Destra di Popolo.net

“DELINQUENTE”, “DATELE LA CAMICIA DI FORZA”: VOLANO INSULTI IN TV TRA TRAVAGLIO E SANTANCHE’

Settembre 12th, 2013 Riccardo Fucile

DURANTE “LA GABBIA”, IL NUOVO PROGRAMMA DI PARAGONE SU LA 7, SCAMBI AL VELENO TRA IL GIORNALISTA E LA PITONESSA CHE PERDE LA TESTA E   FINISCE QUERELATA

Baruffa infuocata durante la prima puntata de “La Gabbia”, il nuovo programma di approfondimento condotto da Gianluigi Paragone su La7.
Protagonisti della rovente polemica: Marco Travaglio e Daniela Santanchè.
E’ la “pitonessa” a esordire, appellando “delinquente” il vicedirettore de “Il Fatto Quotidiano”, per via di una condanna in sede civile per diffamazione a mezzo stampa.
“Devo parlare della mia decadenza da senatore?”, commenta ironicamente Travaglio.
Ma la pasionaria del Pdl prosegue la sua crociata, lanciando strali contro “Il Fatto Quotidiano”, millantando la vittoria del Pdl alle ultime elezioni e buttando nel calderone delle accuse anche Antonio Ingroia.
E nega l’alleanza col Pd: “Gli Italiani non pagano l’Imu perchè c’è Silvio Berlusconi, non perchè c’è Letta. Noi del Pdl però non odiamo il Pd, l’invidia e l’odio non ci appartengono. Non c’è una dichiarazione di Berlusconi di odio contro nessun avversario politico”.
Travaglio prende la parola, ma viene reiteratamente interrotto dalla deputata Pdl. “Chiama un esorcista” — dichiara, rivolgendosi a Paragone. E spiega la differenza tra i reati d’opinione e i reati fiscali, definendo “poveracciata” il tentativo di mettere sullo stesso piano le due infrazioni: “Se la signora Santanchè vuole sapere qualcosa sui giornalisti delinquenti, si rivolga in famiglia. Quella condanna mi è costata 1000 euro di multa, c’è chi è finito agli arresti domiciliari e poi ha dovuto far chiedere la grazia per uscire di casa”.
La Santanchè, dal canto suo, smentisce i 300 milioni di evasione fiscale operata da Berlusconi: “Sono solo balle. Quella sentenza per noi non è definitiva. Il primo agosto alle 18.45 con la condanna di Berlusconi c’è stato un colpo di stato. Noi” — continua — “a differenza del delinquente e dei suoi amici, non vogliamo il partito delle manette e delle tasse. Grazie a noi, col presidente della Commissione Finanze Daniele Capezzone, è stata fatta la riforma di Equitalia”. “Volete il partito dell’evasione e della frode fiscale“, ribatte il giornalista.
“E’ noto che a me i delinquenti piacciono” — ammette la pitonessa — “mi piace da bestia chiamare “delinquente” il diffamatore Travaglio”.
Non mancano le invettive contro i giudici e i consueti moniti femministi della Santanchè, che all’appello di Travaglio (“Qui ci vuole il TSO, mettetele la camicia di forza“), reagisce stizzita: “Lei e Paragone, che mi ha definito “padroncina”, non rispettate le donne. Imparate da Berlusconi su come si trattano
E qui è iniziato l’inedito siparietto a sfondo sessuale.
La Santanchè si è lamentata della mancanza di galanteria di Travaglio, che ha addirittura osato rispondere ai suoi insulti, e dunque lo ha accusato di “non voler bene” alle donne.
E poi, facendosi prendere la mano, ha espresso alcuni dubbi sull’orientamento sessuale dell’interlocutore.
Ecco lo scambio di battute, anzi battutacce, “hot”.
“Ma a Travaglio piacciono le donne? Non lo so, secondo me no…. Visto come tratta le donne. Travaglio e godimento non sono due parole che vanno d’accordo”.
“Cara Santanchè, non avrà  mai modo di verificarlo”.
E’ lampante quale sia il vincitore di questo diverbio.
Giusto per non avere dubbi, comunque, il vincitore verrà  decretato da una giuria d’eccezione: un Tribunale: Travaglio ha dichiarato in trasmissione di voler querelare la Santanchè.

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“SOLIDARIETA’ TRA PREGIUDICATI”: E SGARBI DELIRA A “IN ONDA ESTATE” SU LA7

Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile

SCARICA DI INSULTI SUL GIORNALISTA CHE GLI HA RICORDATO LA CONDANNA PER TRUFFA AGGRAVATA E CONTINUATA E FALSO AI DANNI DELLO STATO CHE GLI ERA COSTATA UNA   CONDANNA A SEI MESI DI CARCERE

Puntata di ‘In Onda Estate’ su La7 dal titolo ‘Fenomenologia di Silvio Berlusconi’, ospiti: Vittorio Sgarbi, David Perluigi (“Il Fatto Quotidiano) e Marianna Aprile (Oggi).
Il critico parte subito con una filippica a difesa di B. e dei suoi fedelissimi, Fede tra questi, tirando dentro in paragoni, a dir poco arditi, persino Pasolini e Biagi.
Il cronista de “il Fatto” replica sottolineando come quella di Sgarbi per B. sia una “solidarietà  tra pregiudicati”, vista la condanna per truffa aggravata e continuata e falso ai danni dello Stato inflitta al critico nel ’96. In pratica per tre anni l’ex funzionario ha disertato il suo ufficio alla Soprintendenza di Venezia con false certificazioni.
La pena? Sei mesi e 10 giorni di reclusione e 700 mila lire di multa.
In pratica per tre anni ha disertato il suo ufficio alla Soprintendenza di Venezia con false certificazioni.
Tanto è bastato all’ex deputato liberale per farlo delirare e scaricare insulti verso il giornalista.

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GAZZARRA IN TV TRA GASPARRI E SCANZI: “LEI DICE FESSERIE, LA NATURA E’ STATA SEVERA CON LEI”, “LEI E’ LA DIMOSTRAZIONE CHE DARWIN HA TORTO”

Agosto 1st, 2013 Riccardo Fucile

GASPARRI: “LEI HA LE ORECCHIE BULLONATE E DICE FESSERIE”…SCANZI: “LEI LE DICE DA QUANDO HA INIZIATO A FARE POLITICA, CON UN DIFENSORE COME LEI A BERLUSCONI NON RESTA CHE SUICIDARSI”

Feroce duello tra Andrea Scanzi e Maurizio Gasparri, durante il talk show di approfondimento “In Onda Estate”, su La7.
La discussione verte sull’imminente sentenza della Corte di Cassazione nell’ambito del processo Mediaset.
Il giornalista de “Il Fatto Quotidiano” spiega che ormai il percorso processuale e giuridico di Silvio Berlusconi è scontato ed elenca alcune vicende del “curriculum” giudiziario del Cavaliere.
“Non è che improvvisamente” — osserva — “la Corte di Cassazione ci rivelerà  chi è Silvio Berlusconi. Lo si sa benissimo”.
“E’ una vittima di ingiustizie“, interrompe Gasparri.
“Questa è una teoria molto divertente che hanno lei e altri”, puntualizza Scanzi.
“No” — replica il senatore Pdl — “è una teoria seria. La sua invece è una teoria faziosa e prevenuta. Lei dice una serie di fesserie“.
“Veramente dice lei fesserie da quando fa politica” — osserva il giornalista — “ed è la dimostrazione vivente che tutti possono fare politica“.
“No, lei dice fesserie da sempre” — controreplica Gasparri, gesticolando — “Guardi, c’ha anche il timbro proprio”.
“Meglio del suo sicuramente” — controbatte Scanzi — “perchè lei non è un gran vedere, nè un gran sentire”.
Il parlamentare torna a bomba sulle affermazioni del suo “rivale” e ribadisce: “Lei ha detto una serie di sciocchezze e fesserie. Mi dia la possibilità  di certificarle. Berlusconi si sa che è un perseguitato dalla giustizia“.
“Berlusconi è perseguitato da persone che vanno in tv come lei” — risponde il giornalista — “che più parlano e più danno la sensazione che il Cavaliere sia colpevole. Se io avessi un difensore come lei, mi suiciderei dal punto di vista politico“.
“Avere come accusatore lei” — rincara il senatore Pdl — “è la prova che Berlusconi è un perseguitato”.
E menziona “le correnti politicizzate della magistratura”.
Scanzi cerca di riprendere le fila del suo intervento e afferma: “Quello che vorrei dire io, se il Brad Pitt del centrodestra non mi interrompe…“.
“Ha parlato l’Indro Montanelli della sinistra dei tempi moderni” — insorge Gasparri — “lei però alle orecchie ha i bulloni, che Montanelli non aveva. Lei c’ha le orecchie bullonate“.
“Di sicuro” — replica il giornalista de “Il Fatto Quotidiano” — “assomiglio più io a Montanelli che lei a uno statista”.
“Lei invece tutto bullonato assomiglia a Toro Scatenato“, ribatte il parlamentare.
La gazzarra va avanti, sotto gli occhi divertiti di Luca Telese e della senatrice Pd Roberta Pinotti, fin quando Gasparri non chiosa: “Ma lei è simpatico”.
“Anche lei” — dice Scanzi — “la vedo un po’ in difficoltà ”.
“No” — controreplica l’esponente del Pdl — “è lei che è in difficoltà  per colpa della natura. La natura è stata severa con lei“.
“Detto da lei, Gasparri” — ribatte Scanzi — “è un regalo. Lei è la dimostrazione che Darwin ha torto. L’unica volta in cui dice qualcosa di intelligente è quando viene imitato da Neri Marcorè”

Gisella Ruccia

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LA 7, CAIRO LICENZIA IN DIRETTA NICOLA PORRO, I RETROSCENA DELLA LITE

Giugno 25th, 2013 Riccardo Fucile

DISCUSSIONE ANIMATA SULLA LIBERATORIA PER FARE SPOT PER IL PROSSIMO PROGRAMMA DI PORRO IN RAI… “IL NOSTRO RAPPORTO SI CHIUDE QUI” REPLICA L’EDITORE

Si è conclusa con un sorprendente licenziamento “in diretta” con due puntate di anticipo l’avventura di Nicola Porro a ‘In Onda’ (La7).
E, per di più, al termine di una telefonata burrascosa con l’editore Urbano Cairo mentre Porro era già  negli studi tv, a pochi minuti dalla messa in onda della puntata di domenica sera.
Con un piccolo psicodramma dietro le quinte di cui i telespettatori riescono a cogliere solo pochi indizi.
La vicenda che si chiude con il licenziamento in tronco nasce da un casus belli apparentemente minuscolo, come un valanga da una palla di neve all’origine di tutto c’è il contenzioso su una liberatoria per gli spot del nuovo programma di Porro — ‘Virus’ — che andrà  in onda su Rai2 dal 3 luglio. ‘In Onda’ finisce il 30 giugno. E proprio questo intreccio di date ravvicinate ha giocato un ruolo nella vicenda.
Infatti Cairo, che un mese fa si era lasciato con il vicedirettore de Il Giornale in amicizia, non ha gradito la richiesta di un nulla osta a far partire la campagna promozionale di ‘Virus’ sulla Rai.
Porro si era appellato al precedente di David Parenzo, che invece è ancora legato da un contratto con La7, ed era riuscito sia a farsi dare l’aspettativa per il suo programma a Rai3 (La Guerra dei mondi), sia l’autorizzazione alla campagna promozionale sulla rete.
Sembrava che sarebbe bastata una telefonata cordiale tra Cairo e Porro per risolvere tutto.
Ma la situazione precipita: poco prima della puntata il conduttore chiama l’editore. Gli ospiti del dibattito sul caso Ruby — Vittorio Feltri e Furio Colombo — sono già  negli studi romani di via Novaro.
Ma la telefonata si chiude con un acceso litigio.
E così gli autori del programma e gli ospiti della puntata scoprono dal racconto dello stesso Porro alla redazione, che Cairo, dopo un cortese, ma gelido scambio di battute, ha detto al giornalista: “Il nostro rapporto finisce qui, sei licenziato“.
Alla base c’è il fatto che l’imprenditore non avrebbe digerito bene il passaggio alla Rai del giornalista.
Durante il colloquio telefonico, Porro esclama: “Ma le ho inviato sms, mail, fatto telefonate, non mi ha mai risposto. Cosa dovevo fare?”.
L’altro replica: “Avevo degli impegni, avrò il diritto a non rispondere qualche volta”.
Porro snocciola il racconto del litigio ai presenti negli studi de La7, del sollevamento anticipato dal programma, tutti credono ad uno scherzo e si crea una situazione surreale, visto che alla risoluzione naturale dell’accordo mancavano solo sette giorni e due puntate.
I dirigenti della rete, consultati per telefono, autorizzano Porro alla conduzione della sua ultima puntata.
Colombo, in trasmissione accenna in diretta a quello che ha appena appreso: “Mi dispiace che tu sia stato licenziato…”.
Attimi di sconcerto in regia e in studio. Feltri sospira. Porro lo interrompe e minimizza: “Mannà³ Colombo, questo non c’entra, adesso non ne parliamo…”.
Poi fa un accenno esplicito all’addio solo nel finale, ma non dice nulla su quello che è accaduto: “Purtroppo questa è la mia ultima puntata, sono stati due anni molto belli, ringrazio tutti e vi saluto”.
Luca Telese, l’altro conduttore, è basito.
Sul web piovono dubbi e interrogativi. A cui Porro risponde in tarda serata con un tweet in cui fa un riferimento esplicito alla vicenda: “Ai tanti amici di Twitter devo un grande grande saluto da ‘In Onda’ La7. Con questa sera lascio. Mi spiace, al nuovo editore un po’ meno”.
Anche Cairo sceglie il basso profilo e non commenta l’accaduto.
Ma chi ha orecchiato il racconto del botta e risposta è rimasto impressionato: “Sei sleale, il nostro rapporto finisce qui”, avrebbe chiosato Cairo.
“Di televisione non capisce…”, avrebbe risposto Porro.
Interpellato il conduttore di ‘Virus’ non vuole aggiungere molto: “Posso solo dire che ho chiuso polemicamente il mio rapporto con La7 e con il ‘berlusconiano’ Cairo”.

David Perluigi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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FINANCIAL TIMES ACCUSA: “PUTIN PADRONE DELLE TV SUL MODELLO BERLUSCONI”

Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE RUSSO E’ IN GRADO DI DECIDERE COME DEVONO ESSERE DIFFUSE LE NOTIZIE… ANGELO CODIGNONI E’ NEL CDA DI STS MEDIA

La grande amicizia tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin ha consentito al Presidente russo di imparare tutti i segreti del mondo della televisione e come farne buon uso anche in politica.
Grazie ai consigli dell’amico italiano, Putin ha costruito una rete mediatica che controlla il Paese, fa inorridire gli attivisti di Reporter sans Frontieres che difendono la libertà  di stampa e frutta milioni di euro al solito giro di amici pietroburghesi che si spartiscono il potere in Russia.
A confermare un dato di fatto, ritenuto da tempo scontato, ci ha pensato ieri l’editore olandese Derk Sauer, fondatore del giornale in lingua inglese Moscow Times e profondo conoscitore dei media russi.
Intervistato dal Financial Times ha attribuito a Berlusconi tutto il merito della scalata tevisiva di Putin: “Il leader russo si rispecchia in Berlusconi. Grazie a lui ha capito che la tv è molto più importante dei giornali e che per influenzare l’opinione pubblica serve gestire non solo l’informazione ma anche i cosiddetti programmi di intrattenimento”.
Di certo l’espansione televisiva di Putin ricalca in molti casi il “modello Berlusconi”. Più volte, nel corso dei tanti incontri personali nelle varie dacie di campagna, i due hanno parlato di tv.
Putin ne ha ricevuto preziosi consigli e anche personale qualificato di sostegno. L’esempio più illustre è Angelo Codignoni, storico dirigente di Mediaset, direttore generale della berlusconiana La Cinq e uno dei padri di Forza Italia.
Codignoni, dopo aver detenuto numerose cariche, è adesso co-presidente del consiglio di amministrazione della Sts media, una delle holding mediatiche più importanti del Paese, controllata da una sorta di tycoon fatto in casa come il miliardario Jurij Kovalciuk, amico di Putin.
Proprio l’irresistibile ascesa di Kovalciuk, proprietario della banca privata “Rossija”, è indicativa di come il “modello Berlusconi” sia stato fondamentale per la Russia.
Tutto comincia nel 2005 quando il banchiere acquista dal comune di San Pietroburgo la rete locale Trk.
Il tutto senza un’asta e a un prezzo incredibilmente basso (20 milioni di euro).
Poco dopo avviene qualcosa di più clamoroso. La Trk si aggiudica in una dubbia gara ben 43 frequenze. Segue un decreto di Putin che la trasforma in “canale panrusso” garantendole 40 milioni di euro annui di finanziamento pubblico. La piccola tv di provincia diventa un colosso dell’informazione.
Qui tutti la chiamano “Canale 5” ma è solo una singolare coincidenza dovuta al fatto che, quando nacque, era la quinta tv del Paese.
La scalata continua. Tre anni dopo, uno scambio di azioni a prezzo di costo tra amici oligarchi, annette all’impero di Kovalciuk altre tv compresa una sbarazzina e quasi bastian contraria come Ren.
Mentre le altre si distinguono per il loro informare paludato e filo governativo, Ren sembra più libera e indipendente. Ma si concentra soprattutto sulla cronaca nera ignorando la politica.
Come fiore all’occhiello di una presunta “libertà  redazionale” resta la trasmissione settimanale della giornalista Marianna Maksimovskaja libera di parlare per mezz’ora male del governo.
A garanzia di indipendenza del gruppo Kovalciuk c’è una sorta di collegio di controllo formato, in parte, da nomi “liberi” dello spettacolo e dell’arte.
Chi lo presiede? L’ex ginnasta Alina Kabaeva, bellissima presunta amante di Putin, conduttrice di un programma in prima serata, e deputata del partito di governo.
A completare il quadro generale c’è Ntv, storica tv del dissenso dopo la fine dell’Urss, strappata per poche lire dall’ente di Stato “Gazprom Media” all’oligarca Vladimir Gussinsnskij, arrestato per reati mai provati e costretto a fuggire a Londra.
Ntv adesso è specializzata in documentari contro i nemici di Putin, da un sindaco ribelle ai contestatori di piazza.
E i giornali? Qualcuno come Izvestija è nelle mani di Kovalciuk.
Altri sono controllati in modo soft. “Quello che conta – conferma Sauer – è il bombardamento quotidiano delle tv. Le colonne dei giornali pesano sempre meno. Modello Berlusconi, appunto.

Nicola Lombardozzi
(da “la Repubblica“)

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CASO RUBY, BERLUSCONI NON RISPONDE IN TRIBUNALE, MA SULLA TV DI FAMIGLIA

Maggio 12th, 2013 Riccardo Fucile

CERTAMENTE DA DOMANI METTERA’ A DISPOSIZIONE DI OGNI ITALIANO CHE SI RITIENE INNOCENTE LA PRIMA SERATA DELLE SUE TRE RETI PERCHE’ POSSA OFFRIRE SENZA CONTRADDITTORIO LA PROPRIA VERSIONE

Un capo democristiano, un leader della Prima Repubblica, si sarebbe ritirato con vergogna, avrebbe opposto dei “non ricordo”, o avrebbe risposto imbarazzato con la bavetta alle labbra.
Lui no.
Silvio Berlusconi riesce a ribattere punto su punto, sorridente, alla faccia del pudore e del buonsenso.
Ha già  constatato che funziona, gli italiani (anche se sempre meno) gli credono. Così continua.
Anche sulla storia imbarazzante di ragazze minorenni che passano le notti ad Arcore. La migliore difesa è l’attacco e allora Silvio si fa confezionare dai volonterosi funzionari della sua Mediaset un programma in prima serata, messo in onda poche ore prima che Ilda Boccassini chieda la la sua condanna per concussione e prostituzione minorile.
Racconta la sua versione, risponde alle accuse dei magistrati, valorizza le testimonianze favorevoli, rende incredibili quelle contrarie.
Esibisce trasparenza, mostrando la sala da pranzo e la tavernetta del bunga-bunga.
Insomma: come non credere a quest’uomo?
Nessun contraddittorio vero, nessun faccia a faccia con chi la storia la conosce davvero.
La storia è un giallo addomesticato, con l’assassino (la magistrata rossa) svelato alla prima pagina.
Alle domande più facili non risponde, anzi, non se le fa proprio fare.
Per esempio: come mai passava sere e sere, compulsivamente, con decine di ragazze, alcune minorenni, alcune dal mestiere incerto?
Come mai queste raccontavano al telefono di guerre tra loro per passare l’intera notte ad Arcore, dopo la “selezione” porno-soft del bunga-bunga, con l’obiettivo di avere soldi, più soldi, sempre soldi?
Molti testimoni smentiscono: dicono sotto giuramento che erano solo “cene eleganti“. Peccato però che siano tutti a libro paga del signore di Arcore: ragazze, veline, subrettine, camerieri, pianisti, cantanti…
I pochi non pagati raccontano la squallida lascivia di un vecchio ricco e potente che trasforma la dimora del presidente del Consiglio in una succursale di serie B del Bagaglino e che, generoso, paga, paga, paga.
“Più troie saremo, più bene ci vorrà “, cinguettavano al telefono: “Quel culo flaccido”. Perfino i suoi amici erano costernati: “Ha ragione Veronica, è proprio malato, continua con le feste come prima, invece di pensare ai problemi del paese”, dicevano al telefono Flavio Briatore e Daniela Santanchè.
Sull’accusa più grave (la concussione), i volonterosi funzionari della disinformazione hanno vita perfino più facile: valorizzano le dichiarazioni dei funzionari vittime delle pressioni, nella notte in cui furono indotti a rilasciare una ragazza minorenne, senza documenti, in fuga da una comunità  (è onestamente difficile ammettere di aver ceduto alle ripetute telefonate del capo del governo).
E mettono invece la sordina sulle incontrovertibili dichiarazioni della magistrata che quella notte disse: “Sia tenuta in questura”, e stop.
Di fronte a un’evidenza così chiara e solare sui fatti neri delle notti di Arcore, chiunque si sarebbe arreso. Lui no.
Ha mezzi che altri non hanno — soldi, tv — e soprattutto interlocutori, a destra e a sinistra, incredibilmente pronti a credergli o ad affidargli comunque le chiavi del partito, del governo, della nazione.
Perchè dunque non ne dovrebbe approfittare?

Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA 7, PERCHE’ LA PATATA E’ DAVVERO BOLLENTE

Marzo 7th, 2013 Riccardo Fucile

UN PASSIVO DI 250 MILIONI, UN VALORE DEL 3% DEL MERCATO E DOVE SI SALVANO SOLO MENTANA E SANTORO, MA NON C’E’ FIDELIZZAZIONE

Manager come Paolo Grassi o industriali come Olivetti e Barilla non esistono più. Non credo al filantropo Urbano Cairo, così come non ho mai creduto che l’obiettivo dell’accoppiata Bernabè-Stella fosse, tramite la tv, di rendere la società  più democratica, libera dai caimani e dagli squali, nel rispetto della Costituzione. La7 per loro è stata solo business.
Bernabè, sollecitato dai soci, dopo l’ennesimo bilancio in rosso ha deciso la vendita dell’emittente.
L’immagine de La7, rivoluzionaria e alternativa, è solo effimera, costruita grazie alla presenza di conduttori (i macachi caduti dal banano Rai), che in questi anni di censure e di epurazioni si sono impegnati per la libertà  di espressione.
Gli unici che possono dormire tranquilli sono Mentana e Santoro.
La vera forza dell’emittente.
La presenza in tv di Dandini, Crozza, Formi-gli, Lerner, le sorelle Parodi, i fratelli Guzzanti, Gruber, Cucciari, non è riuscita, al di là  del successo o meno delle loro trasmissioni, a fidelizzare il pubblico verso l’emittente.
L’ascolto in prima serata è più che raddoppiato, ma nella media annuale non supera il 4,5% di share, mentre in quella giornaliera è sotto il 3%.
Bernabè ha preso La7 che valeva sul mercato il 2% con un passivo di circa 100 milioni di euro, oggi il passivo è di 250 milioni (con una previsione di altri 80 nei primi sei mesi del 2013), mentre il valore dell’emittente, nonostante l’investimento nelle star tv, supera di poco il 3%.
L’errore di Stella è stato quello di non creare sul territorio una struttura produttiva, cittadelle della tv in regioni strategiche come la Toscana e l’Emilia-Romagna, le cui istituzioni, pubbliche e non, sarebbero state disponibili a investire per portare lavoro e cultura.
Stella ha preferito avvalersi esclusivamente di produttori esterni, pagando i loro programmi cifre fuori mercato, subendo anche la loro influenza sulle scelte di palinsesto, non sempre condivisibili.
La vendita era inevitabile.
Come è stata obbligata la cessione a Cairo che de La7 gestisce la pubblicità  con un contratto capestro per la Telecom fino la 2019.
La “patata bollente” porta a Cairo un’azienda di 500 dipendenti.
Il rischio non è quello che La7 diventi la quarta rete del Cavaliere, ma in assenza di nuove regole sul conflitto d’interessi, l’antitrust, ecc., è che diventi una Real time generalista.
Cairo sa che se gli dovesse andar male dietro all’angolo c’è una super manager pronta a subentrare: Marinella Soldi in rappresentanza di Discovery Channel il cui proprietario, John Malone, è giù potente e ricco di Murdoch.

Loris Mazzetti

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DELLA VALLE IN CAMPO PER LA7: CORDATA CON ALTRI IMPRENDITORI

Febbraio 16th, 2013 Riccardo Fucile

LETTERA A BERNABE’: QUALCHE SETTIMANA PER L’OFFERTA

Diego Della Valle scende in campo per La7. Il fondatore della Tod’s dovrebbe far arrivare entro oggi al presidente di Telecom Italia Franco Bernabè e a tutti i consiglieri una lettera in cui si dice pronto a presentare un’offerta concorrenziale per rilevare la tv controllata da Ti Media.
Della Valle ha già  firmato l’impegno di riservatezza per accedere alle carte messe a disposizione dalla società  all’advisor, ha messo i legali al lavoro e ingaggiato una banca d’affari internazionale che lo assiste.
Ha bisogno però di qualche settimana (non mesi) per mettere a punto un’offerta interessante insieme ad alcuni imprenditori del made in Italy (tra 5 e 7) che sono disposti a seguirlo.
E cercando di coinvolgere anche chi lavora a La7: dunque non si può escludere una partecipazione alla cordata di alcuni dei volti noti della tv, da Enrico Mentana a Michele Santoro, considerati da tutti i contendenti come inamovibili.
Lo schema dell’offerta di Della Valle dovrebbe essere simile a quello della Cairo Communication, puntando solo su una tv (La7 senza Mtv) e lasciando a Telecom Italia il business delle infrastrutture, i multiplex, che comunque generano dai 35 ai 50 milioni all’anno di margine lordo.
Anzi, nella visione di Della Valle nessuno impedirebbe a Telecom di mantenere una quota di minoranza per avvantaggiarsi di una eventuale rivalutazione successiva dell’asset televisivo.
Magari evitando di dover sovvenzionare con una dote pecuniaria il nuovo acquirente.
La lettera di Della Valle potrebbe dunque far slittare di qualche settimana la vendita di Ti Media, essendo il cda convocato per lunedì e le offerte vincolanti di Clessidra e Cairo depositate ieri sera.
Ma sicuramente vi sarà  battaglia in Consiglio poichè un gruppo di consiglieri spingerà  sicuramente per finalizzare la vendita.
Si tratta di Gaetano Miccichè (in conflitto poichè Intesa è advisor di Clessidra), Elio Catania (indipendente espresso da Intesa), Tarak Ben Ammar (indicato da Mediobanca) e Gabriele Galateri (indicato da Generali).
Del plotone faceva parte anche Renato Pagliaro, presidente di Mediobanca, ma alcune indiscrezioni riferiscono che nei giorni scorsi l’amministratore delegato Alberto Nagel, in qualità  di advisor di Telecom, ha supportato Della Valle nell’analisi dell’oggetto Ti Media.
Dunque la posizione di Mediobanca in cda potrebbe cambiare e diventare più attendista di fronte alla possibilità  di un’offerta più allettante rispetto a quelle già  pervenute.
Sarà  importante anche valutare le considerazioni di Bernabè, che si è sempre opposto a una svendita: le due offerte pervenute sembrano approfittare molto della difficile congiuntura del mercato editoriale e della complicata situazione debitoria di tutto il gruppo Telecom.
A sorpresa, dunque, il cda potrebbe prendere qualche settimana di tempo per leggere anche l’offerta di Della Valle oppure decidere di accantonare la vendita per un paio d’anni in modo da vedere i frutti della ristrutturazione avviata dopo l’uscita di Giovanni Stella.
Insomma la partita è tutta da giocare.

Giovanni   Pons
(da “La Repubblica“)

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COME LA7 PUO’ DIVENTARE LA QUARTA RETE DEL CAVALIERE

Febbraio 16th, 2013 Riccardo Fucile

IL COLPO DI MANO CONTRO LA7

Questo potrebbe essere l’ultimo weekend di libertà  per La7, la tv di Enrico Mentana, Lilli Gruber, Gad Lerner, Michele Santoro, Marco Travaglio e di tanti altri professionisti della televisione: come Serena Dandini, Corrado Formigli, Myrta Merlino, Tiziana Panella ed Enrico Vaime.
E di conseguenza, anche per il pubblico dei suoi telespettatori.
Se lunedì prossimo il Consiglio di amministrazione di Telecom deciderà  di svendere al peggior offerente Ti Media, la società  che controlla l’emittente televisiva e le infrastrutture di trasmissione, farà  un grosso regalo agli alleati occulti di Mediaset. La7 rischierà , allora, di diventare la quarta rete dell’impero del Biscione, oltre a Canale 5, Retequattro e Italia 1.
O peggio ancora, di essere messa in liquidazione, smantellata, chiusa.
La fretta più che sospetta con cui è stata chiesta la convocazione d’urgenza del Cda, se l’amministratore delegato Franco Bernabè e la maggioranza dei consiglieri non riusciranno a respingere questo colpo di mano, induce a temere il peggio.
E cioè che le “quinte colonne” di Telecom, tutte più o meno in conflitto di interessi, vogliano cedere l’intero “pacchetto” ai sodali berlusconiani.
Magari anche a costo di arrecare un danno patrimoniale all’azienda, esponendosi così a un’eventuale azione di responsabilità .
Il tentativo è evidentemente quello di concludere tutto prima del voto di fine febbraio, per anticipare un responso elettorale e una svolta politica che potrebbero essere sfavorevoli al partito-azienda di Silvio Berlusconi.
È assai improbabile, infatti, che nel prossimo Parlamento Mediaset possa ancora beneficiare dei favori, delle coperture e delle complicità , anche trasversali, di cui ha goduto finora.
Tanto più che sulla necessità  di abolire la famigerata legge Gasparri e varare una riforma televisiva convergono i programmi del centrosinistra, come ha ribadito anche ieri Pierluigi Bersani nel videoforum di Repubblica Tv; del Centro di Mario Monti e perfino del Movimento 5 Stelle.
E, anzi, nella nuova legislatura potrebbe non essere questo l’unico terreno d’incontro con i “grillini”.
Vittima e simbolo del duopolio televisivo, costituito dalla Rai e da Mediaset, La7 rappresenta l’impossibilità  di realizzare un “terzo polo” in grado di conquistarsi uno spazio nel sistema attuale.
Non basta insomma fare una tv di qualità  per sopravvivere nel mercato televisivo e pubblicitario italiano.
Al più, si può riuscire a fare il “terzo incomodo”.
E l’esempio di Sky, con un modello di business completamente diverso imperniato sugli abbonamenti più che sugli spot, lo conferma “al contrario”.
È dunque un approccio di sistema quello che occorre per affrontare la questione televisiva, al cui interno si colloca il caso La7.
Il punto fondamentale è che l’emittente di Telecom non può finire nelle mani della congrega berlusconiana. Nè può diventare uno sleeping competiror di Mediaset. O addirittura, venire soppressa per azzerare la concorrenza.
Nella desertificazione culturale prodotta dalla tv commerciale, questa è comunque un’isola da tutelare e salvaguardare.
Non si fa fatica a riconoscere che una rete televisiva non appartiene al core business di una compagnia telefonica come Telecom che ha ben altri problemi da affrontare e risolvere.
E perciò può essere opportuno venderla, senza tuttavia svendere a prezzi di favore i tre “multiplex” che comprendono le frequenze televisive ottenute in concessione per vent’anni dallo Stato e costituiscono perciò un cespite rilevante.
È proprio questo il bene pubblico, la risorsa demaniale scarsa, da regolamentare in forza di un’efficace normativa anti-trust.
Con ciò si dimostra una volta di più il fallimento totale della legge Gasparri, imposta dal regime televisivo per difendere gli interessi dell’aziendapartito che fa capo tuttora al Cavaliere.
Avevamo segnalato ripetutamente negli anni scorsi il pericolo di passare dal vecchio duopolio analogico a un nuovo duopolio digitale.
E la vicenda di La7 certifica ora che l’allarme non era infondato.
Ora, alla vigilia delle elezioni, Telecom non può liquidare la sua rete televisiva prima di un riassetto dell’intero settore.
Sarebbe un atto di sfida contro la futura maggioranza e il futuro governo, quali che siano. E ancor più, contro il pluralismo dell’informazione e la libera concorrenza.

Giovanni Valentini

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