“LA SCONFITTA DI ORBAN APRE UNA NUOVA FASE E INFLIGGE UNO SMACCO AI POPULISTI”: L’EX PRESIDENTE FRANCESE HOLLANDE (CHE HA AMBIZIONI PRESIDENZIALI NEL 2027) INFILZA TRUMP (“FINCHE’ SARÀ AL POTERE, O FINCHÉ LO SARANNO I REPUBBLICANI DOPO TRUMP, BISOGNA ACCETTARE IL FATTO CHE GLI STATI UNITI SI ALLONTANINO DALL’EUROPA”)
SPIEGA CHE IL 2027 SARA’ DECISIVO PER L’EUROPA CON LE ELEZIONI IN ITALIA E FRANCIA: “SE L’ESTREMA DESTRA ARRIVASSE AL POTERE NEL MIO PAESE IL CORSO DELLA COSTRUZIONE EUROPEA SAREBBE INTERROTTO. SULLA DIFESA, IL LEGAME CON GLI USA, IL RAPPORTO CON LA RUSSIA, NON POTREBBE PIÙ ESSERCI UNA POLITICA EUROPEA. QUINDI IL VOTO DEI FRANCESI DETERMINERÀ IL FUTURO DEL CONTINENTE EUROPEO”
Presidente, quanto è importante per l’Europa l’esito del voto in Ungheria?
«La sconfitta di Orbán apre una nuova fase e infligge uno smacco ai populisti. L’Europa non avrebbe potuto accettare ancora a lungo che l’Ungheria fosse allo stesso tempo il cavallo di Troia di Vladimir Putin, la quinta colonna dei cinesi e la collaboratrice di Donald Trump. Perché in realtà l’Ungheria è stata amica dei tre imperi che oggi ci minacciano in modi diversi.
La Russia, con la sua aggressione militare; gli Stati Uniti, con la loro volontà predatrice sulle nostre risorse e sulle nostre industrie. E la Cina, con un’azione commerciale che ci inonda di prodotti. L’Ungheria ha rifiutato questo destino e l’Unione europea deve accompagnarla affinché non torni indietro».
François Hollande, capo di Stato francese dal 2012 al 2017, oggi deputato socialista con rinnovate ambizioni presidenziali, offre al Corriere la sua visione europea, prima dell’intervento di venerdì all’incontro «Idee per il futuro, nel cuore di Roma».
L’Unione europea si sta dimostrando all’altezza nella crisi internazionale?
«L’Ue ha espresso il rifiuto di partecipare all’operazione militare avviata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Era il minimo che potesse fare, e i nostri Paesi hanno anche rifiutato che le forze americane utilizzassero il nostro territorio per condurre i bombardamenti.
Altrettanto necessario. Oggi, l’Europa deve affermare chiaramente che il cessate il fuoco non può essere un modo di risolvere i conflitti. Soprattutto se viene violato il giorno dopo la sua proclamazione. Occorre quindi pensare a un vero negoziato, nel quale l’Europa deve chiedere di essere parte attiva
Perché il futuro dello stretto di Hormuz e la situazione in Medio Oriente riguardano direttamente la nostra sicurezza e la nostra economia. L’Europa non può limitarsi a un ruolo di osservatore, ma deve condurre un’azione diplomatica per contribuire a trovare una via d’uscita al conflitto».
Gli europei parlano ancora a più voci?
«Sì, esistono delle differenze, non soltanto sul rapporto con gli Stati Uniti. Ma ciò che è stato comunque preservato, e questo è l’essenziale, è una forma di unità europea che non è stata troppo scossa dalle azioni di Donald Trump».
In che modo gli attacchi e le minacce di Trump e della sua amministrazione influiranno sul rapporto tra Europa e Usa? Siamo arrivati a un punto di non ritorno?
«L’Europa ha capito che gli Stati Uniti non garantiscono più una protezione automatica e non associano più i partner alle proprie decisioni. Finché Donald Trump sarà al potere, o finché lo saranno i repubblicani dopo Trump, bisogna accettare il fatto che gli Stati Uniti si allontanano dall’Europa. Anche quanto alla nostra stessa sicurezza».
L’anno prossimo si vota appunto in Francia, Italia, Spagna, Polonia. Il 2027 sarà decisivo per l’Europa?
«Senza pretendere che la Francia disponga di uno status particolare, se l’estrema destra arrivasse al potere nel mio Paese il corso della costruzione europea sarebbe interrotto. Non sul piano economico — penso che il Rassemblement national, ormai, abbia accettato il mercato comune — ma sulla difesa, il legame con gli Usa, il rapporto con la Russia, non potrebbe più esserci una politica europea. Quindi il voto dei francesi, l’anno prossimo, determinerà in larga parte il futuro del continente europeo».
Se invece fosse di nuovo lei il presidente francese, sarebbe favorevole alla svolta federale evocata sempre più spesso, da Mario Draghi per esempio?
«Sì, ma non con tutti i Paesi membri, perché non sono pronti, e non in qualsiasi ambito. Ma sulla difesa, sull’industria e sulla questione del digitale e dell’intelligenza artificiale, abbiamo bisogno di una tappa di integrazione supplementare».
(da Corriere della Sera)
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