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COSA CAMBIA PER LA RIFORMA DELL’AUTONOMIA DOPO LA SENTENZA DELLA CONSULTA E CHE FINE FARA’ IL REFERENDUM

INTERVISTA ALLA COSTITUZIONALISTA CARLA BASSU

Il testo della sentenza ancora manca, ma la Corte Costituzionale ha definito illegittime alcune parti della legge sull’Autonomia differenziata, che ne rappresentano l’ossatura. Il messaggio della Consulta è “molto chiaro: restituire dignità e protagonismo al Parlamento anche nella gestione dei rapporti tra Stato e Regione”, dice a Fanpage.it Carla Bassu, costituzionalista e docente dell’Università di Sassari.
Ora il Parlamento dovrà intervenire per riscrivere la legge e correggere i punti contestati. Dall’altra parte però, c’è il referendum abrogativo lanciato dalle opposizioni, che al momento appare in bilico.
“Sarà la Corte di Cassazione – che dovrà valutarne la legittimità – a dirci se è necessario che nel frattempo si pronunci il Parlamento sulla base delle segnalazioni indicate dalla Consulta oppure se i quesiti non hanno ragion d’essere”, chiarisce la costituzionalista.
Professoressa, la Corte costituzione non ha dichiarato incostituzionale la legge sull’Autonomia differenziata, ma ha giudicato illegittime alcune sue parti, che però costituiscono l’impianto del provvedimento. Cosa significa per la riforma?
Allora lè vero che la Corte Costituzionale non ha optato per la scelta più estrema, più radicale che avrebbe destituito di fondamento la legge. Però effettivamente è intervenuta su alcuni aspetti che sono cruciali e che sono quelli che sono emersi nel dibattito, in realtà sin da subito. Alcuni riguardano il metodo e altri il merito. Dal punto di vista del metodo quello che risalta più di tutto è la la marginalizzazione del ruolo del Parlamento in tutte le fasi e le procedure di riconoscimento delle intese. Questa legge, voglio ricordarlo, è una legge di attuazione della Costituzione, quindi sarebbe stato difficile che venisse dichiarata tout court incostituzionale. La Consulta ha stigmatizzato il fatto che questa legge puntasse molto sulla bilateralità delle intese e cioè sul fatto che le intese stiano previste dalla legge come oggetto fondamentalmente di negoziazione tra governi, tra il governo centrale e tra il governo della singola Regione.
Un altro elemento contestato è la determinazione dei Lep (i livelli essenziali delle prestazioni) attraverso un Dpcm che avrebbe la conseguenza di concentrare la decisione nelle mani del governo. Anche qui rischio è di svuotare il Parlamento dei suoi poteri?
Anche qui è stata censurato il mancato coinvolgimento del Parlamento, cioè il fatto che il Parlamento dovesse bene o male semplicemente ratificare qualcosa deciso altrove. Su questo la Corte è stata molto chiara. Il messaggio che io evinco è quello di restituire dignità e protagonismo al Parlamento anche nella gestione dei rapporti tra Stato e Regione. Non è una questione che può coinvolgere in modo bilaterale gli esecutivi, ma è necessario un coinvolgimento del parlamento che è l’organo rappresentativo che contiene maggioranza e opposizione. Poi rispetto al merito, quello che viene è censurato ugualmente risponde ad elementi che erano emersi. Io non trovo sorprese in questo che però, va ricordato, è un comunicato. Occorre comunque aspettare e leggere con attenzione la sentenza, perché vengono toccati degli aspetti molto complessi e molto delicati.
Uno dei punti centrali oggetto del pronunciamento della Corte riguarda poi l’attribuzione di intere materie alle Regioni. Per i giudici il trasferimento deve limitarsi a specifiche funzioni e deve essere giustificato. Può farci qualche esempio?
Questo è un aspetto critico che mette in seria discussione l’impianto della della legge perché la Corte Costituzionale ci dice che non si possono devolvere intere materie ma soltanto funzioni. Un esempio è quello che riguarda la l’istruzione. Non è possibile devolvere completamente la materia istruzione alla Regione, cosa che darebbe vita a figure professionali di insegnanti diverse da Regione a Regione, ma per esempio si potrebbe devolvere una funzione come quella della gestione del personale di un tipo particolare di livello scolastico. Quindi funzioni molto specifiche, mentre il trasferimento della materia comporta proprio la possibilità di regolare in toto tutto quello che attiene a quel determinato comparto. Devolvere una funzione è invece qualcosa di molto diverso perché c’è comunque una concertazione, una linea di indirizzo che proviene dal centro e questo è un altro aspetto molto significativo che era emerso. Diciamo che gli aspetti toccati non sono secondari ma riguardano proprio anche lo spirito della della legge e il modello di rivendicazione che in qualche modo viene messo in discussione.
Ma se la decisione della Consulta ha nei fatti azzoppato la riforma, perché allora anche la maggioranza ha esultato?
Credo che sia una visione politica e una strategia politica perché a prescindere dall’interpretazione che si può dare, il margine in cui è possibile esultare è il fatto che non si è messa completamente in discussione la legge, cioè che non è stata dichiarata incostituzionale. Però dobbiamo tener conto che questo è una legge di attuazione della Costituzione. Non si può mettere in discussione che l’autonomia differenziata è incostituzionale. Non lo è evidentemente perché l’articolo 116 lo prevede né lo è una legge che dia all’attuazione alla Costituzione. Però resta il fatto che ben sette punti siano stati censurati e altri ammessi ma con un’interpretazione costituzionalmente orientata. Anche nelle parti che sono state salvate la Corte Costituzionale ha ritenuto di intervenire per dare una lettura chiara e univoca.
Ora nei fatti, la legge andrà riscritta per andare incontro ai rilievi della Consulta e spetterà al Parlamento vagliarla. Quali saranno i tempi?
È una bella domanda, perché in teoria i tempi dovrebbero essere brevi perché ci sono delle esigenze specifiche e dei tavoli già messi in atto. Però non è la prima volta a me sarebbe la prima volta che il Parlamento, nonostante i grandi e seri richiami della Consulta trascini la decisione quindi. Quindi qui ci sono due risposte: una teorica e una che tiene conto dell’esperienza.
Dunque, secondo lei, come va letta la sentenza della Consulta? Una buona notizia per il governo o lo è per le opposizioni?
Il governo interpellato sostiene che sia una bella notizia, mentre le opposizioni ugualmente vedono una bella notizia. Quello che io le posso dire è che è inequivocabile e anche il governo non può negarlo, che la legge sia stata toccata in molti punti cardinali del suo impianto e che sia necessario. perché la corte è stata lapalissiana in questo, riprendere in mano la legge in modo molto serio per riconsiderare tanti e diversi punti che sono essenziali proprio nel contesto della nostra Costituzione. Perché la Corte Costituzionale ci ha ricordato tanti elementi cardinali a suo parere in questa legge non sono stati considerati.
Peraltro la Corte ha condiviso la preoccupazione che con questa riforma, così com’è scritta, aumenti il divario tra le Regioni.
Certo, per esempio sui profili finanziari ha contestato l’aspetto della spesa storica, della compartecipazione. Non è stato un intervento lieve, ma molto organico e molto puntuale e non ha riguardato un singolo settore o un cavillo della norma, ma sette punti cruciali di tutta la legge, quindi senz’altro non si può dire che la legge è passata indenne al vaglio della Consulta.
In tutto questo resta l’incognita sulle sorti del referendum abrogativo promosso da Cgil e opposizioni. Si farà o sono venute meno le condizioni perché venga indetto?
Per quanto riguarda il referendum, è la Cassazione che si deve pronunciare per per dichiarare in modo ufficiale se ci possa essere una rivisitazione dei quesiti e in questo senso, magari ci può essere un dialogo con i promotori del referendum, oppure se addirittura i quesiti non abbiano più ragion d’essere perché la Corte Costituzionale ha già risposto in buona sostanza a quello che veniva chiesto al popolo. Si vedrà, è la Corte di Cassazione che si dovrà pronunciare.
Se la Corte di Cassazione dovesse chiedere che vengano rivisti i quesiti referendari, occorrerà attendere il nuovo testo della legge?
Tendenzialmente sì. Anche qui sarà la Corte di Cassazione a dirci se è necessario che nel frattempo si pronunci il Parlamento sulla base delle segnalazioni indicate dalla Consulta oppure se i quesiti non hanno ragion d’essere. Però anche per questo bisognerà leggere bene la sentenza. Non si capisce bene ancora se la legge, in assenza di ulteriori interventi del parlamento sia ancora auto applicativo, oppure se sia bloccata e precluda, per esempio che continuino i negoziati avviati dalle singole Regioni. Da un punto di vista di opportunità politica, di fronte una decisione così pregnante della Corte Costituzionale, forse anche il governo potrebbe attendere e sospendere i lavori per una riflessione, visto che si tratta comunque di una questione centrale nel nostro impianto costituzionale. I rapporti Stato-Regioni, l’unità e indivisibilità della Repubblica, la necessità di tenere un equilibrio tra Regioni che purtroppo già ora subiscono dei divari economici e sociali enormi, meritano sicuramente una ponderazione ulteriore.
(da Fanpage)

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