IL COLLEGA INGLESE A MOSCA RIVELA: “VANNACCI VOLEVA LEGAMI MILITARI CON LA RUSSIA E SIMPATIZZAVA PER IL FASCISMO”
INTERVISTA A JOHN FOREMAN, ANALISTA DI CHATHAM HOUSE ED EX UFFICIALE DELLA MARINA DA GUERRA BRITANNICA
John Foreman, al tempo attaché militare all’ambasciata del Regno Unito, racconta a
Fanpage.it: “Ci allarmavano il suo voler riallacciare rapporti cordiali con le forze armate russe, e le simpatie politiche. La affinità con Putin e l’ego gli impedirono di capire che Mosca avrebbe invaso l’Ucraina”.
Aveva posizioni “preoccupanti” sulla Russia, per i diplomatici di altri Paesi NATO. Ed “era esplicito nella sua nostalgia per il ventennio fascista”. Quando divenne attaché militare all’ambasciata d’Italia a Mosca, l’attuale leader di Futuro Nazionale forse non vedeva ancora il mondo al contrario, ma aveva già idee vannacciane su parecchie cose, spiega a Fanpage.it un suo collega di allora. John Foreman, l’ufficiale della Marina da guerra britannica che ricopriva all’ambasciata del Regno Unito lo stesso ruolo che Vannacci aveva alla nostra, strinse rapporti di lavoro e sociali abbastanza stretti da conoscerlo bene. Dopo l’adrenalina dei periodi passati nei reparti d’élite dell’esercito italiano, al comando del 9° Reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin e della Brigata Folgore, la pacatezza di Villa Berg, sede della nostra diplomazia nella capitale russa, dovette sembrargli una specie di paradiso. E le persone che incontrava nel suo ufficio, al numero 5 di Denezhny pereulok, due passi dalla Nony Arbat, cuore della città, erano ben diverse dalla “feccia” conosciuta durante i combattimenti in Iraq, in Afghanistan, in Libia, in Somalia e in Bosnia. Vannacci era rilassato. E parlava con i colleghi stranieri senza le cautele che il suo incarico in teoria prevede.
John Foreman attualmente è un ascoltato analista di Chatham House, il think tank londinese di politica estera. Ufficialmente irreperibile perché in vacanza, ci risponde brevemente al telefono.
Comandante Foreman, il Vannacci che lei ha conosciuto a Mosca corrisponde al “cavallo di Troia” di Putin descritto dal report dell’ERCF, l’ European Council on Foreign Relations, poi ripreso dal Financial Times?
Non credo che sia un “candidato manchuriano” (in gergo diplomatico-militare: un politico o funzionario segretamente controllato o manipolato da una potenza straniera, ndr). Ma di sicuro era un “fellow traveler” del Cremlino. Simpatizzava per la politica di Mosca.
Un “utile idiota”, per dirla con Lenin – se mai l’ha detta?
Aveva affinità con il concetto politico dell’uomo forte. Era un ammiratore del potere statale. Era l’espressione di quel tipo di militari italiani convinti che non dovremmo essere in conflitto con la Russia, ma che la Russia dovrebbe essere un partner. Il loro atteggiamento era: “Lasciamoci il passato alle spalle”.
La forza del capo e dello Stato sono cardini dell’attuale sistema di potere in Russia e di tutti i regimi autoritari e totalitari. Vannacci, quando era a Mosca, ha mai esplicitato visioni nostalgiche del fascismo storico italiano?
Oh, non le nascondeva affatto.
E lei, come attaché militare di un Paese NATO, non si preoccupava per queste posizioni del suo omologo all’ambasciata d’Italia?
Sì, certo. In particolare, ero allarmato perché lui aveva come obiettivo quello di creare rapporti militari cordiali con i russi. E trovai allarmante anche la sua analisi superficiale e sbagliata nel 2022, prima della guerra (Vannacci escludeva la possibilità che la Russia invadesse l’Ucraina,ndr).
Perché, secondo lei, sbagliò così di brutto?
La sua affinità con la Russia e con il regime, la sua scarsa comprensione del più ampio contesto storico e, forse, la considerazione che aveva di sé e il suo ego gli impedirono di formulare una valutazione corretta.
In che senso il suo ego gli proibiva di valutare i fatti correttamente?
Con Roberto, è una questione di carattere e capacità di giudizio. Agiscono in parallelo.
Può elaborare?
Preferisco farlo con più calma, in un altro momento. Comunque, Roberto Vannacci è una figura per certi versi autoritaria. Si può cogliere la sua affinità con il pugno di ferro di Putin e con la narrazione del Cremlino secondo cui Putin avrebbe riportato disciplina e ordine.
Il Vannacci di allora era pro-Italia fino in fondo, come dice oggi? O aveva adottato un concezione degli interessi italiani che di fatto era utile al Cremlino?
La sua posizione era “prima l’Italia”.
(da Fanpage)
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