DOPO LA CRISI DI CEUTA, GIORGIA MELONI VUOLE CONVINCERE TUTTA EUROPA A PUNTARE SUI CENTRI PER I RIMPATRI IN PAESI TERZI, SULLA FALSARIGA DEL “MODELLO ALBANIA”. FINORA PERO’ I PROGETTI DI QUESTO TIPO SI SONO RIVELATI DEI COLOSSALI BUCHI NELL’ACQUA
LA GRAN BRETAGNA DI BORIS JOHNSON VOLEVA TRASFERIRE I MIGRANTI IRREGOLARI IN RUANDA: UN PROGETTO STRONCATO DALLA CORTE SUPREMA BRITANNICA E COSTATO 290 MILIONI DI STERLINE … LA DANIMARCA AVEVA PROVATO AD AFFITTARE IL CARCERE DI GIJILAN IN KOSOVO PER IL TRASFERIMENTO DI 300 DETENUTI STRANIERI. UNA PROPOSTA BOCCIATA DALLE ORGANIZZAZIONI UMANITARIE … E IL “MODELLO ALBANIA” CARO AL CREDO MELONIANO? NEL 2025 LA GESTIONE DELLA STRUTTURA DI GJADER È COSTATA 50 MILIONI DI EURO (CON QUALI RISULTATI?)
Non ce n’è uno che abbia funzionato. Ogni progetto di creazione di hub in Paesi terzi è finora
miseramente naufragato, con a strascico gran spreco di denaro pubblico. Ma dopo la crisi di Ceuta, c’è chi in Europa si mostra più che disponibile alla mossa del governo Meloni, che lavora un’accelerazione sui return hub lontani dalle frontiere dell’Unione, incluso in Paesi che la stessa Ue identifica come “non sicuri”. […]
A provarci per prima è stata la Gran Bretagna di Boris Johnson, che ha ipotizzato di trasferire in Ruanda chiunque fosse entrato illegalmente in Gran Bretagna. Il progetto è stato bocciato dalla Corte suprema e cancellato all’arrivo dell’ex premier laburista Keir Starmer a Downing Street. Ma in due anni è costato 290 milioni di sterline, versate a Kigali per strutture e allestimenti e solo una sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha respinto le richieste di “saldo” del Ruanda, ha salvato Londra da un ulteriore esborso di 100 milioni.
Anche la Danimarca ci ha provato, ma cambiando target. Trincerandosi dietro il sovraffollamento nelle carceri, ha ipotizzato di “affittare” l’istituto di pena di Gjilan in Kosovo per trasferirvi 300 detenuti non danesi, tutti da rimpatriare a fine pena. […]
E non sarebbe certo a buon mercato: l’accordo, che Pristina ha approvato solo nel 2024, prevede il pagamento di 200 milioni di euro l’anno, più la ristrutturazione dell’istituto. Solo nelle scorse settimane è stato liberato per dare inizio ai lavori, ma i primi trasferimenti non sono in agenda prima dell’aprile 2027.
Anche l’Italia già nel 2002 aveva provato a seguire la strada dell’outsourcing. L’ipotesi prevedeva il trasferimento a Peqin, in Albania, dei detenuti albanesi in Italia. Un progetto costato 7 milioni di euro e subito naufragato. […]
Poco più di vent’anni dopo, con l’Albania di Edi Rama, il governo Meloni ha sottoscritto il protocollo che ha dato vita alla formula ibrida di Shengjin e Gjadër: centri delocalizzati in territorio albanese, ma soggetti a giurisdizione italiana. Un fallimento annunciato: già prima dell’inaugurazione, i magistrati avevano infatti chiarito l’illegittimità delle procedure accelerate di frontiera, che prevedono il rimpatrio di default di chi provenga da un Paese ritenuto sicuro, ribadendo la necessità di valutare caso per caso.
Risultato: tre tentativi di trasferimento da ottobre 2024 a gennaio 2025, 73 persone intercettate in mare e rimaste per alcuni giorni prigioniere in un centro in cui il governo progettava di rinchiuderne tremila al mese, tutti riportati in Italia per ordine dei giudici. Pur di far funzionare i centri, il governo – che per mesi ha attaccato frontalmente la magistratura – ha tentato anche di rimodellare anche norme e procedure.
Ma né il nuovo decreto che ha identificato i cosiddetti “Paesi sicuri”, né lo spostamento della competenza sui trattenimenti alla Corte d’appello hanno cambiato la situazione.
Un’ostinazione che solo nel 2024, hanno calcolato Action Aid e ateneo di Bari, è costata almeno 114mila euro al giorno. Non meno fallimentare si è rivelata la fase 2, quando in Albania sono stati trasferiti alcuni dei trattenuti nei cpr della penisola.
Da maggio 2025 a metà luglio 2026 sono state trasferite 685 persone, di cui meno del 15% è stata rimpatriata. Costo approssimato per difetto: 500mila euro cadauno, se è vero che per il solo 2025 – ha confermato il ministro Piantedosi – la gestione di Gjadër è costata 50 milioni e i rimpatri sono stati 101. Nel frattempo, sono stati registrati almeno 95 tentativi di suicidio e atti di autolesionismo. […]
Nel frattempo, Italia e Ue lavorano anche sull’altra sponda del Mediterraneo. Nonostante nessun Paese ne riconosca il governo, Bruxelles ha di recente approvato i piani per l’istituzione di un Centro di coordinamento del soccorso marittimo a Bengasi, nella Libia di Haftar. Una mossa cui le organizzazioni umanitarie guardano con preoccupazione perché potrebbe fare da apripista all’individuazione della Cirenaica prima come “porto sicuro”, poi come “Paese sicuro”.
(da Repubblica)
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