Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
“QUESTA E’ SOPRATTUTTO LA GUERRA DI ISRAELE. MOJTABA KHAMENEI NCOME GUIDA SUPREMA? SENZA IL CONFLITTO NON SAREBBE STATO ELETTO”
«Il regime iraniano non crollerà». A dirlo a Open è l’intellettuale dissidente Taghi Rahmani,
definito da Reporters Without Borders «il giornalista più spesso incarcerato in Iran». Con gli attacchi congiunti Usa-Israele e l’escalation del conflitto nella regione, immaginare un «futuro positivo» per il Paese è oggi ancora più difficile. «Trump e Netanyahu hanno vanificato venticinque anni di mobilitazione della società civile», dichiara Rahmani. La guerra rischia infatti di rafforzare le componenti più dure del regime iraniano, come dimostra la nomina di Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei – ucciso alla fine di febbraio in un raid – a nuova Guida suprema. «Una scelta – spiega l’attivista iraniano – che sarebbe stata molto difficile senza una situazione di conflitto». All’interno dell’Iran «l’opposizione politica è però debole – aggiunge – mentre quella all’estero (portata
avanti anche da Reza Pahlavi, ndr) spesso non conosce davvero la società iraniana». E a pagare il prezzo più alto, come in ogni guerra, è la popolazione, la cui voce è stata repressa con la forza nelle recenti proteste. Tra le molte vittime dell’oppressione del regime degli ayatollah c’è anche sua moglie, la Premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, attualmente detenuta nel carcere di Zanjan. Dopo giorni di silenzio, Rahmani è riuscito a ricevere notizie sulle sue condizioni.
Il regime crollerà o l’intervento di Usa e Israele in Iran sta generando solo caos e instabilità?
«A mio avviso il regime non crollerà. Stati Uniti e Israele stanno continuando a colpire le infrastrutture iraniane, ma questa resta soprattutto la guerra di Israele contro l’Iran. L’obiettivo di Tel Aviv sembra essere quello di alimentare l’instabilità nella regione e indebolire Teheran, nel tentativo di consolidare la propria posizione come principale potenza regionale».
Cosa ne pensa della scelta di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema?
«La scelta di Mojtaba Khamenei riflette la linea dei settori più radicali e degli apparati militari iraniani, che vogliono avere sotto controllo il Paese. Una nomina di questo tipo sarebbe stata molto più difficile in condizioni normali, il contesto di guerra ha invece favorito la scelta che, con ogni probabilità, aprirà nuove fratture all’interno del regime. Resta da vedere quali effetti produrranno queste divisioni una volta terminato il conflitto».
Poche possibilità ci sono, dunque, per Reza Pahlavi, qual è la sua opinione sul figlio dell’ultimo scià e perché viene spesso acclamato nelle piazze?
«La centralità attribuita a Reza Pahlavi è in gran parte il risultato della visibilità mediatica che gli viene data fuori dall’Iran. Anche molte figure politiche iraniane note che vivono all’estero non lo riconoscono come punto di riferimento. È possibile che negli Stati Uniti alcuni ambienti lo sostengano, ma la sua notorietà e le divisioni che ne derivano sembrano essere soprattutto il prodotto di un discorso mediatico sviluppatosi al di fuori del Paese. All’interno dell’Iran una parte della popolazione lo appoggia, ma tra le élite e gli intellettuali iraniani prevale un forte scetticismo nei suoi confronti»
Quale possibilità di futuro si prospetta per l’Iran? Quale o quali scenari ritiene più probabili e cosa vogliono gli iraniani?
«Immaginare un futuro positivo per l’Iran oggi è molto difficile. Il Paese vive da anni in mezzo ai tumulti, e vivere in una condizione permanente di instabilità è estremamente complesso. La nostra è una regione segnata da crisi profonde. Ciò che auspico per il futuro dell’Iran è pace, democrazia e una società civile forte, fondata sul rispetto dei diritti umani. È per questo che ho lottato in passato e continuo a farlo oggi. Tuttavia, raggiungere questi obiettivi richiede uno sforzo enorme. Venticinque anni di lotta della società civile iraniana sono stati in gran parte vanificati dall’attacco di Israele e degli Stati Uniti. L’opposizione interna al Paese è debole, mentre quella che opera all’estero spesso non conosce davvero la società iraniana. Sono tutte fragilità che rendono il percorso, e il nostro lavoro, molto difficile. In questo momento, però, gli sviluppi più prevedibili e problematici riguardano il rafforzamento della componente militare e la possibile ascesa di Mojtaba Khamenei. Nonostante ciò, una larga parte della popolazione iraniana resta contraria al regime e continuerà a manifestare il proprio dissenso».
Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale?
«La comunità internazionale è un insieme molto eterogeneo: ne fanno parte anche Paesi come Cina e Russia. La realtà, però, è che gli Stati occidentali ed europei non sono stati in grado di fare molto per l’Iran. Inoltre, il sostegno degli Stati Uniti guidati da Donald Trump a Israele ha contribuito ad alimentare l’instabilità nel Paese, senza favorire un reale processo di democratizzazione».
Ha avuto notizie di sua moglie Narges Mohammadi?
«Attualmente Narges si trova detenuta nel carcere di Zanjan. È stata trasferita lì da Mashhad, nonostante noi viviamo a Teheran: si tratta quindi di una misura irregolare, perché la prigione è molto lontana dal suo luogo di residenza. In questo momento è sottoposta a forti pressioni. Durante la detenzione a Mashhad è stata picchiata con grande violenza e le sue condizioni fisiche sono molto provate, ma il suo spirito rimane forte».
(da editorialedomani.it)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
PREVALE LA PERCEZIONE DI UNA RAPPRESENTANZA INEFFICACE
La distanza tra cittadini e istituzioni in Italia si fa sempre più profonda. Mentre l’interesse per le dinamiche politiche rimane sorprendentemente alto, cresce in modo esponenziale la sfiducia verso la classe politica e la percezione di una rappresentanza inefficace.
Più di sei italiani su dieci non credono di poter contare qualcosa con il proprio voto. Si tratta, soprattutto, delle persone che fanno parte dei ceti popolari, che hanno un titolo di studio basso, che vivono nel Sud e nelle Isole e che fanno parte della Generazione X (nati tra il 1965 e il 1979).
Ancora più alta è la percentuale delle persone che non si sentono rappresentate dall’attuale classe politica: 73 per cento. Si tratta, innanzitutto, dei residenti nelle Isole (84 per cento), di persone a basso livello di scolarizzazione (83) e di appartenenti ai ceti popolari (85).
Metà degli italiani (49 per cento) ritiene che non ci siano differenze tra i politici dei diversi schieramenti (il 46 per cento, invece, ravvisa il persistere di distinzioni). Tra i delusi troviamo il 55 per cento dei Millennial (nati tra il 1980 e il 1996), i residenti
in comuni medi e medio grandi (tra i 30 e i 100mila abitanti), le persone occupate (53) e, in maniera massiccia, i ceti popolari (61).
Avvertono ancora differenze, le persone del ceto medio (51), i giovani della Generazione Z (51) e la generazione degli adulti, i cosiddetti Baby boomer (55).
L’interesse per la politica
Nonostante questi dati, il nostro resta un paese in cui il livello di interesse per la politica permane alto anche se in calo. Il 66 per cento delle persone si dice molto (24 per cento) o abbastanza (42) interessato alla politica. Il dato è in costante calo negli ultimi anni e solo dal 2024 a oggi i livelli di attenzione sono calati di 7 punti.
Le persone interessate alla politica sono innanzitutto gli uomini (73), gli adulti della generazione dei Baby boomer (sempre 73 per cento), nonché le persone laureate (75). Ampia è anche la quota di persone che segue le notizie provenienti dal mondo politico (74 per cento, con il 36 per cento che lo fa tutti i giorni).
Anche in questo caso registriamo negli ultimi anni un calo del sette per cento e il profilo di quanti seguono l’informazione politica vede in prima linea maggiormente il mondo maschile, i Baby boomer e le persone appartenenti al ceto medio.
Questi sono alcuni dei dati emersi dall’osservatorio Fragilitalia del centro studi Legacoop e Ipsos. La fotografia scattata a febbraio 2026 restituisce l’immagine di una democrazia che arranca e l’ampliarsi della frattura sociale con linee di demarcazione ben precise: classe sociale, livello di istruzione, territorio e generazione. Non siamo di fronte a una sfiducia generalizzata e omogenea, ma a una disaffezione stratificata che colpisce con maggiore intensità i soggetti già marginalizzati dal sistema socioeconomico.
Esclusione cumulativa
I ceti popolari, i meno scolarizzati, i residenti nelle Isole, costituiscono una crescente “periferia politica” che si sovrappone drammaticamente alla periferia economica e culturale. Assistiamo a un fenomeno di esclusione cumulativa: chi è già svantaggiato sul piano materiale sperimenta anche l’esclusione simbolica dalla sfera politica.
Particolarmente significativo è il dato generazionale: la Generazione X e i Millennial mostrano i livelli più alti di disincanto, suggerendo un fallimento dei
processi di socializzazione politica degli ultimi trent’anni. Il quadro complessivo mostra una crescente crisi strutturale della democrazia rappresentativa a causa della sua incapacità di conciliare le contraddizioni tra uguaglianza formale dei diritti politici e disuguaglianza sostanziale dei rapporti economici.
La democrazia rappresentativa, in Italia come nel resto del mondo occidentale, funziona sempre meno come strumento di uguaglianza sostanziale e sempre più come strumento di egemonia delle classi dominanti o come sfogatoio della rabbia per la perdita di ruolo e status da parte dei declassati di quello che fu il ceto medio degli inizi del secolo.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
SONDAGGIO GHISLERI: IL 74% TEME IL TERRORISMO IN EUROPA… CRESCE LA SFIDUCIA NELLE CAPACITA’ DEL GOVERNO
In poco meno di dieci giorni sono comparse delle importanti anomalie nella gerarchia delle
paure degli italiani. Non si tratta solo di una semplice variazione statistica, è il segnale di un clima che si sta rapidamente deteriorando nella percezione delle famiglie. Il dato più evidente che salta agli occhi riguarda proprio il caro vita.
L’inflazione e l’aumento dei prezzi dominano sempre la classifica delle preoccupazioni degli italiani crescendo al 44,5% con un balzo di 5,3 punti in una manciata di giorni. In altre parole, quasi un italiano su due indica oggi il costo della vita come il principale problema del Paese. È una cifra che racconta molto più di un andamento economico. Espone con chiarezza la difficoltà quotidiana delle famiglie di far quadrare i conti, di affrontare bollette, spesa alimentare e servizi con stipendi che non crescono alla stessa velocità dei prezzi. Quando l’inflazione entra nella vita quotidiana smette di essere un dato macroeconomico e diventa una sensazione concreta: la percezione che ogni mese il denaro valga un po’ meno.
Questa crescita repentina della preoccupazione segnala anche un altro elemento spesso sottovalutato che sottolinea l’importanza del peso della percezione delle persone. Le famiglie infatti, non reagiscono solo ai numeri dell’economia, ma alla loro esperienza diretta. Basta un aumento dei prezzi nei beni più visibili – come alimentari, energia o trasporti – perché l’intero quadro venga percepito come più instabile e incerto. In questo clima di crescente insicurezza emerge anche un altro elemento significativo, legato soprattutto al contesto internazionale e alla percezione sempre più diffusa che i destini nazionali siano strettamente intrecciati con l’andamento dello scenario globale. Aumenta infatti la paura della guerra: in appena dieci giorni l’indicatore cresce di ben 7 punti, passando dall’11,6% al 18,7%. Non è difficile comprenderne le ragioni. Le tensioni internazionali, i conflitti aperti e l’assenza di una prospettiva chiara di soluzione alimentano un diffuso senso di instabilità e di fragilità. Se da un lato le famiglie sentono direttamente il peso dell’aumento dei prezzi, dall’altro avvertono anche l’incertezza di un contesto internazionale che appare sempre più imprevedibile.
A questa percezione di instabilità si affianca anche un’altra inquietudine più silenziosa ma altrettanto presente nell’opinione pubblica: il timore che le tensioni internazionali possano tradursi in nuovi attentati sul territorio europeo (73,6%), e che il tutto possa trasformarsi in una guerra “globale” (66.7%). Non sono paure che emergono sempre con la stessa forza nei sondaggi, tuttavia riaffiorano ogni volta che lo scenario mondiale si fa più teso e imprevedibile.
È il segnale di una società che percepisce i conflitti non più come qualcosa di distante, ma – sempre di più – come eventi che potrebbero avere conseguenze dirette anche nella quotidianità delle città europee. In questo modo, le due paure – quella economica e quella geopolitica – finiscono per rafforzarsi a vicenda, con il rischio di lasciare indietro temi molto più vicini come le politiche del lavoro e le crisi aziendali (23.3%; -3.2). L’instabilità internazionale alimenta timori sul futuro dell’economia, mentre il peggioramento delle condizioni materiali rende le persone più sensibili a ogni segnale di crisi globale. Il risultato è un clima generale di inquietudine che, nel giro di pochi giorni, ha ridefinito le priorità e le preoccupazioni degli italiani. A meno di dieci punti percentuali di distanza dal
podio delle priorità emerge un’altra grande preoccupazione degli italiani: la salute. Il 35,1% degli italiani indica il sistema sanitario come una delle principali criticità, con un aumento di 2 punti in più rispetto alla precedente rilevazione di Only Numbers.
Il motivo, stra-noto e largamente condiviso sottolinea -ancora una volta- le lunghe liste d’attesa per accedere a visite specialistiche ed esami diagnostici. È il segnale di una sanità pubblica percepita come sempre più lenta e distante dai bisogni immediati delle persone. Quando per un accertamento diagnostico si devono attendere mesi, se non addirittura anni, la preoccupazione finisce inevitabilmente per trasformarsi in paura concreta. In sottofondo si inserisce anche un altro segnale, più politico ma non meno rilevante. Cresce di 2,2 punti – arrivando al 4,4% – il giudizio critico sull’azione del governo sul piano europeo. Una quota di italiani indica infatti l’incapacità dell’esecutivo di farsi ascoltare in Europa come un problema. Non si tratta di una percentuale elevata in termini assoluti; tuttavia, è un dato che merita attenzione perché racconta la percezione crescente di un Paese che teme di contare sempre meno nelle grandi decisioni che lo riguardano. Se si osserva l’altra faccia della classifica delle preoccupazioni e delle paure degli italiani emergono alcune riduzioni. Calano gli scippi e la microcriminalità, che scendono al 23,3% (-3,2).
Arretra anche il timore legato al cambiamento climatico e alla fragilità del territorio di fronte agli eventi atmosferici estremi, che si attesta al 13,8% (-3 punti). Questo non significa che questi problemi siano scomparsi. Piuttosto indica chiaramente che, quando aumentano in maniera rapida e percepibile le difficoltà economiche e sanitarie, le priorità delle persone si riorganizzano altrettanto velocemente. Le paure più immediate – sempre tra i titoli di testa dell’informazione – tornano a occupare il centro della scena. Nel complesso emerge l’immagine di un Paese inquieto. Un Paese che guarda al futuro con meno fiducia e che teme di dover affrontare le grandi trasformazioni economiche, sociali e geopolitiche del nostro tempo, quasi in solitudine. Forse è proprio questo il dato più significativo.
Non tanto la crescita di una singola preoccupazione, quanto la sensazione diffusa di fragilità che attraversa la società italiana. Quando quasi la metà dei cittadini indica il caro vita come il principale problema e oltre un terzo teme di non riuscire ad accedere rapidamente alle cure, significa che la domanda di sicurezza – economica, sanitaria e sociale – è tornata con forza al centro del dibattito pubblico. È da queste paure concrete, che attraversano la vita quotidiana degli italiani, che la politica dovrebbe tornare a misurare la propria responsabilità.
Alessandra Ghisleri
(per lastampa.it)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ SE LE RISERVE TENGONO SONO GIA’ AVVENUTI I RINCARI?
“Alzeremo le tasse alle aziende che speculano sulla crisi energetica provocata dalla guerra in Iran”. Lo va ripetendo da giorni la premier Giorgia Meloni. Ma, anche se i rincari di bollette e carburanti si stanno già ripercuotendo sui prezzi di alimentari, biglietti aerei o nell’edilizia, è certo che il governo non taglierà le accise. Sullo sfondo resta una domanda a cui gli svariati tavoli che si sono svolti fin qui presso il ministero delle Imprese, insieme a Mr. Prezzi, non hanno dato una risposta: perché
se le riserve tengono, sono già avvenuti i rincari? Anche se per il ministro Urso l’aumento dei prezzi dei carburanti in Italia è ancora inferiore rispetto a quanto avviene negli altri principali Paesi europei, il colpo per famiglie e imprese c’è già. Gli automobilisti in 15 giorni hanno infatti già pagato 15,3 centesimi in più al litro per la benzina e 32,2 per il diesel. Sul fronte bollette, invece, Nomisma Energia stima che 27,7 milioni di famiglie potrebbero sborsare 350 euro in più l’anno. La “speculazione” però – che altro non è che il meccanismo con cui si lucra sulle quotazioni del mercato – sta colpendo anche altre materie prime (alluminio, rame, terre rare etc.) da quando lo Stretto di Hormuz è chiuso. Il ministro Urso ha chiesto di discuterne in Commissione Allerta Rapida per capirne le ripercussioni, ma gli effetti portano ad altri aumenti. È il caso del possibile rincaro dell’elio, indispensabile per la produzione di chip, o il cemento e l’alluminio per le costruzioni, fino ai fertilizzanti per l’agricoltura. Dal Golfo Persico arrivano, infatti, anche ammoniaca, urea, fosfati e zolfo: tutti ingredienti fondamentali per far le colture di grano, mais, riso. Intanto sempre nel settore agroalimentare, Coldiretti ha presentato un esposto alla Procura e alla Guardia di Finanza sulle possibili “manovre speculative” sul gasolio agricolo passato in una settimana da 0,85 euro al litro a 1,25. Un rincaro che ha effetti anche sul carrello della spesa. Secondo la rilevazione del Centro agroalimentare Roma, i prezzi dei pomodori a grappolo sono balzati da 1,4 euro al kg a 2,3, mentre i ciliegini hanno toccato i 2,4 euro al chilo. Le zucchine scure sono salite a 1,30 euro al kg e i peperoni a 3 euro. Senza contare che gli effetti saranno a catena su tutti i prodotti con un aumento del tasso di inflazione generale dello 0,7% (dall’1,8% previsto inizialmente per il 2026 a un + 2,5%). Altrettanto forte l’impatto su ristorazione e turismo. Il rincaro di luce e gas per ristoranti e alberghi (stimato da Confesercenti in circa 2mila e 1.300 euro) significa che i clienti pagheranno conti più salati. Scontato l’aumento su menu e tariffe già da Pasqua. Ma, secondo Confcommercio, lo scenario è ancora più pesante: l’aumento potrebbe superare il 13% per la luce e fino al 43% per il gas. Intanto l’impennata del carburante ha già spinto le compagnie aeree ad alzare i prezzi. Qantas ha aumentato il costo dei ticket del 5%, mentre Thai Airways sta
valutando rincari tra il 10 e il 15%. Sas, AirAsi e Norse Atlantic hanno annunciato adeguamenti tariffari.
Infine, l’allarme dell’Ance: prezzi più alti anche per i costruttori, e per chi commissiona i lavori a causa dei rincari dei materiali da costruzione, non solo derivati petrolchimici come il bitume, ma anche altri come l’acciaio (oltre all’aumento dei costi di trasporto).
(da agenzie)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
COSI’ LA GUERRA CONTRO L’IRAN RISCHIA DI DIVENTARE L’ENNESIMO CONFLITTO CHE GLI USA NON RIESCONO A VINCERE
Sono passate soltanto due settimane, le missioni sui cieli dell’Iran proseguono
“vittoriosamente” eppure… Dapprima è soltanto una parolina sussurrata all’orecchio da pochi analisti preoccupati di apparire dei menagramo. Poi, se la guerra continua, inizierà a farsi strada negli articoli, nei talk show, nei saggi degli analisti, fino ad approdare nelle cene e nei bar: per caso gli Stati Uniti non stanno forse perdendo l’ennesima guerra?
In due settimane gli americani stanno scoprendo che qualcosa nella confusa Strafexpedition persiana prende una discutibile piega. Si insinua il dubbio: la Persia dopo il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan diventerà la nuova stazione dell’inglorioso “tutti a casa” lasciando dietro di sé irrisolte macerie e odi ancor più motivati e frementi? Il segretario alla guerra, tipo trucido e super kitsch, ha dichiarato, pescando nella specie dei roditori, che «gli Ayatollah terrorizzati si nascondono come topi nelle tane». Dove, con infausta metafora, assicurò che li avrebbe stanati uno dei figli di Gheddafi… La coincidenza preoccupa.
Come la divinità dei teologi la sconfitta è qualcosa di indefinibile: nessuno sa come sia venuta ed è, di colpo, in ogni dove. Tema affascinante. La vittoria è brutale e sensibile, ignora le sfumature, parla per proclami e per ordini ai vinti, sembra correre così veloce da non fermarsi mai: fino a quando si scopre che in molti casi era nata malaticcia, destinata a capovolgersi nel suo contrario. E di questo ci si accorge soltanto nel dopo, in quello che lascia di effimero e di duraturo.
La sconfitta, invece, è un’arte di morire, o meglio di vivere morendo. In qualche caso offre a chi la subisce, gli americani in questo caso, singolari possibilità di legittimazione, lava delle macchie. Questa potrebbe essere una buona occasione ad esempio, per l’America che detesta Trump: un nuovo Vietnam in versione persiana, con gli Ayatollah e i Pasdaran ancora arroccati al potere, sciupio vistoso di miliardi di dollari, le Borse in catalessi, gli alleati nell’area, quelli dalle vaste casseforti petrolifere, furibondi, sarebbe tutta intera colpa sua.
E del suo complice e istigatore Netanyahu. Non dell’America “vera”. Ecco pronta una scorciatoia perché, dopo la malattia Trump, la repubblica imperiale possa continuare nella perpetua adorazione di sé. In fondo è da tempo, dagli anni
Sessanta, che gli Stati Uniti sono entrati nella normalità e possono davvero riconoscersi nei grandi imperi del passato, perché hanno scoperto la mortalità, e quindi hanno una Storia.
Sarebbe un azzardo avvicinare la classe dirigente americana che andò a insabbiarsi nelle risaie vietnamite, le teste d’uovo, il circolo di Camelot che consigliava Kennedy, con i trucidi personaggi che fanno corona attorno al caminetto della Casa Bianca dei tempi di Trump. Quelli appartenevano a una generazione sicura che, con la forza dell’intelligenza e della razionalità, ogni problema poteva esser risolto. Si ritenevano il fior fiore di una classe dirigente che aveva finalmente le redini di governo succedendo a uomini fiacchi, stanchi, con una mentalità da camera di commercio, quella degli anni di “Ike” Eisenhower.
Uno di loro, per esempio, era affascinato dall’idea di piazzare un televisore in tutte le capanne di paglia del mondo: secondo lui il tubo catodico avrebbe offerto la possibilità di aprirsi un varco verso il cuore e la mente dei derelitti occupanti di quelle capanne. Restava il problema, irrisolto, della corrente elettrica. Eppure questi inflessibili realisti posero le sciagurate condizioni perché dopo pochi anni gli elicotteri si posassero per il si salvi chi può sul tetto dell’ambasciata di Saigon. I piazzisti della trumpiade professavano ben altra fede: la via migliore è lasciare l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente a putrefarsi con le loro inutili mischie alzando il ponte levatoio dell’«Arricchiamoci!». Ebbene gli “immobiliaristi” hanno commesso lo stesso errore dei derisi “intellettuali” come McNamara, Bundy e Rusk.
Ecco il guaio. Per i virili eroi del lieto fine americano il Terzo mondo è una astrazione, un obiettivo politicamente utile di cui non vogliono saper nulla, terre lontane e primitive dove esportare al massimo i propri problemi interni per non doverli affrontare in casa. È accaduto con i contadini comunisti di zio Ho, poi ai tempi di Rumsfeld e dei neo conservatori con l’Islam e ora è la volta degli Ayatollah di Teheran. Tutte le volte si pensa: «È impossibile che quei primitivi fanatici possano resistere…» e invece il tempo passa e quelli non si arrendono, il tempo e la pazienza lavorano per loro. Vietcong, Taleban e Pasdaran inventano
strategie nuove: la pista di Ho Chi Minh, i tunnel, gli ordigni a basso costo, la guerriglia, i droni discount… Tendono ogni mattina micidiali imboscate al distributore di benzina, stringono il nodo sugli stretti fatali (che i lettori di sure coraniche abbiano letto anche Malan? ). Oggi è Hormuz, domani Aden affidato alle cure degli Houthi tenuti di riserva. Sconvolgono le aiuole del paradiso dei petromonarchi che scoprono che l’America non sa difenderli…
È stupefacente che dopo il Vietnam o l’Afghanistan si attinga conforto sempre dall’idea di poter ripiegare sull’arma del bombardamento: dai B-52 ai missili la fede nei suoi magici effetti persiste nonostante i fatti ne dimostrino ogni giorno l’inefficacia. A loro modo i registi delle guerre americane sono dei credenti.
E ogni volta da quelle disavventure democratici e repubblicani, cucciolate di Harward e affaristi di dubbio pedigree, nessuno ha imparato dalla disavventura precedente: suvvia, niente di molto importante niente di molto grave, un vetro rotto da una sassata. E alla fine: molta gente è morta, Paesi interi sono stati distrutti e i comunisti sono sempre ad Hanoi, i Taleban a Kabul. E forse, anche stavolta la famiglia Khamenei a Teheran…
Domenico Quirico
(da lastampa.it)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
DIETRO LA CATENA DI ERRORI E MORTI, C’E’ UN SISTEMA CHE SPERPERA E NUTRE LA MACCHINA DEL CONSENSO
La catena di errori umani che ha reso inservibile l’organo per il trapianto al Monaldi di Napoli sul piccolo Domenico è affare della magistratura. Ma sarebbe miope non trarne subito delle conseguenze. E non interrogarsi sul perché un reparto con numeri neppure soddisfacenti abbia potuto continuare a operare, anche contro i dubbi pregressi sull’inadeguatezza. La ricerca delle responsabilità politiche ha già tutti i connotati della solita faida tra fazioni, opposte nello schieramento, ma non nei metodi di gestione del mercato della salute. Il dibattito elude sempre la questione cruciale. Quale sanità vogliamo davvero? Quella delle spese folli, degli sperperi? Quella dei califfati locali che ingrassano, moltiplicando poltrone? Con i privati che gonfiano i bilanci in proporzione costante alle carenze del pubblico. E un servizio sanitario che annuncia, taglia nastri e davanti alle tragedie si costerna o si indigna a seconda della posizione nell’emiciclo.
Voler limitare la mobilità regionale sanitaria, pretendere standard minimi di assistenza uniformi in tutto il Paese è saggio. Farlo a tutti i costi, a discapito della qualità, è scellerato. L’europarlamentare Ignazio Marino, trapiantologo, lo ha detto a chiare lettere a L’Espresso (n.10, 6 marzo 2026). Se un solo trapianto, per di più con esito nefasto, non fa del Monaldi un centro di riferimento per questo tipo di interventi, c’è una responsabilità politica in capo a chi lo ha tenuto in esercizio. Lasciamo ai magistrati il compito di rischiarare la penombra della sala operatoria e il silenzio omertoso che ha avvolto la gestione del trapianto su Domenico. Ma governatore uscente Vincenzo De Luca, forse, dovrebbe esprimere qualcosa di più del cordoglio.
Non è questione di schieramento. In Campania governa il centro-sinistra. Ma non va diversamente in Sicilia dove comanda il centro-destra. Cambiano le bandiere, non il modello. La Sanità è sempre centrale nel dibattito. Avvitato sul chi spende e quanto. Molto meno sul come. Ricordate la paziente di Mazara del Vallo Maria Cristina Gallo che denunciò un ritardo di 240 giorni nella consegna del referto istologico su un tumore, nel frattempo galoppante, che la uccise a ottobre 2025? Si scoprì che la stessa Asp che aveva consegnato in 24 ore il referto ad Andrea Bonafede – alias Matteo Messina Denaro – ha tenuto 206 positivi al tumore alla catena di una diagnosi tardiva. Dispensando allegramente 100 mila euro in comunicazione. A guidare l’Asp, Ferdinando Croce, un manager di FdI molto vicino all’ex assessore Ruggero Razza, dimessosi e poi reintegrato dall’allora presidente di Regione Nello Musumeci, nel pieno dello scandalo dei dati Covid «spalmati». Razza è stato poi eletto all’Europarlamento con 61 mila preferenze. Croce è uscito di scena vestendo panni da vittima del sistema. In Sicilia la Sanità vale 10 miliardi, la voce più pesante del bilancio. È da sempre, Totò Cuffaro docet, uno dei mercati più redditizi del ceto politico, di qualunque colore. Dopo avergliela sottratta, il governatore forzista Renato Schifani si prepara a restituire la Sanità ai meloniani. Che gli hanno già impallinato un manager, Salvatore Iacolino, messo alla guida della pianificazione strategica sanitaria, poi consolato con il vertice del Policlinico di Messina, ora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Va così nei califfati sanitari: spartire e mediare, mai migliorare. Del resto, il bisogno crea dipendenza. E quello della salute è il più redditizio dei bisogni
(da lespresso.it)
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Marzo 15th, 2026 Riccardo Fucile
MENO MALE CHE IERI IL CANCELLIERE MERZ AVEVA ESCLUSO OGNI TIPO DI COLLABORAZIONE: I SOLITI DOPPIOGIOCHISTI
Il cordone sanitario intorno all’estrema destra in Ue è ormai ridotto in pezzi. Dopo gli
ammiccamenti, i voti che hanno sancito l’ascesa della nuova ‘maggioranza Giorgia‘ a scapito dell’originaria ‘maggioranza Ursula‘, adesso un’inchiesta della Dpa ha svelato che nei giorni precedenti all’ennesimo blitz per inasprire, contro la volontà degli alleati socialisti, la stretta sull’immigrazione c’è stata una contrattazione e un successivo accordo tra il Partito Popolare Europeo di quel Manfred Weber che aveva sempre escluso ogni collaborazione con l’estrema destra, i Conservatori di cui fa parte anche Fratelli d’Italia, i Patrioti che ospitano, tra gli altri, Fidesz, Rassemblement National e Lega e anche quello dei Sovranisti di Alternative für Deutschland.
Curioso, quindi, che sia stato proprio il capogruppo tedesco del Ppe a esultare tra i primi dopo l’approvazione della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (Libe) del Parlamento europeo al mandato negoziale sul nuovo regolamento rimpatri. Anche perché, col sostegno dell’estrema destra, i Popolari sono riusciti ad approvare tutti gli emendamenti redatti dal relatore François-Xavier Bellamy, bocciando invece quelli di compromesso presentati da Renew e sostenuti anche da S&D. Un “passo importante” nella direzione giusta, perché “deve essere chiaro che portiamo i migranti illegali fuori dall’Ue”, ha esultato Weber prima di aggiungere che “siamo a favore degli hub per i rimpatri“: “Sulle migrazioni il Ppe e S&D – ha aggiunto – hanno idee diverse su come risolvere il problema. Ed è un bene che si veda. Fa parte della democrazia”.
Una lettura che non tiene conto di alcune variabili, la sua. Perché se Weber non sembra avere alcun problema ad abbattere il cordone sanitario che lui stesso si era preso l’impegno di dichiarare sulle formazioni del gruppo dei Patrioti e dei Sovranisti, un altro leader di alto rango della Cdu tedesca, ossia il principale partito europeo all’interno della più grande famiglia europea, del Paese più influente dell’Ue che esprime anche la presidente della Commissione, aveva messo la propria faccia due giorni prima a garanzia dell’impossibilità di creare un’alleanza tra Cdu e AfD: il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Dopo la sconfitta alle elezioni in Baden-Württemberg, alla domanda su una possibile maggioranza alternativa composta dall’Unione Cristiano-Democratica e la formazione di estrema destra aveva risposto: “Non cercherò un’altra maggioranza nel Bundestag“, anche se alcuni media mi sollecitano a farlo.
Quel ‘qualcuno’, forse, non sono solo i media e siede invece tra i banchi di Bruxelles. Secondo quanto riporta Dpa, la collaborazione tra il Ppe e AfD, partito largamente maggioritario all’interno del gruppo Europa delle Nazioni Sovrane, che comprende anche Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, è attiva “in modo più stretto di quanto finora noto”. L’agenzia di stampa scrive che esponenti dei Popolari hanno discusso il testo poi approvato in una chat WhatsApp e durante un incontro privato tra eurodeputati di destra. Indiscrezioni che hanno portato Weber a rispondere con un no comment.
Dall’inchiesta emerge che i contatti tra le parti sono iniziati dopo che le trattative tra Ppe, Socialisti e liberali su un testo condiviso si erano insabbiate. Oggetto dello scontro, come prevedibile, gli hub per i rimpatri. Così l’attenzione dei Popolari si è spostata sulle forze alternative, ben più aperte a inasprire le regole sull’immigrazione. Tanto che in una chat di gruppo, dicono, sono stati discussi anche emendamenti proposti da AfD, tra cui un rafforzamento dei controlli sull’età dei richiedenti asilo. Un confronto online che il 4 marzo è sfociato in un incontro tra eurodeputati del Ppe e rappresentanti dell’AfD, dei Conservatori e dei Patrioti nel quale sarebbe stata definita la proposta legislativa poi approvata in aula. Dopo l’intesa, nella chat è comparso il messaggio: “Grazie per questa eccellente collaborazione“.
Ma non è la prima volta che il Ppe tradisce la maggioranza Ursula preferendole l’appoggio dell’estrema destra. L’ultimo episodio di rilievo risale a novembre quando, con un blitz in Conferenza dei presidenti, proprio Weber ha chiesto e ottenuto, con l’aiuto dell’estrema destra, il blocco di una missione in Italia dell’Eurocamera con focus sullo stato di diritto, la libertà di stampa e la giustizia. Il motivo: non interferire sul processo elettorale in vista del referendum del 22 e 23 marzo. Anche questa volta, gli esponenti coinvolti nell’accordo con l’estrema destra sono di primo piano. Il relatore è infatti François-Xavier Bellamy, vicepresidente
del gruppo Ppe e tesoriere del partito. Segno che, nonostante le smentite di Merz, la fronda interna che punta a un’alleanza sempre più strutturata con l’estrema destra è molto nutrita.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
“IL POTERE POLITICO ED ECONOMICO E CHIUNQUE ABBIA INTERESSI COMMERCIALI E DI VISIBILITÀ HA SEMPRE TENTATO DI CONDIZIONARE I GIORNALISTI. MA RISPETTO AL PASSATO LA RETE È UNA FORMIDABILE ARMA DI PRESSIONE IN PIU’”… “CON LA NOSTRA GENERAZIONE NON FUNZIONA, PERCHÉ SIAMO NANEROTTOLI SULLE SPALLE DI GIGANTI, MICHELE BRAMBILLA AD ESEMPIO SI È FORMATO CON INDRO MONTANELLI”
A Genova in sintesi è successo questo: il presidente di centrodestra della Regione Liguria tentava di condizionare, attraverso il suo ufficio stampa che era in contatto diretto con l’editore, la linea del Secolo XIX , considerata troppo favorevole alla sindaca di centrosinistra.
La vicenda mi ha inquietato ma anche un poco divertito. Perché due tra i protagonisti, due bravissimi giornalisti, il direttore del Secolo Michele Brambilla e una delle prime firme, Claudio Paglieri, sono tra i miei più cari amici. Li conosco da oltre trent’anni. E sul piano politico sono due conservatori.
In un Paese normale, in cui destra non è sinonimo di fascismo, direi che sono due uomini di destra, probabilmente a destra di Bucci. Ma sono prima di tutto giornalisti, hanno a cuore i loro lettori, non avrebbero avuto successo se non avessero a cuore i loro lettori; e quindi si rifiutano di scrivere che una cosa è giusta solo perché la dice Bucci, o è sbagliata solo perché la dice Silvia Salis.
Questa vicenda mi conferma una convinzione che vado maturando da anni. Il potere politico, il potere economico e in genere chiunque abbia interessi commerciali e di visibilità (parola-chiave del nostro tempo) ha sempre tentato di condizionare i giornalisti, di farseli amici o di additarli come nemici. Ma rispetto al passato la Rete è una formidabile arma di pressione in più.
A esercitarla non sono tanto le persone comuni, che giustamente usano i social per esprimere le loro opinioni e le loro emozioni, e hanno sempre diritto all’applauso o al fischio, come il pubblico degli stadi e dei teatri. A esercitare la pressione sui giornalisti, spesso con contorno di insulti, calunnie, minacce è un sottobosco di siti semiclandestini, colleghi frustrati, scrittori senza lettori, aspiranti influencer, che alimentano un clima in cui il ruolo previsto per il giornalista è quello di corifeo, di tifoso.
Il giornalista deve fare la ola, non esercitare lo spirito critico. Mi dispiace, ma con la nostra generazione non funziona, perché siamo nanerottoli sulle spalle di giganti, Michele Brambilla ad esempio si è formato con Indro Montanelli, che lo stimava moltissimo. Io invece l’ho incontrato solo due volte, ma ne ho trattenuto la lezione: un giornalista deve rompere le scatole (lui disse un’altra parola).
Se non se la sente, meglio che cambi mestiere.
Aldo Cazzullo
(da il Corriere della Sera)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
CRUCIANI HA PERSO LA TESTA, È PRECIPITATO IN UNA VERTIGINE DI VANITÀ, VANAGLORIA E MEGALOMANIA – QUELLO CHE IN ORIGINE SEMBRAVA UN MESSAGGIO SOVVERSIVO SI TRASFORMA NEL SUO ESATTO OPPOSTO: IN UNA QUOTIDIANA APOLOGIA NON SOLO DELLA CULTURA DI DESTRA, MA ADDIRITTURA DELLE POSIZIONI PIÙ CONFORMISTICAMENTE PARTITICHE E SOTTOPARTITICHE ALL’INTERNO DI ESSA, PRIVILEGIANDO IL PEGGIOR SALVINI E IL PIÙ TRUCE VANNACCI
Madamina, il catalogo è questo: feticisti, fascisti, erotomani, nazisti e neonazisti e vetero-
nazisti, vegani militanti, comunisti reazionari e Marco Rizzo, misogini, xenofobi e razzisti, cacciatori a raffica, petomani, sexual slave, chiaroveggenti, alcolisti, guaritori, tossicomani, ciarlatani, venditori di fumo, psicotici, Wanna Marchi e sua figlia Stefania Nobile.
Poi: individui che si cospargono di maionese il corpo nudo e altri che “mummificano” con cellophane e nastro adesivo chi vi si presta, predicatori di tutte le confessioni, di tutte le apocalissi e di tutte le catastrofi, oranti davanti alla cripta di Predappio e collezionisti di cimeli dell’Urss e del Terzo Reich, necrofili, scambisti, seguaci della acrotomofilia e della abasiofilia (cercatevi voi il significato di queste parafilie), filoputiniani di tutte le risme, nuovi templari e Luciano Moggi.
E ancora: antisemiti, criminali di piccolo, medio e grande calibro, esorcisti e satanisti, mistress, novax infoiati, pornografi e baciapile, bevitori di urina e camionisti truculenti, gente che parla con gli alieni, con le viscere degli abbacchi, con lo Spirito Santo, che prevede i terremoti e le pandemie, e Caio Giulio Cesare
Mussolini; e persino qualche persona normale e perbene, finita lì per caso o per disgrazia o per ingenuità.
Forse c’è un solo posto al mondo dove tutte queste figure si raccolgono e si raccontano: ed è il programma La Zanzara condotto da Giuseppe Cruciani e David Parenzo, in onda dal lunedì al venerdì dalle 18:30 su Radio24.
L’elenco appena compilato di soggetti costituisce l’aggiornamento, ancora assai parziale, di una precedente classificazione di tipi umani, pubblicata oltre un anno fa in un mio articolo su «Repubblica» online, che qui amplio e approfondisco seguendone gli ulteriori sviluppi nel tempo.
Sono stato, per oltre un lustro, un ascoltatore assiduo della trasmissione; e, ad amici increduli o scandalizzati (in realtà appena un po’), ero solito offrire una spiegazione esclusivamente soggettiva. Personalmente riconosco in me un certo gusto per il trash, la curiosità per il kitsch, l’attrazione verso il pruriginoso, lo sguaiato e il triviale. E il collegamento di tutto ciò con la sfera infantile dell’irriverenza e della trasgressione.
Una sorta di sindrome del puer aeternus con il suo corredo di incontinenza e di eccessi vocali e corporali. Chi non nutre alcun interesse per questa costellazione di effetti un po’ grotteschi e un po’ sordidi, un po’ puerili e un po’ morbosi, non ha alcun motivo per ascoltare La Zanzara; per gli altri, può essere l’occasione di un divertimento appena un po’ losco.
In questi anni i cultori del programma hanno seguito l’allestimento di una serie di scene accomunate dalla cifra dell’Efferatezza, dove gli ospiti in studio e gli ascoltatori al telefono realizzavano quadri come i seguenti: cialtroni conclamati e scrutatori di scie chimiche intenti a dimostrare come il vaccino anti-covid inietti un microchip metallico così che un cucchiaino accostato al braccio vi rimane appeso;
il sindaco di quel paesello abruzzese che si dichiara ostile ai matrimoni gay per un “motivo religioso”, in quanto Dio disse: andate e moltiplicatevi, e non: andate e prendetelo nel culo; l’individuo primitivo e brutale che si accompagna a un animale indicato come il risultato dell’incrocio tra un cane e un leopardo; il medico urologo che illustra nel dettaglio le patologie del pene e dei testicoli suggerendo le virtù teraupetiche, e forse taumaturgiche, della manipolazione, dell’automassaggio e della masturbazione; uomini di una certa età che esaltano l’irresistibile piacere della sottomissione a una padrona altrettanto âgée e la sublime bellezza del leccare i tacchi a spillo di décolleté di vernice, del suggere alluci sudati e del farsi trafiggere lentamente i genitali; commercianti, gioiellieri e tabaccai, vittime di rapine feroci e sanguinose, che motivano pacatamente la necessità di farsi giustizia da sé, di armarsi fino ai denti, di sparare al ladro in fuga e di veder riconosciuto che “la difesa è sempre legittima”; terrapiattisti allucinati che argomentano la loro teoria con la prova regina che l’acqua dei fiumi “non cade di sotto”; sedicenti storici, palesemente rincoglioniti, che descrivono “le molte cose buone fatte da Mussolini”, come la bonifica delle paludi, la creazione dell’Inps e il varietà del sabato sera Canzonissima; sanfedisti, che sono pure sansepolcristi, che spiegano come in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza abbia ucciso “sei milioni di bambini”.
Sono altrettante scene che animano e vivacizzano un racconto generale il cui tessuto narrativo è perfettamente ossequioso verso gli stereotipi dominanti, organici a una lettura reazionaria delle relazioni sociali, dei rapporti di potere, del ruolo dell’individuo nella comunità, del significato di categorie fondamentali come i diritti, le garanzie, le libertà.
È il punto di arrivo di un processo di trasformazione de La Zanzara, che da libertaria si è fatta conformista, da ribelle deferente, da anarchica omologata e ubbidiente. Qui è utile una digressione. L’espressione anglosassone mainstream è tra le più abusate nel discorso dei media, ma anche nel linguaggio corrente di quella parte dell’opinione pubblica con un discreto livello di istruzione e informazione.
Significa alla lettera corrente principale, e sta a indicare quello che sarebbe l’orientamento prevalente in una determinata collettività a proposito di un tema avvertito come di comune interesse. Così, via via, la formula è diventata un’etichetta per quello che già ho chiamato il conformismo della maggioranza, fino a renderla sinonimo di standardizzazione. Insomma, la progressiva normalizzazione del pensiero, del gusto e del senso morale.
Va da sé che è cruciale il campo semantico e sociale preso in considerazione. Ciò che in un determinato sistema o sottosistema di relazioni risulta essere il conformismo della maggioranza, in un altro può apparire come l’eccentrica manifestazione di una eterodossia.
Di conseguenza, anche nel mondo “mostruoso”, dilatato e deformato fino al parossismo – quale quello abitato dai tipi umani prima elencati – tende a formarsi un “pensiero unico”, a sua volta benpensante e bacchettone, che propone una irregimentazione perfettamente speculare a quella che vorrebbe combattere. E che, oggi, finisce con il coincidere con un senso comune assai diffuso nella società e con la rete di pregiudizi e cliché che alimenta gli umori collettivi, esprimendosi infine nel pensiero prevalente dell’attuale sistema di potere.
Un esempio: il «Corriere della Sera», «La Repubblica» e «La Stampa» vengono correntemente definiti giornali mainstream in particolare da quei quotidiani come «Il Giornale», «Libero», «La Verità» e «Il Tempo» e dai rispettivi lettori. Ma questi ultimi quotidiani e questi ultimi lettori sono perfettamente mainstream rispetto alla mentalità e alla rappresentanza politica di quella parte dell’opinione pubblica, peraltro assai rilevante, orientata a destra.
Ne discende che oggi più che mai La Zanzara è mainstream rispetto all’orientamento “ideologico” maggioritario tra i suoi ascoltatori e rispetto agli umori e alle pulsioni che circolano nella società italiana e rispetto alla politica dell’attuale governo.
È proprio questo che ha fatto di un fenomeno di contestazione linguistica e culturale, come per anni è stato La Zanzara, uno strumento di ordine e di disciplinamento. Tutto ciò accentuato da due fattori.
Il primo è l’incondizionata adesione del conduttore Cruciani all’azione della maggioranza e alla sua componente estrema, se pure rivendicando una residua autonomia su alcune questioni che effettivamente conservano un certo sapore libertario: la depenalizzazione dei derivati della cannabis, la legalizzazione della prostituzione, il consenso verso l’eutanasia.
Ma l’impianto generale del discorso e le diverse sue articolazioni corrispondono puntualmente a quel conformismo della maggioranza di cui dicevo: della maggioranza politica espressa dalla destra al governo e della maggioranza per come si manifesta negli orientamenti popolari a proposito di sicurezza, immigrazione, ordine pubblico.
Inoltre, negli ultimi tempi, Cruciani è precipitato in una vertigine di vanità, vanagloria e megalomania che, per dirne una, lo induce a ritenersi artefice del fallimento dell’intesa tra Elly Schlein e Giorgia Meloni in merito alla normativa sul consenso libero e attuale (in tema di violenza sessuale); e, via via eccitandosi, a rivendicare alcune posizioni particolarmente intolleranti presenti nei partiti di maggioranza e ai loro margini, fino a proporre provvedimenti in materia di sicurezza (“chiunque tocchi un poliziotto sia condannato a dieci anni senza benefici”, “se un ladro entra in casa è sempre legittimo sparargli”, “ci vogliono i carriarmati nelle stazioni ferroviarie”…); e fino all’esaltazione compulsiva dell’uso delle armi da parte dei privati, in una parodia stracciacula del secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti e in una caricatura smandrappata dell’anarco-capitalismo.
Per ripiegare, infine, nella più modesta autopromozione come ispiratore del programma politico del generale Roberto Vannacci. Palesemente, Cruciani ha perso la testa.
A ciò si aggiunga un tratto caratteriale che si esprime in una qualche tonalità francamente sadica: un incontinente compiacimento nel racconto di alcune manifestazioni di crudeltà pubblica (la riapertura voluta da Donald Trump dell’“Alligator Alcatraz”, la reazione armata da parte di alcune vittime di rapine, l’uso della forza a opera di agenti di polizia nel corso di mobilitazioni di piazza).
Accade così che quello che in origine sembrava un messaggio sovversivo si trasformi nel suo esatto opposto: in una quotidiana apologia non solo della cultura di destra, ma addirittura delle posizioni più conformisticamente partitiche e sottopartitiche all’interno di essa, privilegiando il peggior Salvini e il più truce Vannacci.
Dunque, la macchina culturale de La Zanzara contribuisce a produrre un sentimento regressivo e oscurantista che, a sua volta, incontra quanto prima risultava occultato e rimosso e che oggi si mostra impudicamente e, per certi versi, fieramente: gli
umori più oscuri presenti nel ventre del paese, insieme alla banalizzazione/rivalutazione del fascismo e delle dittature, al sesso in tutte le sue espressioni e all’aggressività lutulenta del linguaggio.
È conferma di tutto ciò il fatto che, quando Cruciani incorre in una figuraccia di palta, ma proprio di palta (l’affermazione preventiva dell’innocenza del poliziotto Cinturrino, poi indagato per omicidio volontario), e mostra tutta la sua insicurezza e la sua fragilità non riconoscendo l’errore, ma incaponendosi e avvitandosi in esso, il “suo popolo” gli si rivolta contro.
A riprova inequivocabile della natura inguaribilmente nevrastenica della folla. Che domani, va da sé, tornerà ad applaudire il suo leader un po’ sgualcito e ammaccato, ridotto a malinconico trombettiere di regime.
Luigi Manconi
per https://lucysullacultura.com
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