profeta Maometto che mostra un cartello con su scritto “Je suis Charlie”, lo slogan adottato da milioni di persone in tutto il mondo dopo l’attacco di mercoledì scorso.
Secondo al Azhar, le vignette “non aiutano la coesistenza pacifica tra i popoli e ostacolano l’integrazione dei musulmani nelle società europee e occidentali”.
Anche l’autorità islamica egiziana, Dar al Ifta, ha denunciato la prima pagina di Charlie Hebdo come “una provocazione ingiustificata contro i sentimenti di 1,5 miliardo di musulmani”, aggiungendo che “questo numero porterà a una nuova ondata di odio nella società francese e occidentale”.
Parte del numero odierno di Charlie Hebdo sarà distribuita in Turchia insieme al quotidiano Cumhuriyet; in passato, diversi ministri turchi avevano denunciato le “provocazioni” del settimanale francese.
In Francia, le principali organizzazioni musulmane hanno invitato la comunità “a mantenere la calma” e “a rispettare la libertà di opinione”, mentre il più grande giornale satirico francese, le Canard Enchaà®nè, ha rivelato ieri di aver ricevuto minacce dopo il massacro a Charlie Hebdo.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 7th, 2015 Riccardo Fucile
MULTE DA MIGLIAIA DI EURO, RETTIFICHE SENZA DIRITTO DI REPLICA, OBLIO CHE CANCELLERA’ I FATTI
Per una volta, contro i giornalisti, sembrano proprio tutti d’accordo. Niente divisioni politiche in
questo caso.
La legge sulla diffamazione, una delle peggiori tra le tante che si sono succedute ormai da un decennio in Parlamento, incombe alla Camera. Atto 925-B.
Se dovesse passare così com’è adesso, il bavaglio per la stampa, anche e soprattutto per quella online, è assicurato.
Multe da migliaia di euro, rettifiche ad horas, ma soprattuto quell’odioso “diritto all’oblio” che non c’entra nulla con la legge, ma che finirà per cancellare la memoria stessa di centinaia di fatti.
Il giornalismo scomodo ha le ore segnate, cronisti ed editori rischiano di immolare sull’altare della cancellazione del carcere la libertà stessa di fare questo mestiere, senza gioghi e senza incubi.
Pare proprio che non ci sia nulla da fare.
Intorno alla legge sulla diffamazione, già approvata al Senato e oggi in commissione Giustizia alla Camera in attesa degli emendamenti, si registra soprattutto consenso. Perfino i rappresentanti della categoria, quando sono stati ascoltati, hanno dato la netta impressione che, sull’altare del carcere definitivamente abolito, sarebbero disposti ad accettare una legge pesante, che sta mettendo in profondo subbuglio tutto il mondo dell’informazione online.
A scatenare l’allarme è soprattutto la previsione di un meccanismo rigido della rettifica, il “prezzo” che ogni tipo di stampa, dai quotidiani, alle testate registrate sul web, ai libri, alla tv, dovrà pagare per evitare le manette.
Basta leggere questa lapidaria indicazione contenuta nel testo: “Il direttore è tenuto a pubblicare la rettifica gratuitamente e senza commento, senza risposta e senza titolo”. Inutile cercare di far capire che per una pena del carcere rara come l’araba fenice, cadrà addosso a tutti i giornalisti e ai direttori italiani un obbligo di rettifica capestro.
La nuova legge impone di pubblicare la nota del presunto diffamato non solo entro 48 ore, ma soprattutto senza alcuna chiosa.
Il tempo estremamente risicato impedirà di poter verificare se la richiesta è fondata oppure se si tratta di un’imposizione pretestuosa e arrogante, come purtroppo avviene molto spesso.
Non solo: la negazione del diritto di replica, ai limiti della costituzionalità , mette a rischio il giornalista e il direttore della testata, una figura parafulmine, che risponderà di ogni riga pubblicata, anche anonima.
Se la rettifica non esce, perchè viene considerata spropositata e inaccettabile, ma soprattutto falsa dagli autori del pezzo e dai responsabili della testata e ovviamente dagli avvocati difensori, il presunto diffamato potrà rivolgersi al giudice che a sua volta potrà segnalare il caso pure all’Ordine professionale per una rivalsa disciplinare sul cronista.
È superfluo aggiungere che, nel caotico mondo del web e delle tv che trasmettono news 24 ore al giorno, una rettifica così congegnata rischia di provocare la paralisi dell’informazione.
Ma i guai non finiscono di certo qui.
Ecco le multe. Un altro capitolo pesantissimo. Fino a 10mila euro per una diffamazione commessa, per così dire, in buona fede.
Ma se invece c’è “cattiva fede”, se è stato pubblicato «un fatto determinato falso, la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della sua falsità » (definizione, in verità , un po’ ridicola), allora la multa andrà da 10 a 50mila euro.
In tempi di crisi, una cifra simile potrà avere effetti catastrofici sui magri bilanci delle aziende editoriali e produrrà un solo effetto, una stretta automatica sulle notizie, forme di autocensura, raccomandazioni alla prudenza e alla cautela.
La stampa si mobilita, numerose e autorevoli le firme (Rodotà , Annunziata, Gabanelli, Vauro, Iacopino) che stanno sottoscrivendo l’appello sul sito nodiffamazione.it promosso da Articolo 21 e da giuristi e giornalisti.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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