Destra di Popolo.net

QUINDICI ANNI FA LA MIA TRAVERSATA COI MIGRANTI: VOLEVO SCUOTERE LE COSCIENZE, MA L’OCCIDENTE HA PERSO

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

HANNO PREVALSO FALSITA’, EGOISMO E INERZIA

“Trenta ore… che volete che siano trenta ore? Niente. Poco più di un giorno. Quindici anni fa sono salito su un “barcone’’ (li chiamavano così) con 112 migranti. Era notte a Zarzis, in Tunisia, quando la barca è partita. Era notte a Lampedusa quando la barca è affondata e ci hanno salvati. Lampedusa: era allora l’ultima speranza e l’ultimo destino di tutti. Che ci facevo su un barcone, semplicemente uno che aveva un passaporto in regola? Che puoi dire di più per svelare tutto di un uomo in alcuni, vasti luoghi del mondo? Lì nomi storie vite tutto si riduce all’essenza cartacea: una copertina rigida con simboli arcani, una foto e un blocchetto di fogli di carta. Trenta ore, 22 di navigazione: eppure mi sono bastate per sapere tutto quello che si può sapere sugli uomini… trenta ore… Eppure ho bisogno di chiudere gli occhi per vincere il tempo, per immergermi in quel passato e far risuonare le sue voci e le sue grida. Si ascolta davvero bene soltanto a occhi chiusi.
Nessuno mi aveva costretto a imbarcarmi, nessuno mi avrebbe rimproverato per non averlo fatto. Non cercavo premi, prime pagine, soldi. Non cercavo niente. Era, in fondo, una questione privata tra me e loro, i migranti. Per chiarirla non si poteva evitare quel passaggio, diventare come loro almeno per venticinque ore. Dovevo rinunciare al passaporto. La migrazione non era nemmeno la storia che avrei dovuto raccontare. La guerra devastava la Libia, tiranni induriti dal tempo sparivano in una notte, popoli si sollevavano nella collera, altri non pensavano che a fuggire, a partire. Ma c’era quell’inesplicabile mistero: i migranti di Lampedusa. Bisognava aver perduto o sacrificato la ragione per partire su quelle barche marce e pensare che alla fine di quel viaggio c’era un mondo migliore. Oppure bisognava credere in dio per sfidare quel mare che in una mano tiene la tempesta e nell’altra la pace. Ma è lui che sceglie.
E dopo, tutti a chiedermi: che avete fatto, che avete detto in quelle trenta ore? Su un barcone, dodici metri senza stiva, è difficile parlare, attaccar discorso. Si ascolta insieme il trascorrere del tempo, un fruscio cupo, bellissimo, in cui svaniscono i secondi. Si sta rannicchiati uno vicino all’altro con le spalle che si toccano, immobili. Solo ora rifletto: quella è la posizione con cui gli esseri umani si curvano davanti alla morte. Non si fanno confessioni, non si raccontano storie sul barcone, si ascolta l’ansimare del vecchio motore, si spiano luci lontane da cui nuvole bianche si levano in alto, solenni. Una nave? La terra? Un miraggio? Le rare parole hanno la voce della lingua araba, piena di calore e di malinconia. Sembrano sorgere dalle tenebre della notte e stupirsi di sé stesse. Nessuno dei migranti mi chiese nulla, mi guardavano con una specie di avidità metodica, mi imparavano a memoria. Erano genti di sabbia e di terra, li sorprendeva l’amaro del vento, avevano sulle labbra il nuovo sapore dell’acqua e del sale. Varcata l’ennesima duna d’acqua, schiaffeggiati di schiuma, non avevano più che sprofondarvi. Non potevano tornare indietro. La paura? Non c’era paura. Forse si dovrebbe morire così, entrare nella morte attraverso l’immobilità. Scivolare senza scosse in un mondo liquido, passare da un regno all’altro… E poi, e poi: li hai ancora incontrati, hai tenuto i contatti? No, non chiedo a chi vive tragedie numeri di telefono, non li trasformo in una piccola rendita giornalistica, su cui vivacchiare il prossimo naufragio. Il mio rapporto con loro vale solo fino a quando sono come loro. Poi non ho più diritto di usarli, di spremerli come vittime.
E poi, e poi ci sono i quindici anni, quelli scivolati via dopo quel viaggio con tutto quello che c’è dentro, in questi anni. Ovvero che a prevalere alla fine è stato tra noi il santo egoismo, la spietatezza, la falsità, l’inerzia della carità. Lo temevo, del resto non poteva essere diversamente. È il consuntivo del mio assoluto, avvilente fallimento di testimone. Direte è nulla, che importa… Il guaio è che quella incapacità, mia, di creare emozioni e coscienza, sprofonda, ma non si annulla, in un fallimento più grande. Quindici anni che non hanno cambiato niente. Insorgete: non è vero, ci sono gli sforzi per la integrazione, i libri, gli articoli, i discorsi. Già. Quindici anni dopo potrei rifare lo stesso viaggio! C’è una sentenza più definitiva di bancarotta? Le barche salpano, affondano, e poi i centri di raccolta, i respingimenti. Solo i prezzi sono cambiati: mille euro pagammo allora, oggi cinquemila e più…Il Mercato! Nessuno, nessuno, né la destra xenofoba né la sinistra accogliente ha risolto niente.
Sulla migrazione si depositano invettive, progetti balordi, solidarietà ipocrite e razzismi concreti. Niente altro. La migrazione ha inaugurato il Grande Fallimento dell’occidente “buono’’, ha denudato le sue bugie, ha aperto la porta al corteo infernale delle guerre del disordine, del caos. La migrazione non finirà mai, mai, finché da qualche parte sanguineranno ancora le ferite che noi abbiamo inferto al loro mondo: sfruttamento, complicità con élite criminali, una geopolitica omicida.
Uno di loro mi raccontò che la cosa che più aveva colpito erano le porte. «Sì, le porte, le porte chiuse. Non le auto, i negozi ricchi, i ristoranti: le porte. Qui, nei vostri bellissimi e ricchissimi Paesi, le porte sono sempre chiuse. È una stranezza che avevo già notato nelle città che ho attraversato nei tre anni impiegati per arrivare qui, nelle città grandi e in Libia dove sono tutti ricchi. Le porte sono chiuse. Dove vivevo io prima di partire, nel villaggio, le capanne non hanno porte. Semplicemente si entra e si esce scavalcando un piccolo gradino. Non si chiude la porta quando si va a dormire o si esce per portare le bestie all’acqua o al pascolo. Non c’è niente da chiudere con i lucchetti, le catene, le chiavi. Si va. E la capanna resta lì, aperta. Perché mai ci dovrebbe essere una porta? Per difendere che cosa visto che non abbiamo niente? Al villaggio ci conosciamo tutti: se qualcuno ruba una pentola dopo poco tempo la vedresti nella sua capanna e la vergogna si abbatterebbe su di lui, il ladro. Non c’è niente da rubare, insomma. E quando arrivano i banditi o i gendarmi che sono poi la stessa cosa e ordinano di caricare tutto quello che abbiamo sui loro camioncini, beh pensate davvero che basterebbero le porte a fermarli? Le porte le abbiamo anche noi, per carità… ma dove? Nei granai. Perché lì bisogna difendere il teff dai topi e dagli uccelli che hanno fame come noi. La porta, di ferro, robusta, ce l’aveva l’emporio del paese. Il proprietario era un siriano. Dentro c’era di tutto: stoffe, scatole di legumi, terraglie, suppellettili di cucina, latte di coca cola, pelli di mucche, fascine di legna per il fuoco e sacchi di carbonella. Era ricco il siriano. I soldati andavano da lui a bere la birra, si davano grandi manate sulle spalle e non gli rubavano niente. Dicevano che aveva amici in città, potenti, che lo proteggevano. Aveva bisogno della porta, lui. Come voi che siete ricchi e la tenete sempre chiusa». Che cosa posso rispondere a quest’uomo?
Domenico Quirico
(da lastampa.it)

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TRA I LEADER E I PARTITI STORIE IN BILICO

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

LA PERSONALIZZAZIONE RISCHIA DI MODIFICARE LE RADICI DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA

Tra una settimana (il 22 e il 23 marzo) gli italiani saranno chiamati a esprimersi su una questione importante, per la nostra democrazia. Riguardo al ruolo e ai poteri dei magistrati. Una categoria al centro di confronti e polemiche da molto tempo. Perché si tratta di un attore centrale nel sistema democratico. E politico.
Com’è apparso evidente negli anni ’90, quando importanti partiti (e leader) vennero coinvolti e travolti nelle inchieste condotte dai magistrati su episodi di corruzione e finanziamenti illeciti. Riassunti nella definizione di Tangentopoli. In quanto definiva il sistema dei partiti come «la città delle tangenti». Un’inchiesta che ricondusse il sistema dei partiti all’interno di una visione che riassumeva l’atteggiamento di sfiducia e distacco espresso da gran parte dei cittadini nei confronti della politica e dei politici. E delineava l’immagine dei magistrati come coloro che garantivano giustizia. In altri termini: «i giustizieri del sistema politico».
Da allora sono trascorsi più di 30 anni. E molto è cambiato. Ma la distanza tra i poteri dello Stato non sembra essersi ridotta. Anche perché, nel corso del tempo, il sentimento dei cittadini verso la politica non sembra essere cambiato. Semmai, si è inasprito.
Per verificarlo è sufficiente osservare il rapporto “Gli italiani e lo Stato” condotto da LaPolis-Università di Urbino. In fondo alla graduatoria, come sempre, si collocano “i partiti”. Ormai un “participio passato”. Partiti e non si sa verso quale “destinazione”. Di certo “destinati” a non tornare, Per molto tempo, almeno… soprattutto perché, in tempi di “personalizzazione della politica”, sono stati sostituiti dai leader. E “dalle” leader. Visto che i principali partiti sono guidati da donne.
Il legame della democrazia con i partiti ha ragioni storiche. Perché i “partiti” riassumono e interpretano le “parti” che ne “rappresentavano” gli interessi e i valori. All’origine del significato stesso della nostra democrazia. “Rappresentativa”. La personalizzazione rischia, per questo, di modificare le radici della nostra democrazia. E di condizionarne il percorso, in ogni passaggio. Compresi i referendum
Una questione apparsa evidente nel referendum, che si è svolto dieci anni fa. Nel (dicembre) 2016, per “confermare” il superamento del bicameralismo paritario, proposto e voluto da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. La riforma definita, per questo motivo, “Renzi-Boschi”. Venne bocciata dagli elettori. Un esito che spinse alle dimissioni lo stesso Renzi, al tempo presidente del Consiglio.
E ciò spiega il motivo che ha indotto il (la) capo(a) del governo a chiarire che, comunque vada il voto, non intenda dimettersi. Anche se ne risulterebbe sicuramente indebolita. Perché, “nonostante i partiti siano partiti”, è indubbio che la loro assenza sia visibile. E significativa. In quanto indebolisce il fondamento sociale del sistema politico e, dunque, della democrazia. Che, come sottolinea la parola stessa, è “governo del popolo”.
Anche se le basi e i canali di comunicazione tra il governo, i partiti e il popolo sono cambiati profondamente rispetto al passato. In quanto la “mediazione” avviene attraverso i “media”. E l’avvento del digitale ha favorito un rapporto tra i cittadini e i leader neppure “diretto”, ma “immediato”. Senza mediatori né mediazioni.
Ciò spiega, in parte, le ragioni della fluidità del sistema politico, nel quale cambiano con grande frequenza gli attori della scena politica. Partiti e leader. Non solo in ambito nazionale.
Certo, la questione “di fondo” è la perdita dei riferimenti “fondamentali”. A livello globale, anzitutto. Con evidenti e immediate ripercussioni sul piano nazionale. Ma conta molto anche la globalizzazione comunicativa. Perché tutto ciò che avviene nel mondo in qualsiasi momento, nello stesso momento ha effetti “immediati” dovunque. Su ciascuno di noi. Per questo motivo è necessario affrontare i prossimi appuntamenti politici ed elettorali. O meglio: referendari, consapevoli che avranno effetti di lungo periodo. Sulla nostra vita. Politica, sociale. E personale.
(da Repubblica)

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A DESTRA IL CASO BIENNALE È L’OCCASIONE PER REGOLARE I CONTI: FRANCO CARDINI AZZANNA ALESSANDRO GIULI E DIFENDE L’AMICO BUTTAFUOCO, CHE HA RIAPERTO LA BIENNALE AGLI ARTISTI RUSSI: “QUI È IN BALLO LA LIBERTÀ E LA LEGITTIMITÀ DI ESPRIMERE CULTURA. NON VEDO I PRESUPPOSTI GIURIDICI O PROCEDURALI PER UN INTERVENTO DEL MINISTRO. SI TRASFORMERÀ IN UNA SCONFITTA PER IL GOVERNO IN QUALUNQUE MODO ANDRÀ A FINIRE”

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

LE PAROLE SPIETATE SUL MINISTRO DEL PENSIERO SOLARE: “NON SO SE GIULI ABBIA CREATO QUESTO SCONTRO PER MOSTRARE I MUSCOLI. CREDO CHE SI SENTA MOLTO INSICURO PERCHÉ SENTE TUTTE LE CRITICHE CHE GLI VENGONO MOSSE PER LA SUA INADEGUATEZZA”

Franco Cardini, storico ma anche intellettuale attento alle vicende contemporanee: sulla partecipazione della Russia alla Biennale lei sta con Giuli o con Buttafuoco?
«Devo fare una premessa: sono amico di Buttafuoco, e lo stimo, da molto tempo. Questo non ci ha impedito di avere opinioni diverse e anche di scontrarci. In questo caso della sua posizione non ignoro l’elemento polemico né il coraggio con cui ha fatto un passo sapendo che gli sarebbero saltati addosso in tanti a partire da esponenti del governo».
Un passo che lei condivide oppure n«Esistono alcuni dati di fatto innegabili: gli stand della Biennale sono di proprietà della nazione che li ha pagati […]»
Anche se non è un Paese democratico?
«Non attacchiamo il solito tormentone. Se un Paese ha una struttura di sua proprietà ha il diritto di presentarsi come il suo governo vuole. E credo anche che sia opportuno che la Russia sia presente alla Biennale»
Anche se, come sembra del tutto evidente, la partecipazione diventerà un modo per la Russia di diffondere la sua propaganda?
«Ma questo è fatale! In ogni espressione pubblica di un potere c’è un dato di propaganda. Penso, per esempio, alla cinematografia americana in cui gli Stati Uniti continuano a essere i numeri uno. In quello che hanno prodotto negli ultimi 80 anni si trova largamente presente la propaganda».
Insomma la Russia ha il diritto di essere presente nel suo padiglione alla Biennale e Giuli dovrebbe saperlo. Invece ha deciso di scontrarsi con Buttafuoco. Perché?
«Buttafuoco e Giuli non sono due persone fatte per capirsi né dal punto di vista culturale né caratteriale. Non so se Giuli abbia creato questo scontro per mostrare i muscoli, per esempio. Io credo che si senta molto insicuro perché sente tutte le critiche che gli vengono mosse per la sua inadeguatezza.
Lo è anche più di Sangiuliano che aveva un pedigree personale interessante. Giuli, invece, è un personaggio della cultura militante che non è convincente né dal punto di vista scientifico né da altri punti di vista»
In una telefonata con la ministra della Cultura e vicepremier ucraina Tetyana Berezhna, Giuli ha detto di voler verificare se le modalità di allestimento e la gestione del Padiglione Russo siano compatibili con il regime sanzionatorio in vigore nei confronti di Mosca.
«È plausibile che in un luogo con una dignità, un valore e un peso come la Biennale si possa far tacere una voce come quella della Russia e che per far tacere quella voce si inserisca questo silenziamento all’interno del pacchetto delle misure
sanzionatorie? Le sanzioni servono a colpire politica, economia, a dare un segnale al governo di un Paese. Che c’entrano la cultura, lo sport?
Io credo, anzi, che tutto questo dovrebbe essere escluso dalle misure sanzionatorie perché sottendono uno stato di tensione. E quando c’è tensione si deve lasciare un apice polmonare libero dalla polemica in maniera che possa entrare un respiro di pace. Anche quando siamo in rapporti polemici con un Paese i segnali di apertura vanno sempre dati».
Quindi il ministro Giuli non ha il diritto di intervenire sulla presenza della Russia alla Biennale?
«Non vedo quali siano i presupposti giuridici o procedurali sulla base dei quali il ministro potrebbe intervenire. Se il presidente del Consiglio lo autorizza, potrebbe esprimere il disappunto o i dubbi emersi in sede governativa poi ognuno si prende le proprie responsabilità».
Non è quello che sta accadendo.
«E questo si trasformerà in una sconfitta per il governo in qualunque modo andrà a finire. Lo sarà se la Russia parteciperà ma lo sarà anche se non dovesse partecipare».
Perché?
«Un governo che ostenta la sua occidentalità non si può poi nascondere dietro il dito delle misure sanzionatorie.. Qui è in ballo la libertà e la legittimità di esprimere cultura, proibendo una voce il governo compie un atto di debolezza.
E sarebbe una sconfitta per il governo anche se la Russia decidesse motu proprio di non partecipare perché avrebbe la responsabilità di aver indotto a una nuova chiusura un Paese che stava comunque mostrando dei segnali di collaborazione. Da qualsiasi punto si osservi questa vicenda, il ministro Giuli ha compiuto un passo inopportuno e inadeguato».
(da agenzie)

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CON GLI USA IMPEGNATI NEL GOLFO E GLI OCCHI DEL MONDO SUL MEDIO ORIENTE, LA RUSSIA POTREBBE DECIDERE DI RICORRERE ALLE ARMI NUCLEARI IN UCRAINA: SECONDO I SERVIZI CONTINENTALI UNA PARTE DELLO STAFF DI “MAD VALD” SPINGE PER UTILIZZARE LE BOMBE TATTICHE NUCLEARI PER DUE MOTIVI

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

DA UNA PARTE L’AVANZATA DELL’ESERCITO RUSSO SI È ORMAI FERMATA, DALL’ALTRA L’ATTACCO AMERICANO ALL’IRAN OFFRE UNA GIUSTIFICAZIONE “POLITICA” A MOSCA. SE WASHINGTON PUNTA A RIBALTARE IL REGIME DEI PASDARAN, PERCHÉ NON PUÒ FARE LO STESSO MOSCA CON IL GOVERNO DI ZELENSKY?

Una reazione scomposta rispetto alla prospettiva di non vittoria. Il ricorso alle cosiddette “bombe tattiche nucleari”. Uno spettro avanza tra le Cancellerie europee e anche negli uffici della Nato. Che nell’attuale contesto di guerra su più fronti, la Russia decida di ricorrere all’arma più estrema.
Nelle analisi di diversi servizi, infatti, – che al momento illustrano solo un pericolo e non un dato concreto – il conflitto aperto da Usa e Israele in Iran può infatti avere conseguenze anche in Ucraina. Naturalmente le sta già avendo sul piano economico ed energetico. Ma anche il livello militare può alzarsi.
Il punto è che – secondo alcuni resoconti – nel gruppo dirigente del Cremlino è ripartito il pressing su Vladimir Putin per il ricorso alle bombe tattiche. Per due motivi: il primo è che l’avanzata dell’esercito russo nei territori ucraini si è ormai
fermata. Anzi, in diverse regioni le truppe di Mosca hanno dovuto registrare un arretramento.
Il secondo motivo è strettamente legato all’Iran. L’attacco americano sta offrendo una giustificazione “politica” alla Russia. Se Washington può attaccare e tentare di ribaltare il regime dei pasdaran, lo stesso può fare Mosca con il governo di Zelensky. E per mettere fine alla guerra potrebbe bastare l’uso di un’arma nucleare tattica. Fino ad ora il presidente russo ha respinto il pressing di una nomenklatura atterrita dalla prospettiva di una “non vittoria”. Putin sembra dunque non voler provocare una escalation globale. Nel 2022 la Casa Bianca bloccò questo tipo di minaccia russa facendo sapere che la risposta sarebbe stata devastante. Non in termini atomici ma convenzionali.
Era il mese di ottobre. Un corpo d’armata russo si era ritrovato circondato nella regione di Kherson, con il fiume Dnipro alle spalle. Gli ucraini potevano massacrarli e segnare le sorti della guerra. Una prospettiva che il Cremlino non poteva accettare. L’intelligence Usa intercettò comunicazioni in cui i vertici militari russi valutavano l’uso di armi tattiche.
In quelle comunicazioni non si evincevano informazioni a livello politico. Ma a quel punto il messaggio trasmesso dalla Casa Bianca è stato fermissimo: una ritorsione convenzionale che avrebbe distrutto le forze armate russe. Con un’offerta aggiuntiva: premere su Kiev perché non ostacolasse la ritirata delle truppe russe da Kherson. Così è stato.
Mosca rimise nella fondina la “pistola” nucleare per evitare uno smacco militare e allontanare la reazione statunitense “convenzionale” su larga scala che avrebbe comunque devastato il territorio russo e messo in ginocchio per molti anni la sua economia.
Nella primavera del 2024, però, la Russia ha organizzato delle esercitazioni nucleari vicino al confine ucraino. Un modo per lanciare un segnale. Un avvertimento per dire: per noi comunque questa soluzione è pronta
Adesso, appunto, lo scenario è cambiato. Anche perché l’impegno americano in Iran sta svuotando gli arsenali Usa. Una eventuale risposta convenzionale in questo momento sarebbe molto meno ampia.
I russi continuano comunque a lamentare uno shock organizzativo sul piano delle trasmissioni satellitari che ha paralizzato la catena di comando delle unità attive in
Ucraina oltre ad accecare i droni russi più moderni. Gli uomini di Kiev ne stanno approfittando da settimane per lanciare piccoli contrattacchi soprattutto nella regione di Zaporizhzhia.
I russi mantengono la pressione sulle città del Donetsk da Nord ma da inizio anno hanno registrato serie difficoltà. Sanno insomma che la guerra così sarà lunghissima.
(da Repubblica)

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SETTE ITALIANI SU DIECI NON PRENDONO MEZZI PUBBLICI: SIAMO PENULTIMI IN EUROPA

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

L’ALLARME SU TRAFFICO, SMOG E COSTI SANITARI… “UN COSTO DA 34 MILIARDI L’ANNO PER LO STATO”

Quasi 7 italiani su 10 non usano i mezzi pubblici. E così, le città esplodono di traffico, facendo aumentare l’inquinamento atmosferico e, di conseguenza, anche i costi indiretti a carico del servizio sanitario nazionale. È quanto emerge dagli ultimi dati rilasciati da Eurostat sul 2024, che vedono l’Italia piazzarsi al penultimo posto in Europa nell’uso dei mezzi di trasporto collettivo (autobus, tram, treni e metropolitana), davanti solo a Cipro.
I numeri di Eurostat sul trasporto pubblico
Nel 2024, secondo il servizio di statistica dell’Ue, il 51% delle persone non ha utilizzato i trasporti pubblici: il 10,7% delle persone (16 anni o più) nell’Ue utilizzava il trasporto pubblico ogni giorno, l’11,6% ogni settimana, il 10% ogni mese e il 17,1% meno di una volta al mese. Tra i Paesi dell’Ue, la percentuale di
persone che non hanno utilizzato i trasporti pubblici nel 2024 è stata più elevata a Cipro, con l’85% della popolazione, seguita proprio dall’Italia (68%) e, poco più distanti, Portogallo (67,8%), Francia (65,1%), Slovenia (61,6 %) e Grecia (61,3%). All’altro estremo della scala c’è il Lussemburgo, dove il 15,7% delle persone non utilizzava i trasporti pubblici nel 2024, seguito da Estonia (26,6%) e Svezia (26,7).
«Il trasporto pubblico va rafforzato»
Le motivazioni che si nascondono dietro i dati di Eurostat non hanno a che fare solo con abitudini e stili di vita. Se molti italiani non utilizzano il trasporto pubblico è anche perché non c’è o viene considerato inaffidabile e inefficiente. «I dati Eurostat ci dicono che il trasporto pubblico locale in Italia va rafforzato», commenta Gianpiero Strisciuglio, presidente di Agens, l’associazione di Confindustria che rappresenta gli interessi del settore dei trasporti e dei servizi. «Come Agens – aggiunge – sentiamo la responsabilità di un settore che deve fare il suo, deve continuare a migliorare qualità e attrattività dei servizi, ma questo sforzo non può essere lasciato solo sulle spalle degli operatori: servono investimenti certi, programmazione stabile e politiche che sostengano davvero chi ogni giorno garantisce mobilità a milioni di cittadini. Il trasporto pubblico è una scelta strategica per ridurre traffico, emissioni e disuguaglianze, non possiamo permetterci di ignorarlo».
Città congestionate
L’attaccamento degli italiani all’auto privata ha un effetto innanzitutto sul traffico e la congestione delle strade in città. A dimostrarlo è l’ultimo rapporto annuale dell’agenzia Inrix, che analizza e classifica la congestione stradale in oltre 900 aree urbane e 36 Paesi nel mondo. Secondo l’analisi relativa al 2025, la congestione nelle strade italiane continua a peggiorare, con Roma e Milano che si confermano tra le città peggiori al mondo. Roma è diciassettesima al mondo e quarta in Europa per traffico: mediamente, si perdono 76 ore l’anno a guidare nel traffico, con una velocità media di 20 km l’ora. Poco meglio Milano, che è ventiquattresima al mondo e quinta in Europa, con 67 ore perse al volante ogni anno.
L’impatto su salute e qualità dell’aria
Ma oltre a congestionare il traffico, il ricorso all’auto privata ha conseguenze drammatiche sulla qualità dell’aria. Secondo Sima, l’associazione dei medici ambientali, il traffico veicolare contribuisce alle emissioni totali di gas serra nella
misura del 26% (di cui il 60% circa attribuibile alle sole autovetture), alle emissioni di ossidi di azoto per circa il 50% e alle emissioni di particolato per circa il 13%, con costi sociali stimabili in 34 miliardi di euro annui. Con un decremento di PM2.5 di 10 microgrammi al metro cubo, stimano i medici ambientali italiani, ci si aspetterebbe una diminuzione della mortalità generale del 7%, del 26% quella per eventi coronarici, del 10% per malattie cardiovascolari e respiratorie e del 9% per tumori polmonari.
(da agenzie)

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”UTILIZZATE ANCHE IL SOLITO SISTEMA CLIENTELARE”: LA CAMPAGNA PER IL SI’ DEL DEPUTATO DI FRATELLI D’ITALIA

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

IL SUGGERIMENTO DI ALDO MATTIA A DIRIGENTE E SIMPATIZZANTI IN BASILICATA

“Affrontiamo questa settimana di campagna elettorale, avete gli argomenti per poter discutere ma se non dovesse servire, utilizzate anche il solito sistema clientelare: non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti”.
A rivolgersi così a dirigenti e simpatizzanti meloniani di Genzano di Lucania, in provincia di Potenza, è stato il deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia, ospite di un incontro a sostegno del “sì” al referendum costituzionale di domenica e lunedì prossimi.
“Utilizziamo anche questi mezzi. Perché dobbiamo vincere questa battaglia”. Ha aggiunto il parlamentare frusinate ma eletto nel collegio plurinominale lucano, dopo essere stato a lungo direttore regionale Coldiretti Basilicata.
“Non possiamo permetterci una sconfitta. È vero che Giorgia Meloni non lascerà il suo scranno di presidente del Consiglio. Come è altrettanto vero che rimarrà il governo di centrodestra fino alla fine del mandato, che possa essere maggio del 2027 o settembre del 2027. Ma non possiamo permetterci il lusso di avere fino alla fine del nostro mandato neanche una ferita nel corpo. E questa se dovessimo perdere, è inutile che ci vogliamo nascondere dietro un dito, sarebbe una ferita grave da curare e aprirebbe un percorso ancora più in salita”.
(da agenzie)

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“C’È UN GESTO, PIÙ DELLE PAROLE, CHE RACCONTA L’ESERCIZIO DEL POTERE DI DONALD TRUMP: IL DITO PUNTATO, CHE NON ARGOMENTA MA ACCUSA, NON SPIEGA MA IMPONE”

Marzo 16th, 2026 Riccardo Fucile

LO PSICANALISTA LUIGI ZOJA: “NELLE CONFERENZE STAMPA TRUMP INDICA, ACCUSA, PERSONALIZZA LO SCONTRO. IL DITO PUNTATO È UNA CATEGORIA COMUNICATIVA POTENTISSIMA. È UNA SEMPLIFICAZIONE ESTREMA: ‘TU SEI IL PROBLEMA”…IL SUO E’ UN POTERE CHE NON SENTE IL BISOGNO DI GIUSTIFICARSI. TRUMP È INAFFIDABILE E CIRCONDATO DA COMPIACENZA E QUESTO CREA SINDROME DA ONNIPOTENZA”

Iperattività permanente, pensiero a brevissimo termine, paranoia, «sindrome di onnipotenza», instabilità, costruzione di una realtà semplificata che sostituisce dati,
approfondimenti e storia. «E poi c’è un gesto, più delle parole, che racconta l’esercizio del potere di Donald Trump: il dito puntato, che non argomenta ma accusa, non spiega ma impone». Luigi Zoja, psicoanalista e sociologo, tratteggia il profilo del presidente degli Stati Uniti dopo che il primo ministro slovacco Robert Fico si sarebbe detto «allarmato per la sua salute mentale».
Professore, il Tycoon è l’uomo più potente del mondo, dobbiamo allarmarci per il suo attivismo imprevedibile e controverso?
«Da psicoanalista non posso formulare diagnosi cliniche su persone che non conosco Sarebbe scorretto, ed è stato persino oggetto di condanne nei tribunali americani. Non si può attribuire una patologia clinica a distanza. Lo stesso vale per
Trump. Clinicamente non si può parlare. Ma come cittadino, questo sì, posso esprimere valutazioni di buonsenso».
E che cosa vede da cittadino?
«Un’eccitabilità estrema, un’iperattività continua, una mancanza di riflessione. Trump è dominato da ciò che negli Stati Uniti chiamano short-termism: il pensiero a brevissimo termine. È il suo modello di comportamento. Non è una categoria clinica, ma socio-politica».
C’è un parallelo con altri leader?
«Sì, ma sempre con cautela. Prendiamo Putin: è discutibile, ma ha una coerenza di lungo periodo. Io l’ho definita “Putinland”, una sorta di Disneyland storica, in cui il passato russo viene ricostruito in modo bidimensionale, mitologico. Trump costruisce qualcosa di simile: una “Trumpland”. Lo slogan “Make America Great Again” presuppone un’America del passato “grande”. Dov’è documentata questa grandezza perduta? Non c’è. Non è un progetto storico, è uno slogan pubblicitario. Con un elemento simbolico ricorrente».
Quale?
«Il dito puntato. Nelle conferenze stampa Trump indica, accusa, personalizza lo scontro. Il dito puntato non è una categoria clinica, ma una categoria umana e comunicativa potentissima È una semplificazione estrema: “Tu sei il problema”. Lo abbiamo visto mille volte nella storia: dai poster dello “Zio Sam” ai manifesti dei regimi totalitari, fino alla propaganda fascista. […] è un gesto arcaico di autorità. Nel caso di Trump colpisce perché quel dito non si posa mai su un bersaglio stabile. È una drammatizzazione continua, che sostituisce l’argomentazione».
E quale effetto produce?
«Introduce un’autorità che non si discute, che non argomenta, che non spiega. È questo che mi preoccupa: non il gesto in sé, ma ciò che sottintende. Un potere che non sente il bisogno di giustificarsi».
Questa narrazione sembra funzionare.
«Funziona perché è semplicissima e superficiale. È come la propaganda delle offerte speciali: “Vi vendo un’America che tornerà a essere il primo Paese manifatturiero del mondo”. Ma questo è impossibile. Non perché l’America sia
andata male, ma perché il mondo è cambiato: Cina e India non esistevano, economicamente, nel 1945. gli Stati Uniti rappresentavano metà dell’economia globale; oggi sono un quarto, o meno. Non per declino, ma perché altri sono cresciuti».
Entra in gioco anche la psicologia collettiva?
«Certo. Internet, superata una certa soglia, non aumenta più l’informazione ma la confusione. Consultiamo i social, non i dati ufficiali. Questo produce una disponibilità enorme a credere a narrazioni irreali. E la propaganda trumpiana si fonda proprio su questo: su una non-realtà condivisa».
Lei nel suo lavoro ha studiato a lungo la paranoia. Qui c’è qualcosa di simile?
«Il meccanismo sì, quello è riconoscibile. La paranoia – come diceva Jung – non è altro che l’esagerazione di funzioni umane normali: il sospetto, la critica, la vigilanza. Tutti sospettiamo un po’. Il problema è quando il sospetto diventa totale. I grandi dittatori del Novecento – Hitler, Stalin – hanno vissuto dentro cerchi sempre più ristretti di “yes men”. Questo rafforzava la loro visione distorta del mondo. È un meccanismo che si autoalimenta».
E oggi?
«Vediamo qualcosa di simile: un leader che vive in una bolla, circondato da compiacenza. Anche a Mar-a-Lago, anche tra leader europei, si assiste spesso a un ammutolimento davanti a Trump. Questo è pericoloso, perché il dissenso scompare, e con esso il confronto con la realtà. E lascia spazio alla “sindrome di onnipotenza”».
Ci spiega?
«Parliamo di megalomania in senso umano, non clinico. È l’idea di poter giudicare tutto e tutti senza possedere le informazioni di base. […] Trump giudica il mondo, ma talvolta confonde perfino dati geografici elementari (Groenlandia con Islanda). Questo non è un dettaglio. Ed è segno di instabilità».
Come la definirebbe?
«C’è imprevedibilità, irrequietezza, continue retromarce È poco affidabile come
politico, ma prima ancora come essere umano. E per capirlo non serve uno psicoanalista: basta il buonsenso».
(da La Stampa)

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PAPA LEONE XIV: “PORTE APERTE, IL VANGELO CI DICE DI ACCOGLIERE TUTTI”

Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile

POI L’APPELLO: “BASTA GUERRE IN NOME DI DIO”

“Prima di venire qui ho sentito una signora che mi diceva che nel mondo non ci sono più segni di speranza. Stava soffrendo a causa della guerra e lei diceva ‘dove vado?’ Aveva perso tutto, ma noi che crediamo in Gesù Cristo” e “che viviamo uniti, possiamo essere quel segno di speranza anche in un mondo dove non si trovano più questi segni perché crediamo e conosciamo Gesù Cristo”.
Con queste parole Leone XIV ha iniziato la sua visita pastorale nella parrocchia multietnica del Sacro Cuore di Gesù a Ponte Mammolo, poco distante dal carcere di Rebibbia, a Roma, Qui si conclude il ciclo delle cinque visite alle comunità della sua Diocesi, prima della Pasqua. Alla messa presieduta dal Papa partecipa anche una famiglia di origini peruviane la cui figlia sarà battezzata la sera della veglia di Pasqua.
“Porte aperte, il Vangelo ci dice di accogliere tutti”
Ma prima di presiedere la messa, Prevost ha incontrato disabili e ammalati e ha citato le “porte aperte che accolgano tutti”. Il vicario di Roma, card. Baldo Reina ha raccontato al Pontefice di un centinaio di realtà parrocchiali a Roma che fanno un servizio per gli stranieri per aiutare ad integrarsi. Il Pontefice ha sottolineato il “grande valore di questo gesto”. Quindi ha stigmatizzato “l’ atteggiamento di chiudere le porte e di dire ‘basta così’. Il Vangelo ci invita ad uno spirito diverso, quello dell’accoglienza “.
“Basta guerre in nome di Dio”
“Attualmente nel mondo molti nostri fratelli e sorelle soffrono a causa di conflitti violenti, provocati dall’assurda pretesa di risolvere i problemi e le divergenze con la guerra, mentre bisogna dialogare senza tregua per la pace. Qualcuno, poi, pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre Egli viene piuttosto, sempre, a donare luce, speranza e pace all’umanità, ed è la pace che devono cercare quelli che lo invocano”, sottolinea il Papa nell’omelia della messa.
“Voi come parrocchia avete creato un senso di comunità”
Nel suo intervento il Papa ha poi ringraziato i fedeli per l’impegno pastorale e sociale della parrocchia. “Voi come parrocchia, da 90 anni, avete creato una comunità che sa accogliere, segno di speranza in un mondo dove dolore, sofferenza, difficoltà sono troppo grandi. So che aiutate tanti fratelli e sorelle, provenienti da altri Paesi, a inserirsi qui: a imparare la lingua, a trovare una casa dignitosa e a esercitare un lavoro onesto e sicuro. Non mancano le difficoltà, purtroppo talvolta accentuate da chi, senza scrupoli, approfitta della condizione di indigenza dei più deboli per fare i propri interessi”.
Un ringraziamento particolare è stato rivolto alla Caritas parrocchiale per il lavoro a favore delle persone più fragili. “Grazie perché accompagnate i malati – ha aggiunto Leone – chi soffre perché non trova lavoro, chi non ha casa e non sa dove andare”. “Mi è nota la vitalità e la generosità – ha aggiunto – con cui vi spendete per l’educazione dei giovani e dei ragazzi, con l’oratorio e con altre proposte formative”.
Il Papa ha quindi concluso sottolineando il valore della testimonianza cristiana in un quartiere segnato da diverse difficoltà sociali e dalla vicinanza col carcere di Rebibbia. “Proprio in questa zona dove sentiamo e vediamo difficoltà – ha detto – c’è una parrocchia viva, una comunità di fede che dice: ‘Venite tutti perché’ in Gesù Cristo c’è salvezza e noi vogliamo condividere questo amore che il Signore ci offre”.
(da agenzie)

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DA SETTIMANE TRUMP USA IMPROPRIAMENTE LA PAROLA “ESCURSIONE” PER PARLARE DELLA GUERRA IN IRAN, MA NESSUNO NEL SUO STAFF HA INTENZIONE DI FARGLIELO NOTARE CHE SI DICE INCURSIONE. IL MOTIVO? HANNO TUTTI PAURA DI UNA SUA REAZIONE. E COSÌ IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO CONTINUA A FARE FIGURE DI MERDA

Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile

“ABBIAMO FATTO UNA PICCOLA ESCURSIONE PERCHÉ SENTIVAMO DI DOVERLO FARE”, “SARÀ UN’ESCURSIONE DI BREVE TERMINE” – NONOSTANTE CHIUNQUE INTORNO A LUI CONTINUI A PARLARE DI “INCURSIONE”, IL TYCOON CONTINUA IMPERTERRITO A SBAGLIARE

Il presidente Donald Trump ha una nuova fissazione per una parola, ma a quanto pare non ne comprende appieno il significato, e i membri del suo staff sembrano tutt’altro che restii a spiegarglielo. Nell’ultima settimana, Trump, 79 anni, ha usato la parola “escursione” decine di volte per descrivere la guerra in Iran.
Il termine “escursione” si riferisce solitamente a una breve e piacevole vacanza, ma il presidente lo ha usato per descrivere la sua sanguinosa guerra.
Alcuni collaboratori di Trump hanno riferito a Zeteo di ritenere che Trump abbia confuso il termine “incursione militare”, che si definisce come invasione o attacco, soprattutto se improvviso o di breve durata, con “escursione militare”.
Secondo alcune fonti, loro o i loro colleghi avrebbero usato il termine “incursione” in presenza di Trump, ed è da lì che quest’ultimo potrebbe averlo appreso, ma Trump ne sta usando il significato in modo piuttosto libero.
“Abbiamo fatto una piccola escursione perché sentivamo di doverlo fare, per sbarazzarci di un po’ di male, e penso che vedrete che sarà un’escursione di breve durata”, ha detto Trump martedì dal suo resort di Doral, in Florida.
“Abbiamo fatto una piccola escursione, dovevamo prenderci queste due settimane, qualche settimana di escursione”, ha detto Trump il giorno dopo in una fabbrica in Ohio
Alcuni funzionari della Casa Bianca hanno affermato di avere paura di correggere il presidente sulla sua gaffe, mentre altri hanno detto che una correzione non avrebbe nemmeno importanza.
“Non glielo dirò”, ha detto un funzionario dell’amministrazione a Zeteo, sottintendendo che correggere Trump sarebbe “una follia” e che “farlo probabilmente gli attirerebbe addosso delle urla”.
«Noi diciamo “incursione”, il capo dice “escursione”. Non è un grosso problema», ha affermato un altro funzionario.
I giornalisti hanno cercato di correggere Trump sul significato della parola, soprattutto ora che la guerra in Iran è entrata nella sua terza settimana.
«Avete appena detto che si tratta di una “piccola escursione” e avete anche detto che si tratta di una “guerra”. Quindi, qual è la verità?» ha chiesto un giornalista mercoledì.
Trump ha risposto: “È entrambe le cose. È un’escursione che ci terrà fuori dalla guerra.”
(da agenzie)

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