DECRETO LAVORO, QUELLO CHE MELONI CHIAMA “SALARIO GIUSTO” IN REALTA’ E’ IL MINIMO SINDACALE
MENTRE GLI STIPENDI SONO MANGIATI DALL’INFLAZIONE, IL DECRETO LAVORO PATACCA PREMIA CON I SOLDI PUBBLICI LE IMPRESE E RESTRINGE IL DIRITTO DEI LAVORATORI A RICORRERE AI GIUDICI PER OTTENERE RETRIBUZIONI DIGNITOSE
Per la quarta volta in quattro anni, il governo Meloni ha scelto il Primo maggio per
varare un decreto sul lavoro. La Presidente del Consiglio, insieme alle ministre Calderone e Roccella, ha presentato in conferenza stampa un pacchetto da un miliardo di euro di incentivi alle imprese, spacciati come misure relative ai redditi più bassi. Ma la novità è soprattutto lessicale: il trattamento economico minimo definito dai contratti collettivi (lo stesso stipendio con cui molti lavoratori faticano a pagare un affitto, a reggere l’inflazione, a mettere da parte qualcosa) viene definito dal decreto del governo Meloni come “salario giusto”.
Lo slittamento semantico: giusto come sinonimo di minimo
Nel testo del provvedimento, si fa riferimento al trattamento economico complessivo percepito dal lavoratore, cioè l’insieme delle voci retributive. Per individuare il “salario giusto” si guarda ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
In questo modo il governo si tiene lontano dall’ipotesi di un salario minimo fissato per legge, discussa negli ultimi anni sia dalle opposizioni sia, in passato, da forze politiche oggi al governo. Rispetto ai modelli discussi negli ultimi anni, si abbandona sia il parametro di paga oraria, preferendo ancorare i minimi a una retribuzione globale e complessiva, sia ogni ipotesi di tutela legale, demandando la definizione della soglia alla sola contrattazione collettiva.
Così, però, sul piano lessicale, si genera una confusione di significato: che sia legale o contrattuale, che sia orario o complessivo, il salario a cui ci si sta riferendo è la soglia minima, non il trattamento giusto.
La rappresentanza sindacale e la Costituzione inattuata
Nel ricondurre, poi, la definizione del salario minimo alla sola contrattazione collettiva, si ignora la storia delle relazioni industriali in Italia, condizionata fortemente dall’assenza di una legge sulla rappresentanza.
Il preambolo del nuovo decreto lavoro cita infatti gli articoli 35, 36 e 39 della Costituzione, ignorando che quest’ultimo, nella parte in cui prevede la registrazione dei sindacati, la loro personalità giuridica e il conseguente potere di stipulare
contratti collettivi efficaci erga omnes (validi cioè per tutti i lavoratori di una categoria) non è mai stato attuato.
Il risultato è che in Italia esistono centinaia di contratti collettivi nazionali, tra cui proliferano anche i cosiddetti contratti pirata: accordi stipulati con organizzazioni sindacali scarsamente rappresentative, che fissano minimi tabellari al ribasso e consentono ai datori di lavoro di scegliere il contratto più conveniente per l’impresa, a scapito dei lavoratori. È il fenomeno del dumping contrattuale, ed è una delle ragioni per cui i sindacati hanno nel tempo cambiato posizione sull’opportunità di un salario minimo legale: da contrari, com’erano storicamente, a favorevoli, proprio perché la realtà del mercato del lavoro, sempre più precario e frammentato, senza spinte collettive forti, ha reso evidente che la contrattazione collettiva, da sola, non riesce più a garantire tutele uniformi, e ha portato persino alla stipula di minimi tabellari sotto alla soglia di povertà.
Di fatto, con l’ultimo decreto meloniano sul lavoro, diventerebbero legalmente “salario giusto” quegli stessi minimi non dignitosi, che sono stati giudicati insufficienti dalla Cassazione, facendo leva sull’applicabilità diretta dell’articolo 36 della Costituzione.
La limitazione del principio costituzionale (e del potere dei giudici e delle tutele dei lavoratori)
L’articolo 36 della Costituzione stabilisce che la retribuzione deve essere proporzionata alla quantità e qualità dell’attività prestata dal lavoratore, ma “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
Quella promessa costituzionale è valida a prescindere dalla contrattazione collettiva, come autorevolmente sostenuto anche dalla Cassazione. Il lavoratore deve sempre poter provare in giudizio che la retribuzione che riceve è insufficiente e il giudice, verificata l’inadeguatezza del salario, deve ridefinire lo stipendio.
L’articolo 7 del nuovo decreto punta a limitare questo potere. Ancorando la definizione di “salario giusto” ai soli accordi collettivi, il governo mira a sottrarre ai magistrati la facoltà di valutare se una retribuzione sia davvero dignitosa. La tutela costituzionale smette così di essere un diritto del singolo e diventa un semplice esito dei rapporti di forza tra le sigle sindacali e datoriali.
E’ la versione aggiornata del disegno già visto l’estate scorsa. Con l’emendamento Pogliese, proposto dal relatore di Fratelli d’Italia in sede di conversione del decreto Ilva e poi ritirato davanti alle proteste, la maggioranza aveva tentato qualcosa di simile per via più diretta: se allora si cercava di impedire ai giudici di condannare le imprese al pagamento delle differenze retributive, con una presunzione di adeguatezza dei minimi contrattuali, oggi lo si fa con una manovra più sottile che agisce sulla definizione stessa di sufficienza salariale, ancorandola ai contratti collettivi.
Il premio per il minimo, l’incentivo per la normalità
Il cuore del decreto è però l’incentivo. Le norme della bozza descrivono infatti una serie di benefici per le imprese: esoneri contributivi per l’assunzione di giovani under 35, di donne e di lavoratori nella ZES (Zona Economica Speciale), per un valore complessivamente di quasi un miliardo di euro.
Giorgia Meloni ha presentato come “una novità che noi consideriamo molto importante” il requisito di accesso a queste decontribuzioni: “a quegli incentivi – ha spiegato la Presidente del Consiglio – si può accedere solo ed esclusivamente se si riconosce e si applica ai propri lavoratori quello che noi definiamo il salario giusto”.
In altri termini, per godere del meccanismo premiale le imprese devono rispettare i minimi dei contratti collettivi nazionali, minimi considerati “salario giusto” nel decreto meloniano.
Ma rispettare la legge non è un’opzione virtuosa, è un obbligo, un comportamento che dovrebbe essere normale (cioè, appunto, secondo la norma). Si passa così da un sistema sanzionatorio, che dovrebbe disincentivare atti illeciti (come violare i contratti e sfruttare i lavoratori), a un sistema d’incentivi, in cui si garantisce una ricompensa per una condotta obbligatoria, come se la decenza fosse qualcosa di straordinario, degno di un premio economico.
Al paradosso s’aggiunge paradosso se si pensa che queste decontribuzioni sono a carico della spesa pubblica, finanziata principalmente dal gettito di lavoratori e pensionati. Sono i lavoratori stessi a concorrere al finanziamento del sistema con cui si premiano le imprese che non sottopagano i lavoratori. È una forma particolarmente raffinata di quella privatizzazione dei profitti e socializzazione dei
costi che caratterizza da anni l’intervento pubblico nel mercato del lavoro italiano: lo Stato paga, l’impresa incassa, il lavoratore si rassegna al salario minimo, che il governo Meloni definisce “salario giusto”.
La neolingua meloniana e il suo impatto culturale
Il salario giusto è allora, in questo senso, una formula rivelatrice di una visione più ampia del rapporto tra lavoro, impresa e Stato. Quella locuzione rappresenta uno slittamento semantico consapevole, un’operazione di riscrittura del reale attraverso le parole: se il minimo diventa giusto, smette di essere percepito come una soglia di sopravvivenza, sotto la quale non si può scendere e a partire dalla quale si può rivendicare. Finisce, anzi, per sembrare una misura equa, soddisfacente, difficile da contestare.
È così che il linguaggio politico diventa norma giuridica e plasma i rapporti sociali. E, prima ancora di abbassare il livello delle tutele, ne cambia la percezione. Questa retorica funziona perché intercetta e cristallizza una rassegnazione già diffusa, presentando il minimo sindacale come il massimo a cui ambire.
Il nuovo decreto sul lavoro ribadisce così la visione del governo Meloni sul lavoro: la rinuncia a fissare una soglia legale chiara, il mancato intervento sulla rappresentanza, il tentativo di ricondurre la Costituzione entro i limiti della contrattazione (e, così facendo, di comprimere lo spazio di intervento dei giudici nella tutela dei lavoratori) e, infine, la scelta di sostituire garanzie con incentivi.
Non è un dettaglio che tutto questo venga annunciato, per la quarta volta in quattro anni di governo, il Primo maggio. Nella solennità civile in cui si celebrano dignità e diritti di chi lavora, il lavoro viene ridefinito attraverso un lessico che attenua il conflitto e falsifica la realtà, con un’operazione retorica, politica e giuridica tanto sofisticata quanto pericolosa.
(da Fanpage)
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