LA NUOVA OSSESSIONE DI GIORGIA MELONI: EVITARE IL LOGORAMENTO. LA DUCETTA TREMA ALL’IDEA DI AFFRONTARE UN ANNO DI CAMPAGNA ELETTORALE: ROBERTO VANNACCI ECCITA GLI ELETTORI DI DESTRA DELUSI, LA LEGA BY SALVINI È IN UNO PSICODRAMMA SENZA USCITA, FORZA ITALIA SVOLTA AL CENTRO CON MARINA BERLUSCONI E TRA I FRATELLI D’ITALIA SI MOLTIPLICANO SCAZZI E VELENI
CHE FARE? L’UNICA STRADA PER SALVARE LA CADREGA È PORTARE IL PAESE AL VOTO ANTICIPATO, EVITANDO PERÒ L’ELECTION DAY CON LE AMMINISTRATIVE NELLE CITTÀ GOVERNATE DAL CENTROSINISTRA. LA DATA C’È GIÀ: L’11 APRILE (PER PERMETTERE AI PARLAMENTARI DI MATURARE LA PENSIONE). MA LA SORA GIORGIA NON HA FATTO I CONTI CON IL QUIRINALE: È SERGIO MATTARELLA A SCIOGLIERE LE CAMERE. E LE HA GIÀ FATTO SAPERE CHE NON CI PENSA PROPRIO DI SPEZZARE IN DUE IL VOTO: SAREBBE UN COSTO INUTILE E INGIUSTIFICABILE CON I CITTADINI, CHE ARRANCANO TRA BOLLETTE ALLE STELLE E INFLAZIONE
C’è una data che inizia a circolare con insistenza nei conciliaboli della maggioranza: 11 aprile
2027. È quella di un eventuale voto anticipato, evocato in tempi non sospetti da Matteo Salvini e ormai diventato tema di dibattito anche nelle stanze ovattate di Palazzo Chigi. Da dove, non per caso, è partita la brusca accelerazione sulla nuova legge elettorale, da licenziare a ritmi record entro la pausa estiva. Passaggio che favorirebbe, ragionano nel cerchio magico meloniano,
le grandi manovre per sciogliere le Camere prima della scadenza naturale fissata a ottobre dell’anno prossimo.
Una dead line che tutti, alla luce delle crescenti tensioni — interne ed esterne — cui è sottoposto l’esecutivo, cominciano a considerare troppo lontana, e perciò rischiosa, ai fini dell’auspicato bis. Sul quale incombono come macigni lo sfilacciamento della Lega e l’avanzata di Roberto Vannacci. Meglio allora capitalizzare il consenso di cui ancora sembra godere il centrodestra, anziché aspettare che la pessima congiuntura economica e il logoramento del governo produca effetti peggiori.
È già da un po’ che i fedelissimi della premier si sono messi a sfogliare il calendario per individuare la data migliore per chiudere la legislatura. Cerchiando in rosso, come in una sorta di sentiero minato, tutti gli ostacoli da superare o bypassare per uscirne indenni. Ebbene, è proprio da questa mappa disseminata di divieti, percorsi obbligati e termini di legge, che infine è emersa — oltre a un mese preciso: aprile — pure una domenica (con lunedì annesso) in cui gli italiani potrebbero essere chiamati a rinnovare il Parlamento: l’11 e 12. La prima strategicamente utile a confermare l’attuale maggioranza: in grado cioè di rispettare una serie di requisiti per provare a vincere le politiche.
Indicazione figlia, innanzitutto, dell’impatto sulle tasche di deputati e senatori, in particolare quelli alla prima legislatura: con la riforma del 2012, infatti, il diritto alla pensione matura solo se si è svolto un mandato intero, che scatta dopo 4 anni, 6 mesi e un giorno. Poiché il calcolo inizia dalla proclamazione, avvenuta l’8 ottobre 2022, ecco che se si votasse prima del 9 aprile quasi metà degli eletti dovrebbe rinunciare all’agognato trattamento. Come minimo si rischierebbe una rivolta, anche fra le fila di FdI.
L’altro elemento che porta all’11 aprile (con possibilità di slittare di una settimana) è più politico, ma altrettanto tattico: attiene alla prevista tornata di amministrative. Tra la prossima primavera e l’estate si apriranno i seggi in cinque grandi città, le più importanti del Paese: Roma, Milano, Napoli, Bologna e Torino. Tutte guidate dal centrosinistra e con ottime chance di riconferma. Perciò Meloni ha già detto ai suoi che i due appuntamenti, locale e nazionale, vanno sganciati l’uno dall’altro.
Come? Intanto si dovrà evitare l’election day, probabilmente non sgradito al Quirinale per una questione di costi, oltre che per incoraggiare l’affluenza. E poi fare in modo che un’eventuale vittoria degli avversari alle comunali non inneschi un effetto domino sulle politiche. Da qui l’ipotesi di anticiparle per provare a blindare Palazzo Chigi e sperare che l’onda favorevole si riverberi poi sulle elezioni successive. Se infatti perdesse le amministrative e poi si votasse per il Parlamento, il rischio sarebbe un cappotto micidiale.
Se questa spinta dovesse prevalere, fatte salve le prerogative del Colle, le Camere andrebbero quindi sciolte al più tardi entro fine febbraio: l’art.61 della Costituzione stabilisce difatti che le elezioni delle nuove debbano tenersi entro 70 giorni dalla fine delle precedenti. Il gioco a incastri con le comunali e le onorevoli pensioni porta ancora all’11 aprile.
Una scelta sulla quale, fra l’altro, peserebbero pure valutazioni sul precario stato di salute della maggioranza e la sua dialettica interna. La Lega, in grande sofferenza, sta facendo pressing per un ritorno di Salvini al Viminale: scenario a cui Meloni sembra ostile. E perciò da scoraggiare sfoderando l’arma del voto anticipato: se si chiude a febbraio, un trasloco di qualche mese avrebbe poco senso.
Sempre che non prevalga la tentazione — di cui si vocifera in un centrosinistra assai preoccupato — di stringere ancora di più i tempi per portare il Paese alle urne già ad ottobre 2026. Soprattutto per evitare di intestarsi una legge di bilancio lacrime e sangue. Ma questo vorrebbe dire sciogliere il Parlamento fra due mesi, in pieno agosto. Un azzardo. Che forse neppure Meloni può permettersi.
(da Repubblica)
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