Destra di Popolo.net

“NELLE NUOVE CASETTE VOLA TUTTO, ADESSO BASTA!”

Aprile 11th, 2018 Riccardo Fucile

LA RABBIA SUI SOCIAL NELLE ZONE DEL TERREMOTO… SOTTO ACCUSA LE SAE, SOLUZIONI ABITATIVE IN EMERGENZA

Mobili distrutti, scaffali crollati, utensili per terra. Gli utenti sui social postano immagini scattate all’interno delle casette Sae, le soluzioni abitative in emergenza, dopo la scossa di magnitudo 4.6 che stamattina ha colpito la zona di Muccia, Pieve Torina e Pievebovigliana, in provincia di Macerata.
Sui social monta la rabbia, gli utenti accusano: sono state costruite senza alcuna accortezza, considerando la zona sismica.
“Scatoloni dove bisognerebbe sopravvivere sicuri”, scrive in un post Antonella Paganelli, “Sappiamo quanto sono costate, il doppio di una villa fatta bene (dalle nostre parti), ecco il risultato dopo una scossa 4,7 in una casetta, dentro la casetta e fuori dalla casetta”.
Le fa eco, sempre su Facebook, Riccardo Pompei, che nella didascalia di una foto con diversi pensili sparsi a terra scrive: “Provate a immaginare se fosse successo intorno a questa ora con i bambini già  alzati”. “Adesso basta!”, commenta qualcun altro.
Tra i commenti al post, qualcuno però difende le casette: “La colpa non è loro, ma di come siano stati fissati i mobili, forse con qualche accorgimento in più come ad esempio le sbarre fissate meglio e più forti al movimento non sarebbe accaduto”. “Che c’entrano le case” aggiunge qualcun altro, “lì non ha tenuto la piastra che tiene il mobile”. E ancora: “Mi intendo un po’ di mobili e da quello che vedo la stecca reggi pensili è fissata solo con due stop e non ha retto, comunque mi spiace per l’accaduto”.
“La scossa che ho sentito verso la fine della nottata è stata terrificante”, ha commentato all’Ansa Ebe Meo, pensionata di Muccia, “Ha fatto sobbalzare tutto, nella casetta si è avvertita molto più forte che nelle altre abitazioni normali, ma ovviamente è più sicura”.
La Repubblica si era chiesta come venissero costruite le casette consegnate agli sfollati e documentando le promesse mancate: interventi in ritardo, poche casette consegnate.
Le prime risposte arrivavano dalle lamentele dei cittadini appena entrati, costretti a convivere con piccoli disagi quotidiani: dalla mancanza dell’acqua calda durante l’inverno alle infiltrazioni in quelle che avrebbero dovuto essere — sulla carta e per costi — piccoli gioielli di ingegneria edilizia. Le inchieste della magistratura e lo zelo della Cgil di Macerata hanno documentato che nei cantieri delle Sae erano presenti operai non specializzati e sottopagati, a volte costretti a pagare il pizzo alle ditte per poter lavorare.

(da “Huffingtonpost“)

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LA RICOSTRUZIONE DE L’AQUILA A NOVE ANNI DAL SISMA: A CHE PUNTO SIAMO

Aprile 4th, 2018 Riccardo Fucile

FINORA STANZIATI 21 MILIARDI DI EURO, NE SERVIRANNO ALTRI 4… FUORI DAL CENTRO STORICO RISCOSTRUITE IL 90% DELLE CASE, ALL’INTERNO FINE LAVORI NON PRIMA DI 5 ANNI, SIAMO ANCORA AL 15%

Anche quest’anno, a ridosso dell’anniversario del sisma del 2009, l’attenzione dei media tornerà  probabilmente a concentrarsi sul terremoto de L’Aquila e sulla successiva ricostruzione della città .
A fronte di ciò, visto che la ricostruzione è un processo complesso, può essere utile fornire qualche breve nota su alcuni dei suoi elementi cruciali — una sorta di piccolo vademecum, per nulla esaustivo, composto per parole chiave.
Finanziamenti
La ricostruzione de L’Aquila e degli altri comuni colpiti dal sisma del 2009 — che comprende non solo la ricostruzione fisica, che ha giocato la parte del leone, ma anche gli incentivi all’economia locale, gli sgravi fiscali, le azioni per rafforzare la vocazione di città  della conoscenza (come la creazione del Gran Sasso Science Institute, una nuova università  pubblica) — ha mobilitato un’ingente quantità  di fondi pubblici.
Secondo un rapporto del Parlamento, sono stati finora stanziati 21 miliardi di euro (una cifra paragonabile a quella di una legge finanziaria).
Per concludere il processo di ricostruzione, dovranno essere trovati nei prossimi anni altri 4 miliardi, portando il costo complessivo del processo a 25 miliari. Ergo, bisogna riconoscere che lo sforzo pubblico in termini economici è stato notevole; naturalmente, se i soldi siano stati spesi bene è un’altra questione.
A proposito di finanziamenti pubblici, è interessante notare come una parte consistente dei fondi pubblici della ricostruzione fisica è stata incamerata da professionisti e aziende abruzzesi — molte delle quali provenienti da L’Aquila stessa.
Ciò ha probabilmente contribuito in maniera importante a sostenere l’economia dell’area, già  in affanno prima del terremoto. A tal proposito, la conclusione della ricostruzione fisica determinerà  probabilmente uno shock profondo nell’economia locale — rispetto alla quale, però, non si intravedono ancora convincenti progetti di rilancio.
Tempistiche
Il processo di ricostruzione è cominciato all’indomani dal terremoto. La “ricostruzione privata” (ossia, la ricostruzione delle abitazioni di proprietà  privata, finanziata dallo Stato) è cominciata pochi mesi dopo il sisma; ha tuttavia raggiunto l’apice tra il 2012 e il 2015. Oggi, la maggior parte della ricostruzione privata è stata terminata.
A fine del 2016, più dell’80% delle abitazioni della città  non-storica (ossia la città  del secondo novecento, dove abitava la maggior parte della popolazione) era stato ricostruito. Tale dato è probabile che oggi si aggiri attorno al 90%. Lo stesso non si può dire, invece, per il centro storico (vedi voce “Centro storico”). Secondo stime attendibili, la ricostruzione privata dovrebbe essere completata nel 2022.
La “ricostruzione pubblica” (ossia quella di edifici e strutture pubbliche) ha proceduto invece un po’ più lentamente.
Ha cominciato a prendere abbrivio nel 2011 e verrà  plausibilmente completata nel 2025. Per avere un’idea di come stia procedendo, si consideri che, a oggi, nel solo comune de L’Aquila, sono stati conclusi 284 interventi su edifici e infrastrutture pubbliche, mentre 207 sono in fase avanzata di realizzazione (di cui 122 in fase di collaudo) e 107 quelli a uno stadio iniziale (per esempio, in fase di progettazione).
New Towns
“New town” è il termine giornalistico con il quale sono stati identificati i 19 insediamenti del progetto C.A.S.E. (comprendenti un totale di 4.500 alloggi), costruiti in pochi mesi per ospitare una quota rilevante della popolazione sfollata. Le “New town” sono state oggetto di numerose critiche, legate per esempio al loro elevato costo di realizzazione o alla frammentazione sociale che avrebbero generato.
Indipendentemente da queste questioni che riguardano il passato, il punto vero è ora guardare al futuro e cercare di capire che cosa farsene.
Sono infatti state costruite per essere temporanee; dunque, a otto anni dalla loro costruzione, cominciano a mostrare i primi problemi — e sempre più ne mostreranno con il passare del tempo.
La loro eventuale conversione in strutture permanenti, al di là  della propria desiderabilità  (alquanto dubbia: per esempio, non è detto che ci sia una domanda di alloggi di questo tipo), non sarebbe per questo nè immediata nè certamente economica.
Per quanto temporanei, però, gli edifici delle “new town” sono, in termini di fattura, molto simili a edifici multipiano classici, “pesanti” e duraturi; inoltre sono ubicati su massicce piastre antisismiche in calcestruzzo. Ciò fa sì che anche la loro demolizione sia assolutamente problematica e decisamente costosa.
Centro storico
Il centro storico de L’Aquila ha attirato l’attenzione pubblica più di ogni altra porzione del territorio colpito dal sisma. Tuttavia il centro storico non rappresenta tutta L’Aquila (e nemmeno tutto il cratere del terremoto) — e, di conseguenza, non rappresenta neppure una sineddoche della ricostruzione.
Il centro storico de L’Aquila è una componente socialmente e simbolicamente centrale della città . Tuttavia è abbastanza “secondario” dal punto di vista meramente abitativo: prima del terremoto vi abitavano circa 10.000 persone (su 70.000 residenti), a cui vanno aggiunti circa 6.000 studenti fuori-sede.
La ricostruzione del centro storico è ancora piuttosto indietro: alla fine del 2016 solo una parte minoritaria delle abitazioni danneggiate era stato ricostruito (circa il 15-20% secondo alcune stime). Ciò ha diverse ragioni. Tra queste vi è sicuramente la complessità  delle operazioni di ricostruzione di edifici di grande pregio architettonico e il fatto che il centro storico era secondario nelle geografia insediativa degli aquilani.
Il problema, da questo punto di vista, è stato non mettere subito a fuoco il fatto che, indipendentemente dalla sua funzione abitativa, il centro storico era però centrale per la ripresa civile e sociale della città  e che, per questo fatto, andava da subito promossa la sua rivitalizzazione (per esempio, incentivando le attività  commerciali a ritornare in centro, cosa che si è cominciata a fare solo ultimamente).
Crisi immobiliare
La ricostruzione, una volta terminata, lascerà  L’Aquila con un patrimonio immobiliare sovrabbondante. La città  preesistente, già  costituita da diverse seconde case e appartamenti per il mercato degli affitti agli studenti fuori sede è stata (o è in procinto di essere) ricostruita interamente.
Tuttavia la popolazione, dopo il sisma, è calata: mancano dati ufficiali, ma le stime più pessimistiche parlano di un calo di circa il 10%; inoltre il numero degli studenti fuori sede che risiede in città  (e nel centro storico in particolare) non ha ancora raggiunto i valori pre-terremoto (e non chiaro se e quanto li raggiungerà ).
Al patrimonio abitativo pre-esistente si aggiungono i 4.500 appartamenti del progetto C.A.S.E. Inoltre, nel 2009 il Comune ha emesso una delibera che autorizzava ogni cittadino proprietario di un terreno — a prescindere dalla destinazione urbanistica di quest’ultimo — a costruirvi un’abitazione temporanea, da demolire dopo trentasei mesi.
Le case censite dal Comune, costruite a seguito di questa delibera, sono 1.100 — ma si tratta di un dato probabilmente (largamente) approssimato per difetto. Praticamente nessuna di queste abitazioni è stata demolita (ciò, tra l’altro, determina il fatto che oggi queste abitazioni sia tecnicamente abusive).
Tutto ciò lascia presagire una drammatica crisi immobiliare legata alla sovra-abbondanza dell’offerta, con un calo drastico dei prezzi che già  si comincia a intravvedere.
Dispersione
Si è spesso sostenuto, con riferimento soprattutto alle “new towns”, che il processo di ricostruzione avrebbe frammentato e disperso la città  de L’Aquila. Tale tesi è però, da un punto di vista prettamente urbanistico (non parlo invece di come la popolazione è stata distribuita negli alloggi temporanei), poco convincente. Già  prima del terremoto, L’Aquila era una città  dalla spazialità  estremamente dispersa, fatta di molte frazioni interne ai confini comunali.
Il territorio comunale è infatti estesissimo: 473 chilometri quadrati, quasi il triplo della superficie di Milano, ma con un ventesimo della popolazione di quest’ultima. La ricostruzione — compresa la localizzazione delle “new town” — ha confermato questa dispersione e frammentazione territoriale, ma non l’ha certamente creata.
Ciò che invece si può imputare alla ricostruzione è che, in ossequio del mantra del “dove era, come era”, non ha colto l’occasione per ricucire, almeno parzialmente, tale frammentazione, dando qualità  a parti di città  che ne erano — e ancora ne sono — decisamente prive.

(da “Huffingtonpost”)

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NORCIA, SEQUESTRATO IL CENTRO POLIVALENTE, ESPLODE LA POLEMICA

Marzo 14th, 2018 Riccardo Fucile

SECONDO LA PROCURA DI SPOLETO L’OPERA NON E’ “TEMPORANEA”, INDAGATI IL SINDACO E L’ARCHITETTO BOERI CHE REPLICA: “GIGANTESCO EQUIVOCO”

Posto sotto sequestro il centro polivalente di Norcia progettato dall’architetto Stefano Boeri e realizzato in seguito al terremoto che il 24 agosto 2016 ha colpito l’Umbria e il centro Italia.
Il sindaco Nicola Alemanno e lo stesso Boeri – che era direttore dei lavori – sono indagati per violazione della normativa edilizia.
A rendere nota la vicenda è il sindaco Alemanno dopo avere ricevuto un avviso di garanzia relativo al provvedimento.
La procura di Spoleto contesta che l’opera sia stata realizzata in violazione alla normativa che ne prevede la temporaneità . Il centro «Norcia 4.0» – secondo gli investigatori – avrebbe invece carattere definitivo. «È un gigantesco equivoco – ha commentato l’archistar – sono senza parole».
Ad autorizzare il sequestro il giudice per le indagini preliminari Francesco Salerno, ad eseguirlo nel primo pomeriggio di martedì sono poi stati i carabinieri di Norcia. L’indagine della procura nasce a causa della violazione al Testo unico dell’edilizia, complesso di norme intorno a cui gli inquirenti hanno incardinato anche le contestazioni dell’inchiesta sul cantiere di Casa Ancarano, piccola frazione di Norcia, dove era in corso di costruzione un altro centro polivalente.
La struttura di legno e vetro di 450 metri quadrati, inaugurata nel giugno del 2017 – realizzata grazie alla raccolta fondi del Corriere della Sera e de La7 «Un aiuto subito» – è diventata il Centro operativo comunale, ma anche uno spazio a disposizione delle associazioni e per iniziative varie.
«Sono sereno e tranquillo. Credo che si tratti di un gigantesco equivoco», Stefano Boeri, che si dice «senza parole», commenta così l’avviso di garanzia ricevuto da lui e dal sindaco di Norcia. «Non so come si faccia a dire che non è temporaneo. È smontabile e rimontabile completamente, impianti inclusi».
E l’archistar aggiunge: «Mi spiace, veramente, per la popolazione che ha vissuto una vicenda drammatica e si vede privata dell’unico luogo di aggregazione sicuro. Abbiamo lavorato con il cuore in totale volontariato – e conclude – Come si fa a dire che non è temporaneo. È un esempio di temporaneità . Allora anche tutte le casette non sono temporanee…».
La commissaria per la ricostruzione nelle zone terremotate Paola De Micheli ritiene importante «esprimere a nome del governo la fiducia nei confronti di coloro che operano e che hanno lavorato alla ricostruzione» e rileva che «è utile ricordarne anzitutto la natura temporanea e non precaria, nonchè il ruolo fondamentale per l’accoglienza, nell’immediata fase post-sisma».
De Micheli sottolinea anche che, «nella totale fiducia verso l’operato della magistratura», ci si augura «che questa vicenda possa chiarirsi quanto prima – vista anche la recente proroga dello stato di emergenza da parte del Consiglio dei ministri – nell’esclusivo interesse delle comunità  che hanno in particolare la necessità  di tornare a vivere in condizioni di normalità ».
Il provvedimento del gip
Secondo quanto emerge dal provvedimento emesso da Stefano Salerno, gip di Spoleto, e in base al quale è stato applicato il sequestro della struttura, è «chiaramente insussistente» l’applicabilità  relativa al centro polivalente di Norcia «della disciplina straordinaria fissata con provvedimento del capo Dipartimento della Protezione civile nel quadro degli interventi conseguenti agli eventi sismici del 2016».
Il giudice ha ritenuto che l’inapplicabilità  della disciplina in deroga «sembra emergere inequivocabilmente dalla natura dell’opera».
Che già  in fase di progettazione, è scritto nel decreto di sequestro, «veniva indicata come “struttura permanente polivalente in legno a uso sociale”, contrariamente a quanto previsto nella disciplina legale della procedura amministrativa seguita, la cui applicazione è limitata a opere temporanee».
Secondo il gip, poi, «l’abuso edilizio commesso è destinato ad avere un’incidenza negativa sulle diverse matrici ambientali ed un impatto su una zona oggetto di particolare tutela».

(da “il Corriere della Sera”)

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LE MACERIE SCOMPARSE DA CASTELLUCCIO

Febbraio 21st, 2018 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DEL COMITATO CIVICO: “INTERRATI CALCINACCI IN MODO IRREGOLARE IN AREA DEL PARCO NAZIONALE”

L’ultima volta che avevo sentito Augusto Coccia era novembre. “Sputo sangue – mi aveva raccontato – I medici mi hanno detto che ho una polmonite, non posso salire a Castelluccio se non guarisco”.
Non era una polmonite e Augusto Coccia da domenica non c’è più ma la malattia non lo aveva fermato del tutto.
A Castelluccio aveva continuato a salire di tanto in tanto in questo secondo lungo inverno in cui uno dei borghi più belli d’Italia è totalmente isolato, strade chiuse, case crollate per il terremoto, nessun accenno non solo a una ricostruzione ma nemmeno alla creazione di un’area dove potrebbero sorgere le future Sae, le casette per affrontare l’emergenza che qui sembrano una barzelletta che non fa ridere più nessuno.
Augusto Coccia era un allevatore e un produttore di lenticchie. Un omone che sembrava indistruttibile. Era stato il primo residente a tornare quest’estate a vivere nel borgo. Non c’era nulla ma aveva preso un camper e si era arrangiato riaprendo il banco sulla piazza principale dove vendeva legumi e salumi.
Aveva continuato a aggiornare il suo profilo Facebook raccontando la rabbia per le condizioni del borgo dove dall’inizio dell’autunno tutte le strade sono rimaste chiuse fino a due settimane fa quando ne è stata riaperta una sul versante delle Marche e dove, a un anno e mezzo dal terremoto, ai 120 residenti ufficiali (secondo il censimento del 2011) il comune di Norcia (a cui appartiene) ha promesso 8 casette perchè 8 sarebbero i nuclei di residenti permanenti effettivi e perchè in un’area protetta non è semplice trovare lo spazio per diverse aree Sae.
L’ultimo post di Augusto Coccia risale a dieci giorni fa, è la condivisione di una denuncia del Comitato civico di Castelluccio.
Il presidente, Urbano Testa, racconta le irregolarità  compiute durante i lavori di rifacimento dell’ultimo tratto della strada che porta verso il borgo di Castelluccio. “Sono scomparse le macerie di un deposito espropriato dopo il terremoto per la realizzazione dei lavori dell’area dove sorgerà  il Deltaplano.
Si tratta dei resti di un intero edificio crollato e di 240 metri di guaina che invece di essere portati via o di essere correttamente posti in una discarica temporanea come prevede la legge, sono stati sepolti nel terreno che è anche un’area protetta perchè parco nazionale”. Sepolti senza alcun cartello a indicare o delimitare l’area, specifica Urbano Testa dopo la scrittura del post.
Una denuncia che ha ribadito anche la scorsa settimana davanti a tutte le istituzioni, dal comune di Norcia alla Provincia, la Protezione Civile, durante la seduta per l’insediamento del Tavolo permanente per monitorare l’emergenza e la ricostruzione di Castelluccio: “In quella zona sta sorgendo del calcinaccio armato. I calcinacci dell’edificio crollato non ci sono più e non si sa dove siano. Pregherei la Provincia di controllare l’azienda che sta realizzando i lavori”, ha avvertito.
Al sindaco di Norcia invece ha chiesto ‘una speranza’ perchè “le persone di Castelluccio sono al limite del baratro. La gente non ne può più: da 18 mesi stiamo parlando, fate qualcosa”. È accaduto qualcosa? ‘Nulla, si sta continuando a depositare calcinacci in modo non regolare”, risponde Urbano Testa.

(da “LLA DENUNCIA DEL COMITATO CIVICO: “INTERRATI CALCINACCI IN MODO IRREGOLARE IN AREA DEL PARCO NAZIONALE”
L’ultima volta che avevo sentito Augusto Coccia era novembre. “Sputo sangue – mi aveva raccontato – I medici mi hanno detto che ho una polmonite, non posso salire a Castelluccio se non guarisco”.
Non era una polmonite e Augusto Coccia da domenica non c’è più ma la malattia non lo aveva fermato del tutto.
A Castelluccio aveva continuato a salire di tanto in tanto in questo secondo lungo inverno in cui uno dei borghi più belli d’Italia è totalmente isolato, strade chiuse, case crollate per il terremoto, nessun accenno non solo a una ricostruzione ma nemmeno alla creazione di un’area dove potrebbero sorgere le future Sae, le casette per affrontare l’emergenza che qui sembrano una barzelletta che non fa ridere più nessuno.
Augusto Coccia era un allevatore e un produttore di lenticchie. Un omone che sembrava indistruttibile. Era stato il primo residente a tornare quest’estate a vivere nel borgo. Non c’era nulla ma aveva preso un camper e si era arrangiato riaprendo il banco sulla piazza principale dove vendeva legumi e salumi.
Aveva continuato a aggiornare il suo profilo Facebook raccontando la rabbia per le condizioni del borgo dove dall’inizio dell’autunno tutte le strade sono rimaste chiuse fino a due settimane fa quando ne è stata riaperta una sul versante delle Marche e dove, a un anno e mezzo dal terremoto, ai 120 residenti ufficiali (secondo il censimento del 2011) il comune di Norcia (a cui appartiene) ha promesso 8 casette perchè 8 sarebbero i nuclei di residenti permanenti effettivi e perchè in un’area protetta non è semplice trovare lo spazio per diverse aree Sae.
L’ultimo post di Augusto Coccia risale a dieci giorni fa, è la condivisione di una denuncia del Comitato civico di Castelluccio.
Il presidente, Urbano Testa, racconta le irregolarità  compiute durante i lavori di rifacimento dell’ultimo tratto della strada che porta verso il borgo di Castelluccio. “Sono scomparse le macerie di un deposito espropriato dopo il terremoto per la realizzazione dei lavori dell’area dove sorgerà  il Deltaplano.
Si tratta dei resti di un intero edificio crollato e di 240 metri di guaina che invece di essere portati via o di essere correttamente posti in una discarica temporanea come prevede la legge, sono stati sepolti nel terreno che è anche un’area protetta perchè parco nazionale”. Sepolti senza alcun cartello a indicare o delimitare l’area, specifica Urbano Testa dopo la scrittura del post.
Una denuncia che ha ribadito anche la scorsa settimana davanti a tutte le istituzioni, dal comune di Norcia alla Provincia, la Protezione Civile, durante la seduta per l’insediamento del Tavolo permanente per monitorare l’emergenza e la ricostruzione di Castelluccio: “In quella zona sta sorgendo del calcinaccio armato. I calcinacci dell’edificio crollato non ci sono più e non si sa dove siano. Pregherei la Provincia di controllare l’azienda che sta realizzando i lavori”, ha avvertito.
Al sindaco di Norcia invece ha chiesto ‘una speranza’ perchè “le persone di Castelluccio sono al limite del baratro. La gente non ne può più: da 18 mesi stiamo parlando, fate qualcosa”. È accaduto qualcosa? ‘Nulla, si sta continuando a depositare calcinacci in modo non regolare”, risponde Urbano Testa.

(da “La Stampa”)

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PIROZZI INDAGATO PER OMICIDIO COLPOSO PER IL CROLLO DI UNA PALAZZINA AD AMATRICE

Febbraio 9th, 2018 Riccardo Fucile

A CARICO DEL SINDACO ANCHE L’ACCUSA DI LESIONI PERSONALI COLPOSE

Sergio Pirozzi è indagato per omicidio colposo.
Il sindaco di Amatrice, candidato per le elezioni regionali del Lazio, è sotto inchiesta per il crollo di un edificio in Piazza Sagnotti al civico numero 1, distrutto dal sisma del 24 agosto 2016, nel quale persero la vita sette persone.
Tra le accuse a Pirozzi, formulate dai pm di Rieti Gustavo Francia e Rocco Maruotti, ci sono anche le lesioni colpose.
Sul registro degli indagati sono state iscritte in tutto 9 persone, tra cui il geometra Ivo Carloni, fratello dell’ex vicesindaco di Amatrice. “In cooperazione colposa tra loro, nelle rispettive qualità  e con le condotte commissive e omissive, non impedivano il crollo”.
L’edificio di Piazza Sagnotti era stato sgomberato dal precedente sindaco, Carlo Fedeli, il 16 aprile 2009 a causa dei danni riportati per il terremoto dell’Aquila: lesioni al piano terra, fessure ai piani superiori, “spanciamento” della zona seminterrata, dissesto alla struttura di fondazione, danni quindi che ne pregiudicavano l’agibilità . Secondo i magistrati, i lavori di ripristino (affidati per la progettazione e la direzione allo studio del geometra Carloni) non sono stati fatti seguendo le norme tecniche di costruzione in zone sismiche. Quindi il crollo del 24 agosto 2016.
A Pirozzi viene contestato questo: in qualità  di sindaco e responsabile della Protezione Civile, consentiva il rientro nella palazzina dopo il terremoto dell’Aquila: “Circostanza – si legge nell’atto di chiusura delle indagini preliminari – a lui nota avendo il comune di Amatrice rimborsato a varie strutture ricettive le spese di vitto e alloggio pari a 39 mila euro per l’ospitalità  concessa fino al luglio 2009 agli abitanti evacuati”.
Oltre a Pirozzi e Carloni, gli indagati sono: i dirigenti e funzionari dell’ufficio   del Genio civile di Rieti Giovanni Conti, Valerio Lucarelli, Maurizio Scacchi e Maurizio Peron; il comandante della polizia municipale di Amatrice Gianfranco Salvatore; la responsabile dell’ufficio tecnico comunale di Amatrice Virna Chiaretti.

(da agenzie)

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LE INDAGINI SULLE CASETTE PER I TERREMOTATI

Gennaio 8th, 2018 Riccardo Fucile

DITTE PRIVE DEL CERTIFICATO ANTIMAFIA, OPERAI SENZA CONTRATTO E SAE IN CONDIZIONI PIETOSE

Ditte prive del certificato antimafia, operai senza contratto nè professionalità  e casette per i terremotati che sono in condizioni pietose già  all’atto della consegna.
A distanza di 16 mesi dalla scossa del 24 agosto la ricostruzione non parte e l’emergenza non pare gestita a regola d’arte (eufemismo), tanto che, racconta oggi Giuliano Foschini su Repubblica, l’Autorità  Anticorruzione di Raffaele Cantone e due procure, Perugia e Macerata, hanno aperto indagini sulla realizzazione delle Sae, i moduli abitativi che sono l’unica speranza per gli sfollati di tornare in tempi brevi a vivere nei loro paesi. Nonostante il mega appalto unico Consip dovesse garantire qualità , legalità  e trasparenza, la gestione fa acqua da tutte le parti.
Il 22 agosto scorso Cantone ha inviato i finanzieri del Nucleo anticorruzione in due cantieri di Norcia, ad Ancarano e a Campi, per controllare chi stesse lavorando e come. Le anomalie sono venute subito a galla. Sul posto c’erano aziende del cui coinvolgimento le autorità  niente sapevano, perchè non avevano presentato la notifica preliminare di subappalto, cioè il documento che ne permette la tracciabilità .
Ad Ancarano la Essegi Linoleum stendeva la pavimentazione delle casette, e non figurava; la Extra srl montava arredi e mobili, e non figurava; la Autotrasporti Martinelli trasportava infissi, e non figurava. A Campi lavoravano le “invisibili” Società  Edilizia Campoluongo di San Cipriano d’Aversa, la Decoop, la Calcestruzzi Cipiccia, la Passeri. Nomi finiti nell’informativa che l’Anac ha girato alla procura di Perugia per approfondimenti. Ma a quale titolo quelle ditte erano lì?
Davanti ai finanzieri, i responsabili hanno risposto di essere “personale distaccato”: alcuni presso l’impresa esecutrice Kineo, altri presso le subappaltatrici di quest’ultima. Come se ciò bastasse a giustificare il fatto che a Campi e Ancarano non ci fosse neanche un operaio della Kineo Energy Facility, la consorziata alla quale il consorzio Cns (vincitore della gara Consip) ha affidato la realizzazione delle casette in Umbria.
Non solo. A una successiva verifica, gli inquirenti hanno scoperto che la metà  dei manovali non aveva un rapporto lavorativo con la ditta a cui dichiaravano di appartenere. Erano fantasmi, quindi. Mandati da chissà  chi. Abusivi.

(da “NextQuotidiano”)

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LE CASETTE PER I TERREMOTATI NELLE MARCHE SONO IN CONDIZIONI PIETOSE

Dicembre 26th, 2017 Riccardo Fucile

DIVERSE FAMIGLIE SI SONO RIFIUTATE DI ENTRARCI A SAN CASSIANO, VISSO E CALDAROLA

Casette piene di sporcizia, difetti idraulici, assenza di marciapiedi, cumuli di terra, tubi, scale e materiale di cantiere ancora presenti.
Non è un regalo ma una beffa di Natale quella arrivata per molti terremotati che aspettavano una soluzione abitativa d’emergenza da oltre un anno.
Dopo la denuncia di una situazione “desolante” delle casette a San Cassiano, da parte del sindaco di Sarnano, anche i primi cittadini di Visso e Caldarola (Macerata) offrono un medesimo quadro per le ultime Sae consegnate o in consegna, tanto che alcune famiglie si sono rifiutate di entrarci, nelle condizioni in cui sono, come è successo a Visso.
Il capo dipartimento della Protezione civile nazionale, Angelo Borrelli, ha fatto sapere che le consegne dovrebbero completarsi per il 90% delle costruzioni entro gennaio-febbraio, mentre venivano consegnate le chiavi di 79 moduli abitativi tra Norcia e Preci in Umbria.
Le casette del comune di Norcia, 419 consegnate fino ad oggi, saranno così ripartite: tre a Piediripa, una a Popoli, 12 a Savelli e 28 a Norcia capoluogo, Zona Industriale C.
Ma la situazione dell’area Sae di San Cassiano, che verrà  consegnata agli assegnatari mercoledì 27 dicembre, è “desolante”, ha detto il sindaco di Sarnano Franco Ceregioli, che insieme all’assessore Luca Piergentili, ha fatto oggi un sopralluogo: “all’esterno — dice — vialetti ancora da sistemare, cumuli di terra, terrapieni da ultimare, reti da cantiere, asfaltatura rovinata, pezzi di catrame sulle aiuole ecc; all’interno, oltre alla sporcizia, parte del mobilio e dei complementi d’arredo previsti nel capitolato non montati o addirittura assenti”.
“In teoria i lavori delle casette, arredi compresi, sarebbero stati ultimati lo scorso 22 dicembre, ma lascio a ognuno giudicare se sia possibile considerare terminati i lavori”, ha spiegato ieri Ceregioli, accompagnando la sua denuncia con delle foto pubblicate su Facebook.
“Premesso che ci era stato comunicato che avremmo potuto procedere alla consegna delle casette già  la vigilia di Natale, la direzione dei lavori, subito contattata, ci ha informato che domani (26 dicembre) sarà  presente in cantiere la ditta che si occupa delle urbanizzazioni e degli esterni e che dopodomani (27 dicembre) il personale del consorzio Arcale provvederà  alla pulizia degli interni. Dubito fortemente — ha continuto il sindaco — che in un giorno e mezzo si riesca a fare quello che già  alla data del 22 dicembre doveva essere ultimato, circostanza ancora più grave se solo si considera che il 24 in cantiere non ha lavorato nessuno”.
“Se alle 15 di mercoledì 27 dicembre non sarà  tutto ultimato e funzionante in ognuna delle nove casette, non procederò alla consegna delle chiavi agli assegnatari — ha annunciato il sindaco -, visto che la tempistica che era loro stata prospettata è stata già  ampiamente disattesa. È del tutto evidente che ci sia una responsabilità  diretta delle ditte che stanno operando in cantiere e domattina formalizzerò la questione alla Protezione civile nazionale e regionale, affinchè possano effettuare le necessarie verifiche”.

(da “NextQuotidiano”)

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“IL NOSTRO NATALE SOTTO ZERO IN CASETTE PER IL MARE”: REPORTAGE DA AMATRICE, ACCUMOLI, ARQUATA DEL TRONTO E NORCIA

Dicembre 24th, 2017 Riccardo Fucile

IL POST TERREMOTO: 1800 ABITAZIONI ANCORA DA CONSEGNARE, LA DESOLAZIONE DEI NEGOZI E UNA RICOSTRUZIONE CHE SEMBRA UN MIRAGGIO

C’è la neve sui tetti e c’è il ghiaccio lungo le strade.
Nelle zone terremotate è arrivato il secondo Natale dal sisma e tuttavia gli abitanti si sentono come precipitati in un villaggio estivo. Di quelli con casette leggere.
Qui invece siamo a meno 8 gradi e in certe contrade si arriverà  nei prossimi giorni a meno 15.
“Hanno costruito le casette per il mare”, dice Federica, della frazione di Sommati, a due passi da Amatrice. In questa parte d’Italia niente è rimasto in piedi: “A farci compagnia ci sono solo i topi, che mangiano i tubi delle caldaie. Quelli che non si sono congelati a causa del freddo”.
Nei paesi del centro Italia, distrutti dai terremoti del 24 agosto e del 30 ottobre 2016, le feste giungono in uno stato di emergenza che sembra non avere fine.
La metà  della casette, circa 1800, deve ancora essere consegnata e così ci sono famiglie costrette a vivere in container o in albergo.
“Gli altri anni desideravo tanto il Natale, quest’anno no”, e la signora Pierina Paolini, 88 anni, nella sua fragile casetta di Accumuli, dove il riscaldamento spesso si blocca, scoppia in un pianto.
Da Amatrice passa un camion, Federica inizia a sbracciare, il conducente si ferma, lei lo saluta: “Doveva chiamarti la signora Anna, ti ha chiamato? Le si è bloccato il boiler, lo scaldabagno”.
Un sospiro e poi racconta: “È il manutentore, ormai siamo diventati amici. Lo chiamiamo un giorno sì e l’altro pure. Qui ce n’è sempre una”.
Risata amara mentre fuma una sigaretta in pausa pranzo. Lavora in banca, che poi è un container montato a duecento metri dalla zona rossa, dal cuore antico del borgo che ormai non esiste più.
“Noi siamo dipendenti e abbiamo ricominciato a lavorare, i negozi e i ristoranti sono stati riaperti nel triangolo commerciale. Se il commercio esistesse ancora. Qui non viene nessuno, di inverno poi non ne parliamo”, dice un’altra signora, che preferisce non rivelare nome e cognome: “Se parliamo si arrabbiano, ormai abbiamo il sindaco Pirozzi in campagna elettorale…”.
Nel borgo di Amatrice ci sono un paio di squadre di operai che lavorano nella zona rossa, il corso è stato riaperto tra cumuli di macerie da dove è spuntato fuori un alberello con palline rosse rimaste intatte nonostante le ripetute scosse: “Fa un po’ Natale”, dice un operaio.
“Non è un simbolo di speranza, ma è il simbolo della nostra resistenza”, aggiunge una signora che cammina sotto la neve.
Militari e vigili del Fuoco pranzano nell’area dei ristoranti, di fronte c’è la scuola e poco più in là  un campo di casette. L’impressione è che tutto ciò sia una simulazione di vita in mezzo alle macerie circostanti.
Si consumano caffè al bar Risorgimento e per riscaldarsi a volte basta una genziana e quattro chiacchiere per fingere normalità  in un contesto da dopoguerra, dove nessuno crede nella ricostruzione di Amatrice, quello che era uno dei borghi più belli d’Italia, come recita un cartello stoicamente rimasto in piedi.
Basta fare qualche passo per vedere che il disastro è immane, le macerie sono ancora quasi tutte qui, una data precisa in cui ricomincerà  la resurrezione non c’è.
Le frazioni attorno sono un deserto gelato, una foresta pietrificata anzitutto nelle speranze.
“Qui siamo entrati dritti, e da queste casette usciremo a piedi pari. Morti”, si duole Giulio Del Re, un anziano che ha perso il quel 24 agosto il suo bestiame. I turisti non ci sono più, tante persone sono andate via. Chi resta combatte con le casette.
In pratica le temperature sotto lo zero gelano il tubo che trasporta l’acqua calda, quindi il riscaldamento si blocca e l’acqua scorre fredda.
Questo perchè lo scaldabagno è stato collocato sul tetto e viene alimentato dai pannelli solari, “ma qui il sole non lo vediamo, neanche a ferragosto riusciamo ad alimentare una caldaia con i pannelli solari”, è l’amara ironia di Maria Luisa Fiori, seduta al tavolo nel suo simil-salottino di Arquata del Tronto, con il riscaldamento che va e non va e le pareti che potevano essere dipinte meglio.
E così, “a forza di litigare con tutti, con la Regione, con le istituzioni”, gli operai sono al lavoro per isolare i tubi e staccare il pannello solare dalla caldaia.
“Volete un caffè?”, chiede Maria Luisa al ragazzo sul tetto: “Ormai qui viviamo noi e loro”. Molte delle piccole dimore consegnate, 1871 su 3666 richieste sparse nel Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche, sono da sistemare.
Nonostante i collaudi ci sono pavimenti da riattaccare e porte da tagliare, più di ogni altra cosa ci sono tubi e cabine elettriche da isolare perchè queste ultime all’interno sono piene di acqua: anche in questo caso non sono stati fatti i conti con la neve e l’umidità .
La signora Alice lì in fondo al campo di Arquata ha i termosifoni spenti e la ditta arriverà  soltanto il 27 dicembre.
“Ormai siamo sotto le feste. Degli altri”, si sente dire nonostante alle porte e alle finestre ci sia qualche simbolo che ricorda il Natale, come un alberello, qualche lucina o un piccolo presepe: “Ce li hanno regalati i volontari, una volta a settimana vengono anche a portarci il pane. Le istituzioni all’inizio venivano, ora non si vede nessuno”.
Difficoltà  quotidiane sono la norma, come le piscine che si creano davanti ad alcune case quando piove poichè non è stata calcolata bene la pendenza.
Ma c’è chi sta ancora peggio.
Nella frazione di Cossito c’è un campo su una collinetta, che si intravede appena, tre container per sei persone, uno spazio comune e cani che abbaiano quando sentono i cinghiali arrivare. “Se spegniamo la stufetta per cinque minuti moriamo congelati. La notte di Natale? Andiamo a dormire, qui è una notte come un’altra”, dice Giovanni Nibbi in giacca a vento e cappello di lana in testa.
Si è in attesa della casetta, che arriverà  a marzo: “Ma non potevano iniziarli prima questi lavori?”.
Così come i lavori sulle strade ancora interrotte.
La galleria che collega le Marche con l’Abruzzo, per i commercianti, è il dramma di questo Natale.
Quindi basta spostarsi a Norcia per sentirsi dire da Stefano Felici, titolare di un negozio che vende salumi e formaggi dentro le mura del borgo, che “se non ripristinano i collegamenti, non sistemano le strade e non riaprono gli alberghi, per noi è davvero la fine. Almeno adesso lavoriamo un po’ con i pacchi di Natale da spedire, ma dal 26 dicembre che facciamo?”.
C’è un’incertezza profonda, quattro norcinerie aperte senza clienti e tantissimi cartelli intorno con su scritto: “Ci siamo trasferiti…”.
Pochi giorni fa è stato inaugurato lo stabilimento della Tod’s, allestito dai fratelli Della Valle ad Arquata del Tronto. Ha dato lavoro a una cinquantina di persone della zona, tra 21 e i 45 anni.
Il sindaco Aleandro Petrucci da una parte gioisce ma dall’altra soffre: “Il lavoro prima di tutto, ma con le casette non sappiamo cosa fare. Non sono da buttare via, è vero, ma sono state costruite in modo frettoloso e non hanno considerato che da noi la temperatura sprofonda a livelli quasi siberiani. Siamo in fase di riparazione. Qui da noi a Natale si faceva il focolare domestico ma questo non è più possibile. E ormai lo spaesamento è la nostra condizione di vita”.
Il rischio è che diventi eterna.

(da “Huffingtonpost”)

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GLI ULTIMI DI AMATRICE, A COSSATO SI VIVE ANCORA NEI CONTAINER: LA STORIA DI GIOVANNI IN UNA STANZA GELATA DI 8 MQ

Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

“LA NOTTE DI NATALE? DORMIAMO, E’ UNA NOTTE COME UN’ALTRA”

Tutte le sere, da un container di otto metri quadri, Giovanni guarda casa sua dall’altra parte della vallata di Amatrice e spera di tornarci.
A Cossito, frazione del borgo distrutto dal terremoto del 24 agosto, si vive nei prefabbricati, se fa freddo le pareti si gelano e se nevica bisogna dare spallate alla porta per riuscire ad aprirla: “Qui ci siamo noi: gli ‘scordati’. Quelli che ancora, dopo più di un anno, non hanno ricevuto la casetta provvisoria”.
Giovanni Nibbi, una settantina d’anni, è tra gli ultimi dell’elenco, tra coloro che trascorreranno il secondo inverno in queste strutture chiamate “moduli”.
La scritta “Campo Cossito” scolpita nel legno è come fosse un portone d’ingresso, ma nel buio della sera neanche si vede.
In questo spiazzo tra le montagne, dove si arriva passando tra cumuli di macerie di case distrutte, c’è un albero pieno di luci: “Che faremo la notte di Natale? Niente, andremo a dormire, come tutte le altre notti”.
A dormire in una stanzetta dove c’è spazio appena per due letti singoli, qualche scaffale, una luce per leggere e una stufetta: “Ma se la spegni anche solo per cinque minuti si muore di freddo, non resisti qua dentro. E l’acqua calda? Dobbiamo sempre lasciare che ne scorra un filo altrimenti si ghiacciano i tubi”.
Giovanni è stanco, vive con la moglie e passeggia tra i container e le roulotte dove dormono altre quattro persone.
La piccola comunità  di ciò che è rimasto della frazione di Cossito è tutta qui, ma sparse per il cratere ci sono tante altre famiglie che vivono ancora nei prefabbricati.
“I lavori per le nostre casette sono iniziati da poco, non potevano cominciarli prima? Ci vorranno almeno due mesi per completarli, ma tra neve e ghiaccio non so se riusciranno”, racconta ancora Giovanni, giacca a vento e berretto in testa: “Andiamo nel nostro salone, che qui fuori fa troppo freddo”.
Il salone è una struttura in legno, regalata dai volontari del Trentino.
C’è una cucina comune, frigoriferi comuni, un tavolo, qualche panca per sedersi e un cuore attaccato alla parete con ricamata la scritta “Campo Cossito”.
Il punto più confortevole è quello attorno alla stufa: “Questa l’abbiamo comprata con i nostri soldi. Non è triste il terremoto, una settimana ed è passato. È triste la burocrazia, qui non viene nessuno a chiederci se abbiamo bisogno di qualcosa. Facciamo tutto da soli”.
Con le pale e un piccolo trattore viene spazzata via le neve, per esempio: “Ma in fondo non si sta poi così male, ci siamo abituati”.
Si vive di abitudini, come quella che ha Giovanni di andare tutti i pomeriggi verso casa sua dall’altra parte della collina: “Accendo le luci, così quando torno qui, nel container, posso guardarla da lontano come se fosse abitata. La mattina dopo vado di nuovo e le spengo. Non possiamo vivere lì perchè è pericolante, chissà  quando la sistemeranno, forse mai”.
I cani iniziano ad abbaiare: “Eh sì, l’altra sera sono arrivati i cinghiali”.
Giovanni si sdraia nel suo lettino attaccato alla parete, la tocca: “Non c’è niente da fare, è sempre fredda”.
E inizia a leggere Tex, il fumetto: “Quando andate via, chiudete la porta, per favore”. Attorno a questo container, due metri per quattro, quando scende la sera solo neve e lastre di ghiaccio.

(da “Huffingtonpost”)

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