COSI’ MELONI CI PORTA DRITTI VERSO LA FINE DELL’UNIONE EUROPEA
L’INTERNAZIONALE CRIMINALE SOVRANISTA SI APPRESTA A PRENDERE IL CONTROLLO DELL’EUROPA CON LO SCOPO DI ELIMINARE LO STATO DI DIRITTO E LA DEMOCRAZIA NEL CONTINENTE CHE HA SOFFERTO I MASSCRI DEL NAZIONALISMO RAZZISTA
L’Italia di Alcide De Gasperi fu tra i paesi fondatori della «nostra patria Europa». L’Italia di Giorgia Meloni è, e sarà ricordata se tornerà a vincere le elezioni, come il paese guida della fine dell’Unione europea come l’abbiamo desiderata e fino a un certo punto ottenuta, ovvero quella «patria Europa» di De Gasperi.
Come una tigre che allunga gli artigli sulla preda, la nostra presidente del Consiglio ha attaccato la Spagna non appena se n’è presentata l’occasione. Il governo spagnolo a guida socialista, aggredito da congiunture internazionali per nulla casuali, si trova ad affrontare, da solo, una crisi durissima originata dai cancelli aperti dal governo del Marocco verso l’enclave spagnola ed europea di Ceuta.
La reazione immediata di Donald Trump, di riconosciuta simpatia per il governo marocchino e di offese esplicite a Pedro Sánchez, ha dato il la alle danze della destra. A Trump il re Mohammed VI ha pochi giorni fa dedicato la nuova autostrada di più di mille chilometri, considerata una delle principali infrastrutture realizzate dal Marocco, che aspira a diventare una piattaforma commerciale tra i mercati europei e le economie emergenti dell’Africa occidentale. Il Marocco si è posizionato con chiarezza con Trump e con gli europei vicini a lui.
Si era appena letto il messaggio di Trump contro la Spagna, e subito Meloni ha scatenato la sua guerra, quella dei confini, quasi che Ceuta fosse vicina ad Anzio. E se, quando a Lampedusa arrivarono 7mila migranti, lei portò Ursula von der Leyen a sostenere la vittima dei trafficanti di uomini, ora la leader di via della Scrofa decide di mettere la Spagna fuori Schengen, e dei trafficanti di uomini a Ceuta se la ride. Per via aerea e marittima, per un mese, chi arriva in Italia dalla Spagna dovrà passare i controlli sui documenti, come nessun altro cittadino dei paesi dell’Unione. Ceuta non si trova sulle coste europee. Eppure quell’avamposto è stato dichiarato un pericolo nazionale per l’Italia.
Chi non si rende conto che quell’avamposto è in effetti l’avamposto di una guerra politica che mira a eliminare il governo socialista spagnolo, l’unico che stona ormai nell’Europa delle destre più anti liberaldemocratiche che il continente abbia mai conosciuto dal 1957, anno del Trattato di Roma. L’Europa dell’internazionale nera (un sistema di legami ideologici che si avvale di tanti soldi e di una potenza informatica di propaganda e fake news molto ben oliati) si appresta a riprendere il continente, paese per paese, con uno scopo assai chiaro: finirla con il progetto che porta il nome di Altiero Spinelli (già sbeffeggiato in Parlamento da Meloni) e che ha avuto come obiettivo quello di dare solidità allo stato di diritto e alla democrazia nel continente dove si sono sofferti i massacri più terrificanti nel nome del nazionalismo razzista. E la Spagna è il capro espiatorio.
Non possiamo non andare con la mente alla caduta della Repubblica spagnola, quella che in tre anni, dal 1936 al 1939, ha visto i regimi nazifascisti del continente, con Mussolini in testa e più attivo di Hitler, direttamente impegnati a cambiare il regime a Madrid. A novant’anni dall’inizio della guerra civile spagnola, siamo qui a temere che anche oggi sul fronte occidentale si giochi la nostra partita per la libertà. Allora, la fine della Guerra civile spagnola coincise con l’inizio della Seconda guerra mondiale. E l’Italia ebbe un ruolo fondamentale e malefico.
L’attacco di Meloni contro la Spagna, come quello di Mussolini. Con le dovute differenze, enormi, in questione c’era e c’è un nuovo ordine europeo: ora come allora. Anche per questo, non può non provocare un senso di rivolta morale e politica il comportamento codino tenuto dalla dirigenza della Commissione, che si sta, a quanto pare, preparando ai nuovi governi di destra in Francia e in Germania, con l’ipotesi della riconferma meloniana alle prossime elezioni italiane.
Tutto pronto per l’Europa della destra. Nel nome della remigrazione, e della ricostruzione nazionalista cristiana e bianca, del riarmo per rilanciare l’economia. Sinistri similitudini con un passato che non passa.
Le forze democratiche devono comprendere questo tempo e questo rischio. Non c’entra proprio nulla, oramai, la distinzione tra riformisti e non riformisti. La distinzione è solo una come la posta in gioco: tra democrazia liberale, ovvero costituzionale, e autoritarismi plebiscitari; tra pluralismo nella libertà e autoritarismo consensuale. Non si tratta di una lotta tra leader per le primarie, assai fuori tempo e luogo. Si tratta di un’azione collettiva e collegiale che sappia finalmente andare oltre le bagatelle tra i leader.
(da editorialedomani.it)
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