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COME BOCCASSINI, NEL SUO LIBRO, DISTRUGGE INGROIA, DI MATTEO, GRATTERI, DI PIETRO E TANTI ALTRI

La stanza numero 30. È il titolo scelto da Ilda Boccassini per la sua autobiografia edita da Feltrinelli. 30 è anche il numero dell’ufficio al quarto piano della procura di Milano dove la magistrata napoletana –milanese d’adozione – ha trascorso quasi tutta la sua carriera giudiziaria, fino alla pensione nel 2019, dopo quarant’anni esatti con indosso una toga. Il libro non è solo la storia di Ilda la Rossa, chiamata così da amici e nemici per il colore scintillante dei suoi capelli. È anche la cronaca di quarant’anni di storia giudiziaria italiana.
C’è il racconto della relazione tra Boccassini e Falcone, prima che questi venisse ucciso dalla mafia. Le loro notti insonni nei viaggi di lavoro da e per l’America Latina. Ore e ore passate abbracciati, con il sottofondo di Gianna Nannini.
Ma c’è anche tanto altro. La Selvaggia – come la definì Falcone per descriverne la determinazione a fare sempre di testa sua – ne ha per tutti: politici, giornalisti, esponenti delle forze dell’ordine. Ma anche e soprattutto per i suoi stessi colleghi magistrati.
Buscetta e il rapporto malato tra toghe e pentiti
Le storture interne alla potere giudiziario emergono con regolarità lungo tutte le oltre 350 pagine di racconto. Come nel capitolo dedicato a Tommaso Buscetta, il primo collaboratore di giustizia affiliato a Cosa Nostra. Grazie alle sue rivelazioni, Falcone e il pool antimafia riuscirono ad istruire il maxiprocesso degli anni Ottanta, costato migliaia di anni di galera per centinaia di mafiosi. Un rapporto, quello tra Falcone e Buscetta, che per Boccassini è unico. Un caso irripetibile, che purtroppo non è stato la regola per l’esercito di pentiti che vennero dopo. “Quante volte ho sentito pubblici ministeri dare del tu a un collaboratore, quante volte ho visto instaurarsi un falso rapporto amicale che, purtroppo, in alcuni casi è servito ai mafiosi per intuire le aspettative di chi li stava interrogando, fino ad adattare a tali aspettative le proprie dichiarazioni”. Il rapporto malato tra toghe e pentiti è la causa del profondo malessere di Boccassini quando pensa a “quante carriere si sono sviluppate a scapito della verità e dell’obiettività in questi ultimi trent’anni. Preferisco non pensarci, anche se solo a sentir parlare di ‘eredi del metodo Falcone’ sulla gestione dei pentiti mi si torce lo stomaco”.
I due anni a Caltanissetta per ‘vendicare’ Falcone e Borsellino
Dall’ottobre 1992 al 1994, Boccassini lasciò temporaneamente Milano e si fece trasferire a Caltanissetta, procura competente per le indagini sulla morte di Falcone e Borsellino, avvenute qualche mese prima. Arrivata nel capoluogo nisseno, l’accoglienza non fu delle migliori. “Cocca mia, quelle sono le carte della strage di Capaci”, si sentì dire dal procuratore Tinebra: “Arrangiati!”. La disorganizzazione delle prime indagini era evidente. I primi sopralluoghi fatti a Capaci dalle autorità, pochi minuti dopo l’attentato, erano stati mal coordinati. Le responsabilità di chi doveva fare cosa non erano per nulla chiare. Una matassa difficile da sbrigare per i Pm impegnati nell’inchiesta nissena.
La confusione era il terreno perfetto per mettere in campo tentativi di depistaggio. Soprattutto durante il processo Borsellino. Si perdettero diversi anni impostando l’intero impianto accusatorio sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Scarantino. Le informazioni del pentito, poi rivelatesi infondate, furono ritenute credibili dai magistrati di Caltanissetta, e portarono a numerose “condanne all’ergastolo ai danni di persone innocenti” spiega Boccassini. Insieme a Roberto Saieva, anche lui trasferito temporaneamente a Caltanissetta, Boccassini fu l’unica componente del pool a mettere in dubbio la credibilità del pentito, intuendo la pista del depistaggio. Tra i giudici che diedero credito alla versione di Scarantino, favorendo dunque il depistaggio in maniera indiretta, c’erano anche il procuratore capo Tinebra, Annamaria Palma e, soprattutto, un giovane Nino Di Matteo, oggi componente del Consiglio Superiore della Magistratura.
Le critiche a Di Matteo
Tra coloro che sconfessarono Scarantino, anni dopo, ci fu il pentito Gaspare Spatuzza. Sulla credibilità delle sue rivelazioni si concentrano i diverbi tra Boccassini, ormai tornata a Milano, da un lato, e i giudici di Palermo, dall’altro. Tra questi, “l’enfant prodige della procura di Palermo, Nino Di Matteo”. Secondo Boccassini, i due magistrati erano troppo “preoccupati del discredito che può derivare” verso la magistratura “quando emergono elementi che consentono una ricostruzione dei fatti diversa da quella risultante dalle precedenti sentenze, e che fanno sorgere il sospetto che la prima ricostruzione possa essere stata indotta da pressioni, da chiunque esercitate”. Boccassini voleva che venisse avviato un programma di protezione per Spatuzza, mentre i colleghi palermitani erano scettici sull’affidabilità del pentito. “Le sue dichiarazioni erano giunte a demolire punto per punto le fandonie disseminate da Scarantino proprio negli anni in cui a gestire il suo rapporto con lo Stato era lo stesso Di Matteo”, insieme al resto del pool nisseno.
…e ai magistrati impegnati in politica
A gestire il pentimento Spatuzza, oltre a Di Matteo, c’era pure Antonio Ingroia. Nel 2013, l’ex magistrato entrò in politica lanciando la propria lista elettorale, Rivoluzione Civile, e candidandosi alla Camera. I peggiori, dice Boccassini, sono “i magistrati ’paladini dell’Antimafia’. Un filone redditizio in termini di carriera e visibilità mediatica. Un nome per tutti: Antonio Ingroia, che nel corso della campagna elettorale del 2013 osò addirittura paragonarsi a Falcone. Come ha potuto paragonare la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni?”. L’egocentrismo di alcune toghe resta al centro delle sferzate di Boccassini lungo tutto il libro. Si rivolge anche ad Antonio Di Pietro, simbolo del pool di Mani Pulite, entrato in politica con Italia dei Valori. Altro esempio, si potrebbe dire parafrasando Boccassini, di magistrati che capitalizzano una brillante carriera professionale come trampolino di lancio in politica. Nel 2019 scomparve Francesco Saverio Borrelli, il procuratore capo a Milano durante Tangentopoli e punto di riferimento professionale e umano di Boccassini. Alla camera ardente allestita al palazzo di giustizia, “come prevedevo, ci furono alcuni colleghi che pensarono bene di sfruttare anche quella circostanza per il tornaconto personale. Insopportabile, per me, la scena di Di Pietro inginocchiato accanto alla bara”.
Nel 1995, dopo un breve ritorno a Milano, Boccassini è di nuovo in Sicilia, questa volta a Palermo. Sono anni difficili per la procura del capoluogo. Anni dominati dal ‘processo del secolo’, la maxi inchiesta per stabilire se il sette volte presidente del Consiglio Andreotti avesse avuto rapporti organici con Cosa Nostra. Sei mesi, durante i quali Boccassini vive malissimo l’isolamento nella quale è costretta a rimanere, sia per ragioni di sicurezza personale, sia per la mancanza di collaborazione di tante toghe palermitane, per nulla intenzionate ad esporsi in una fase così delicata della storia giudiziaria italiana. “Sono stati mesi di solitudine. Mai un invito a cena, un cenno di approvazione, una pacca sulla spalla. Tutti comportamenti che dicevano: non ti volevamo, sei venuta lo stesso, ora arrangiati”.
E poi, la decisione di tornare a Milano. Il procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, da sempre “affettuoso” con lei, prende male la decisione. Come fosse un tradimento. “Gian Carlo mi guardò esterrefatto. Fu talmente sorpreso che il suo tono solitamente pacato si fece brutale nel dirmi che no, non potevo lasciare Palermo proprio in quel momento perché c’era in ballo il processo Andreotti e la mia partenza improvvisa avrebbe alimentato chiacchiere dannose per il lavoro della procura”. Divergenze ci furono anche con un altro big della magistratura siciliana, Roberto Scarpinato, titolare del processo a carico dell’ex cavallo di razza della DC. Tra i due non ci fu mai un vero affiatamento professionale: “In primo luogo perché Scarpinato era stato uno dei magistrati che avevano ostacolato Falcone quand’era in procura”. E poi perché “non ho mai apprezzato il suo stile da narciso siciliano perfettamente rappresentato dalla sua acconciatura alla D’Artagnan”.
Nicola Gratteri il presuntuoso
Da capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, negli anni Dieci, Boccassini ha condotto indagini sulle infiltrazioni di ‘ndrangheta in Lombardia. Durante l’inchiesta Crimine Infinito, le procure di Milano e Reggio Calabria hanno lavorato a stretto contatto. Ed è in questa occasione che Boccassini collabora con il procuratore capo di Reggio, Giuseppe Pignatone, oggi presidente del Tribunale dello Stato di Città del Vaticano. Un lavoro di squadra eccellente, secondo Boccassini. “Creava un po’ di imbarazzo una sola nota stonata: l’atteggiamento dell’aggiunto reggino di Pignatone, Nicola Gratteri, che creava tensione con il suo continuo vantarsi di una conoscenza del fenomeno ’ndrangheta talmente approfondita, e a suo dire unica, da ricavarne bizzarramente (poiché era il solo a esserne convinto) un senso di superiorità nei nostri confronti. Un comportamento – scrive Boccassini – che non ci ha mai permesso di legare, dato che a stento ci salutava. A detta di chi lo conosce a fondo, per Gratteri far parte di un pool senza esserne il leader non ha alcun significato”.
Il complicato rapporto con Gianni De Gennaro
Quando Boccassini doveva decidere se trasferirsi o meno a Caltanissetta per indagare sulle stragi del 1992, in molti le sconsigliavano di andare. Tra i pochi a sostenerla fu Gianni De Gennaro, all’epoca poliziotto, vicedirettore della direzione investigativa antimafia, per anni collaboratore di Falcone. “Il mio rapporto con De Gennaro è stato intenso, il suo ruolo nelle mie scelte di vita dopo la morte di Falcone è stato importante, gli volevo bene, lo stimavo”. A suo parere, afferma Boccassini, “l’impegno in Sicilia era una chiamata alle armi cui non avevo il diritto di sottrarmi. Ed escludeva che potessero essere di impedimento le questioni personali o le difficoltà famigliari”. Un sostegno professionale che non coincidette con un altrettanto rapporto disteso a livello personale. Quando una volta, in presenza di Buscetta, Boccassini non trattenne le lacrime di fronte al ricordo di Falcone, fu lo stesso De Gennaro ad apostrofarla in tono aspro, perché aveva pianto davanti a tutti. “Il compito che ti è stato affidato è troppo importante per metterlo a rischio con i piagnistei”.
I rapporti tra i due, però, toccarono il loro momento più basso alcuni anni dopo, quando Boccassini era ormai tornata a Milano – dove aveva iniziato ad indagare su Berlusconi – e De Gennaro a Roma, nel frattempo diventato capo della polizia. È il 2000, e Ilda la Rossa sta indagando Berlusconi e Cesare Previti nel processo ‘toghe sporche’, accusandoli di corruzione in atti giudiziari. Un’accusa pesantissima, alla vigilia delle elezioni politiche dell’anno successivo, decisive per far tornare a Palazzo Chigi il fondatore di Fininvest: “Berlusconi in persona non si lasciò sfuggire l’occasione di scagliarsi contro l’ufficio. Paragonò la nostra scelta processuale all’arrivo della ‘cavalleria delle toghe rosse’, utilizzata per eliminare dalla scena gli avversari politici. Si spinse fino a invocare l’intervento del presidente Ciampi, perché stigmatizzasse la persecuzione mirante ad azzopparlo nella corsa elettorale”. L’attenzione politica e mediatica sulla procura di Via Freguglia era altissima.
Ed è questo il momento in cui Boccassini ruppe con De Gennaro. In un incontro romano datato 10 novembre 2000, “senza preamboli e con il suo tono ruvido, il capo della polizia mi chiese ‘cosa stessi combinando a Milano’, aggiungendo che in tutti quei mesi aveva faticato a tenere a bada Berlusconi e i suoi, che aveva in ogni occasione parlato loro bene di me. Insomma, si era speso per ‘evitarmi il peggio’. Rimasi sbalordita – scrive Boccassini – spiazzata da quel discorso così diretto che nemmeno mi venne in mente di collegare quella rampogna al processo Toghe Sporche”. Invece erano proprio quelle indagini, “anzi, il tentativo di neutralizzarle, che rendeva De Gennaro tanto aggressivo”. La richiesta del capo della polizia fu diretta: Boccassini doveva fermare l’inchiesta su Berlusconi, “perché erano in gioco delicatissimi equilibri istituzionali”. La fine di un’amicizia: “Iniziò a montare dentro di me una rabbia feroce, mi sentivo tradita. Gli vomitai addosso parolacce e insulti mentre, infuriata, cercavo le mie cose e mi avviavo alla porta. Uscii, sbattendola con tutta la forza che avevo”.
La guerra dei trent’anni con il Cavaliere
Forse il braccio di ferro che ha l’ha resa odiata da mezzo paese e amata dall’altra metà. Boccassini non ha problemi, ora che ha appeso la toga al chiodo, a dire ciò che pensa di Berlusconi e dellee leggi ‘ad personam’ che “che miravano direttamente al cuore dei procedimenti in corso, per vanificarli o allungarne a dismisura i tempi. Quella vergognosa sequela di atti legislativi che sarebbe poi stata giustamente definita come difendersi ‘dai’ processi anziché difendersi ‘nei’ processi”. Poi, oltre alle leggi, una campagna stampa orchestrata dalle testate fedeli al Cavaliere la mise in difficoltà, e spesso anche in isolamento con altri suoi colleghi. Da qui il ricorso ad un segno distintivo di Ilva La Rossa: collane, orecchini, bigiotteria e chioma rossa acceso. Tutti elementi della persona messi in risalto nella copertina di Stanza numero 30. “Era il mio modo per esorcizzare la fatica, lo stress, la paura di sbagliare. La scelta di agghindarsi con questi accessori, che spezzavano la tristezza della mia accidentata vita professionale, era un modo tutto mio di lanciare un messaggio: ‘Se pensate di piegarmi, di spegnermi, vi sbagliate’”.
Fu l’inizio di una lunga guerra tra procura di Milano e Fininvest, combattuta in diversi procedimenti: Toghe Sporche, Sme, Lodo Mondadori, Ruby, per dirne alcuni. E nel racconto che Boccassini fa di questa guerra, emerge ancora una volta il tratto comune della sua autobiografia: tra gli effetti della conflittualità tra politica e magistratura “ci fu anche quello di destabilizzare le dinamiche all’interno della magistratura stessa. Diversi colleghi vivevano quei processi come un ostacolo alle loro carriere o a eventuali richieste di adeguamenti economici. Una lettura corporativa, che rese palpabile l’ostilità” tutta interna agli uffici di Via Freguglia nei confronti di Boccassini.
Gli attacchi della futura presidente del Senato Casellati durante l’affaire Ruby
All’offensiva contro le inchieste milanesi sul Cavaliere parteciparono tante figure. Boccassini le elenca praticamente tutte. Tra gli avversari più importanti, ai tempi del processo Ruby, c’erano esponenti del Centrodestra come Santanché, Taradash ma anche Maria Elisabetta Alberti Casellati, dal 2018 presidente del Senato. “Berlusconiana di ferro – la descrive così Boccassini – con un excursus politico-istituzionale di alto livello, interamente dovuto al fondatore di Forza Italia. Non ha mai perso occasione di attaccare frontalmente il lavoro della procura di Milano, ribadendo la sua convinzione che decine di magistrati agissero d’intesa per imbastire inchieste senza fondamento ed emettere sentenze sballate all’unico scopo di colpire Silvio Berlusconi. Logico quindi che ci fosse anche lei, l’11 marzo 2013, insieme a un altro centinaio di parlamentari del Popolo della libertà, a manifestare nei corridoi e di fronte al palazzo di giustizia durante un’udienza” del processo alle olgettine, le ragazze che partecipavano alle ‘cene eleganti’ di Berlusconi ad inizio anni Dieci, quelle del Bunga Bunga. “Si trattava di donne anche diplomate e laureate, senza nessuna scusante economica o sociale. Credo che queste ragazze siano l’angosciante prodotto di trent’anni di cultura dozzinale, in cui l’ambizione massima è un’ospitata in mediocri trasmissioni televisive”.
(da Huffingtonpost)

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