LA CATENA DEL POTERE POLITICO DIETRO L’ESIBIZIONE A CASERTA DEL COMPLICE DI PUTIN
LA TRIANGOLAZIONE DI INTERESSI TRA REGIONE CAMPANIA, SOTTOSEGRETARATO ALLA CULTURA E IL MANAGER ARIOSI… GERGIEV SARA’ INSERITO NEL PROSSIMO PACCHETTO DI SANZIONI EUROPEE, RISCHIA SEQUESTRO DEI BENI E RITIRO DELLA CITTADINANZA
C’è un filo che lega Verona alla Reggia di Caserta, passando per Roma e San Pietroburgo. Un filo che non ha nulla a che vedere con la musica come arte, ma molto con la musica come strumento di potere.
Il prossimo 27 luglio 2025, nella maestosa cornice vanvitelliana della Reggia, scalerà il podio Valery Gergiev, figura emblematica della cultura putiniana, in un evento destinato a scuotere gli equilibri istituzionali.
Dietro il concerto si consuma una guerra di potere sempre più esplicita tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il sottosegretario Gianmarco Mazzi. Al centro del conflitto, la gestione dell’immagine internazionale della cultura italiana e
l’opportunità – o meno – di legittimare figure compromesse come quella di Valery Gergiev. Giuli avrebbe voluto che la Reggia di Caserta, in virtù del suo codice etico ispirato all’Agenda Onu 2030, chiedesse formalmente a Gergiev di fare un passo di lato.
Una posizione netta, sostenuta anche da partner europei e alleati internazionali: Paesi Bassi e Ucraina hanno formalmente richiesto che Gergiev venga incluso nel prossimo pacchetto di sanzioni dell’Unione europea, proprio per il suo ruolo attivo nella propaganda russa a sostegno del regime di Vladimir Putin.
La fermezza di Giuli è stata riconosciuta anche da Andrii Nadzhos, viceministro della Cultura ucraino, che ha espresso pubblicamente gratitudine per la posizione assunta dal ministro italiano nel definire l’esibizione di Gergiev come una manifestazione di propaganda russa, e per l’attenzione dimostrata sull’argomento durante l’incontro con il ministro della Cultura e delle Comunicazioni Strategiche di Kyjiv, Mykola Tochytskyi, svoltosi a Roma in occasione della Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina.
Mentre il ministro cercava di bloccare l’evento, il sottosegretario Gianmarco Mazzi, esponente di Fratelli d’Italia, ha lavorato in direzione opposta. Insieme alla Regione Campania, ha dato via libera all’organizzazione del concerto attraverso il coinvolgimento diretto di Alessandro Ariosi, agente musicale con base operativa in Svizzera, da anni legato a Mazzi da rapporti professionali e strategici. I due formano l’asse che
muove la macchina del potere musicale italiano, spingendo artisti, nomine e fondi al di fuori del controllo diretto del vertice ministeriale.
Una fonte interna al Ministero della Cultura, interpellata dal nostro giornale, conferma che sebbene giuridicamente l’intera manifestazione “Un’estate da Re” rientri nella giurisdizione della Regione Campania, la costruzione del cartellone segue una logica politica ben consolidata, volta a portare in Italia figure legate ai circuiti russi e ad Ariosi. Il vero ministro ombra è Mazzi, mentre il capo della segreteria tecnica Emanuele Merlino – vicino a Giovanbattista Fazzolari – è l’uomo macchina. In questo meccanismo, le linee politiche ufficiali risultano di fatto neutralizzate da un circuito parallelo di relazioni e scelte strutturate.
Mazzi ha costruito negli anni un sistema di accumulazione di potere culturale fondato sulle nomine, sulla gestione dei fondi pubblici, e sul controllo del racconto mediatico. Con la delega alla musica e allo spettacolo dal vivo, Mazzi ha occupato caselle chiave nei teatri italiani, rafforzando la sua influenza in modo trasversale, anche con le attività di agenzie e fondazioni vicine al suo network, e con alleanze strategiche con televisioni pubbliche e amministrazioni locali. La scalata dell’Estate Teatrale Veronese nella classifica dei festival Fnsv – passata dal settimo al secondo posto – è solo uno dei segnali evidenti di un sistema progettato con precisione politica, con Verona, la sua città, al centro del panorama musicale italiano.
In questo disegno, Alessandro Ariosi svolge un ruolo operativo determinante. Dirige le attività di agente dalla sede svizzera della società Ariosi Management, e rappresenta artisti di primo piano come Valery Gergiev, Daniel Oren, Chiara Muti e Alvise Casellati.
I compensi dei due direttori coinvolti – Gergiev e Oren – saranno versati dalla Regione Campania direttamente alla sede elvetica della società, evitando così qualsiasi problema con la normativa bancaria europea. Il legame tra Ariosi e la Russia è strutturale: nel 2024 è stato giurato alla Elena Obraztsova International Singing Competition di San Pietroburgo, rafforzando i rapporti con il Teatro Mariinsky.
Ma la rassegna “Un’estate da Re” non è solo una vetrina. È la prova generale di un nuovo accordo per la gestione della lirica in Campania e nel Mezzogiorno, in cui Ariosi cerca di conquistare posizioni di rilievo, inserendosi nei circuiti teatrali meridionali. La sfida è estendere la sua rete commerciale e di rappresentanza a un’area geografica finora solo parzialmente presidiata.
Il concerto di Gergiev è anche il preludio a un’altra battaglia: la nomina del nuovo sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli. Mazzi e il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca sostengono la candidatura di Fulvio Macciardi, ex sovrintendente del Comunale di Bologna, teatro dove molti artisti avevano legami diretti con Ariosi. Daniel Oren, che sarà sul palco della Reggia, verrebbe nominato direttore musicale del
San Carlo. A contrastare questa ipotesi, il ministro Giuli e il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, che immaginano un altro nome.
Per De Luca, però, la vera posta in gioco non è la pace culturale o il dialogo istituzionale: è la possibilità di piazzare un altro tassello strategico prima della sua uscita di scena con le prossime elezioni regionali. Il San Carlo, in questa visione, diventa una delle ultime roccaforti culturali da consolidare, lasciando in eredità agli alleati fedeli un potere simbolico e operativo difficilmente reversibile.
Il ritorno in Italia di Gergiev, in questo quadro, non è un incidente né una leggerezza artistica. È l’emblema di un sistema che usa la musica come strumento di influenza, legittimazione e rendita. Un sistema che agisce in parallelo rispetto alle istituzioni ufficiali, alimentato da relazioni personali, reti internazionali e triangolazioni politiche, aspettando che finisca la guerra e si possa tornare a fare affari alla luce del sole con oligarchi e amici dei torturatori.
(da Linkiesta)
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