Destra di Popolo.net

IL CENTRODESTRA SICILIANO È TRAVOLTO DA GUAI GIUDIZIARI, UN LUNGO ELENCO DI INCHIESTE LO CIRCONDANO: L’ULTIMA RIGUARDA IL SUPERMANAGER DELLA SANITÀ DELL’ISOLA, SALVATORE IACOLINO, E I SUOI RAPPORTI CON IL BOSS CARMELO VETRO

Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile

POI CI SONO LE INDAGINI SUL SUO VICEPRESIDENTE LUCA SAMMARTINO, L’ASSESSORE AL TURISMO ELVIRA AMATA, IL PRESIDENTE DELL’ARS GAETANO GALVAGNO. IL SUO PRINCIPALE ALLEATO, TOTÒ CUFFARO, È DA TRE MESI AI DOMICILIARI

Il centrodestra travolto dalle inchieste prova a lanciare la rincorsa del sì. «La partita è ancora aperta, serve una grande mobilitazione», dice il governatore Renato Schifani, che fino a ieri non aveva detto una parola sul referendum e si presenta alla convention di Forza Italia schivando i giornalisti pronti a chiedergli dell’ultima bufera giudiziaria caduta sull’amministrazione da lui guidata: l’indagine della procura di Palermo sui rapporti fra Salvatore Iacolino, il supermanager della sanità siciliana, e il boss Carmelo Vetro.
L’ennesima indagine che fa tremare il Palazzo e allunga ombre su uno dei big di FI in Sicilia, l’assessore Edy Tamajo: l’azzurro più votato alle ultime Europee viene citato dal boss Vetro in un’intercettazione agli atti dell’indagine («La campagna elettorale l’hanno avuta finanziata Iacolino e Tamajo»).
La coalizione si divide fra gli spettri delle azioni giudiziarie, che minacciano la giunta Schifani, e la paura di un flop al referendum, in una regione chiave
Schifani, per nulla contento di fare un favore al suo rivale interno Giorgio Mulé (coordinatore per Fi della campagna per il sì) si impegna pubblicamente giusto sul finire della campagna elettorale.
L’ex presidente del Senato, in questi giorni, deve però fare i conti con i tanti indagati e imputati del centrodestra.
Il suo vicepresidente Luca Sammartino, l’assessora al Turismo Elvira Amata, il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno. Il suo principale alleato, Totò Cuffaro, è da tre mesi ai domiciliari.
La sanità è al centro di scandali e inchieste: a dicembre ai domiciliari è finito il commercialista Antonio Sciacchitano, che il governatore aveva scelto per presiedere l’organismo di controllo delle performance della Regione.
Sotto processo c’è il deputato regionale Gaspare Vitrano: è accusato di tentata violenza privata, per aver fatto pressioni finalizzate a trasferire la responsabile della direzione medica dell’Ospedale Di Cristina, Desiree Farinella: in alcune registrazioni si faceva riferimento a Schifani come il regista dell’operazione.
Un altro fedelissimo del governatore, il deputato regionale Michele Mancuso, è finito in carcere per corruzione.
E come un puzzle che si compone poco a poco, è emerso che Sciacchitano e Mancuso si sentivano spesso per pilotare alcune nomine nella sanità
(da Repubblica)

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L’AGENTE DEI SERVIZI SEGRETI RUSSI SCOPERTO PERCHE’ USAVA GOOGLE TRADUTTORE PER COMUNICARE CON I SICARI

Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile

IL CENTRO 795 DOVEVA ESSERE L’ARMA SEGRETA DEL GRU PER OMICIDI E RAPIMENTI, MA UN ERRORE GROSSOLANO HA PERMESSO ALL’FBI DI LEGGERE I PIANI IN TEMPO REALE

Doveva essere l’unità “fantasma” definitiva, un esercito nell’esercito capace di operare nell’ombra per rimediare ai fallimenti passati dei servizi russi. Invece, il Centro 795 è finito al centro di un caso internazionale di spionaggio che rasenta il ridicolo. Come rivelato dal sito investigativo Insider.ru in collaborazione con Der Spiegel, l’intelligence militare russa è stata smascherata per un peccato di estrema ingenuità tecnologica: l’uso di Google Traduttore. Un agente dell’unità, che stava pianificando un omicidio su commissione, avrebbe infatti reclutato un sicario serbo-croato. Ma né l’uno né l’altro sapevano parlare nella lingua dell’altro.
Cos’è il Centro 795
Nato nel dicembre 2022, il Centro 795 rispondeva direttamente al capo di stato maggiore Valerij Gerasimov. Una struttura d’élite di 500 ufficiali, finanziata da oligarchi vicini al Cremlino e con base nel Patriot Park di Mosca. Per nascondere le tracce, l’unità utilizzava il consorzio Kalashnikov come copertura per gli stipendi. L’obiettivo? Operazioni “a ciclo completo”: missioni in Ucraina, rapimenti e assassinii politici in Europa e oltre.
Il sicario e Google Traduttore
La falla nel sistema è emersa durante la pianificazione di un omicidio su commissione. Un agente di spicco dell’unità, il 42enne Denis Alimov, veterano dei reparti speciali Alpha dell’FSB, stava coordinando un attentato contro i familiari di Akhmed Zakaev, nemico giurato di Ramzan Kadyrov e leader ceceno in esilio. Per compiere il lavoro, Alimov aveva reclutato un sicario serbo-croato residente negli Stati Uniti, Darko Durović. C’era però un ostacolo linguistico: l’ufficiale russo non parlava serbo e il sicario non conosceva il russo. La soluzione? Affidarsi a Google
L’FBI leggeva tutto in diretta
Nonostante i due credessero di essere protetti dalla crittografia end-to-end, i messaggi passavano dai server di Google negli Stati Uniti. L’FBI, ottenuto un regolare mandato di sorveglianza, è riuscita ad accedere ai log delle traduzioni, leggendo in tempo reale — e già trascritte — le istruzioni per l’omicidio, i modelli di pistola scelti (Glock 17 e 22) e l’offerta economica di 1,5 milioni di dollari per ogni obiettivo «morto o deportato». Secondo le fonti vicine all’indagine citate da Repubblica, la mole di dati era tale da rendere l’operazione di controspionaggio estremamente semplice: le prove venivano letteralmente archiviate con data e ora su server americani dagli stessi russi.
L’arresto e la fine del segreto
La carriera di Alimov si è interrotta bruscamente il 24 febbraio scorso all’aeroporto di Bogotà, in Colombia, dove è stato arrestato su mandato dell’Interpol. Ora il veterano dei servizi russi è in attesa di estradizione negli Usa, dove rischia l’ergastolo. Come ironizza Insider.ru, l’unità più irrintracciabile del Cremlino non è stata distrutta da un disertore o da una complessa operazione di intelligence, ma dal semplice fatto che due uomini volevano comunicare e non conoscevano la stessa lingua.
(da Open)

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SI SCRIVE RIDER, SI LEGGE SCHIAVO. NON CI SONO SOLO LE AZIENDE CHE SFRUTTANO I LAVORATORI: MOLTI FATTORINI STRANIERI SONO PRATICAMENTE INVISIBILI E, IN ATTESA DI UN PERMESSO DI SOGGIORNO, LAVORANO CON L’ACCOUNT DI UN CONNAZIONALE CHE LO CEDE IN CAMBIO DI UNA PERCENTUALE SUI GUADAGNI

Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile

IERI SONO SCESI IN PIAZZA PER FAR SENTIRE LA LORO VOCE, MA RESTANO SEMPRE IN UNA POSIZIONE SVANTAGGIATA PER POTER TRATTARE UN CONTRATTO DI LAVORO DECENTE CON I COLOSSI

Quello dei rider è uno dei lavori che rappresenta in modo estremo la condizione di lavoro povero e di lavoratore povero oggi: faticoso, sottopagato, a bassissima qualifica, per lo più senza alcuna tutela
È significativo che la prima importante azione di contrasto ad una inaccettabile situazione di lavoro sfruttato sia venuta dalla magistratura, ovvero sul piano dell’azione penale, non del conflitto organizzato tra lavoratori e datori di lavoro, come avviene di norma.
Era già avvenuto a novembre, sempre per i rider, e in precedenza sulla filiera della moda. Il fatto che ci sia stato bisogno dell’intervento della magistratura per mettere un freno a rapporti di lavoro fuori dalla legalità e altamente sfruttatori mostra la grande debolezza contrattuale in cui si trovano questi lavoratori, per difficoltà organizzative, ma soprattutto perché spesso in condizioni di bisogno e mancanza di alternative
Con l’invito allo sciopero dei rider di ieri, la Cgil ha cercato di portare anche sul terreno proprio del conflitto sindacale la questione, invitando i lavoratori ad una protesta collettiva, a costituirsi come soggetto collettivo per trattare da posizioni più forti con i loro datori di lavoro. Ha anche chiesto ai potenziali consumatori di astenersi, nelle ore di sciopero, dall’ordinare la consegna di cibo o altro, come forma di sostegno alle rivendicazioni dei rider.
Perché i consumatori non dovrebbero ignorare, quando ci sono, le forme di sfruttamento
Nascondersi dietro l’idea che, comprando quei prodotti o quei servizi, tutto sommato si fa lavorare qualcuno, anche se in condizioni di sfruttamento e di pericolo, è pura ipocrisia.
Molti rider, anche se non saprei dire la proporzione, sono letteralmente invisibili perché stranieri privi di permesso di soggiorno, vuoi perché in attesa (lunghissima) di riceverlo, vuoi perché scaduto. L’account con cui lavorano e sono presenti sulle piattaforme non è loro, ma di qualcun altro, per lo più connazionale, che lo cede in cambio di una percentuale sui guadagni. Questi lavoratori sono quindi sfruttati due volte: da un’azienda che paga troppo poco e dal proprietario dell’account che lucra su di loro e minaccia di togliere loro l’account se non guadagnano abbastanza.
(da La Stampa)

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LA GUERRA NEL GOLFO SI COMPLICA E L’IMPRESSIONE È CHE TRUMP NON CI STIA CAPENDO UN CAZZO. IL TYCOON LANCIA MESSAGGI SEMPRE PIU’ CONTRADDITTORI: PROCLAMA CHE “LA GUERRA È VINTA” MA POI CHIEDE L’AIUTO DI CINA E DI ALTRI PAESI PER SBLOCCARE LO STRETTO DI HORMUZ

Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile

“THE DONALD” STA PRENDENDO ATTO DELLA PROSPETTIVA DI UN LUNGO CONFLITTO: HA FIRMATO L’ORDINE ESECUTIVO CHE CONSENTE DI MILITARIZZARE INDUSTRIE CIVILI IN TEMPO DI GUERRA…L’ULTIMA SPARATA: “NON SONO ANCORA PRONTO PER UN ACCORDO CHE CONCLUDA LA GUERRA”

Il presidente americano Donald Trump ha affermato di non essere ancora pronto a stringere un accordo per porre fine alla guerra con l’Iran, nonostante la disponibilità di Teheran. La ragione, ha affermato il tycoon in un’intervista telefonica alla Nbc, è “perché i termini non sono ancora abbastanza buoni”, rifiutandosi di fornire i termini in questione.
Donald Trump ha chiesto a “numerosi Paesi colpiti dalle prepotenze dell’Iran” di contribuire alla messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz, un vitale passaggio marittimo per le petroliere, mentre i prezzi del greggio hanno avuto un balzo.
Il presidente Usa ha riferito che diversi Paesi si sono impegnati a contribuire alla sicurezza dello Stretto, pur rifiutandosi di fare nomi. “Non solo si sono impegnati, ma ritengono si tratti di un’ottima iniziativa”, ha detto in un’intervista telefonica alla Nbc. “Non voglio dire nulla” anche se “è possibile”, ha replicato alla domanda se la Marina Usa avrebbe cominciato a scortare le navi.
La disinvoltura con cui Donald Trump ha fatto per anni affermazioni contraddittorie, giocando coi «fatti alternativi[…] ora, in tempo di guerra, diventa materia di sconcerto e allarme per molte capitali: quelle dei Paesi chiamati dal presidente americano a mandare unità militari a difendere dagli iraniani la navigazione nello stretto di Hormuz («Gli Stati Uniti d’America hanno sconfitto e decimato l’Iran ma i Paesi del mondo che ricevono petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz devono occuparsi di quel passaggio»).
Il tutto pochi giorni dopo i commenti sprezzanti di Trump all’offerta della Gran Bretagna di inviare due portaerei in Medio Oriente («non ci servono più, non vogliamo gente che si unisce alla guerra quando l’abbiamo già vinta») e nonostante i ripetuti annunci del presidente di aver «distrutto il cento per cento della capacità militare dell’Iran».
La Casa Bianca dà la sensazione di preoccuparsi soprattutto dell’effetto mediatico delle sue parole, essenzialmente in chiave interna. Da qui i tentativi anche visuali di far apparire la guerra come un grande videogioco. Una deriva pericolosa, denunciata anche dall’arcivescovo di Chicago, il cardinale Cupich, che l’ha definita «disgustosa» e «un profondo fallimento morale».
La reti tv, come la Cnn, che hanno dato ampia diffusione ai messaggi di «gamificazione» della guerra diffusi dalla Casa Bianca, tra incroci con videogiochi come Call of Duty e con clip di film su eroi combattenti (Braveheart , Iron Man , Top Gun , Il Gladiator ), hanno ricevuto i complimenti dei comunicatori del presidente anche quando il loro obiettivo era stigmatizzare questi messaggi. Può apparire strano, ma evidentemente quelli che un portavoce ha definito «i nostri video più spettacolari» servono a Trump, in un momento di difficoltà […]
Ma, intanto, sul piano strategico il presidente pare brancolare nel buio. O sta cominciando a prepararsi a un conflitto che potrebbe essere destinato a durare a lungo, anche se lui continua a dire che la resa di Teheran è imminente.
Difficile spiegare altrimenti l’appello a cinque Paesi — Cina, Giappone, Corea del Sud, Gran Bretagna e Francia, oltre ad altri «volenterosi» — a dislocare navi nell’area del Golfo: per preparare le unità e trasferirle dall’Estremo Oriente c
vorrebbero settimane. E cosa andrebbero a fare fregate e incrociatori, visto che lo stesso Trump ammette che, azzerate marina e aviazione dell’Iran, i pasdaran riescono comunque a colpire con droni, minuscoli barchini e le mine sparse in mare?
Semmai il segnale è politico: il tentativo di coinvolgere la Cina in un’azione di «polizia dei mari». Alla quale Pechino, che per adesso continua a ricevere il petrolio iraniano, con ogni probabilità risponderà in modo negativo.
Un altro passo fa pensare a una Casa Bianca che, caduta nella trappola di Hormuz nonostante i moniti dei generali del Pentagono (avvertimenti più volte ripetuti dallo stesso capo di Stato maggiore, il generale Dan Caine, ma ignorati dal presidente) starebbe lentamente prendendo atto della prospettiva di un lungo conflitto di attrito: l’ordine esecutivo, firmato venerdì sera da Trump, che amplia la possibilità di ricorso al Defense Production Act: una legge che consente di militarizzare industrie civili in tempo di guerra. Secondo il sito Axios , l’obiettivo è quello di riattivare la produzione di alcune piattaforme petrolifere al largo delle coste californiane.
(da Corriere della Sera)

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IL GOLFO È IN FIAMME, E LA FAMIGLIA TRUMP PENSA A FARE SOLDI. IL GENERO DI “THE DONALD”, JARED KUSHNER, NEGOZIATORE DEL GOVERNO USA IN MEDIO ORIENTE, STA CERCANDO DI OTTENERE DAI GOVERNI DELLA REGIONE ALTRI FONDI PER LA SUA SOCIETÀ DI PRIVATE EQUITY “AFFINITY PARTNERS”

Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile

IL “NEW YORK TIMES” RIVELA CHE NELLE SCORSE SETTIMANE KUSHNER HA AVUTO COLLOQUI CON POTENZIALI INVESTITORI PER RACCOGLIERE 5 MILIARDI DI DOLLARI. E HA GIÀ INCONTRATO I RAPPRESENTANTI DEL FONDO DI INVESTIMENTO PUBBLICO DELL’ARABIA SAUDITA, GUIDATO DAL PRINCIPE EREDITARIO MOHAMMED BIN SALMAN

Jared Kushner, tra i principali negoziatori del governo Usa in Medio Oriente, sta cercando di raccogliere altri fondi per la sua società di private equity dai governi della regione.
Secondo cinque persone a conoscenza dei colloqui, ha riferito il New York Times, il genero del presidente americano Donald Trump ha avuto colloqui nelle scorse settimane con potenziali investitori per raccogliere 5 miliardi di dollari o più per Affinity Partners, la sua società di investimento.
Nell’ambito di queste attività, i rappresentanti di Affinity hanno già incontrato il Fondo di Investimento Pubblico dell’Arabia Saudita, che investe i proventi delle vaste riserve petrolifere del regno, come riferito da due fonti.
Il Fondo è guidato dal principe ereditario Mohammed bin Salman, che ha stretti legami con Kushner e l’amministrazione Trump: è già il maggiore e il primo investitore in Affinity con un assegna staccato dell’importo di 2 miliardi di dollari subito dopo la fine del primo mandato dell’amministrazione Trump.
La vicenda, tuttavia, pone la questione della linea di confine sempre più labile tra incarico pubblico di rilievo, peraltro inconsueto nella sua forma, e affari personali.
(da agenzie)

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ECCOLO IL PAESE DELLE MERAVIGLIE RACCONTATO DALLA MELONI, GLI ITALIANI SONO COSTRETTI A INDEBITARSI DI PIÙ: SECONDO I DATI DELL’ASSOCIAZIONE BANCARIA ITALIANA E DELLA FABI, A FEBBRAIO L’AMMONTARE DEI PRESTITI A FAMIGLIE E IMPRESE È CRESCIUTO DEL 2,1% SU BASE ANNUA

Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile

CRESCE ANCHE IL TASSO DEI MUTUI, CHE A INIZIO 2026 IN ITALIA SI È ATTESTATO AL 3,55%, CONTRO IL 3,06% DELLA FRANCIA, IL 2,49% DELLA SPAGNA E UNA MEDIA DELL’EUROZONA PARI AL 3,23%

Per le famiglie italiane mutui e prestiti non solo aumentano nei volumi, ma continuano a costare più che nel resto dell’Eurozona. Si tratta di un divario che in alcuni casi supera il punto percentuale e che potrebbe farsi sentire ancora di più nei prossimi mesi.
La crisi in Medio Oriente rischia infatti di spingere di nuovo l’inflazione verso l’alto e, oltre a portare a rincari generalizzati, potrebbe anche spingere la Banca centrale europea a rialzare il costo del denaro qualora il conflitto nel Golfo Persico sia prolungato.
I dati pubblicati ieri dall’Associazione bancaria italiana (Abi) e dalla Fabi, la Federazione autonoma bancari, evidenziano una doppia realtà che interessa l’Italia. L’istituzione guidata da Antonio Patuelli sottolinea che a febbraio l’ammontare dei prestiti a famiglie e imprese è cresciuto del 2,1% su base annua, proseguendo il percorso iniziato nel marzo 2025.
«Si tratta del quarto mese consecutivo in cui si registra un valore dei prestiti intorno al 2%», ha commentato il vicedirettore generale vicario dell’Abi, Gianfranco Torriero. viaggia con il segno più anche la raccolta diretta complessiva (depositi da clientela residente e obbligazioni) delle banche: sempre a febbraio è risultata in aumento del 4% su base annua raggiungendo i 2.145 miliardi di euro e proseguendo la dinamica positiva registrata da inizio 2024, ricorda l’Abi.
Allo stesso tempo, tuttavia, Fabi rimarca che all’inizio del 2026 il tasso medio sui mutui in Italia si è attestato al 3,55%, contro il 3,06% della Francia, il 2,49% della Spagna e una media dell’eurozona pari al 3,23%.
Il divario è ancora più marcato sul credito al consumo: i prestiti personali in Italia raggiungono in media l’8,11%, ben al di sopra del 6,89% della Spagna, il 6,39% della Francia e il 7,51% medio nell’area euro
Il timore, secondo Fabi, è che le famiglie si stiano indebitando per riuscire a sostenere spese che un tempo venivano coperte con il risparmio o con lo stipendio.
«I prestiti personali sono diventati per molte famiglie una voce ordinaria e quando il ricorso al prestito serve per ottenere liquidità, accorpare debiti o acquistare un’auto usata, significa che il credito sta sostituendo il reddito» dice il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni.
«In Italia questo quadro si innesta in una situazione in cui i redditi reali disponibili delle famiglie negli ultimi quindici anni sono rimasti sostanzialmente fermi – analizza Roberto Anedda, responsabile analisi mercati Credipass -. È quanto emerge dai dati Eurostat, che mostrano un quadro molto diverso rispetto alla media europea, dove nello stesso periodo i redditi sono cresciuti di circa il 15% cumulato.
Il risultato è un progressivo indebolimento del potere d’acquisto delle famiglie italiane, che si trovano a fronteggiare l’aumento del costo della vita con risorse sostanzialmente invariate». Di qui il possibile ricorso al credito al consumo, in uno scenario di marcata incertezza.
Per Sileoni, le condizioni dei finanziamenti stabilmente sopra la media dell’Eurozona non possono essere considerate un semplice effetto di mercato ma una criticità strutturale che pesa sui bilanci delle famiglie. «Il divario resta evidente sia sui mutui sia, soprattutto, sul credito al consumo, dove non si riduce ma tende ad ampliarsi. È il segnale che la trasmissione della politica monetaria è ancora incompleta e che i benefici per famiglie e imprese arrivano con lentezza e in modo diseguale – dice Sileoni -. In un contesto internazionale tornato più instabile, questo ritardo diventa ancora più preoccupante».
Con la crisi in Medio Oriente diversi economisti stanno iniziando a segnalare il rischio di una stagflazione, cioè un contesto in cui l’inflazione torna a salire mentre in un contesto di stagnazione economica. Ecco perché, parlando a un convegno a Ravenna, il presidente dell’Abi Patuelli ha chiesto più incisività.
«Oggi servono interventi di emergenza. Abbiamo una serie di rischi importanti: il primo è l’inflazione che colpisce famiglie e aziende», di fronte alla quale le banche centrali «possono essere le prime a muoversi alzando i tassi», mentre gli Stati «possono fare manovre di carattere fiscale», ha sottolineato Patuelli.
(da agenzie)

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UN GRUPPO DI SVALVOLATI DI ULTRA DESTRA STA USANDO L’ESPRESSIONE “CRISTO È RE” PER PROPAGARE ODIO NEI CONFRONTI DEGLI EBREI, FOMENTANDO L’ANTISIONISMO

Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile

IL RAPPORTO DEL 2025 DEL “NETWORK CONTAGION RESEARCH INSTITUTE” HA RILEVATO CHE “ LA FRASE È STATA “SISTEMATICAMENTE UTILIZZATA DA FIGURE ESTREMISTE CHE LA ADOPERANO COME MANTRA SUPREMATISTA BIANCO PER PUBBLICIZZARE LE LORO CONVINZIONI ANTISEMITE…”

Di per sé, l’espressione “Cristo è re” riassume un principio fondamentale della fede cristiana: Gesù è il sovrano divino dell’universo. Cattolici e molti protestanti celebrano ogni anno la domenica di Cristo Re.
Ma l’antica frase può trasformarsi in qualcosa di politico, controverso o persino sinistro, a seconda di chi la pronuncia e di come viene pronunciata.
Negli ultimi anni, frasi come “Cristo è re” e simili sono state scandite durante i comizi politici, pubblicate sui social media e proclamate nei discorsi da voci di destra.
A volte la frase viene usata per sostenere l’idea dell’America come nazione cristiana o come nazione che deve la sua fedeltà specificatamente al Dio cristiano. Alcuni attuali funzionari del governo e recenti membri del Congresso hanno usato la frase nei discorsi e sui social medi
Ma altre volte gli attivisti politici hanno associato la frase “Cristo è re” a dichiarazioni antisioniste o a stereotipi ebraici negativi.
L’espressione ha guadagnato popolarità tra i personaggi dell’estrema destra e i loro seguaci. L’influencer conservatrice Candace Owens, che condivide teorie complottiste antisemite, vende tazze da caffè e magliette con la scritta “Cristo è Re”.
La controversia si collega a uno scisma più ampio a destra , con alcuni conservatori che si oppongono a una fazione sempre più attiva, le cui denunce di Israele, secondo i critici, spesso si combinano con un palese antisemitismo.
Alcuni di questi ultimi sostengono di non essere antisemiti, ma solo antisionisti. Questo rappresenta di per sé una netta rottura con quello che un tempo era un quasi unanime sentimento filo-israeliano tra i repubblicani.
Ma ci sono momenti in cui l’uso della frase “Cristo è re” è indubbiamente ostile nei confronti degli ebrei, afferma un rapporto del 2025 del Network Contagion Research Institute, affiliato alla Rutgers University.
Analizzando i post sui social media tra il 2021 e il 2024, l’istituto ha segnalato un drammatico aumento della frase “Cristo è re”, spesso usata come meme d’odio contro gli ebrei.
“L’uso o il dirottamento di ‘Cristo è Re’ come arma rappresenta un’inquietante inversione del suo intento originale. Invece di sacralizzare i valori condivisi, gli estremisti hanno sfruttato questa espressione religiosa per giustificare l’odio”, si legge nel rapporto.
La frase è stata cooptata da Groypers, alludendo ai seguaci dell’influencer di estrema destra Nick Fuentes, che ha diffuso opinioni antisemite.
Il rapporto del 2025 del Network Contagion Research Institute ha rilevato che, sebbene molti riferimenti a “Cristo è re” sui social media siano strettamente religiosi, la frase è stata “sistematicamente cooptata da figure estremiste”.
Il rapporto afferma che Fuentes e altri estremisti usano la frase come “mantra suprematista bianco per pubblicizzare le loro convinzioni antisemite”.
Fuentes ha affermato che l’Olocausto è stato esagerato e ha denunciato “l’ebraismo organizzato in America”. Ha affermato di essere in lotta contro “élite sataniche e globaliste”, un luogo comune antisemita.
L’espressione ha guadagnato popolarità anche in ambito politico, tra alcuni esponenti della destra cattolica ed evangelica fortemente filo-israeliana che hanno ripetutamente denunciato l’antisemitismo, come il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Segretario di Stato Marco Rubio.
La controversia ha messo in luce le divisioni sia religiose che politiche.
Il Vaticano intrattiene relazioni diplomatiche con Israele e ha anche riconosciuto lo Stato di Palestina. Papa Leone XIV ha chiesto una soluzione a due stati, denunciando al contempo l’antisemitismo . Durante la guerra tra Israele e Hamas, i papi Francesco e Leone XIV hanno denunciato gli attacchi del 7 ottobre 2023 di Hamas e la massiccia risposta militare di Israele, con Leone XIV che ha chiesto la fine della “punizione collettiva” da parte di Israele nei confronti della popolazione di Gaza.
Altri cattolici della Commissione per la libertà religiosa hanno sottolineato che Gesù e i suoi seguaci erano ebrei e che un documento fondamentale del Vaticano del 1965 respinge l’antisemitismo e l’attribuzione della colpa della crocifissione di Gesù a tutti gli ebrei, compresi quelli viventi oggi.
(dawww.apnews.com)

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L’IRAN PUO’ METTERE IN GINOCCHIO I MERCATI ENERGETICI MONDIALI E PER L’ITALIA SONO GUAI SERI

Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile

LA CHIUSURA DI FATTO DELLO STRETTO DI HORMUZ HA BLOCCATO IL 20% DEL PETROLIO MONDIALE, FACENDO SCHIZZARE IL GREGGIO OLTRE I 100 DOLLARI AL BARILE

Sono passate poco più di due settimane da quando lo Stretto di Hormuz, indubbiamente il passaggio marittimo più importante del mondo per il mercato energetico, si è praticamente fermato, e le conseguenze si stanno già propagando ben oltre il Golfo Persico. Sta accadendo ciò che molti analisti temevano da anni, ma che — a quanto pare — nessuno dei pianificatori strategici americani aveva pienamente previsto nella sua portata: il prezzo del greggio Brent è schizzato oltre i 100 dollari al barile per la prima volta dal 2022; il traffico di petroliere è crollato prima del 70% e poi praticamente a zero; e circa 150 navi cisterna — tra petroliere e navi per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL) — sono rimaste bloccate nelle acque circostanti lo Stretto, in attesa di capire se e quando potranno passare.
Per chi vive in Italia a prima vista questa vicenda può sembrare l’ennesima guerra distante da casa. In realtà non lo è. Il prezzo del petrolio si muove infatti in un mercato globale: quando il greggio sale a New York a causa di quanto sta accadendo nel Golfo Persico, il costo di un pieno di benzina finisce per aumentare direttamente anche a Milano o a Napoli. L’Italia importa ancora circa il 90% del petrolio che consuma e una parte rilevante del greggio che arriva in Europa dipende direttamente dalle rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz. Quando queste rotte si bloccano, il prezzo del barile sale per tutti. E quando il petrolio aumenta, aumentano a catena anche le bollette dell’energia elettrica, il costo dei trasporti e, in ultima analisi, l’inflazione dei beni di consumo.
Perché lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia energetico del mondo
Lo Stretto di Hormuz è un passaggio marittimo lungo circa 160 km e largo circa 33 km nel suo punto più stretto, con due corsie di navigazione unidirezionali larghe appena 3 km ciascuna. Si trova tra l’Iran a nord e l’Oman a sud e collega il Golfo Persico — dove si concentra gran parte della produzione petrolifera del Medio Oriente — con il Golfo di Oman e, da lì, con l’Oceano Indiano e i mercati globali.
I numeri dei prodotti che vi transitavano prima della guerra sono impressionanti. Secondo l’EIA (Energy Information Administration degli Stati Uniti) e la IEA (International Energy Agency), nel 2025 attraverso lo Stretto passavano in media 20 milioni di barili al giorno tra petrolio e altri prodotti petroliferi, pari a circa il 20% del consumo mondiale. Di questi, quasi 15 milioni di barili al giorno erano costituiti da solo petrolio greggio, pari al 34% del commercio globale di greggio.
Non transitava però solo petrolio. Nel 2025 attraverso lo Stretto di Hormuz è passato circa il 20% del commercio mondiale di GNL, proveniente in gran parte dal Qatar, uno dei principali esportatori globali, che nel 2025 ne ha esportato circa 81 milioni di tonnellate (pari a circa 110 miliardi di metri cubi). Il Qatar non dispone di gasdotti alternativi per raggiungere i mercati globali al di fuori della regione del Golfo e dipende interamente dallo Stretto per le proprie esportazioni. Non a caso, il 2 marzo 2026, dopo che droni iraniani hanno colpito gli impianti di GNL di Ras Laffan e Mesaieed, QatarEnergy ha dovuto sospendere tutta la produzione, dichiarando poi formalmente force majeure sui contratti di fornitura il 4 marzo.
Il punto cruciale è proprio questo: le alternative al passaggio nello Stretto, quando esistono, sono estremamente limitate. L’Arabia Saudita dispone, ad esempio, dell’oleodotto East–West (Petroline), portato alla piena capacità di emergenza di 7 milioni di barili al giorno l’11 marzo 2026. Gli Emirati Arabi Uniti hanno a loro volta l’oleodotto Abu Dhabi–Fujairah, con una capacità massima di 1,8 milioni di barili al giorno. Ma anche sommando le due infrastrutture al massimo della loro capacità si arriva a circa 8–9 milioni di barili al giorno — ovvero meno della metà dei 20 milioni di barili che transitavano normalmente per lo Stretto prima della guerra. Il deficit strutturale per questi due Paesi supera così gli 11 milioni di barili al giorno. Gli altri produttori di petrolio della regione — Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrein — invece non dispongono di alcuna alternativa: dipendono interamente da questo passaggio. In sostanza, lo Stretto di Hormuz non ha alcun sostituto funzionale.
Cosa è successo ai flussi energetici dallo scoppio del conflitto
La sequenza degli eventi è stata rapidissima. Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’Operazione Epic Fury, una campagna di attacchi aerei su
larga scala contro infrastrutture militari iraniane, siti nucleari e strutture di comando che ha portato, tra le altre cose, all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nel primo giorno di guerra.
La risposta iraniana è stata molto più aggressiva di quanto molti osservatori si attendessero. Nei giorni successivi Teheran ha infatti lanciato attacchi con missili e droni contro obiettivi militari statunitensi, territorio israeliano e infrastrutture nella regione del Golfo, tra cui installazioni petrolifere negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Bahrein.
Ma soprattutto, già nelle prime ore del conflitto, le navi in transito nello Stretto di Hormuz hanno iniziato a ricevere minacciosi messaggi radio attribuiti ai Pasdaran che intimavano loro di non procedere oltre. Il 2 marzo, un alto ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha ribadito pubblicamente che qualsiasi nave che avesse tentato il passaggio senza consenso da parte iraniana avrebbe potuto essere colpita.
Gli effetti sul traffico marittimo sono stati immediati. Nel giro di pochi giorni i dati di tracciamento navale hanno mostrato un crollo dei transiti nello Stretto: rispetto ai livelli precedenti alla guerra, il numero di navi cisterna che attraversano quotidianamente Hormuz è sceso quasi fino ad azzerarsi. Diverse navi commerciali che hanno provato a forzare il blocco sono state danneggiate negli attacchi e si sono anche registrate vittime tra gli equipaggi, mentre molte compagnie di navigazione hanno deciso di sospendere del tutto i passaggi nell’area.
A partire dai primi giorni di marzo, tuttavia, l’Iran ha progressivamente moderato la propria posizione. Pur mantenendo una forte pressione militare sullo stretto, Teheran ha consentito in alcuni casi il passaggio di navi legate a Paesi che non partecipavano direttamente al conflitto. In questo modo, nei giorni successivi alcune imbarcazioni con bandiera turca, indiana e cinese sono riuscite a transitare, così come le petroliere iraniane dirette verso la Cina. Per la maggior parte del traffico commerciale mondiale, però, lo Stretto di Hormuz resta di fatto off-limits, con effetti immediati sui flussi energetici globali.
I mercati energetici nel caos: petrolio oltre i 100 dollari e crisi delle assicurazioni per le navi
Per comprendere appieno la portata di quanto sta accadendo basta guardare i freddi numeri: si tratta di uno degli shock più gravi per l’approvvigionamento energetico mondiale dalla crisi petrolifera degli anni Settanta a oggi e potrebbe persino rappresentare la più grande interruzione dell’offerta nella storia del mercato petrolifero moderno.
Non sorprende quindi che, se all’inizio delle operazioni militari americane e israeliane contro l’Iran, il 28 febbraio 2026, il prezzo del greggio Brent si aggirava intorno ai 70–73 dollari al barile, nel giro di pochi giorni sia prima salito a 77 dollari, poi a 83 e infine abbia superato la soglia psicologica dei 100 dollari l’8 marzo scorso, arrivando persino a toccare per breve tempo un picco poco oltre i 120 dollari al barile. Nell’ultima quotazione disponibile al momento in cui scriviamo, il Brent si mantiene ancora sopra quota 100 dollari.
Ma il prezzo del greggio, di per sé, è solo la punta dell’iceberg: anche i costi di trasporto stanno aumentando rapidamente. Il costo giornaliero per noleggiare una superpetroliera VLCC — Very Large Crude Carrier, ovvero navi che trasportano circa 2 milioni di barili di petrolio dal Golfo Persico verso altri grandi mercati come la Cina — ha raggiunto i 423.700 dollari al giorno, secondo i dati LSEG riportati da CNBC. Si tratta di livelli record per questa tratta, con un aumento di circa il 94% rispetto ai valori registrati pochi giorni prima dell’escalation del conflitto. Nel frattempo, diverse grandi compagnie di navigazione, tra cui Maersk, CMA CGM e Hapag-Lloyd, hanno annunciato la sospensione o la revisione dei transiti nella regione per motivi di sicurezza.
A rendere la situazione ancora più critica è la crisi delle assicurazioni contro il rischio bellico (war risk insurance) per le navi che ancora transitano nella regione. Dopo l’escalation militare, diversi assicuratori hanno cancellato alcune polizze esistenti o imposto nuove coperture con premi molto più elevati. In alcuni casi i premi war risk per singolo viaggio sono saliti fino all’1–2% del valore della nave, contro circa lo 0,25% in condizioni normali. Senza questa copertura molti armatori, finanziatori e operatori commerciali finiscono per evitare il transito nello Stretto di Hormuz, perché il rischio finanziario — oltre a quello umano — diventa troppo elevato. Secondo società di intelligence energetica come Kpler, questo meccanismo perverso sta riducendo il traffico navale quasi quanto una chiusura fisica dello Stretto, con effetti molto simili sui flussi di merci.
Non è finita qui: gli effetti di questa situazione si estendono ben oltre il solo commercio di petrolio. I prezzi del gas naturale in Asia e in Europa sono aumentati rispettivamente del 51% e del 77% rispetto ai livelli pre-conflitto, secondo i dati rilevati al 9 marzo dal Center for American Progress sulla base delle quotazioni dei futures. Il prezzo dell’urea, un fertilizzante chiave per l’agricoltura, è a sua volta passato da 475 a 683 dollari per tonnellata al porto di New Orleans — un’impennata del 44% in meno di due settimane, secondo i dati CRU Group e StoneX — proprio nel periodo di semina del Midwest americano. In altre parole, questa crisi tocca non solo chi fa il pieno alla propria automobile, ma rischia di far salire anche il prezzo di un bene ancora più primario, il pane.
Gli errori di calcolo americani sulla risposta iraniana
Uno degli aspetti certamente più discussi di questa crisi riguarda gli errori della pianificazione americana dell’operazione militare. Secondo una lunga inchiesta della CNN pubblicata il 12 marzo, il Pentagono e il Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca avrebbero significativamente sottovalutato proprio la volontà dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz in risposta agli attacchi militari.
Secondo le fonti citate dalla CNN, il team di sicurezza nazionale del presidente Trump non avrebbe tenuto pienamente conto delle potenziali conseguenze di quello che diversi funzionari hanno descritto come lo scenario peggiore che l’Amministrazione si trova ora ad affrontare. Sebbene funzionari chiave dei Dipartimenti dell’Energia e del Tesoro fossero presenti in alcune riunioni di pianificazione, le analisi delle agenzie competenti e le previsioni che in passato sarebbero state elementi centrali del processo decisionale questa volta sono invece state considerate come fattori secondari.
Anche il New York Times ha parlato esplicitamente di un grave errore di calcolo, sottolineando come l’Iran abbia risposto in modo molto più aggressivo rispetto al
precedente conflitto di giugno 2025 quando Teheran si astenne dal chiudere lo Stretto nonostante gli attacchi subiti. La differenza, questa volta, è stata l’uccisione della Guida Suprema Khamenei: un atto che l’Iran ha interpretato come una minaccia esistenziale, modificando radicalmente il calcolo strategico della leadership iraniana.
Nel corso di un briefing classificato al Congresso, esponenti di entrambi i partiti hanno contestato la mancanza di un piano operativo chiaro per riaprire lo Stretto una volta iniziato il conflitto, secondo le fonti citate dalla CNN. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha respinto le critiche definendole infondate, ma la realtà sul campo continua a raccontare una storia diversa: a due settimane dall’inizio delle operazioni, lo Stretto resta infatti sostanzialmente chiuso e non ci sono soluzioni a breve termine all’orizzonte.
L’Amministrazione Trump ha finora risposto alla crisi energetica con due misure principali. La prima è stata l’ordine alla U.S. International Development Finance Corporation (DFC) di offrire copertura assicurativa a tutte le navi che transitano nel Golfo, mediante un programma da 20 miliardi di dollari di riassicurazione gestito dalla compagnia Chubb. La seconda è stata la proposta di fornire scorte navali militari per le petroliere, che tuttavia richiede risorse enormi: secondo alcune stime, servirebbero 7–8 cacciatorpediniere per scortare 3–4 navi commerciali al giorno, un impegno sostenibile solo nel breve periodo.
Le prospettive: tra riapertura parziale ed escalation
A questo punto, gli analisti individuano sostanzialmente tre scenari possibili per l’evoluzione della crisi.
Il primo scenario, considerato il più probabile nel breve termine da diversi osservatori, è quello di una riapertura parziale e selettiva dello Stretto. L’Iran ha già dimostrato di voler mantenere il controllo del passaggio come leva negoziale, consentendo il transito ad alcune navi — turche, indiane e cinesi — mentre continua a esportare il proprio petrolio verso la Cina. Come ha osservato David Roche di Quantum Strategy in un’intervista a CNBC, l’Iran ha bisogno di esportare petrolio per finanziare la propria economia, soprattutto in un momento così
complicato: questo crea un incentivo strutturale a non chiudere completamente lo Stretto nel lungo periodo. La sua previsione è quindi quella di una riapertura parziale entro due o tre settimane.
Il secondo scenario è quello di una pressione prolungata e intermittente. In questo caso, l’Iran manterrebbe lo Stretto in uno stato di semi-chiusura, consentendo il transito a singhiozzo e colpendo selettivamente le navi per mantenere alta la percezione del rischio. Questo scenario sarebbe il peggiore per i mercati energetici: l’incertezza prolungata manterrebbe i premi assicurativi a livelli proibitivi e impedirebbe una normalizzazione dei flussi commerciali, mantenendo i prezzi del petrolio stabilmente sopra i 100 dollari al barile per settimane o mesi.
Il terzo scenario, il più grave ma al momento meno probabile, è quello di un’ulteriore escalation che coinvolga direttamente gli altri Paesi del Golfo. Gli attacchi iraniani hanno già colpito infrastrutture negli Emirati Arabi Uniti — tra cui il porto di Jebel Ali e un hotel di lusso sulla Palm Jumeirah, con danni da detriti di intercettazione anche al Burj Al Arab — oltre a infrastrutture in Arabia Saudita e Qatar. Droni hanno colpito anche i porti omaniti di Duqm e Salalah, che avrebbero dovuto fungere da rotte alternative allo Stretto. Se l’Iran dovesse intensificare gli attacchi alle infrastrutture energetiche dei Paesi vicini, si aprirebbe uno scenario senza precedenti storici, con conseguenze potenzialmente devastanti per l’economia mondiale, e un prezzo del greggio che potrebbe schizzare anche oltre quota 150 dollari al barile secondo le ipotesi più estreme.
In tutti e tre gli scenari, un fattore chiave resta la capacità delle riserve globali di tamponare lo shock. La IEA ha già annunciato il rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve dei Paesi membri — la più grande operazione del genere nella storia dell’agenzia, più del doppio dei 182 milioni rilasciati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Secondo dati dell’IEA elaborati da OPEC, a marzo 2026 i 38 Paesi dell’OCSE detengono riserve totali — strategiche e commerciali obbligatorie — pari a circa 2,83 miliardi di barili, sufficienti a coprire circa 62 giorni di consumo degli stessi Paesi. Va tuttavia precisato che questa copertura si riferisce ai soli consumi dei
Paesi industrializzati: rapportata al consumo globale di oltre 100 milioni di barili al giorno, la stessa quantità coprirebbe meno di 30 giorni. Ad ogni modo, se la crisi dovesse protrarsi per mesi, anche questo cuscinetto finirebbe inevitabilmente per esaurirsi.
La vera partita: la vulnerabilità energetica globale
La crisi dello Stretto di Hormuz dovuta alla guerra in corso contro l’Iran, insomma, sta mettendo a nudo una realtà che il mondo ha preferito ignorare per decenni: la stabilità dell’intera economia globale dipende da uno stretto d’acqua controllabile da un singolo Paese, per il quale non esiste un’alternativa adeguata.
L’Iran lo sa da sempre e ora ha dimostrato che, anche sotto attacco militare diretto, e persino dopo la perdita della propria Guida Suprema, la leva energetica resta lo strumento più potente a propria disposizione. Non servono portaerei o missili intercontinentali per mettere in ginocchio i mercati mondiali: bastano alcune minacce, qualche drone e la revoca delle assicurazioni marittime.
Per l’Italia e per l’Europa, la lezione è duplice. Da un lato conferma l’urgenza di diversificare le fonti energetiche e ridurre la dipendenza dagli idrocarburi, un obiettivo dichiarato da anni ma perseguito con troppa lentezza. Dall’altro dimostra che le crisi geopolitiche in aree apparentemente lontane possono ancora avere effetti immediati e tangibili sulle bollette, sui prezzi alimentari e sull’inflazione nei Paesi europei.
Come ha scritto l’UNCTAD (la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo) in un’analisi pubblicata nei giorni scorsi, “i costi più alti di energia, fertilizzanti e trasporti sono destinati ad aumentare i costi alimentari e ad intensificare le pressioni sul costo della vita, con conseguenze particolarmente gravi per i soggetti più vulnerabili”.
La vera domanda, oggi, non è tanto se lo Stretto di Hormuz si riaprirà: prima o poi accadrà, perché l’interesse di troppi attori — incluso lo stesso Iran — è che il petrolio continui a fluire. La domanda è piuttosto quanto durerà questa chiusura, se nel frattempo i danni saranno già diventati troppo gravi e, soprattutto, se il mondo
saprà trarre le lezioni giuste da questa crisi o se, come già accaduto troppe volte in passato, tutto verrà dimenticato in fretta non appena i prezzi torneranno a scendere.

(da Fanpage)

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DOPO LA SPAGNA ANCHE LA SVIZZERA DELUDE TRUMP, NO AGLI AEREI USA PER LA GUERRA IN IRAN: SIAMO NEUTRALI”

Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile

RESPINTA LA RICHIESTA DI SORVOLO PER VOLI DA RICOGNIZIONE AMERICANI: “LO VIETA LA COSTITUZIONE”

Dopo la Spagna, anche la Svizzera respinge una richiesta operativa degli Usa legata alla guerra con l’Iran. Anzi, due. Sabato infatti la Confederazione elvetica ha annunciato di aver respinto due richieste degli Stati Uniti per il sorvolo del suo territorio da parte di aerei militari, riaffermando il diritto alla neutralità inscritto nella sua Costituzione. Dopo aver esaminato tutte le richieste presentate da Washington, il governo di Berna ha respinto due richieste per voli di “aerei da ricognizione” da effettuarsi domenica 15 marzo attraverso lo spazio aereo svizzero. «Gli Stati Uniti e Israele sono in guerra con l’Iran», dunque «si applica il diritto alla neutralità», il quale tra l’altro «vieta i sorvoli da parte delle parti in conflitto per scopi militari correlati a tale conflitto», ha sottolineato in una nota il governo svizzero. Che ha dato il suo consenso invece soltanto a un “volo di manutenzione”, considerato che sono consentiti a norma della sua Costituzione «i voli per scopi umanitari o medici, compreso il trasporto dei feriti, nonché i sorvoli non correlati al conflitto». La Svizzera è ufficialmente riconosciuta come Paese neutrale dalla comunità internazionale sin dal Congresso di Vienna del 1815. Quel principio cardine fu poi iscritto nella Costituzione federale svizzera sin dal 1848. E ora chi lo spiega a Donald Trump?
(da agenzie)

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