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“QUANDO HO RIVISTO LA LUCE HO PENSATO CHE DIO ESISTE DAVVERO”: IL RACCONTO DI CIRO

Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile

IL BAMBINO ESTRATTO VIVO DALLE MACERIE DEL TERREMOTO DI ISCHIA AL VIGILE DEL FUOCO MARCO: “ANDREMO A MANGIARCI UNA PIZZA INSIEME”

“Il mio primo pensiero quando ho rivisto la luce è stato Dio. Allora davvero esiste, ho pensato”.
Non ha più voce Ciro Marmolo, 11 anni, il “bambino eroe” dagli enormi occhioni neri, l’ultimo dei tre fratellini a essere estratto vivo dalle macerie della palazzina crollata in seguito al terremoto che ha devastato Casamicciola, sull’isola d’Ischia.
Ai microfoni di Tv Luna, Ciro si è lasciato andare a cuore aperto: “Quando ho saputo che il più piccolo dei miei fratelli stava bene mi sono fatto coraggio e ho detto: ‘ce la devo fare'”.
Ciro è ora ricoverato all’ospedale Rizzoli di Lacco Ameno.
Con lui, nella grande stanza colorata di giallo, arancione e verde, ci sono la mamma Alessia, incinta al quinto mese di una bimba, e i fratellini Pasquale, 7 mesi, e Mattias, 8 anni.
Dal canto suo, Alessia guarda i suoi figli e dice: “Ho capito che quella notte maledetta è intervenuta la mano di Dio a salvarci. Ho imparato ad apprezzare la vita”.
“Dove andremo? – ha chiesto Ciro – i nostri giochi, i nostri oggetti. Abbiamo perso tutto”, consapevole che il terremoto si è portato via le sue cose, le sue abitudini. Intanto, il piccolo eroe dice di voler guarire in fretta, di rimettersi completamente per tornare a essere un bambino come tutti gli altri: “Voglio tornare a giocare nel campetto fuori casa mia, stare con i miei amici, andare in spiaggia , correre come se non ci fosse un domani”.
Le ultime parole di Ciro sono rivolte a Marco de Felici, il vigile del fuoco del nucleo speciale Usar del Lazio: “Grazie che mi hai dato coraggio – ha detto Ciro – grazie per avermi regalato la targhetta. Andremo sicuramente a mangiarci la pizza insieme. Se non fosse stato per te, per voi, io sarei morto sicuramente”.

(da “Huffingtonpost”)

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IL FANTASMA CASA ITALIA: SULL’ONDA EMOTIVA DEL SISMA SI RISPOLVERA UN PROGETTO MAI PARTITO

Agosto 22nd, 2017 Riccardo Fucile

TRA LUNGAGGINI E POCHE RISORSE L’UNICA COSA CHE PRODOTTO E’ UN NUOVO DIPARTIMENTO A PALAZZO CHIGI

Ciro e Mattias, due dei tre fratellini rimasti intrappolati per 16 ore sotto le macerie della loro abitazione crollata a Casamicciola, sono salvi.
La storia simbolo del terremoto che ha colpito Ischia si conclude a ora di pranzo e puntella il momento emotivamente più alto di un incubo che in mezzo a tanto dolore per i due morti, i tanti feriti e le case sbriciolate, ha restituito una fiammella di speranza a quell’Italia ferita nuovamente dal sisma, a quasi un anno esatto da Amatrice.
Ma quello che è successo nel cuore dell’arcipelago delle isole Flegree è più forte dell’happy ending di una singola vicenda e mette in luce un grande interrogativo: come reagirà  questa volta il governo?
L’interpellato prova a rispondere e la linea, dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda al segretario del Pd, Matteo Renzi, è la stessa di un anno fa: puntare su Casa Italia.
“Dobbiamo correre di più su Casa Italia”, twitta Renzi poche ore dopo che a margine del Meeting di Rimini il ministro aveva affermato: “Dobbiamo lavorare sul progetto Casa Italia, mettendoci ancora più risorse”.
Ma il progetto, annunciato con grande enfasi il 25 agosto 2016 dall’allora premier Renzi sull’onda dell’emotività  dopo il terremoto che ha fatto 299 vittime nel Centro Italia, vive una fase di stagnazione evidente.
Poche risorse stanziate, dodici mesi dove gli incontri e le consultazioni con le istituzioni locali, le organizzazioni professionali e le associazioni imprenditoriali, sindacali e ambientaliste hanno dato vita a risultati risibili. La montagna ha partorito il topolino.
Nella manovrina di aprile lo sforzo più evidente – tre miliardi in 3 anni per la ricostruzione – ma quella che Renzi aveva presentato come “una visione per la casa Italia che sia capace di affermare la cultura della prevenzione” si è tradotta in 10 progetti pilota, finanziati con 25 milioni di euro.
Pochi soldi spesi eppure è lo stesso gruppo di lavoro voluto da palazzo Chigi e guidato dal professore Giovanni Azzone, Rettore del Politecnico di Milano con la collaborazione di nomi eccellenti come il senatore e architetto Renzo Piano, a mettere nero su bianco che lo sforzo deve essere maggiore.
Il documento che il gruppo guidato da Azzone ha lasciato in eredità  a palazzo Chigi, dove sta nascendo un nuovo Dipartimento, è stato reso pubblico dal Sole 24ore e indica una cura che è anni luce lontana dalle soluzioni messe in campo nell’ultimo anno.
Scrive il quotidiano di Confindustria: “La messa in sicurezza sismica dell’Italia ha un costo che oscilla da un minimo di 36,8 miliardi e può arrivare a oltre 850 miliardi, a seconda della tipologia costruttiva degli edifici e della classe di rischio del comuni in cui sono stati costruiti”.
Pur volendo prendere in considerazione la soglia minima della forchetta, cioè 36,8 miliardi, è evidente lo squilibrio che esiste tra quello che servirebbe per rendere l’Italia sicura dagli eventi sismici e quello che è stato fatto in quasi 365 giorni. I numeri spiegano meglio di ogni altra considerazione la lentezza di un carrozzone che ha sì intenti nobili e un orizzonte temporale di due decenni, ma che è di fatto fermo alla linea di partenza. Nel frattempo, però, è arrivato un nuovo terremoto a ricordarci che l’Italia è strutturalmente fragile.
Nella sezione del sito di palazzo Chigi dedicata a Casa Italia è allegato un documento dove sono indicate le nove tappe fin ora messe in fila.
La prima è il lancio del progetto, contestuale alla dichiarazione da parte del Consiglio dei ministri dello stato di emergenza per le zone colpite dal terremoto nella notte tra il 24 e il 25 agosto.
La seconda è l’annuncio di Renzi, su Twitter, del project manager, cioè Azzone. A settembre la prima riunione a palazzo Chigi con i soggetti più disparati, da Confindustria ai sindacati, dal Wwf al Forum del Terzo settore.
Seguono poi la firma del decreto del presidente del Consiglio che nomina la struttura di missione di Casa Italia, l’intervento di Renzo Piano in Senato, datato 29 settembre, quando a palazzo Madama vengono esaminate le mozioni sul progetto.
Si arriva a novembre e anche qui un nuovo annuncio: al Politecnico di Milano è Renzi ad affermare che il progetto Casa Italia “noi lo trasformiamo in un dipartimento di palazzo Chigi”.
Annuncio e impegno: “Giocare insieme – afferma l’allora premier – e fare di questo tema un tema politico è la scommessa di questo post terremoto”. Stessa linea che Renzi ripropone nel suo post odierno pubblicato su Facebook, dove scrive che “ogni mese, del resto, accade qualcosa che dimostra quanto sia cruciale tale progetto (Casa Italia ndr)”.
La vittoria del No al referendum costituzionale dello scorso novembre spazza via il governo Renzi e a palazzo Chigi arriva Paolo Gentiloni.
È il 14 marzo quando, in occasione della presentazione delle Giornate del Fai, il premier annuncia che l’unità  di missione per Casa Italia sarà  trasformata in un Dipartimento della presidenza del Consiglio.
L’obiettivo? “Dare continuità  all’operazione”, spiega Gentiloni. A capo del Dipartimento arriva Roberto Marino, già  alla guida del Dipartimento per l’Editoria, ma la struttura non è ancora operativa e lo studio del gruppo guidato da Azzone è ancora da tradurre in azioni concrete. Casa Italia, per ora, ha di fatto solo la sua casa istituzionale, cioè un nuovo Dipartimento a palazzo Chigi, e peraltro ancora precaria.
L’unico scossone dell’impegno del governo su un percorso lento e farraginoso è lo stanziamento di tre miliardi in tre anni (2017, 2018 e 2019) previsto nella manovrina varata da palazzo Chigi, approvata dal Parlamento e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 24 aprile.
Ad annunciare l’impegno del governo è lo stesso Gentiloni in occasione di una conferenza stampa convocata l’8 aprile al museo della Scienza e della Tecnica “Leonardo Da Vinci” di Milano proprio per provare a rilanciare Casa Italia. Le risorse stanziate, tuttavia, riguardano la ricostruzione, mentre Casa Italia, come si legge sulle slide di presentazione sul sito del governo, ha come focus la prevenzione rivendicata come “la scelta di un approccio diverso”.
Un “approccio diverso” che fino ad oggi si è tradotto nell’avvio di soli dieci cantieri in altrettante località  (Catania, Reggio Calabria, Isernia, Piedimonte Matese, Sulmona, Sora, Foligno, Potenza, Feltre e Gorizia) e in uno stanziamento, per finanziarli, di 25 milioni di euro. I cantieri, si legge sempre sul sito di palazzo Chigi, sono stati messi in piedi per “sperimentare sul territorio metodi diagnostici e soluzioni progettuali innovative”.
Ma il gap tra la lentezza con cui si muove il governo e la rapidità  con cui i terremoti mettono in ginocchio il Paese tratteggia, in modo inesorabile, i contorni, sempre più definiti, del fantasma Casa Italia.

(da “Huffingtonpost”)

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TERREMOTO ISCHIA, GEOLOGI: “ALLUCINANTE MORIRE DI MAGNITUDO 4”

Agosto 22nd, 2017 Riccardo Fucile

“CROLLI, EVACUAZIONI E VITTIME A CAUSA DELLE COSTRUZIONI ABUSIVE”

L’Italia continua a risvegliarsi tra le macerie, scoprendosi ogni volta sorpresa del suo essere in cronica emergenza per il rischio sismico.
Ma sapere che in un Paese membro del G8 si possa morire per una scossa di magnitudo 4, quindi di moderata entità  al di là  della necessaria contestualizzazione del caso Ischia, è tema che apre inevitabilmente un nuovo fronte nel dibattito e nelle polemiche.
Sulla sicurezza, sulla consapevolezza dei cittadini, sulle responsabilità  della politica, dalle autorità  locali a quelle nazionali, rispetto a una condizione di precarietà  esistenziale inaccettabile. Che imporrebbe una riflessione, finalmente seria, su come fare davvero prevenzione. Parola, prevenzione, evocata e ripetuta come un mantra nei “day after” dell’Italia dei terremoti, spesso guardando dritto in camera, per poi scivolare sempre più giù nell’agenda del da farsi.
Ad aprire il fronte è Enzo Boschi, ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, che di fronte alle prime immagini della distruzione di Ischia, su Twitter esprime le sue perplessità  rispetto a una prima stima della magnitudo – ancor più bassa, 3,6, – poco credibile.
“Pur senza accesso ai dati, penso sia una sottovalutazione”.
L’attuale presidente dell’Ingv, Carlo Doglioni, chiarisce successivamente come il primo comunicato diffuso dall’istituto,   che indicava una magnitudo 3.6 e a 10 km di profondità , fosse stato stilato in base a informazioni redatte in automatico dal sistema informatico.
Quel sistema, spiega Doglioni, spesso indica una profondità  di 10 km, ma dalle analisi successive si è accertato che il sisma era avvenuto a soli 5 chilometri di profondità , per una magnitudo innalzata a livello 4.
Può bastare, simile correzione, a considerare normali gli effetti del terremoto sull’isola? La risposta, secondo un altro tecnico, il presidente del Consiglio nazionale dei Geologi Francesco Peduto, è una sola: no.
“A un anno dal sisma dell’Italia centrale – afferma Peduto – riviviamo di nuovo il dramma del terremoto, che stavolta ha colpito l’isola d’Ischia. Lascia perplesso come un terremoto di tale magnitudo possa provocare danni e vittime nel nostro Paese, è francamente allucinante che si continui a morire per terremoti di questa entità . Il nostro Paese si conferma estremamente vulnerabile. Ora sarebbe facile parlare dei ritardi della ricostruzione in Italia centrale, della necessità  di accelerare interventi e azioni, ma quello che lascia più interdetti è la mancanza di atti concreti per la prevenzione”.
Eccola ritornare, dunque, la parola chiave. E qui il presidente del Consiglio nazionale dei Geologi chiama in causa senza troppi giri il governo e il post-Amatrice, da Renzi a Gentiloni.
“Si è parlato di tante cose – ricorda Pedulo -, dall’informativa alle popolazioni alle lezioni nelle scuole, dal fascicolo del fabbricato alle assicurazioni sui fabbricati, dal rifinanziamento della carta geologica a quello per la microzonazione sismica fino alla necessità  di abbattere le case abusive, come ribadito ieri anche dal ministro Delrio. Tante chiacchiere, ma un anno dopo (dal terremoto in Italia centrale, ndr) non è stato fatto quasi nulla”.
“Il governo e il Parlamento – è l’invito conclusivo di Peduto – si assumano la responsabilità  di decidere in proposito senza farsi distogliere da interessi e lobby varie, come a proposito del fascicolo del fabbricato: ma veramente qualcuno crede ancora alla favola dei tecnici che si arricchirebbero con il fascicolo del fabbricato? Far conoscere lo stato di sicurezza delle case dove un cittadino abita o lavora è un fatto di etica innanzitutto, un principio morale prima ancora che una misura di salvaguardia e di prevenzione civile. Le misure per la prevenzione non possono non essere al centro dell’agenda del prossimo governo”.
Conoscere lo stato di sicurezza delle case. A Ischia, ad esempio.
Dove, secondo Egidio Grasso, presidente dell’Ordine dei Geologi della Campania, le cause di crolli, evacuazioni e vittime “potrebbero essere ricercate nei fenomeni di amplificazione sismica locale o attribuite alle costruzioni fatiscenti, abusive e realizzate senza alcuna verifica sismica”.
Perchè, ribadisce Grasso, non è normale tanta distruzione per un terremoto di magnitudo 4: “Giusto per far capire, l’energia liberata da un terremoto di magnitudo 6, paragonabile a quelli registrati di recente in Italia centrale, è circa 1000 volte più forte di quella liberata dal terremoto registrato a Ischia”.
Anche l’ingegner Sandro Simoncini, docente a contratto di Urbanistica e Legislazione Ambientale presso l’università  Sapienza di Roma e presidente di Sogeea SpA, pur considerando le peculiarità  geologiche di un territorio dal sottosuolo “particolarmente fragile”, punta il dito contro un abusivismo colpevolmente tollerato, denunciato con durezza anche da Legambiente.
“In Italia si muore per un terremoto che in altre parti del mondo non desterebbe la minima preoccupazione. Ischia nel corso dei decenni è stata sottoposta a una sistematica speculazione edilizia: si è costruito anche là  dove leggi e buon senso non lo avrebbero permesso e, in molti casi, lo si è fatto di fretta, utilizzando materiali e tecniche di scarsa qualità  e senza prevedere alcun accorgimento antisismico”.
Per dare un’idea della portata del fenomeno sull’isola, all’ingegnere basta tirare fuori un solo dato: “Solo per il Comune di Ischia sono state presentate 7.235 domande di condono in 30 anni, 4.408 delle quali risultavano ancora da evadere ad aprile dello scorso anno”.
Numeri che raccontano di un patto sottotraccia, una contiguità  malata tra interesse pubblico e privato. “Non si vuole combattere seriamente certi fenomeni – sottolinea infatti Simoncini -.
Lo testimoniano anche la recente legge varata proprio dalla regione Campania, il disegno di legge Falanga o la clamorosa defenestrazione del sindaco di Licata da parte del Consiglio comunale. Va necessariamente rovesciata la logica perversa che subordina l’agire politico e amministrativo alla ricerca di consenso. Allo stesso tempo, c’è bisogno di un salto di qualità  culturale da parte dei cittadini: la legalità  e il rispetto delle regole vanno visti come valori da cui non si può prescindere”.
I sei sindaci dei comuni dell’isola di Ischia non ci stanno. E, in una nota congiunta, “deplorano le notizie false relative a presunti danni e crolli in tutta l’isola e alle inesistenti connessioni tra l’evento sismico e i fenomeni legati all’abusivismo edilizio”. Perchè, ribattono gli amministratori locali, i crolli “hanno interessato per lo più strutture antiche, tra le quali finanche una chiesa già  distrutta dal terremoto del 1883 e poi riedificata”.
Ma le responsabilità  dell’abusivismo nel rendere devastante a Ischia un terremoto che non lo era, sono rilanciate da Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente Territorio e Lavori Pubblici della Camera, che considera inaccettabili “atteggiamenti tolleranti e ambigui” nei confronti del fenomeno.
Quella di Realacci è anche una voce in risposta al richiamo dei geologi alle istanze politiche nazionali, governo e Parlamento, a fare sul serio.
Il presidente della Commissione ricorda una misura adottata con l’ultima legge di bilancio, che, accompagnata da un’attenta comunicazione, potrebbe sostenere anche quel “salto di qualità  culturale” evocato dall’ingegner Simoncini. “Il Sismabonus, che garantisce fino all’85% di rimborso entro 5 anni per le spese sostenute dai privati per le proprie abitazioni. E’ effettivamente entrato in vigore da poco – ammette Realacci – il suo utilizzo va monitorato e l’estensione ed efficacia potenziata nella prossima legge di bilancio. Ma è un passaggio necessario per evitare lutti e favorire anche con risorse private un’edilizia legata alla sicurezza e alla qualità “.
La cultura della prevenzione, dunque, passa innanzitutto dal sostegno pubblico all’iniziativa privata.
Per il governo, lo chiarisce Graziano Delrio. “Il patrimonio italiano è fragile – sentenzia il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture su Radiouno Rai -, fragilità  che dipende sì dall’abusivismo ma anche dalle sue peculiarità . Bisogna essere in grado di mettere in sicurezza sismica il nostro Paese perchè spendiamo più di 3 miliardi all’anno per riparare i danni del terremoto, quindi vale la pena investire in prevenzione. Abbiamo 10 milioni di abitazioni che nelle zone sismiche 1 e 2, abitazioni che hanno davvero bisogno di essere messe in sicurezza e in fretta. Lo Stato ha messo a disposizione risorse per questi incentivi fiscali e io spero che cresca al più presto la cultura della prevenzione, noi ci puntiamo molto”.

(da Agenzie)

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TERREMOTO ISCHIA: SALVATO IL SECONDO BIMBO, VIGILI DEL FUOCO VICINI ANCHE AL FRATELLINO

Agosto 22nd, 2017 Riccardo Fucile

NELLA NOTTE ESTRATTO VIVO BIMBO DI 7 MESI

Mattia, il fratellino più grande, è stato estratto dalla macerie di Casamicciola. Lo rendono noto i vigili del fuoco.
Sotto le macerie resta ancora Ciro, 4 anni, coinvolto insieme alla sua famiglia nel crollo di una palazzina in località  La Rita, comune di Casamicciola, dopo la scossa di terremoto che ieri sera ha colpito Ischia. A quanto si apprende, i vigili sono sempre più vicini a Ciro, che è cosciente e sta bene.
Nella notte era stato estratto vivo dalle macerie Pasquale, di 7 mesi, il più piccolo dei tre fratelli. Stanno bene anche il papà  e la mamma, che aspetta un altro bambino.
Il bilancio provvisorio della scossa è di due donne morte e 39 feriti.
La prima vittima è un’anziana, Lina Cutaneo, colpita da calcinacci durante il crollo della chiesa Santa Maria del Suffragio a Casamicciola.
La seconda vittima è una donna non ancora identificata: non è chiaro se sia rimasta travolta da un crollo o colta da malore.
Il bilancio dei feriti è stato confermato al Giornale Radio Rai dal direttore dell’Ospedale Rizzoli di Lacco Ameno. Sono almeno un trentina gli edifici crollati, ma potrebbero essere molti di più, mentre con le prime luci del giorno sta progressivamente emergendo la reale entità  dei danni.
Sono circa 2.600 gli sfollati, in base a una prima quantificazione dei sindaci dell’isola. Lo ha detto il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, che si trova sul posto. Per gli sfollati l’ipotesi tendopoli è remota: “Speriamo proprio di no – scandisce Borrelli – ci sono diverse strutture ricettive sull’isola, speriamo possano essere utilizzate”.

(da agenzie)

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TERREMOTO A ISCHIA, DUE VITTIME: CROLLA ABITAZIONE, IN SALVO PADRE E DUE FIGLI

Agosto 22nd, 2017 Riccardo Fucile

ALMENO 35 FERITI, 2.600 SFOLLATI

Due vittime, 25 ferite, 2.600 sfollati e centinaia di persone in fila agli scali portuali per lasciare l’isola d’Ischia dopo la scossa di terremoto di magnitudo 4 che alle 20,57 del 21 agosto ha colpito le acque a largo dell’isola di Ischia.
L’epicentro e l’ipocentro restano identici: a un km da Punta Imperatore, sul lato occidentale dell’isola, il primo e   ad una profondità  di soli dieci km, elemento, che come in tutti i terremoti, aumenta le ripercussioni: più è vicino alla superficie l’ipocentro (il punto nella crosta terrestre in cui avviene materialmente la frattura) maggiori sono gli effetti in superficie a parità  di potenza.
Circa 2.600 gli sfollati, 2.000 a Casamicciola, 600 a Lacco Ameno, mentre 1.051 persone hanno lasciato l’isola.
Questo un primo bilancio del post terremoto che ha colpito ischia nella serata di ieri, fatto dal capo del dipartimento della protezione Angelo Borrelli, giunto sull’isola in mattinata.
“Abbiamo fatto partire più di mille persone che volevano andare via – ha spiegato Borrelli – oggi abbiamo organizzato una struttutra di assistenza alla popolazione. Ci sarà  una struttura che ne coordinerà  due a livello comunale che saranno quella su Casamicciola e quella su Lacco Ameno. Nel pomeriggio squadre di tecnici andranno a fare verifiche specifiche sugli alberghi per vedere il livello di stabilità , per ospitare la popolazione appunto negli alberghi da questa sera”.
Tornando ai numeri degli sfollati, Borrelli ha spiegato che ufficialmente risulta una vittima accertata, mentre un’altra persona, presumibilmente una donna, è ancora sotto le macerie, “è stata individuata ma non recuperata”. I feriti, invece, “sono 25”.
A proposito dei bambini che sono ancora sotto le macerie, “rispondono, sono vigili e dicono di avere dolore- fanno sapere ancora dalla Protezione civile- hanno molta sofferenza, sono a vista, li stanno alimentando. Più passano le ore e più la situazione può diventare delicata, speriamo con tempo e pazienza di portarli via”.
Al lavoro, fanno sapere, ci sono tutte le squadre Usar, quelle della ricerca sotto maceria, arrivate da Lazio e Toscana.
Nelle prossime ore “saremo qui per organizzare la macchina dell’assistenza alla popolazione- continua Borrelli – poi con la regione organizzeremo strutture operative per gestire l’emergenza. Tendopoli? speriamo di poter usare strutture recettive”.
La macchina dell’assistenza alla popolazione è già  partita, l’obiettivo è di evitare tendopoli e utilizzare le strutture ricettive dell’isola.

(da agenzie)

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VASCO ERRANI SI DIMETTE DA COMMISSARIO PER IL TERREMOTO E SI CANDIDA IN MDP

Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile

PRONTO A TORNARE CON BERSANI… IL GOVERNO PENSA ALLA SUA SOSTITUZIONE

A settembre Vasco Errani non sarà  più commissario per la ricostruzione del terremoto in centro Italia.
È quanto emerge da indiscrezioni riportate oggi dai quotidiani Qn e Corriere Adriatico.
“Nei piani del governo, Errani dovrebbe essere sostituito”, riferisce Qn. “Non solo: i governatori di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo — già  oggi suoi vice — potrebbero vedersi attribuire nuove responsabilità ”.
La novità , riporta anche il Corriere Adriatico, “sarà  comunicata lunedì prossimo a Palazzo Chigi in una riunione tra il premier Paolo Gentiloni, il capo della Protezione civile, fresco di nomina, Angelo Borrelli, e i quattro governatori di Marche, Lazio, Umbria e Abruzzo”.
Nessun commento per adesso da parte di Vasco Errani sulla conclusione del suo mandato di commissario per la ricostruzione del terremoto in centro Italia.
Da fonti del governo si ricorda che comunque il mandato di Errani da commissario scadeva il prossimo settembre.
Non solo: nell’articolo di Rita Bartolomei si racconta che Errani sarebbe pronto a candidarsi alle politiche. Con Pier Luigi Bersani e MDP.
Perchè, come racconta QN, Errani si era progressivamente allontanato da Renzi e aveva annunciato la necessità  di un nuovo campo del centrosinistra in Italia:
Strappo avvenuto nella sua Ravenna — Errani è di Massa Lombarda, terra di frutteti e tessere Pci negli anni d’oro — pochi giorni dopo uno sfogo tempestoso a porte chiuse con i sindaci del terremoto.
«Siamo troppo indietro su macerie, casette e stalle che non sono compito mio», aveva perso la pazienza.
L’audio era diventato pubblico, diffuso da Panorama. «Nessun legame tra i due episodi», aveva assicurato poi l’ex governatore, guardando al futuro (politico): «C’è bisogno di un nuovo campo del centrosinistra in Italia. Non sono alla ricerca di vecchi vessilli e canzoni. La sinistra del Novecento ha esaurito la sua funzione. Ci vogliono idee nuove».
Quasi un programma di governo.

(da “NextQuotidiano”)

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TERREMOTO: LO SCANDALO DELLE CASETTE ROSSE SPARTITE DALLE COOP

Luglio 21st, 2017 Riccardo Fucile

TRA RITARDI, INDAGINI E RISATE SUL SISMA

Vito Giuseppe Giustino, il patron della cooperativa L’Internazionale di Altamura, non rideva a caso subito dopo il terremoto del 24 agosto.
Aveva capito che quella tragedia sarebbe stata ottimo affare. E infatti, mesi dopo, lo ritroviamo a montare le prime casette di legno ad Accumoli, prima di essere messo ai domiciliari mercoledì scorso dai magistrati dell’Aquila che indagano sugli appalti pilotati della ricostruzione post sisma 2009.
Ma chi è Vito Giuseppe Giustino?
La sua storia consente di afferrare il filo rosso che lega le 396 casette di legno finora consegnate ai sindaci (su 3.830 ordinate, circa il 10 per cento) nel cratere del Centro Italia, in ritardo rispetto alle aspettative degli sfollati per colpa della burocrazia e della difficoltà  a trovare aree adatte dove metterle.
Un filo rosso come l’area politica in cui gravita chi quelle casette sta assemblando. Consorzi, imprenditori, cooperative, fornitori di materiale.
Giustino, ad esempio, è il presidente della cooperativa di Altamura L’Internazionale, una delle duecento e passa socie del Cns, il Consorzio nazionale servizi che ha sede a Bologna e fa parte della Legacoop. Anche L’Internazionale ne fa parte, ma dopo l’inchiesta dell’Aquila è stata sospesa.
Il consorzio Cns, dunque.
Risulta come primo classificato in due dei tre lotti della maxi-gara per la fornitura in tutto il Paese di moduli abitativi di emergenza (le casette antisismiche), dal valore totale di 1,18 miliardi di euro, bandita da Consip nel 2014 e aggiudicata nell’agosto del 2015.
Nel lotto del Centro Italia, Cns vince associandosi al Consorzio Cogeco 7 e a maggio dello scorso anno firmano un protocollo d’intesa con la Protezione civile e la Presidenza del consiglio nel quale si impegnano a fornire “fino a 6.000 casette”.
Non devono costruirle tutte loro, però. Il protocollo prevede che dopo le prime 850 subentri per le successive 780 la seconda classificata, il Consorzio Stabile Arcale di Impruneta, e poi la terza classificata per altre 225.
E così a giro, fino a raggiungere le 6.000 unità . Il tempismo è stato drammaticamente perfetto. Tre mesi dopo aver sottoscritto quel protocollo, infatti, l’Italia trema violentemente.
C’è bisogno delle casette, e alla svelta: la direzione del Cns a quel punto sceglie, tra le sue associate, chi può sostenere un notevole onere finanziario e gli affida il lavoro.
Ad ottobre l’altro terremoto aumenta il fabbisogno, e la Cns dispiega nel cratere otto grosse aziende.
Ad oggi sono loro ad aver prodotto quasi tutte le casette abitate, la Arcale ne ha consegnate meno di 30.
“Non è un business, è una missione per aiutare gli sfollati e stiamo facendo il massimo”, rivendicano i dirigenti Cns. Qualcosa in Umbria, però, non sembra essere andato per il verso giusto.
La responsabilità  per la fornitura di Norcia e dintorni viene data alle due consorziate Gesta e Kineo, le quali hanno comprato impianti e kit di montaggio da due imprese ternane, la Italstem e la Cosptecnoservice (che fa parte del Cns).
Quest’ultima, stando agli atti depositati alla Camera di Commercio, opera nei settori delle pulizie, monta segnali stradali, recapita bollette.
Non si occupa di edilizia, tant’è che per rispettare il contratto si deve appoggiare a un altro fornitore, la Vipal. Un passaggio che ha incuriosito anche gli investigatori dell’Anticorruzione di Cantone.
Il presidente del cda di Cosp, Danilo Valenti, è un uomo che coltiva relazioni che contano nella sinistra locale. È legato alla governatrice del Pd Catiuscia Marini per ragioni politiche e lavorative: è vice presidente di Legacoopservizi, della quale Marini è dipendente in aspettativa; nelle occasioni pubbliche si fanno vedere spesso insieme; la sua società  risulta tra i finanziatori della campagna elettorale di Marini.
Valenti sa muoversi, e bene, nel centrosinistra e il 9 novembre del 2014 si fa vedere in prima fila al Palazzo delle Fontane di Roma per la cena di autofinanziamento (mille euro a persona) organizzata dall’allora premier Matteo Renzi
Valenti, ternano, è poi molto vicino al sindaco Pd della sua città , Leopoldo Di Girolamo, finito nel maggio scorso nell’inchiesta della procura di Terni su affidamenti sospetti di appalti comunali. Ancora una volta a cooperative.
In alcuni atti degli investigatori datati novembre 2016 spuntava anche il nome di Valenti nella lista degli indagati. “Oggi non risulto iscritto, ho fatto la richiesta di accesso al registro della procura”, dice Valenti.
Nelle carte sono riportati degli sms di compiacimento perchè la sua azienda era riuscita a entrare nella white list della Prefettura nonostante fosse socia al 49 per cento della Viterbo Ambiente, che aveva ricevuto un’interdittiva antimafia (poi revocata). “Sono ancora in white!”, scriveva Valenti nel settembre 2016 all’assessore Stefano Bucari, coinvolto come il sindaco nell’indagine ternana.
Anche il consorzio Arcale, la seconda classificata della gara Consip, è un nome conosciuto ai piani alti della politica.
Tra i soci c’è la Sistem Costruzioni srl, uno dei più quotati produttori in Europa di moduli in legno lamellare e alluminio, il cui amministratore delegato è Emanuele Orsini.
È il presidente di Assolegno e vice presidente dei Federlegno, ma soprattutto era tra i promotori della prima ora dei comitati elettorali pro Renzi nel 2012.
Ad Arcale si sarebbe in qualche modo interessato nel settembre scorso l’avvocato Alberto Bianchi, il renzianissimo presidente della fondazione Open.
“Bianchi – scrive il gip di Napoli Dario Gallo in un decreto che autorizza le intercettazioni telefoniche nell’ambito dell’inchiesta su Alfredo Romeo, la Consip e il padre dell’ex premier Tiziano Renzi – sta sponsorizzando presso Marroni (Luigi, l’ex ad di Consip) un’azienda classificatasi seconda per la realizzazione delle casette in legno per i terremotati di Amatrice”.
Una versione che Bianchi, annunciando querele, definisce “una vergognosa insinuazione “. In effetti il Consorzio Arcale non ha avuto bisogno di Bianchi per iniziare a lavorare con le casette.
Ci ha pensato il terremoto del 30 ottobre.

(da “La Repubblica”)

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TERREMOTO, A UN ANNO DAL SISMA NESSUN NUOVO MEZZO IN DOTAZIONE AI VIGILI DEL FUOCO

Giugno 21st, 2017 Riccardo Fucile

IL DDL SULL’EMERGENZA AVEVA STANZIATO 50 MILIIONI, MA ANCORA NON SI SONO VISTI

Se la burocrazia ha finora paralizzato la rimozione della quasi totalità  delle macerie nelle zone dell’Italia centrale colpite dai terremoti dello scorso anno, la situazione sul fronte della dotazione dei mezzi che quelle macerie dovrebbero rimuoverle, appare altrettanto critica.
E’ quello che emerge dalla risposta del viceministro dell’Interno Filippo Bubbico sull’impiego dei 50 milioni di euro stanziati per il biennio 2016/2017 dal Dl terremoto, per l’acquisizione e l’ammodernamento di mezzi e macchinari in dotazione ai vigili del fuoco, necessari soprattutto alla rimozione delle macerie e alla messa in sicurezza degli edifici pericolanti.
Posto che, se procedure e cavilli non costringessero gli amministratori locali ad attendere chissà  quando per la rimozione delle macerie, i vigili del fuoco avrebbero verosimilmente a disposizione mezzi, magari vetusti, per assolvere a questo compito, desta stupore un dato incontrovertibile di quanto riferito dall’esponente del governo a questo proposito: non un solo mezzo di quelli acquisiti (o in via di acquisizione) per effetto del dl sull’emergenza è ancora entrato in servizio.
Il decreto, entrato in vigore il 19 ottobre dello scorso anno e convertito definitivamente in legge a metà  dicembre, proprio in virtù della drammatica emergenza in corso, metteva immediatamente a disposizione dei vigili del fuoco cinque milioni di euro e ne stanziava altri 45 per il 2017, con l’intento dichiarato di “ripristinare l’integrità  del parco mezzi del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonchè per garantire l’attività  di raccolta e trasporto del materiale derivante dal crollo degli edifici nonchè per assicurare lo svolgimento dell’attività  di rimozione e trasporto delle macerie dai predetti territori”.
Ebbene, stando alla risposta di Bubbico, allo stato risultano ancora “in fase di allestimento” otto autoscale e dieci autocarri acquistati coi cinque milioni del 2016, mentre per quanto riguarda i mezzi acquistati coi restanti 45 milioni, è stato dato “avvio alle procedure” per l’acquisizione di autopompe serbatoio, autoscale e altri mezzi necessari.
Se con l’espressione “avvio alle procedure” il viceministro ha lasciato intendere che si è ancora alla fase della predisposizione dei bandi di gara, e se i mezzi acquistati l’anno scorso, a sette mesi dal decreto e a dieci dal sisma, non sono stati ancora allestiti (e desta certamente più di una perplessità  il fatto che tra quelli citati nessuno appare adeguato al compito di smaltire macerie, esplicitamente indicato dal provvedimento), è ragionevole immaginare che il grosso dei veicoli e dei macchinari difficilmente potrà  essere operativo per la fine dell’anno, quando sarà  ormai trascorso quasi un anno e mezzo dal primo evento sismico.
Un lasso di tempo sufficiente a far apparire beffarda alle popolazioni colpite dalla sciagura la definizione di emergenza, fermo restando che, come nel caso del cane che si morde la coda, sarebbe interessante comprendere se le procedure di acquisto dei mezzi per rimuovere le macerie stiano andando a rilento a causa delle lungaggini burocratiche che ne impediscono la rimozione, oppure se, viceversa, la burocrazia sposti in là  nel tempo la rimozione delle macerie a causa delle lungaggini nella procedura di acquisto di mezzi adeguati.

(da “Huffingtonpost”)

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TERREMOTO, RICOSTRUZIONE NEL CAOS: IL 92% DELLE MACERIE E’ ANCORA IN STRADA

Giugno 20th, 2017 Riccardo Fucile

INTERVENTI IN RITARDO, SOLO L’8% DELLE CASETTE CONEGNATE, BUROCRAZIA SOFFOCANTE

A Sasha avevano detto che entro sette mesi avrebbe avuto una casetta di legno. Proprio lì a Visso, il suo paese distrutto. Era novembre. Sasha, oggi, vive ancora in una roulotte.
A Marco, 11 anni, avevano detto che la sua classe sarebbe rimasta unita, che non avrebbe perso i compagni di scuola: a settembre, per il secondo anno di fila, ne conoscerà  di nuovi sulla costa adriatica.
A Enzo, allevatore di Castelsantangelo sul Nera, avevano detto che gli avrebbero portato una nuova stalla. Sta per iniziare la prima estate del dopo terremoto, e le sue bestie dormono in quel che rimane della vecchia.
Avevano promesso. Le istituzioni avevano promesso. Il governo Renzi prima, il governo Gentiloni poi, i governatori regionali. Tutti.
Hanno fatto credere agli abitanti del cratere più vasto della storia del nostro Paese – 131 comuni in quattro Regioni – che “presto” sarebbero tornati a una vita, tutto sommato, accettabile. Che “presto” sarebbe finita.
Dieci mesi dopo, invece, non è nemmeno cominciata: le macerie sono a terra, di casette ne sono arrivate pochissime, la ricostruzione è un miraggio.
Una volta c’era “il modello Bertolaso” che, in nome della rapidità , calpestava regole e aggirava i controlli: la somma urgenza invocata per qualsiasi cosa, i Grandi Eventi, le deroghe, le ordinanze di Protezione civile firmate direttamente dal Presidente del consiglio.
E abbiamo visto con quale facilità  si sono inseriti speculatori e corruttori all’Aquila, al G8 della Maddalena, ai mondiali di nuoto del 2009.
Ora, in una sorta di contrappasso, siamo precipitati nel “modello Burocrazia”: il cavillo, la carta bollata, l’indecisione spaventata di chi negli enti pubblici pretende dieci autorizzazioni anche solo per puntellare un muro.
“Non si può fare più in fretta”, vanno dicendo a Roma i tecnici della Struttura di Missione della Presidenza del consiglio. “Le normative sono quello che sono e il cratere è troppo grande”.
Sventolano mappe, leggi, ordinanze. Fanno confronti. “Ci sono 208.000 abitazioni da verificare e non abbiamo ancora finito: dopo il terremoto dell’Aquila ne avevamo 75.000, in Emilia 42.000. Vi rendete conto?”.
UNDICI PASSAGGI PER UN PREFABBRICATO
“Vi rendete conto?”, si chiede il sindaco di Visso, Giuliano Pazzaglini. Per accedere alla zona rossa del suo paese deve attraversare una capanna accanto alla pasticceria vissana. “In sette mesi dovevano arrivare le casette di legno “, mormora. “Mica me lo sto inventando, c’è scritto sul sito della Protezione Civile. Sapete quante ne abbiamo viste a Visso? Zero”.
Sulle casette antisismiche le promesse si sono frantumate, fin da subito. “Entro Natale daremo le prime venti ad Amatrice”, dichiarò il 23 settembre l’allora premier Renzi. Le famiglie amatriciane le hanno avute a marzo. Finora ne sono state ordinate 3.620 in 51 comuni del cratere. Consegnate? Appena l’8 per cento: 296 in tutto, e quelle effettivamente abitate (188) sono soltanto in due comuni, Amatrice e Norcia. Il “modello Burocrazia”.
Come un rosario, Pazzaglini sgrana la farraginosa procedura imparata a memoria.
“Il sindaco deve stabilire quante casette servono, poi individua le aree dove metterle, poi la Protezione civile deve valutarle, poi interviene il genio civile regionale, poi si passa all’esproprio, poi la società  incaricata disegna il layout, poi il layout deve essere autorizzato in municipio, poi torna in Regione, poi la Regione dà  l’incarico per la progettazione, poi il progetto passa all’Erap (Ente per l’abitazione pubblica, ndr) di Pesaro e infine la gara la fa l’Erap di Macerata… “.
Si contano almeno undici passaggi. E una selva di sigle, dentro cui si perde chi sta provando a rialzarsi dopo il sisma: Sae, Map, Dicomac, Aedes, Fast, Erap, Mude, Mapre, Cas. “A gennaio ho comunicato che mi servivano 225 casette: sei mesi sono passati e niente si muove”.
NORME MODIFICATE TRE VOLTE AL MESE
Siamo ancora nella fase uno del post terremoto, quella dell’emergenza, sotto la responsabilità  condivisa della Protezione Civile e dei governatori di Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo.
Si muovono all’interno della cornice del decreto legge 189 del governo Renzi, già  modificato tre volte: dal successivo decreto Gentiloni, dalla finanziaria e dalla recente “manovrina”. E si devono districare tra le 29 ordinanze firmate dal Commissario straordinario alla ricostruzione Vasco Errani, dieci delle quali intervenute a cambiare le precedenti.
Come nel caso delle casette di legno, quando si sono accorti che l’iter era troppo lungo. “Con le norme che mutano due-tre volte al mese la ricostruzione non si farà  mai”, si lamenta Marco Rinaldi, ingegnere ed ex sindaco di Ussita, dimessosi dopo un avviso di garanzia ricevuto per un’indagine che non c’entra col terremoto.
“A Roma devono capire che qui c’è stata la Seconda guerra mondiale”.
Quest’ansia di non farcela è stata raccolta dall’Anci e dal suo presidente, Antonio Decaro, del Pd, che ha chiesto al premier Gentiloni un incontro urgente. “I ritardi accumulati sono troppi. Se neanche a settembre le casette dovessero essere pronte le famiglie saranno costrette a iscrivere i figli in scuole diverse e lontane per il secondo anno di fila. Così le comunità  si perdono, non torneranno più”.
SOLO L’8 PER CENTO DI DETRITI RACCOLTI
Come fanno a tornare, se per strada hanno i frantumi delle case crollate? Secondo una stima per difetto ci sono 2,3 milioni di tonnellate di macerie da rimuovere: da quel 24 agosto, quando il primo terremoto distrusse Amatrice e Accumoli, la macchina dell’emergenza è stata in grado di portarne via 176mila e 700, meno dell’8 per cento. Nel Lazio hanno cominciato a novembre: rimosse 98mila su un milione; in Umbria 3.700 su 100mila; in Abruzzo 10mila su 100mila. Nelle Marche sono partiti solo ad aprile. Ad oggi hanno raccolto appena 65mila tonnellate su un milione. Il 6,5 per cento del totale.
Nelle province di Macerata, Fermo e Ascoli, le più colpite dalla scossa del 30 ottobre (6.5 gradi, la più forte degli ultimi 37 anni), si procede a passo di lumaca.
Per dire: ci sono voluti cinque mesi e sette autorizzazioni perchè la Conferenza dei servizi autorizzasse la ditta Htr a portare macerie nel sito di stoccaggio di Arquata. Htr vince l’appalto a novembre, i camion si sono mossi ad aprile.
Accanto a questa lavorano due aziende pubbliche che si occupano di rifiuti: Cosmari nel Maceratese e Picenambiente nell’Ascolano. È una precisa scelta del governo, che ha equiparato le macerie a “rifiuti urbani non pericolosi”, dunque scommettendo sugli operatori che normalmente si occupano della spazzatura.
Prezzo medio: 50 euro a tonnellata. Giuseppe Giampaoli, direttore della Cosmari, nonostante tutto è ottimista. “Entro il 2018 ce la faremo”.
Al momento nelle Marche viaggiano a un ritmo di 1.200 tonnellate al giorno: a spanne serviranno non meno di due anni e mezzo. “Ma a regime raggiungeremo le 2.000 tonnellate “, promettono dalla Regione. “Il nostro territorio è a forte rischio idrogeologico, motivo per cui si è faticato a individuare aree idonee dove mettere casette e macerie”.
CERCASI PERSONALE DISPERATAMENTE
Sono, e saranno, mesi di superlavoro. Per questo il decreto Renzi ha previsto una norma ad hoc per aiutare i municipi più piccoli: l’articolo 50 bis autorizza l’assunzione di 350 persone a tempo determinato, da dividere in quote fra le varie amministrazioni. Sembra facile, invece è complicato.
Il decreto infatti impone di scegliere i nomi attingendo alle graduatorie pubbliche vigenti, seguendo la procedura ordinaria che tutela la trasparenza e che però, declinata nel cratere, si è rivelata un ostacolo.
La spiega così Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice: “Mettiamo il caso che mi serva un geometra e che sia disponibile a venire qui uno che è classificato cinquantesimo nella graduatoria a Roma. Prima di prenderlo devo mandare un telegramma, a 6 euro l’uno, agli altri 49 e aspettare la loro risposta. Se qualcuno si oppone, si blocca tutto. Ancora: per ogni assunzione serve un Rup, responsabile unico del procedimento. Ma un funzionario comunale per essere Rup deve avere almeno dieci anni di anzianità . E dove li vado a trovare? In comune ho 14 posti scoperti che non riesco a riempire”. Un’alternativa sarebbe pescare tra i 350 collaboratori assumibili durante l’emergenza, come previsto dal governo.
Ma, fanno notare dall’Anci, si tratta di contratti co.co.pro che scadono il 31 dicembre e in pochi li hanno già  firmati. “Non avranno neanche il tempo di realizzare dove si trovano”.
A RISCHIO CINQUEMILA CONTRIBUTI
Fin qui la gestione dell’emergenza. Ma la fase due? La ricostruzione di prime e seconde case è diretta responsabilità  del Commissario Errani. Con le macerie a terra e le zone rosse sigillate, è prematuro anche solo parlare della rinascita dei centri storici più devastati. Per i danni lievi, invece, il timore è che qualcuno possa perdere il treno dei contributi statali.
Per averli infatti bisogna presentare una domanda allegando lo stato dell’immobile (la famigerata scheda Aedes).
I tecnici della Protezione civile hanno fatto 184.700 sopralluoghi su 208.000 case da verificare: ne mancano 23.000, di cui 19.200 nelle Marche. “Senza la scheda, niente contributi “, spiega Paolo Vinti, presidente dell’Ordine degli architetti di Perugia.
“Il tempo stringe perchè il termine scade il 31 luglio 2017. Siamo stati fermi per nove mesi, a studiare ordinanze che cambiano di continuo. Solo a maggio siamo partiti coi rilievi per i progetti di ristrutturazione e i comuni non sono in grado di fornirci le relazioni geologiche. È impossibile farcela”.
Trentuno luglio 2017, manca un mese. “Quella è solo una data indicativa”, sostengono i tecnici della Presidenza del consiglio. E però l’ordinanza 20 del 7 aprile recita: “Il mancato rispetto del termine determina l’inammissibilità  della domanda “. Stando così le cose, una stima approssimativa dei sindaci calcola in cinquemila le pratiche a rischio esclusione.
“Se sarà  necessario, emetteremo un’altra ordinanza e adegueremo i termini “, tagliano corto dal governo. Comunque sia, un pasticcio. Come quello di far pagare le imposte di successione sui ruderi ereditati, per cui Pirozzi minaccia di riconsegnare la fascia di sindaco se il governo, come però ha promesso ieri, non modificherà  la legge.
ISTITUZIONI SENZA FIDUCIA
Nel cratere, è evidente, c’è bisogno di ricostruire anche la fiducia nelle istituzioni, e puntellare i palazzi non sarà  sufficiente. Errani ci sta provando, con un pacchetto di norme all’avanguardia per disciplinare la ricostruzione. Ma quello è il domani.
Oggi la realtà  è rappresentata dalla durezza di quei due dati: il 92 per cento delle macerie a terra, il 92 per cento delle casette di legno non consegnate.
A Roma negano che la crisi del governo Renzi di dicembre e i rapporti complicati tra Errani e gli ex compagni di partito del Pd abbiano potuto influenzare la gestione dell’emergenza.
Eppure si sente la mancanza di un’autorità  che abbia il coraggio di assumersi responsabilità  straordinarie. E la forza di scartare due modelli ugualmente fallimentari: il “modello Bertolaso” e il “modello Burocrazia”.

(da “La Repubblica”)

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