NOVAYA GAZETA CHIUDE, INTERVISTA AL DIRETTORE: “CI HANNO STRANGOLATI, IN RUSSIA INFORMARE E’ DIVENTATO UN REATO”
SEI GIORNALISTIASSASSINATI, LA STANZA CHE FU DI ANNA POLITKOVSKAYA, IL COLLEGA ARRESTATO, LE DONAZIONI BLOCCATE E IL POTERE DI PUTIN: “UN SULTANATO”…IL 9 NOVEMBRE L’ULTIMA EDIZIONE… NEL SILENZIO DI CONTE, SALVINI, VANNACCI E ITALICI FIGLI DI PUTIN
“È un naufragio. È la devastazione della casa dove abbiamo vissuto e lavorato per
trent’anni, insieme a chi per lavorarci è stato ammazzato”: Sergey Sokolov è il direttore di Novaya Gazeta. Parla a Fanpage.it mentre i suoi giornalisti stanno smantellando la redazione. Scatoloni e musi lunghi. Dmitry Muratov, premio Nobel per la pace nel 2021, impacchetta i sui libri. Ha un’aria spettrale, sopra la barba alla Hemingway. Fu tra i fondatori del giornale, che ha guidato fino a poco più di due anni fa. Alla nascita di Novaya Gazeta contribuì un altro Nobel per la pace: Mikhail Gorbachev spese l’assegno del premio per pagare stipendi e altro.
Viene svuotata anche la stanza di Anna Politkovskaya. Dopo il suo assassinio, vent’anni fa, tutto era rimasto come lei l’aveva lasciato. Macchina da scrivere, appunti, fotografie. Nei suoi reportage dalla Cecenia sgretolata sotto le bombe di un giovane Vladimir Putin, Politkovskaya aveva anticipato molto di quel che è divenuta oggi la Russia. “Un sultanato in cui il giornalismo è proibito”, è la definizione di Sokolov. Finito lo sgombero, il direttore preparerà l’ultima edizione. Uscirà il 9 novembre. È pessimista sul futuro della Russia. Ma vuol tenere insieme il gruppo e continuare a investigare sul potere. Come ha sempre fatto Novaya Gazeta, la più importante testata indipendente del Paese di Vladimir Putin. Quella delle inchieste più clamorose, delle critiche senza mezzi termini al regime e alle sue guerre. Il giornale chiude. I suoi giornalisti rimangono.
Direttore, “ci hanno ucciso”, ha scritto. Eravate sopravvissuti anche dopo l’assassinio di sei dei vostri. Cosa succede ora, per farvi chiudere? Che tipo di “omicidio” è?
Graduale, da strangolamento. Prima hanno bloccato i nostri siti web e vietato l’edizione cartacea. Poi hanno revocato l’autorizzazione a pubblicare. Via via, ci hanno dichiarati “agenti stranieri”. Tutti e cento quanti siamo. Questo significa che siamo stati privati dei diritti civili, professionali e patrimoniali. Infine, abbiamo ricevuto una comunicazione di risoluzione urgente del contratto d’affitto e così dobbiamo lasciare i locali nei quali abbiamo vissuto per trent’anni. Al contempo le banche ci hanno impedito di ricevere donazioni. Contributi dei lettori e donazioni sono la nostra unica fonte di sostentamento. E mentre ci facevano tutto questo, le autorità hanno anche preso uno di noi in ostaggio. Il mio collega Oleg Roldugin è agli arresti domiciliari. Ci sarà un processo. La probabile condanna potrebbe essere il prologo di altre, molto dure, nei confronti dei giornalisti di Novaya Gazeta.
Sul caso Roldugin lei è stato interrogato dalle autorità di sicurezza, la sua abitazione perquisita. Ma qual è il reato ipotizzato per il suo collega?
Il reato di giornalismo, in pratica. In Russia la raccolta di notizie si è trasformata in reato. È stata approvata una legge sulla protezione delle informazioni che protegge soltanto ciò che conviene allo Stato proteggere. Di conseguenza, la raccolta di dati personali, anche quando esiste una necessità di interesse pubblico di portarli alla luce, viene ormai considerata una pratica criminale. Qualsiasi lavoro di un giornalista investigativo può essere considerato un reato. Non solo: se lasciate la Russia e avete, da qualche parte su una chiavetta, numeri di telefono e dati dei passaporti di qualcuno, anche soltanto questo, se le autorità lo vogliono, può essere considerato delittuoso.
Come sempre, le leggi fatte per reprimere, sono vaghe nella formulazione, così da poterle piegare nel verso che conviene. Ma cosa perdono i cittadini russi perdendo Novaya Gazeta. Non i vostri lettori, ma chi non vi ha mai letto. I conformisti passivi, quelli che non criticano il sistema. Che ci rimettono, con la vostra chiusura?
La questione non riguarda soltanto il nostro giornale. È stato distrutto l’intero spazio dell’informazione della Federazione Russa. Le persone non sono affatto informate su ciò che accade nel loro Paese. Non possono sapere nemmeno che cosa succede nella strada accanto. Perché i mezzi d’informazione statali – e di altri non ne sono quasi rimasti – raccontano loro di un Paese che nella realtà non esiste.
Ma davvero lei pensa che le persone non capiscano ciò che accade? Forse lo capiscono, ma vogliono semplicemente vivere la propria vita e per questo accettano le cose così come sono?
Sta accadendo esattamente ciò che è già successo moltissime volte nella storia, quando si sono formate le dittature. Nelle dittature europee e latinoamericane, moltissime persone hanno cominciato a vivere esattamente come vivono oggi i russi. Si ritirano nella propria vita privata. Perché hanno paura, perché si sentono a disagio. Ma il problema principale è che le persone non hanno una visione del futuro. E quindi vivono occupandosi soltanto dei problemi del momento.
Lei è alla Novaya Gazeta fin dall’inizio. Com’è cambiata politicamente la Russia in trent’anni? Cos’è diventato il regime russo?
Una dittatura militare, perché la dimensione militare prevale su ogni altra, oggi. Ma il sistema politico somiglia a un sultanato. Nel senso di un potere personale assoluto. La fedeltà personale prevale sulle regole e lo Stato viene gestito come un patrimonio privato.
Tra ciò che state sgomberando, ci sono anche la stanza e il desk di Anna Politkovskaya. Un simbolo del vostro giornale. Non solo perché è stata uccisa, ma perché è stata una grande giornalista. Basta pensare alla lucidità con cui aveva previsto l’involuzione del regime di Vladimir Putin. Che effetto le fa vedere liquidare fisicamente ciò che ogni giorno ve la ricordava?
La sensazione complessiva è quella di una casa devastata. O di un naufragio (Sokolov è commosso, fa una pausa e si riprende, ndr). In questa casa abbiamo vissuto per trent’anni. Ci hanno lavorato i nostri colleghi assassinati. Sei persone: cinque giornalisti e l’avvocato del giornale. È come se le autorità entrassero nel vostro appartamento e dicessero: “Andatevene, voi qui non abitate più”. Senza nemmeno spiegarne le ragioni.
Il 9 novembre spegnerete le luci e, in un certo senso, finirà la vostra storia. Che cosa rimarrà in Russia da cui possa nascere una nuova vita libera, un Paese libero. Se finisse la guerra, potrebbe esserci una allentamento della morsa del regime?
Non sono tra quegli ottimisti che ritengono che la fine della guerra significherà necessariamente cambiamenti positivi nella vita della Russia. Sarà una grande felicità che le persone smettano di morire al fronte. Ma non credo che sul fronte interno, per i russi, le cose cambieranno. È come se alla Russia avessero rubato il futuro.
Lei rimarrà in Russia? Continuerà a fare il giornalista?
Per il momento siamo naufraghi. Stiamo cercando di salvarci dopo il naufragio. Quando avremo trovato nuovi locali, quando avremo trovato un posto dove trasferire ciò che ora dobbiamo mettere in un magazzino, ci siederemo e rifletteremo. Ma, considerando che sono il direttore, sento come un dovere quello di tenere insieme questa redazione. Forse non tutti. Dipenderà dai mezzi che riusciremo ad avere per ricominciare. Ma sì, certo che continueremo.
Chiude un giornale, ma i giornalisti restano.
Esattamente così.
Grazie direttore. Per questa intervista e per Novaya Gazeta. Buona fortuna! Udàci, come si dice in Russia.
(da Fanpage)
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