Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
DERUBRICATO PURE IL REATO: DA DUPLICE TENTATO OMICIDIO A TENTATE LESIONI PLURIAGGRAVATE… SICURAMENTE LO STESSO TRATTAMENTO CHE SE IL REATO LO AVESSE COMPIUTO UN GIOVANE PALESTINESE
Eitan Bondì, il ventunenne arrestato dopo aver confessato di aver esploso colpi di pistola ad aria compressa contro due attivisti dell’Anpi durante le celebrazioni del 25 aprile a Roma, lascerà il carcere. Lo ha stabilito il gip della Capitale al termine dell’udienza di convalida, disponendo per il giovane la misura degli arresti domiciliari. Una decisione che arriva insieme a una sostanziale modifica del quadro accusatorio: il giudice ha infatti accolto la richiesta di derubricare l’imputazione originaria di duplice tentato omicidio in tentate lesioni pluriaggravate, pur mantenendo l’aggravante della premeditazione.
Il pentimento e la smentita sui legami politici
Nel corso dell’udienza svoltasi nel carcere di Regina Coeli, Bondì ha rilasciato dichiarazioni spontanee assistito dai suoi legali, gli avvocati Cesare Gai e Gianluca Tognozzi. Il giovane ha mostrato segni di forte pentimento, cercando di allontanare dal caso ogni possibile lettura ideologica o legame con sigle organizzate. «Mi assumo la responsabilità di questo gesto deplorevole, mi vergogno di quanto ho fatto. Esprimo solidarietà verso le persone ferite e di chi si è sentito offeso dal mio gesto», ha dichiarato il ventunenne davanti al gip. Bondì ha poi voluto chiarire la sua posizione in merito alle indiscrezioni emerse subito dopo il fermo: «Voglio specificare che non faccio parte di nessun gruppo. Non ci sono moventi politici e ideologici dietro il mio gesto: non ho nessun legame con la Brigata Ebraica».
La dinamica dell’agguato al parco Schuster
I fatti risalgono allo scorso sabato, al termine del corteo per la Liberazione. Rossana Gabrielle e il suo compagno, entrambi militanti dell’Anpi, sono stati raggiunti da piccoli proiettili esplosi da un’arma ad aria compressa mentre si trovavano nei pressi del parco Schuster. Le indagini lampo hanno portato all’identificazione di Bondì il 29 aprile. Durante la perquisizione nella sua abitazione, gli investigatori hanno rinvenuto un piccolo arsenale composto non solo da armi da soft air, come quella utilizzata nell’agguato, ma anche coltelli, proiettili e diversi vessilli israeliani. Nonostante il materiale rinvenuto, la difesa punta sulla natura estemporanea e personale del gesto, tesi che sembra aver trovato un primo parziale accoglimento nella decisione del gip di attenuare la qualificazione giuridica del reato.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
È SOLO L’ULTIMO ATTO DI UNA VERGOGNOSA ESCALATION DI VIOLENZA CONTRO LA RELIGIONE CRISTIANA IN TERRA SANTA, ALIMENTATA DALL’ESTREMISMO DALLA FECCIA SOVRANISTA CHE GOVERNA CON NETANYAHU
In attesa degli sviluppi giudiziari dell’aggressione a una suora francese avvenuta martedi’
a Gerusalemme, la comunita’ cattolica a cui appartiene la religiosa ha ringraziato “le persone venute in aiuto durante l’attacco, i diplomatici, gli accademici e tutti coloro che hanno offerto sostegno”
“La piaga dell’odio e’ una sfida comune”, ha scritto su X padre Olivier Poquillon, direttore della Scuola francese di ricerca biblica e archeologica di Gerusalemme, di cui e’ ricercatrice la suora. La polizia israeliana ha annunciato mercoledi’ scorso l’arresto di un uomo sospettato di aver aggredito la suora, vicino alla Tomba di Re Davide sul Monte Sion a Gerusalemme, in un contesto di crescente violenza contro i cristiani in Israele e nei Territori palestinesi
“Il sospettato, un uomo di 36 anni, e’ stato identificato e successivamente arrestato dalla polizia”, si legge in un comunicato, in cui si aggiunge che le forze dell’ordine considerano con “estrema serieta’” qualsiasi atto di violenza “motivato da potenziali intenti razzisti e diretto contro membri del clero”
Contattata dall’Afp, la polizia si e’ rifiutata di rivelare la nazionalita’ del sospettato, ma ha precisato che l’arresto e’ avvenuto “con l’accusa di aggressione, e tutti i possibili moventi sono al vaglio”. Un filmato diffuso dalla polizia mostra lividi sul lato destro del volto della religiosa, 48 anni, di cui non sono state diffuse le generalita’.
Padre Olivier Poquillon ha fatto sapere che la suora non desidera rilasciare dichiarazioni pubbliche. “Ieri pomeriggio ha sentito qualcuno avvicinarsi da dietro e scaraventarla con tutta la sua forza a terra contro una roccia”, ha detto Poquillon, descrivendo il giorno dopo l’aggressione
“Mentre la sorella era a terra, l’uomo ha iniziato a prenderla a calci ripetutamente”, ha aggiunto. L’aggressione e’ avvenuta di fronte al Cenacolo, un edificio sul Monte Sion a Gerusalemme considerato sacro sia dai cristiani che dagli ebrei, questi ultimi lo ritengono il luogo di sepoltura del re Davide, figura biblica. Martedi’, Poquillon aveva denunciato un'”aggressione gratuita” in una dichiarazione pubblicata su X, che e’ stata rilanciata dal Consolato francese a Gerusalemme che ha condannato “con forza” quanto accaduto.
Il ministero degli Esteri israeliano ha parlato di “atto vergognoso” in una dichiarazione pubblicata su X e ha affermato che Israele rimane impegnato “a salvaguardare la liberta’ di religione e la liberta’ di culto per tutte le fedi”. La Facolta’ di Scienze umanistiche dell’Universita’ ebraica di Gerusalemme ha espresso
in una dichiarazione “profondo shock e condanna” per l’attacco, deplorandone la crescente frequenza
“Non si tratta di un episodio isolato, ma di parte di un preoccupante schema di crescente ostilita’ verso la comunita’ cristiana e i suoi simboli”, ha ammesso la Facolta’. Una fonte diplomatica europea a Gerusalemme ha inoltre osservato che l’aggressione “e’ avvenuta in un contesto in cui gli atti anticristiani sono diventati comuni, con insulti e sputi da parte di estremisti (ebraici) contro il clero in abiti religiosi su base quotidiana”.
All’inizio di aprile, l’esercito ha rimosso due soldati dal servizio di combattimento dopo che questi avevano vandalizzato una statua di Gesu’ in un villaggio del Libano meridionale, un atto che ha suscitato un’ampia condanna.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
LA DECISIONE NON È STATA CONCORDATA CON LA SEGRETERIA REGIONALE, NÉ CON QUELLA FEDERALE… SALVINI FURIOSO: “NON HA NULLA A CHE FARE CON LA LEGA UN TIZIO CHE FA UN VOLANTINO IN ARABO CON RIFERIMENTI AD ALLAH”… MA CHE PROBLEMA HAI?
Nella Lega è scoppiato il caso Vigevano (Pavia). I vertici locali hanno dato il via libera alla candidatura di due esponenti della comunità islamica nella lista del partito: la studentessa universitaria Hagar Haggag e il portavoce della Comunità islamica vigevanese, Hussein Ibrahim.
La decisione non sarebbe stata concordata con la segreteria regionale, né con quella federale, e avrebbe provocato profonda irritazione in Via Bellerio.
«Non ha nulla a che fare con la Lega un tizio che fa un volantino in arabo con riferimenti ad Allah. Ben vengano gli stranieri inseriti e integrati, non i fanatici» ha commentato ieri Matteo Salvini.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
I LIVELLI DI DISAPPROVAZIONE SUPERANO ADDIRITTURA LA GUERRA DEL VIETNAM, CHE SCATENÒ CONTESTAZIONI E LASCIÒ UNA FRATTURA PROFONDA NELLA SOCIETÀ
A due mesi dall’inizio del conflitto con l’Iran, la guerra avviata dagli Stati Uniti si
configura come la più impopolare nel Paese dai tempi della guerra di Corea del 1950. I dati mostrano un livello di disapprovazione superiore persino a quello registrato durante la guerra del Vietnam, storicamente considerata tra le più invise all’opinione pubblica americana.
Secondo quanto riportato da Somaiyah Hafeez in un articolo pubblicato da “The Mirror US”, un sondaggio Reuters/Ipsos del 28 aprile indica che il 61% degli americani disapprova i raid militari contro l’Iran, in forte aumento rispetto al 43% rilevato all’inizio del conflitto. Il dato supera anche il 60% di cittadini che, a guerra del Vietnam conclusa, ritenevano un errore l’invio di truppe nel Paese asiatico.
Il calo di consenso si riflette direttamente sulla popolarità del presidente Donald Trump, scesa al 34%, il livello più basso dal suo ritorno alla Casa Bianca. Il peggioramento è legato sia alla gestione della guerra sia all’aumento del costo della vita: solo il 22% degli intervistati approva l’operato del presidente su questo fronte, anche a causa dell’aumento dei prezzi del carburante seguito all’escalation militare.
Trump, che durante la campagna elettorale del 2024 aveva promesso di non avviare nuovi conflitti, nel primo anno del suo nuovo mandato ha autorizzato operazioni
militari in sette Paesi, tra cui l’Iran, dove la guerra è iniziata il 28 febbraio. Nonostante un cessate il fuoco raggiunto all’inizio di aprile, le tensioni restano elevate e incidono sui mercati energetici globali, con prezzi in crescita e riserve di petrolio in calo.
Sul piano umano, il Ministero della Salute iraniano riferisce di 3.375 morti causati dagli attacchi statunitensi e israeliani, mentre gli Stati Uniti hanno confermato 13 vittime tra i propri militari e oltre 200 feriti. Il bilancio si inserisce in un quadro più ampio: secondo il Cost of War Project della Brown University, le guerre guidate dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre hanno causato circa 940.000 morti in diverse aree di conflitto.
Anche i costi economici risultano rilevanti: l’amministrazione Trump ha speso 11,3 miliardi di dollari nei primi sei giorni di guerra, con una media successiva di circa 1 miliardo al giorno fino al cessate il fuoco dell’8 aprile. Su base giornaliera, il conflitto con l’Iran appare tra i più onerosi della storia recente, superando i costi medi delle guerre in Afghanistan e Iraq.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
DI CONTRO, MALGRADO LE CONTINUE CAZZATE DELLA MAGGIORANZA DI PALAZZO CHIGI, ELLY SCHLEIN E GIUSEPPE CONTE A MARZO, SONO SEMPRE FERMI : IL PD AL 22,3%, IL M5S AL 14,3%
Gli orientamenti di voto segnalano alcuni contenuti cambiamenti. Il più evidente è la progressiva crescita di Futuro nazionale, la formazione di Vannacci, che oggi è stimata dal 4,1%, con un aumento di oltre un punto rispetto al risultato del mese scorso.
Futuro nazionale toglie voti principalmente alla Lega e in subordine a Fratelli d’Italia, e, secondo l’analisi dei flussi di voto rispetto alle ultime elezioni europee, mobilita anche una piccola quota di elettori allora astensionisti. Il dato della Lega è oggi ai minimi storici: 5,8%, con una perdita di un ulteriore 0,5%.
Anche Fratelli d’Italia lascia sul campo lo 0,5% su marzo collocandosi oggi al 26,2%, il risultato più basso dalle elezioni europee. Forza Italia perde anch’essa lo 0,5% ma si colloca al 9%, uno dei livelli più alti degli ultimi due anni
La piccola contrazione di questo partito non sembra da attribuirsi tanto all’effetto Vannacci quanto alle traversie nella definizione dell’assetto e delle prospettive politiche.
Tra le forze di opposizione si manifesta una sostanziale stabilità: il Partito democratico è infatti oggi stimato al 22,3%, di pochi decimali sopra al risultato del mese scorso, il Movimento 5 Stelle è praticamente invariato rispetto a marzo collocandosi al 14,3%, mentre Avs recupera la piccola perdita del mese scorso e torna al 6,7%, lo stesso dato ottenuto alle scorse europee.
Sostanzialmente stabili, pur con minime flessioni, le altre forze del “campo largo”, +Europa all’1,3% e Italia viva al 2%. Azione, fuori dalle alleanze, si colloca al 3,1%, anch’essa stabile.
I risultati delle coalizioni possibili sono molto vicini: il centrodestra nel suo insieme (FdI, FI, Lega, Noi moderati e Futuro nazionale) assommerebbe complessivamente al 46,1%, il campo largo o progressista che dir si voglia (Pd, M5S, Avs, + Europa e Italia viva) arriverebbe al 46,6%
Per la prima volta, da quando Vannacci ha fondato la sua nuova forza politica, il centrosinistra supera il centrodestra, includendo il partito del generale.
Le valutazioni dell’esecutivo e della presidente del Consiglio sono in leggero miglioramento. Il governo, infatti, evidenzia un indice di apprezzamento (la percentuale di valutazioni positive su chi si esprime, esclusi i non sa) del 41, segnando una lievissima ripresa rispetto a marzo, quando si era registrata un’apprezzabile contrazione del gradimento.
Lo stesso avviene per Giorgia Meloni, che ha un indice di 42, recuperando due punti sullo scorso mese. Il dato è presumibilmente influenzato dalla forte polemica innescata dal presidente Trump nei confronti del papa Leone XIV e dalla difesa del Pontefice da parte della presidente Meloni, che ha preso una netta distanza dalle posizioni del tycoon, nonché dalle dichiarazioni critiche di Trump (che continua a essere inviso alla stragrande maggioranza degli italiani) nei confronti dell’Italia e della premier per il mancato sostegno alle proprie azioni.
Rimane da dire dei leader, per i quali non emerge nessuna apprezzabile differenza nell’ultimo mese: le variazioni nell’indice di apprezzamento sono infatti al massimo di un punto, con una sola eccezione rappresentata da Vannacci che cresce di due punti ed è oggi valutato al 20.
Nel centrodestra, infatti, sembra necessaria l’inclusione di Futuro nazionale, per essere competitivi, ma questo richiederà probabilmente una «spinta» a destra che potrebbe avere ricadute sulle componenti moderate della coalizione e in particolare su Forza Italia che sta cercando di definire meglio il proprio posizionamento centrista. Nel centrosinistra si tratterà di capire quale sarà la leadership e quali i contenuti programmatici, in particolare rispetto alla politica internazionale. Insomma, il cammino è ancora lungo e non è detto che i dati non possano modificarsi.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
FINO A UN ANNO FA LODAVA TRUMP, LE REGOLE EUROPEE, DIFENDEVA NETANYAHU E IRRIDEVA LA FLOTTIVA, OGGI FA L’ESATTO OPPOSTO PER PAURA DI PERDERE LE ELEZIONI
Immaginate di esservi presi una vacanza lunga un anno dall’attualità. Aprite i giornali, e
in un giorno solo, leggete che il governo ha condannato Israele per l’assalto in acque internazionali alle navi della Global Sumud Flotilla che portavano aiuti a Gaza, ha chiesto all’Unione Europea lo stop al patto di stabilità e ha litigato con Donald Trump al punto tale che lo stesso Trump ha minacciato di ritirare le truppe americane dall’Italia.
Ammettetelo: pensereste che è cambiato il governo, che Meloni, Salvini e Tajani sono finiti all’opposizione, che evidentemente ci sono state elezioni anticipate.
E invece no.
A prendersela con Israele è lo stesso governo che irrideva la Flotilla solo pochi mesi fa, difendendo Netanyahu a spada tratta, dicendo che era una missione umanitaria che rischiava di “compromettere la pace”, parlando di diritto internazionale che conta fino a un certo punto, rifiutandosi persino di pagare il biglietto di ritorno ai militanti, a i giornalisti e ai parlamentari rapiti da Israele.
A prendersela con l’Unione Europea e col nuovo patto di stabilità e crescita è lo stesso governo che ha firmato quel patto poco più di due anni fa, con una nota che lodava le “regole meno rigide”, i “meccanismi innovativi”, l’approccio “migliorativo rispetto al passato”.
A prendersela con gli Usa e con Trump, infine, è lo stesso governo che, meno di un anno fa, si è impegnato al vertice Nato dell’Aja ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL, che ha sostenuto Trump dal giorno uno della sua elezione, in tutti i suoi dazi, le sue cacce al migrante, i suoi omicidi agli attivisti politici, i suoi attacchi militari a Paesi terzi – guerre che bontà sua, Giorgia Meloni è riuscita a definire come “difensive”.
Ora, delle due una.
O chi stava al governo fino pochi mesi fa è stato sostituito da sosia perfetti, replicanti con le medesime sembianze e il pensiero opposto.
Oppure chi sta a Palazzo Chigi oggi ha preso gli ultimi quattro anni e li ha buttati nella pattumiera, iniziando a dire e fare l’esatto contrario di quel che ha detto e fatto fino a pochi mesi fa.
Poi cambi pagina e sullo stesso giornale vedi che sei elettori su dieci non considerano più Israele e Usa come degli alleati, che non ci sono soldi per la legge di bilancio elettorale perché hanno sbagliato i conti e che il centrosinistra è avanti nei sondaggi, anche con Vannacci dentro la coalizione di destra.
E allora capisci che non ci sono sosia, replicanti, magie e folgorazioni sulla via di Damasco. Ma che, semplicemente, Meloni & co stanno semplicemente provandole tutte per non andare a casa alle prossime elezioni. Arrivando persino a fare finta di essere all’opposizione di se stessi.
Solo gli stupidi non cambiano mai idea del resto.
A meno che non si tratti di perdere la poltrona.
(da Fanpage)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
ALCUNI MANIFESTANTI MORIRONO, ALTRI, I COSIDDETTI “MARTIRI DI CHICAGO”, FURONO CONDANNATI A MORTE. LA SECONDA INTERNAZIONALE ISTITUÌ ALLORA UNA GIORNATA DI MOBILITAZIONE E SOLIDARIETÀ, A PARTIRE DAL 1890
Il 1° maggio 1867 l’Illinois introdusse una legge sulla giornata lavorativa di otto ore, ancora però simbolica e di applicazione limitata.
Nel 1886, a Chicago, durante le manifestazioni iniziate proprio il 1° maggio per la riduzione dell’orario di lavoro, si verificarono gravi episodi di repressione.
La Seconda Internazionale, un’organizzazione di partiti socialisti e laburisti, istituì allora una giornata di mobilitazione e solidarietà, a partire dal 1890
Quella data ricorda oggi, a livello globale, una lunga storia di lotte sindacali per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire da richieste per l’ottenimento di condizioni più giuste, nel quadro del dibattito sui diritti civili e la giustizia sociale.
In Italia, la festa del Primo Maggio fu sospesa durante il Ventennio fascista, che limitò fortemente le libertà sindacali, e ripristinata nel Dopoguerra, purtroppo anche con episodi tragici, come la strage di Portella della Ginestra, in Sicilia, nel 1947, di matrice mafiosa, reazionaria e anticomunista
E il Concertone? Quello di Piazza San Giovanni a Roma, organizzato unitariamente da Cgil, Cisl e Uil, è un appuntamento fisso fin dagli anni Novanta e riflette i temi più attuali della riflessione pubblica sul lavoro, dalla sicurezza alla precarietà, continuando a rivendicare diritti nel presente, oltre che a fare memoria delle lotte del passato. “Pane e rose”, quindi, come si dice da oltre un secolo: le rivendicazioni economiche devono andare di pari passo con la richiesta di dignità e benessere.
(da “Oggi”)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
IL CAOS SCATENATO DALLE DIMISSIONI DELLA GIURIA INTERNAZIONALE, CHE ESCLUDENDO ISRAELE E RUSSIA DAI PREMI AVEVANO ESPOSTO IL GOVERNO AL RISCHIO DI RICORSO
Ma cosa è successo? È successo che la giuria artistica internazionale della Biennale,
composta dalla presidente Solange Farkas (brasiliana), Zoe Butt (australiana), Elvira Dyangani Ose (spagnola), Marta Kuzma (nata negli Usa da famiglia ucraina), Giovanna Zapperi (attività prevalente tra Francia e Svizzera) si è dimessa in blocco.
Il motivo: gli ispettori del ministero hanno bocciato l’idea della giuria di escludere dai premi i padiglioni della Russia e di Israele i cui capi di Stato e di governo sono inseguiti da mandati di cattura del Tribunale internazionale per crimini di guerra.
Secondo i regolamenti della Biennale non ci possono essere discriminazioni di alcun tipo tra gli artisti ammessi. Uno di loro, l’israeliano Belu-Simion Fainaru, origini rumene, aveva sollevato il caso minacciando le vie legali perché fossero riconosciuti i suoi diritti. Ora saranno i visitatori a sostituire gli esperti e a stabilire con il loro voto la classifica.
Gli ebrei in esilio a Babilonia appendevano le cetre alle fronde dei salici, incapaci di suonare e cantare a causa del dolore. È l’episodio che Salvatore Quasimodo rievoca nella sua celeberrima poesia, per sostenere l’impossibilità di fare arte di fronte alla guerra. Ma è proprio nelle situazioni estreme che c’è più bisogno di documentare l’orrore, a futura memoria. Purché non lo facciano coloro che quell’orrore devono glorificare.
«Pietrangelo cerca il martirio», è il titolo della giornata che Alessandro Giuli consegna ai suoi collaboratori. È uno sfogo privato, ma nella battaglia sulla Biennale c’è dentro un mondo: la destra che si sfrangia nell’impatto accecante con il potere, il realismo e la nostalgia, la Russia, i rancori, Israele che erode il consenso, l’Ucraina come unico baluardo, l’arte, le gelosie
«Ma è proprio per questo che il governo non gli darà la soddisfazione di cacciarlo – prosegue nel ragionamento – Non lo renderemo un martire, figurarsi se gli facciamo un regalo del genere»
Giuli pensa che non sarà il governo a commissariare la Biennale. Non per una storia che valuta frutto di una serie di errori che attribuisce esclusivamente a Buttafuoco. «È un pasticcio che gli è esploso addosso», sostiene sempre con gli stessi interlocutori. Sarebbe stato lo scrittore e giornalista siciliano, questa la tesi, a condurre per mano i giurati verso il burrone.
Il titolare della Cultura premette di non conoscere cosa sia realmente accaduto in quelle stanze veneziane nelle ultime ore, in che modo la giuria abbia deciso di ritirarsi, ma ritiene probabile che si sia consumato uno strappo tra loro e il presidente della Biennale. Perché, continua a ripetere a chi riesce a contattarlo, li avrebbe portati a sbattere, «mettendoli in una condizione impossibile». Così scomoda da indurli a rivoltarsi contro di lui.
C’è un passaggio, in particolare, che non va giù all’ex condirettore del Foglio, oggi al governo: la scelta di Buttafuoco di scaricare il nodo del ricorso dell’artista israeliano su Palazzo Chigi e sul ministero della Cultura. E invece, sostiene con i suoi, si tratta di una questione che spetta soltanto alla fondazione gestire, «non è che ci si ricorda di essere giustamente autonomi quando si decide sulla Russia e poi si chiede al governo una soluzione se insorge un problema con Israele».
Da qui parte ogni riflessione di Giuli, così come la scelta di parlare l’altro ieri al telefono con lo scultore israeliano e di indicargli la strada, sempre la stessa, per rispondere alle decisioni della Biennale: se ritiene di essere stato discriminato in quanto ebreo il bersaglio della sua denuncia non può che essere la presidenza della mostra, non certo l’esecutivo
Giuli pensa di aver agito per il meglio. Di più, ripete agli amici, è certo di essersi mosso, rispetto alla riapertura del padiglione russo, per evitare all’Italia «una procedura d’infrazione con l’Europa, attraverso interlocuzioni costanti con Bruxelles».
Fa un po’ strano immaginare i visitatori intenti a decretare i vincitori della mostra, assegnare i premi «per decisione del popolo…», ma è la strada che non dispiace a Buttafuoco, non ora che ogni ponte con Palazzo Chigi sembra essere crollato.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
L’AUMENTO DEL PREZZO È UN GROSSO CETRIOLONE PER IL TYCOON IN VISTA DELLE MIDTERM DI NOVEMBRE: SE LA SITUAZIONE NON MIGLIORA, RISCHIA DI PRENDERE UNA TRANVATA CLAMOROSA
I prezzi dei carburanti negli Stati Uniti stanno registrando un’impennata significativa, seguendo settimane di rincari già osservati in Asia ed Europa, mentre le tensioni legate al conflitto con l’Iran continuano a pesare sui mercati energetici.
Dalla costa occidentale al Midwest, benzina e diesel stanno raggiungendo livelli elevati. In California il prezzo medio della benzina ha superato i 6 dollari al gallone, il valore più alto dall’ottobre 2023.
Nel Midwest la situazione è analoga: in Illinois il prezzo è salito a 4,67 dollari al gallone, oltre un dollaro in più rispetto a un anno fa, con livelli simili registrati
anche in Indiana, Michigan e Ohio. Il diesel ha seguito lo stesso trend, arrivando a quasi 7,50 dollari in California e nella fascia media dei 5 dollari nel Midwest, mentre i futures della benzina negli Stati Uniti hanno toccato i massimi da quasi quattro anni.
Secondo quanto riportato da Bloomberg, l’aumento dei prezzi è legato al protrarsi del conflitto con l’Iran, giunto alla nona settimana, e ai timori di un possibile blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il trasporto di petrolio.
L’inflazione dei carburanti sta aumentando la pressione sui consumatori americani e rischia di avere ripercussioni politiche per l’amministrazione Trump e per i Repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato, in particolare nelle competizioni per il Senato in Michigan e Ohio.
Anche a livello locale emergono criticità: in California, lo stato più popoloso del Paese, il caro carburante rappresenta una sfida per il governatore Gavin Newsom. Parallelamente, problemi nelle raffinerie del Midwest potrebbero contribuire agli aumenti: un impianto chiave della raffineria Exxon Mobil di Joliet, in Illinois, è stato fermato, mentre una perdita di energia è stata segnalata nell’impianto BP di Whiting, in Indiana, pur senza interruzioni operative delle unità monitorate, come evidenziato dalla società di analisi Wood Mackenzie.
(da agenzie)
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