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“ISRAELE LEGITTIMA LA VIOLENZA SESSUALE CONTRO I PALESTINESI”: ARCHIVIATO STUPRO DI GRUPPO A SDE TEIMAN

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA DIRETTRICE DEL COMITATO CONTRO LA TORTURA IN ISRAELE: “LE ACCUSE ARCHIVIATE NONOSTANTE I VIDEO, STANNO DANDO AI SOLDATI LICENZA DI ABUSARE DEI PALESTINESI”

“L’esercito israeliano sta dando ai suoi soldati una licenza di stupro, a patto che la vittima sia palestinese”: queste le parole di Sari Bachi, Direttrice Esecutiva del Public Committee Against Torture in Israel (PCATI), all’indomani dell’archiviazione del caso dei soldati dell’Idf accusati di aver stuprato un detenuto palestinese nel luglio 2024. Nessuno di loro sarà più perseguito.
Mentre gli occhi del mondo sono puntati sui cieli di Beirut e Teheran, nell’ombra dei centri di detenzione nel deserto del Negev si consuma una delle pagine più oscure della giustizia israeliana recente. Il caso è quello di Sde Teiman, una struttura diventata sinonimo di abusi sistematici, dove l’archiviazione delle accuse di stupro contro un gruppo di soldati ha squarciato il velo su quello che le organizzazioni per i diritti umani definiscono “un sistema di impunità istituzionalizzato”.
Il cuore della vicenda riguarda lo stupro di un detenuto palestinese gazawi, un atto talmente violento da costringere le autorità al suo ricovero in un ospedale civile. I medici, di fronte a ferite incompatibili con qualsiasi forma di autolesionismo, hanno denunciato l’accaduto. Giovedì scorso, però, il caso è stato archiviato.
Ne abbiamo parlato direttamente Sari Bachi, direttrice dell’organizzazione non governativa fondata nel 1990, in risposta alle sistematiche violazioni dei diritti umani durante la prima Intifada
Come è stata possibile la chiusura di questo caso?
Il procuratore generale militare è incaricato di perseguire i soldati che commettono cattiva condotta o altri tipi di crimini, come, ad esempio, lo stupro. L’ufficio del procuratore generale ha agito correttamente nel formulare accuse penali contro questi soldati, perché c’erano prove schiaccianti che avessero commesso uno stupro orribile contro un detenuto palestinese che era ammanettato e impossibilitato a difendersi. Quello che hanno fatto giovedì scorso è stato far cadere le accuse, sostenendo di non avere prove sufficienti. Tutto questo è palesemente falso. C’erano prove significative disponibili al pubblico sul fatto che fosse stato commesso un crimine atroce. C’erano telecamere a circuito chiuso che mostravano questi soldati trascinare quest’uomo in un angolo e iniziare a ferirlo. Il caso è venuto alla luce perché era così gravemente ferito dall’aggressione che è stato portato in un ospedale civile, e il personale medico lì lo ha segnalato perché era chiarissimo che non si fosse procurato da solo quelle lesioni. E questo avviene in un contesto in cui la tortura (incluse le aggressioni sessuali) è sistematica e diffusa nei confronti dei detenuti palestinesi, a Sde Teiman come in altre prigioni.
Pensa che far cadere queste accuse suggerisca che tentare di occultare un crimine sia ora un’efficace difesa legale per i soldati israeliani?
Penso sia un’indicazione del fatto che l’esercito stia dando ai suoi soldati licenza di stuprare, purché la vittima sia palestinese. Come Comitato Pubblico Contro la Tortura, rappresentiamo centinaia di detenuti palestinesi, inclusi coloro che hanno subito violenze sessuali. Presentiamo regolarmente denunce chiedendo che le autorità indaghino sugli abusatori, e quelle denunce vengono regolarmente archiviate senza che venga nemmeno aperta un’indagine. In questo caso, le prove erano ampiamente disponibili. C’è stata una chiara dichiarazione pubblica sul fatto che l’esercito non intende ritenere i soldati responsabili per la tortura e che, di fatto, la sta autorizzando. L’esercito ha scelto di non raccogliere la testimonianza di quest’uomo prima di rilasciarlo dentro Gaza, e non è chiaro quali tentativi abbiano fatto, se ne hanno fatti, per mettersi in contatto con lui dopo il rilascio.
Avete registrato altri casi di stupro dal 7 ottobre 2023 all’interno della stessa prigione?
Si. È diventato piuttosto comune, e siamo rimasti sorpresi nel vedere che i detenuti e gli ex detenuti sono sempre più disposti a parlarne. Forse perché è così comune che parte dello stigma e della vergogna è diminuita; parlandone, forse le persone si sentono un po’ più a proprio agio nel farsi avanti. Ma è molto, molto comune. E voglio essere chiara: molti maltrattamenti sono ordinati ufficialmente. A Sde Teiman era organizzato che le persone fossero messe in condizioni non igieniche, malsane e sovraffollate. È stato stabilito ufficialmente che non ricevessero visite familiari o della Croce Rossa Internazionale, che le razioni di cibo fossero ridotte e che non ricevessero trattamenti medici adeguati, anche per malattie infettive contratte durante la detenzione. Non si tratta di uno o pochi soldati isolati. Questa è una politica istituzionale di tortura.
Se il sistema legale militare non può o non vuole fare giustizia in un caso con prove video evidenti, questo prova che un’indagine internazionale indipendente sia l’unica via rimasta per l’accertamento delle responsabilità?
Non credo avessimo bisogno di questo caso per sapere che c’è bisogno di responsabilità internazionale. Negli ultimi 25 anni, nonostante centinaia di denunce di tortura da parte degli investigatori dello Shin Bet (l’agenzia di sicurezza israeliana), non è stata presentata nemmeno una singola incriminazione, figuriamoci un processo o una condanna. Il sistema giudiziario israeliano non è interessato a perseguire la tortura contro i palestinesi. Le autorità israeliane stesse stanno perpetrando ufficialmente la tortura contro i detenuti.
Pensi che la guerra con l’Iran e la situazione attuale influenzeranno ulteriormente le condizioni dei detenuti palestinesi?
A partire dal primo giorno di guerra, le autorità israeliane hanno cancellato quasi tutte le visite degli avvocati ai detenuti palestinesi. Tutte le visite che avevamo programmato per marzo sono state cancellate. Siamo particolarmente preoccupati perché, con la cancellazione delle visite della Croce Rossa e dei familiari, gli avvocati sono l’unico contatto che i detenuti hanno con il mondo esterno. Quando cancelli quelle visite, diventa difficile per il Comitato Contro la Tortura e per altri venire a conoscenza dei maltrattamenti e intervenire. Sappiamo dallo scorso anno,
da giugno, che durante la guerra con l’Iran non solo i detenuti non sono stati portati nei rifugi durante gli attacchi missilistici, ma la violenza delle guardie carcerarie (militari) contro di loro è aumentata significativamente. Abbiamo scritto alle autorità carcerarie per esigere il ripristino delle visite legali e per chiedere che i detenuti siano protetti dagli attacchi missilistici. Altrimenti, sono “bersagli facili”, chiusi in cella e impossibilitati a fuggire per salvarsi.
I detenuti palestinesi non sanno cosa sta succedendo fuori dalla prigione, giusto?
Giusto, una detenuta rilasciata pochi giorni dopo l’inizio della guerra ha detto che non erano stati informati. Sappiamo anche dallo scorso giugno che ai detenuti non veniva detto nulla, ma sentivano le esplosioni vicine.
Una delle proposte più discusse in Israele è quella del reinserimento della pena di morte contro i palestinesi, ci sono novità a riguardo?
La Knesset israeliana stava portando avanti un disegno di legge sulla pena di morte solo per i palestinesi prima dell’attuale guerra con l’Iran. Quelle udienze sono state sospese nelle ultime due settimane, ma abbiamo capito che le riprenderanno da domenica per cercare di far passare la legge sotto la “nebbia della guerra” mentre l’attenzione della gente è altrove. È particolarmente importante che i paesi dell’UE esprimano la loro opinione al riguardo, perché lo Stato israeliano è un osservatore nel Consiglio d’Europa e ha relazioni bilaterali con l’Italia e con l’UE. Sarebbe un grande passo indietro per Israele ripristinare la pena di morte dopo il 1962. È in totale contrasto con la tendenza mondiale all’abolizione e certamente contraria alle norme europee.

(da Fanpage)

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PERCHE’ LA SPAGNA DICE NO A TRUMP E NETANYAHU

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEGLI ESTERI ALBARES: “LA SPAGNA NON HA INIZIATO QUESTA GUERRA CHE COLPISCE L’ECONOMIA DELLE FAMIGLIE,DEI LAVORATORI E DELLE IMPRESE”

José Manuel Albares, ministro degli Esteri della Spagna, spiega oggi in un’intervista a Repubblica perché il governo del socialista Pedro Sánchez ha detto no a Usa e Israele nella guerra contro l’Iran. «Siamo coerenti e rispondiamo ai
valori di pace e solidarietà della società spagnola, e sono sicuro che siano anche i valori della gran parte degli europei», esordisce. Madrid ha anche revocato la sua ambasciatrice a Tel Aviv: «L’ambasciata spagnola in Israele è pienamente operativa. A guidarla c’è una incaricata d’affari, esattamente come avviene da quasi due anni nell’ambasciata israeliana in Spagna, ovvero da quando Israele ha rimosso la sua diplomatica di allora. Siamo esattamente allo stesso livello. Nel frattempo, abbiamo cercato di mantenere le migliori relazioni possibili, nonostante i sistematici insulti e calunnie ricevuti da Israele, che la settimana scorsa si sono ripetuti in modo molto aggressivo».
La Spagna e il no a Usa e Israele sulla guerra del Golfo
Trump ha minacciato ritorsioni nei confronti del paese. Il ministro degli Esteri sul punto minimizza: «Non c’è motivo di temere ritorsioni. Siamo un alleato affidabile della Nato, con una presenza militare storica sul fianco est. Difendiamo lo spazio aereo dei Paesi baltici, abbiamo truppe in Slovacchia, in Lettonia, in Romania, in Turchia e una presenza significativa nella missione Nato in Iraq. Contiamo sulla solidarietà europea, naturalmente, come ha ribadito la Commissione Europea. La Spagna è solidale anche con i suoi partner e alleati. L’abbiamo dimostrato con Cipro, dove abbiamo inviato una fregata per difendere la sicurezza del suo spazio aereo, con l’integrità territoriale della Danimarca e con i Paesi europei che hanno subito pressioni tariffarie inaccettabili».
Il rifiuto e le basi
Albares dice che «Gli Usa sono l’alleato naturale storico dell’Europa. Abbiamo una relazione reciprocamente vantaggiosa, con investimenti molto diversificati in entrambe le direzioni e, sul piano commerciale, con un surplus per gli Stati Uniti. Siamo un grande acquirente di gas naturale liquefatto dagli Usa. Oltre a essere alleati Nato, la nostra cooperazione nella difesa si basa su un accordo bilaterale che contempla l’uso congiunto di due basi, Morón e Rota, che sono di sovranità spagnola. È la relazione che c’è tra due alleati che condividono sicurezza e prosperità, sulla base del dialogo, del rispetto e del beneficio reciproco. Abbiamo la ferma volontà di mantenere rapporti più stretti possibili con gli Stati Uniti».
(da agenzie)

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STATE ATTENTI A CHI FREQUENTATE: TRASCORRERE DEL TEMPO CON UNA PERSONA DIFFICILE VI FARÀ INVECCHIARE PIÙ PRECOCEMENTE: SECONDO UNO STUDIO, AVERE INTERAZIONI SOCIALI CON I ROMPIPALLE NON SOLO HA UN IMPATTO NEGATIVO SUL VOSTRO UMORE IMMEDIATO, MA AGISCE ANCHE SULLA SALUTE FISICA, ACCELERANDO IL PROCESSO DI INVECCHIAMENTO

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

SE LE RELAZIONI SOCIALI SONO GENERALMENTE DI SUPPORTO, CE NE SONO ALCUNE CHE ANDREBBERO RESCISSE PER SALVAGUARDARE LA PROPRIA STABILITÀ

Trascorrere del tempo con una persona difficile può avere un impatto negativo sul tuo umore immediato. Ma, col tempo, queste interazioni sociali difficili potrebbero anche avere un effetto negativo sulla tua salute fisica, facendoti invecchiare più velocemente , suggerisce una nuova ricerca.
Lo studio , finanziato dal National Institute on Aging e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha esaminato l’impatto sulla salute dei “fastidiosi”, ovvero le persone che i ricercatori hanno definito come coloro “che creano problemi o rendono la vita più difficile”.
Mentre le relazioni positive sono da tempo collegate a una vita più sana e lunga, i molestatori sembrano avere l’effetto opposto, aumentando lo stress cronico e innalzando i biomarcatori epigenetici associati all’invecchiamento. Lo studio ha anche scoperto che alcune persone sono più propense a dichiarare di conoscere persone moleste, comprese le donne e le persone in cattive condizioni di salute.
È noto che avere una solida rete sociale offre benefici protettivi con l’avanzare dell’età, tra cui la riduzione del rischio di deterioramento cognitivo e mortalità. Alcune ricerche hanno dimostrato che le amicizie possono persino contribuire a rallentare l’invecchiamento a livello cellulare . “Ma non tutti i legami sociali sono di supporto”, ha affermato Byungkyu Lee , professore associato di sociologia alla New York University e autore principale dello studio.
Ad esempio, alcune amicizie potrebbero essere ambivalenti, ovvero causare problemi o creare stress, ma offrire anche aspetti positivi, come supporto e compagnia, ha affermato Brea Perry, direttrice associata dell’Irsay Institute for Sociomedical Sciences Research, professoressa di sociologia all’Università dell’Indiana a Bloomington e coautrice dello studio. Altre sono “praticamente esclusivamente stressanti”. Queste relazioni meno positive “possono fungere da fattori di stress cronici, quindi avere quelle persone intorno a te rende la tua vita davvero difficile”, ha detto Lee
Per capire come le relazioni negative possano influenzare l’invecchiamento biologico […] e i suoi colleghi hanno raccolto dati da oltre 2.000 individui in un sondaggio sulla salute condotto in Indiana.
I partecipanti hanno risposto a domande sulle loro relazioni sociali nei sei mesi precedenti. Hanno poi risposto a domande di follow-up, tra cui la frequenza con cui quella persona li aveva importunati, causati problemi o, in generale, reso la loro vita più difficile. Ai partecipanti è stato anche chiesto di autovalutare il proprio stato di salute generale.
Hanno anche fornito campioni di saliva, che i ricercatori hanno analizzato per individuare cambiamenti nel DNA che indicano invecchiamento biologico, consentendo loro di confrontare i tassi di invecchiamento di coloro che avevano molestatori nelle loro reti e di coloro che non ne avevano
I ricercatori hanno scoperto che per ogni ulteriore “fastidio” con cui i partecipanti interagivano regolarmente, il loro ritmo di invecchiamento aumentava dell’1,5%. In altre parole, invece di invecchiare di un anno biologico per anno solare, una persona con almeno un “fastidio” in più invecchierebbe di circa 1,015 anni nello stesso periodo.
Questo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto. “Non sappiamo se i molestatori siano effettivamente la causa dell’invecchiamento delle persone”, ha osservato Lee. “Quello che osserviamo qui è una sorta di associazione tra la presenza di molestatori e il tasso di invecchiamento”.
Gli autori dello studio hanno scoperto che alcuni gruppi erano più propensi a segnalare la presenza di molestatori nelle loro reti. Le donne in genere avevano più molestatori degli uomini, un risultato che “non è del tutto scioccante”, ha affermato Debra Umberson, professoressa di sociologia e direttrice del Center on Aging and Population Sciences presso l’Università del Texas ad Austin, non coinvolta nello studio. “Questo aggiunge ulteriore conoscenza alle relazioni tra uomini e donne”, ha concluso.
La letteratura esistente suggerisce che uomini e donne possano vivere le relazioni in modo diverso. Ad esempio, “le donne tendono a essere influenzate in modo sproporzionato, sia positivamente che negativamente, da ciò che accade nelle relazioni e dalle loro relazioni con gli altri”, ha affermato Perry. “Quindi non ci ha sorpreso così tanto che le donne potessero avere più persone che causano loro problemi nella vita, in parte perché sono probabilmente più propense a percepire i problemi degli altri, a sentirli e a viverli come stress”, ha spiegato Perry.
Anche le persone in cattive condizioni di salute avevano maggiori probabilità di avere dei molestatori, così come i partecipanti allo studio che avevano avuto esperienze negative durante l’infanzia. Se una persona ha problemi di salute, è possibile che si senta molestata da chi la circonda e che ne regola la salute, ha teorizzato Perry. “Potrebbero aver bisogno di assistenza, ad esempio, e quindi questo tipo di relazioni possono diventare unilaterali e difficili da negoziare”, ha affermato.
Ogni relazione può presentare periodi di frustrazione. Tuttavia, alcuni tipi di relazioni sociali possono essere più inclini a essere fonte di fastidi: “Abbiamo scoperto che molti di questi fastidi sono membri della famiglia”, ha detto Perry. “Si tratta di persone che sono radicate nella tua vita in modi difficili da cui sfuggire o
da rinegoziare”. Tra le famiglie, genitori e figli avevano maggiori probabilità di essere fastidi rispetto a partner o coniugi.
Nelle relazioni non familiari, i partecipanti hanno riferito che colleghi, coinquilini e, in misura minore, vicini di casa avevano maggiori probabilità di essere molesti rispetto ai loro amici. Come i familiari, questi gruppi spesso implicano obblighi e la necessità di gestire spazi condivisi, hanno osservato gli autori dello studio.
Il consiglio più ovvio, ha detto Lee, è di valutare attentamente le relazioni, evitando chi ti importuna quando possibile e tagliando i ponti se senti che qualcuno sta aggiungendo molta negatività e stress alla tua vita, anche se questa può essere una decisione incredibilmente difficile.
Quando ci si trova in compagnia di una persona fastidiosa, potrebbe essere utile limitare il tempo trascorso con quella persona o prendere in considerazione la terapia per migliorare gli aspetti difficili della relazione, ha affermato Perry. “Penso che per me sia importante stabilire dei limiti”, ha affermato.
“Non appena ti rendi conto che una persona fastidiosa ha queste conseguenze biologiche negative per te, stabilisci dei limiti all’impegno che stai dedicando a quella relazione”. Pianificare attività di cura di sé prima e dopo le interazioni con la persona fastidiosa può anche ridurre lo stress e aiutarti a esternalizzare i conflitti, ha aggiunto Perry.
(da agenzie)

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TRUMP RIFILA UN ALTRO SCHIAFFONE A JD VANCE: IL PRESIDENTE HA LANCIATO UN SONDAGGIO INFORMALE LA SERA PRIMA DELL’INIZIO DELLA GUERRA IN IRAN, IN CUI CHIEDEVA A FINANZIATORI DEI REPUBBLICANI E MEMBRI DEL GOVERNO DI DARE UNA PREFERENZA TRA IL VICEPRESIDENTE E MARCO RUBIO

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA MAGGIORANZA SI SAREBBE SCHIERATA CON IL SEGRETARIO DI STATO CHE, A DISPETTO DI VANCE, E’ STATO ELOGIATO ULTIMAMENTE DA “THE DONALD”

«Marco o J.D.?». Il presidente Trump ha lanciato una specie di sondaggio informale la sera prima dell’inizio della guerra contro l’Iran. In una stanza piena di finanziatori del partito repubblicano e di membri del governo nel suo resort di Mar-a-Lago, in Florida, il presidente ha posto una «domanda urgente»: meglio Marco Rubio o J.D. Vance per la corsa alla presidenza nel 2028?
Lo hanno raccontato alcuni presenti alla tv Nbc, aggiungendo che la maggioranza si sarebbe schierata con il segretario di Stato Rubio, che ha già corso per la presidenza, è stato senatore per più tempo di Vance ed è più in vista e più elogiato da Trump ultimamente, per il suo ruolo nelle operazioni militari in Iran e Venezuela (Vance è considerato più scettico sulla guerra).
Ma Vance, il vicepresidente, è il naturale successore, e sta continuando a girare per gli Stati Uniti e raccogliere l’appoggio di finanziatori: se deciderà, come tutti si aspettano, di correre dopo Trump, sarà difficile per Rubio scendere in campo.
Per ora il segretario di Stato ha detto a Vanity Fair che sarà «tra coloro che appoggeranno» Vance.
Trump sembra da una parte non dare troppo peso ai discorsi sul successore […] e dall’altra pare divertirsi a misurare le preferenze di strateghi, finanziatori e media per l’uno o l’altro candidato nello stile della sua vecchia trasmissione tv «The Apprentice».
Secondo una media di sondaggi sulla prossima corsa alla Casa Bianca, Rubio ha il 13% delle preferenze (ha guadagnato terreno), Vance è al 46%, il figlio di Trump, Don jr, al 14%. E c’è chi spera nella discesa in campo di altri, come Mike Pompeo.
(da Corriere della Sera)

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TOMMASO CERNO, “AMBASCIATORE DEL MELONISMO” HA SPIEGATO CHE SBAGLIA ‘CHI, INVECE DI SCHIERARSI SULL’IRAN, SI PREOCCUPA DEL COSTO DELL’ARIA CONDIZIONATA NELLA CASA AL MARE’. UN POPULISTA NON DÀ MAI LA COLPA AL POPOLO

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

SU ‘MOWMAG’ L’HANNO INFILZATO CON LA PIÙ DOLOROSA DELLE EVIDENZE: “UN ERRORE CHE MARIO GIORDANO NON AVREBBE MAI COMMESSO”… I SUOI MOLTEPLICI CAMBI DI CASACCA: DA ALLEANZA NAZIONALE A SENATORE RENZIANO PASSANDO PER “REPUBBLICA”, DA “SESTA STELLA” DEL M5S A MELONI E LA SUA FRASE STRACULT: “IO SONO LIBERALE, ANARCHICO, INDIVIDUALISTA, FROCIO CONVINTO, SONO SEMPRE RIMASTO FERMO”

Se digiti Tommaso Cerno su Google la prima ricerca suggerita è: Tommaso Cerno è di destra o di sinistra? Vi risparmio la risposta suggerita dall’Ia di Google, scontata come un opinionista meloniano dell’era a.C., avanti Cerno, una cosa che più o meno recita: “era di sinistra e ora è di destra”.
Da ragazzo si è candidato in Alleanza nazionale perché, si è giustificato quando era nel periodo progressista, era l’unico partito che nella natìa Udine appoggiava l’intitolazione di un teatro a Pier Paolo Pasolini, e nessuno, nemmeno io, è andato controllare la rassegna stampa del Messaggero veneto per verificare se la cosa abbia una chance di rispondere al vero.
Negli ultimi due anni il melonismo ha eletto Cerno ambasciatore televisivo. È nei talk, nell’infotainment, nella tv del pomeriggio e in quella della notte. Ha un programma suo e uno con zia Mara. Ha diretto Il Tempo e ora dirige il Giornale. Il suo tasso di consenso nei confronti dell’operato del governo è del 100 per cento. Se proprio non dice che ha ragione Meloni, dice che ha torto la sinistra, e qualche volta è pure vero (la seconda cosa, la prima è statisticamente più difficile).
Lui si definisce voce scomoda, l’aggettivo più screditato della Terra prima della comparsa di “tossico”, ed è uno dei più bravi interpreti del gioco di prestigio preferito dal populismo di destra: presentarsi come martiri del libero pensiero mentre si aderisce e si rilancia ogni singhiozzo del potere. Anche questo, in fondo, un formidabile portato della provincia italiana: se entri al bar della piazza, i fuori dal coro sono quelli che ripetono a memoria ogni più vieto luogo comune su stranieri, tasse e campionati di calcio.
Cerno possiede una canagliesca simpatia, che gli permette di risultare gradito a molti. Raccontano, ma io non voglio crederci, che quando Matteo Renzi lo convinse a lasciare Repubblica per candidarsi nelle liste del Pd gli promise che, a tempo debito, gli avrebbe lasciato la guida del partito. In ogni caso, è stata una delle poche volte in cui Cerno ha incrociato uno più lenza di lui. Comunque accettò la candidatura ed è vera la leggenda: lasciò Repubblica di botto, senza salutare, la mattina era in redazione e la sera sparito. Di lui ci rimase solo un cappotto appeso allo schienale della sedia.
Cerno non è tipo che si senta a suo agio nei panni del peone. Per questo, quando da parlamentare sostenne la necessità di un dialogo maggiore con il Movimento 5 Stelle, lo argomentò così: “Io sono la sesta stella”.
Cerno è, nell’era del personal branding, un maestro di vita. Ha appena scritto un libro, Le ragioni di Giuda, sul tradimento ideologico, operazione paragonabile per intuizione al volumetto di barzellette che Totti mandò in libreria per liberarsi delle prese giro e fatturarci pure. Gli consigliò Costanzo di farlo. Cerno non ha più bisogno di consigli. “Io sono liberale, anarchico, individualista, frocio convinto, sono sempre rimasto fermo”. Solo qualche residuato anticopernicano è convinto che sia lui a girare.
Anche Cerno commette errori, però, ogni tanto. Nella prima puntata della sua striscia Due di picche su Rai 2 ha provato a sostenere la linea del governo sulla guerra in Iran con la tesi che tra una democrazia e una teocrazia bisogna scegliere la prima, e fin qui la semplificazione poteva andare incontro alle esigenze di un pezzo di pubblico, poi ha aggiunto che sbaglia chi, invece di schierarsi, si preoccupa del costo dell’aria condizionata nella casa al mare.
Un populista non dà mai la colpa al popolo. Irene Natali su Mowmag l’ha infilzato con la più dolorosa delle evidenze: “Un errore che Mario Giordano non avrebbe mai commesso”.
Qualche giorno fa Cerno è stato ospite di un programma del pomeriggio nel quale ha cantato Per sempre sì alla chitarra e i suoi hater si sono scatenati. Cerno ha replicato alle contumelie dicendo che lo attaccavano solo perché lui e il conduttore di quel programma sono “gay di destra”. Una risposta che l’Ia di Google non ha ancora incamerato per rispondere con più nettezza alla curiosità degli italiani sul suo orientamento politico nell’era meloniana d.C., dopo Cerno.
(da Repubblica)

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VI RICORDATE DEGLI INFLUENCER SPEDITI DA NETANYAHU A GAZA PER RACCONTARE MINCHIATE? LA VICENDA E’ FINITA IN TRIBUNALE PERCHÉ ISRAELE NON LI HA ANCORA PAGATI E AVREBBE CONTRATTO DEBITI PER SVARIATI MILIONI DI DOLLARI CON LE SOCIETÀ E I PERSONAGGI INGAGGIATI NELL’OPERAZIONE DI PROPAGANDA

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

DUE SOCIETÀ, DI CUI UNA CHIAMATA A INVIARE PERSONALE ALL’AIA PER DISTURBARE LE MANIFESTAZIONI PRO-PAL, SI SONO RIBELLATE PER I MANCATI PAGAMENTI E ORA CHIEDONO PIÙ DI 500MILA EURO. E UN INFLUENCER HA GIA’ VINTO IN TRIBUNALE

Rischia di finire nelle aule di un tribunale la vicenda degli influencer ingaggiati dal governo israeliano lo scorso anno per raccontare ciò che stava accadendo nella Striscia di Gaza e diffondere la versione ufficiale di Tel Aviv. Secondo un’inchiesta del giornale israeliano Calcalist, la direzione per la diplomazia pubblica israeliana avrebbe contratto debiti per svariati milioni di dollari con le società e i personaggi ingaggiati nell’operazione di propaganda.
Ad agosto del 2025, mentre l’Idf bloccava l’accesso all’enclave palestinese a giornalisti e operatori umanitari, il ministero per gli Affari della Diaspora ingaggiò 10 influencer americani e israeliani e li fece entrare brevemente nella Striscia di Gaza per «rivelare la verità» sulle condizioni umanitarie dei palestinesi. L’operazione avvenne in un momento in cui l’indignazione internazionale per il numero sempre più alto di morti tra i civili palestinesi aveva raggiunto il suo apice, con l’esercito israeliano accusato di aprire il fuoco contro chi cercava aiuti e cibo. [
L’iniziativa del governo di Tel Aviv fece molto discutere e fu bollata come un tentativo di mascherare i crimini commessi da Israele nella Striscia di Gaza. Ma a portare in tribunale l’esecutivo di Benjamin Netanyahu sono ora proprio quegli stessi influencer ingaggiati nei mesi scorsi.
Due società, in particolare, si sono ribellate per i mancati pagamenti e gli accordi poco chiari con il governo. La prima è Speedy Cal, un’azienda che ha fornito uno studio dedicato per interviste al premier e all’ex della Difesa Yoav Gallant, la quale reclama oltre mezzo milione di shekel (circa 160.000 dollari). La seconda è l’azienda Intellect, che ha avanzato una richiesta superiore a 1,5 milioni di shekel (circa 487.000 dollari) direttamente all’ufficio del primo ministro. In questo caso, la società aveva speso parecchi soldi per comprare biglietti aerei e spedire più persone possibile all’Aia, nei Paesi Bassi, così da disturbare le manifestazioni per la Palestina davanti alla Corte internazionale di giustizia.
Anche alcuni singoli influencer hanno scelto le vie legali per contestare i mancati pagamenti da parte dell’esercito israeliano. Nadav Yehud, uno studente ingaggiato per fare propaganda israeliana per quattro mesi dopo il 7 ottobre 2023, ha denunciato di non aver mai ricevuto gli oltre 12mila dollari che il ministero degli Esteri gli aveva promesso. Il suo caso è finito e in tribunale, dove il giudice ha ordinato allo Stato di risolvere il contenzioso e pagare lo stipendio pattuito.
(da Open)

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IN IRAN TRUMP NON PUÒ VINCERE, AL MASSIMO PUÒ PAREGGIARE. L’AMBASCIATORE STEFANINI: “BLOCCANDO LO STRETTO DI HORMUZ, TEHERAN NON FERMA CERTO LA MACCHINA MILITARE ISRAELO-AMERICANA MA METTE IN GINOCCHIO L’ECONOMIA REGIONALE E MONDIALE. IL SUPER SANZIONATO IRAN HA POCO DA PERDERE; VENDE A UN PREZZO PIÙ ALTO QUEL POCO DI PETROLIO CHE FA PASSARE, DESTINAZIONE CINA”

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

“HORMUZ CHIUSO GLI BASTA E AVANZA PER AVERE LA MEGLIO NELLA PROVA DI FORZA CON WASHINGTON. TRUMP DEVE PENSARE A COME SALVARE IL SALVABILE, RINUNCIANDO AL CAMBIO DI REGIME A TEHERAN. PERMETTEREBBE A DONALD DI CANTAR VITTORIA E SALVARE LA FACCIA, AI PAESI DEL GOLFO E ALL’ECONOMIA MONDIALE (E AMERICANA) DI LIMITARE I DANNI IMMEDIATI”

Chi di idrocarburi ferisce, di idrocarburi perisce. Con fervore quasi religioso, Donald Trump ha fatto dei combustibili fossili un punto cardinale di politica estera, vedi Venezuela, non solo energetica.
Ma la sua “guerra di scelta” scivola proprio sul petrolio del Golfo regalando un’improbabile vittoria al regime di Teheran. Che, per degradato che sia da 11 miliardi di dollari riversatigli addosso in missili e munizioni, bloccando lo Stretto di Hormuz va alla giugulare del confronto geopolitico – la navigazione da e per il Golfo. Così facendo non ferma certo la macchina militare israelo-americana ma mette in ginocchio l’economia regionale e mondiale. Il super sanzionato Iran ha poco da perdere; vende a un prezzo più alto quel poco di petrolio che fa passare, destinazione Cina. Hormuz chiuso gli basta e avanza per avere la meglio nella prova di forza con Washington.
Se, come sembra, Trump si sta preparando a un intervento marittimo per assicurare il passaggio dello Stretto, inviandovi navi e 5000 marines, la guerra è alla vigilia di una nuova escalation in una dimensione in cui la superiorità militare statunitense potrebbe trovare un contrasto asimmetrico da parte di Teheran. Dai cieli di Trump e Netanyahu la sfida si sposterebbe sulle acque di Khamenei. Era quanto Donald diceva di voler evitare. E che non aveva messo in conto. Ma, per il petrolio, questo ed altro.
Ad appena due settimane dall’inizio di “Furia epica”, la risposta iraniana, pressoché fallimentare nei tentativi di colpire obiettivi americani o israeliani, totalmente inefficace nel difendersi, ha trovato dove giungere a segno con effetti letali: nel traffico marittimo di un quinto del fabbisogno energetico quotidiano mondiale;
nel commercio di generi importanti come l’urea, il cui prezzo è salito del 16% e presto si rifletterà in quello della produzione agricola che fertilizza; nella corsa a chiudere ambasciate e a rimpatriare connazionali dal Medio Oriente; nel trasporto aereo con decine di migliaia di voli cancellati e l’incognita di quando potranno riprendere – alcune cancellazioni di scalo si spingono addirittura a fine anno.
Eccesso di prudenza? Forse. I Paesi del Golfo accusano il colpo senza poter fare molto per attutirlo. Riescono a mitigare – non ad eliminare – i danni alle infrastrutture ma non i gravi disagi e l’effetto fuga: chi vuole oggi trovarsi a Doha o Kuwait City?
All’Iran non c’è voluto molto: qualche centinaio di droni sparsi dall’Oman fino alla Turchia e all’Azerbaijan. E soprattutto la “minaccia” su Hormuz. Con mine? Forse, ma non c’è neanche bisogno di metterle. Chi si azzarda a passare? Centinaia di navi sono praticamente ferme da una parte o dall’altra del collo di bottiglia.
Questo scenario, abbondantemente previsto, e ben preparato dalle guardie rivoluzionarie, che aveva sempre trattenuto gli americani dall’entrare in guerra con l’Iran – e li aveva fatti intervenire per trattenere Israele dal farla, fatta eccezione per le operazioni, limitate e chirurgiche dell’anno scorso.
Europa, Asia e Africa sono alle prese con una potenziale crisi energetica – di approvvigionamenti e di costi – più la guerra prosegue, sempre meno potenziale. Donald Trump deve pensare a come salvare il salvabile – dopo tutto la vittoria militare è indiscutibile. Ha due strade aperte.
La prima è di mettere subito e rapidamente fine all’intervento militare capitalizzando sui risultati ottenuti, non lontani forse da quelli enunciati da Dipartimento di Stato: programma, nucleare, missili, espansionismo regionale. Questo significa però rinunciare agli obiettivi più ambiziosi, e minacciosi, enunciati ad intermittenza dal Presidente. Niente cambio di regime a Teheran.Questo lascerà tristemente a bocca asciutta, e profondamente delusi, quei due terzi e più della nazione iraniana che speravano che la guerra di Trump li avrebbe liberati dalla tirannia degli ayatollah. Non era scritto.
Ma permetterebbe a Donald di cantar vittoria e salvare la faccia, ai Paesi del Golfo e all’economia mondiale (e americana) di limitare i danni immediati e avviare la normalizzazione. Più presto comincia meglio ci si mette mano.
La seconda sta nel raccogliere la sfida di Khamenei junior – o chi lo sostituisca, se veramente ferito e/o menomato, tanto qui si ha a che fare con un regime non con una personalità individuale, nozione che forse sfugge all’attuale inquilino della Casa Bianca. Sta, essenzialmente, nel riaprire alla navigazione lo Stretto di Hormuz.
Non sarebbe la fine della resistenza degli ayatollah e delle guardie rivoluzionarie ma gli toglierebbe l’arma principale di cui dispongono. Questo, a ieri, l’orientamento di Presidente e Pentagono. A tal fine servono altre navi in teatro, servono i marines.
Non averci pensato conferma l’improvvisazione strategica di Furia Epica. Che, a Hormuz, farebbe un salto d’impegno e rischio, passando dalla relativamente sicura guerra dal cielo a una missione marittima dai contorni indefiniti. Sarebbe la “missione strisciante” (“mission creep”) che Donald aveva promesso: “mai più”. Non l’unica, e non l’ultima, promessa non mantenuta ai suoi elettori, all’America e al mondo.
Stefano Stefanini
per “La Stampa”

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MIGRANTI, IL GOVERNO MELONI DEVE RISARCIRE UN’ALTRA NAVE ONG: CONDANNATO ANCHE NEL CASO SEA EYE 5

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL MINISTERO DELL’INTERNO HA PERSO DI NUOVO IN TRIBUNALE… IL TRIBUNALE DI RAGUSA HA ACCOLTO IL RICORSO DELLA ONG CONTRO IL BLOCCO AMMINISTRATIVO: SANZIONE ILLEGITTIMA, IL GOVERNO DOVRA’ PAGARE LE SPESE PROCESSUALI

Era il 17 giugno 2025 quando il governo Meloni – tramite la prefettura di Ragusa – sanzionò la nave Sea Eye 5 della omonima Ong tedesca. L’imbarcazione aveva soccorso 65 persone in mare e, dopo aver aspettato circa 20 ore fuori dal porto in attesa dell’ok delle autorità, le aveva fatte sbarcare a Pozzallo. Poi arrivò il fermo amministrativo. Oggi il Tribunale civile di Ragusa ha accolto il ricorso della Ong, annullando il provvedimento, oltre al verbale e alla multa che erano stati contestati. Il ministero dell’Interno è stato condannato a pagare le spese processuali. Non è la prima volta che il governo è chiamato a risarcire una Ong punita ingiustamente.
Il caso Sea Eye 5: il soccorso, lo scontro sul porto di sbarco e poi il blocco
Il caso della nave Sea Eye 5 era stato particolarmente controverso. Dopo il soccorso, il governo aveva inizialmente indicato come porto di sbarco quello di Taranto. Ma si trattava di un viaggio di oltre 48 ore, che l’imbarcazione non poteva sostenere con tutte quelle persone a bordo. Dopo un intervento anche delle autorità tedesche, era stato concesso il porto di Pozzallo (Ragusa), più vicino. Ma il governo Meloni inizialmente intendeva far sbarcare in Sicilia solamente le persone in
condizioni di salute più critiche, e far proseguire le altre fino in Puglia. La nave aveva rifiutato. Dopo venti ore di stallo, lo sbarco era avvenuto.
Il giorno dopo, però, era scattato il fermo amministrativo di venti giorni con tanto di sanzione. L’equipaggio della Sea Eye 5 era accusato di non aver rispettato le indicazioni del centro di coordinamento marittimo di Roma, di non aver chiesto “ufficialmente e tempestivamente” un porto di sbarco e di non essere partita “senza indugio” per Taranto dopo aver ricevuto quell’indicazione.
Il tribunale di Ragusa lo conferma: la nave Ong non ha fatto nulla di sbagliato
Già allora la Ong aveva annunciato un ricorso. Oggi la vicenda si è chiusa, almeno in primo grado. Ricostruendo la vicenda, è emerso che fin dall’avvistamento del gommone che trasportava le 65 persone in pericolo era partito uno scambio di mail: la Ong aveva contattato il centro di coordinamento della Libia (il Paese più vicino), della Germania (il suo Stato di bandiera) e dell’Italia. Dai libici non erano arrivate risposte, come hanno dimostrato gli atti. Quindi l’Italia aveva assunto il coordinamento del soccorso.
Le autorità italiane avevano assegnato Taranto come porto sicuro. La distanza era di 390 miglia nautiche dal punto del soccorso. Il comandante della nave aveva subito chiarito che la situazione a bordo era critica, con alcune persone in stato di salute gravissimo – ustioni, disidratazione, ipotermia, inalazioni da carburante – e che l’imbarcazione non era equipaggiata per un viaggio di quel tipo con oltre 60 persone soccorse. Dopo alcune evacuazioni di emergenza effettuate dalla Guardia costiera italiana, il viaggio era proseguito.
La nave aveva comunicato di non avere più abbastanza acqua a bordo per raggiungere Taranto, e aveva chiesto un porto più vicino. L’Italia aveva chiesto di individuare solamente le persone vulnerabili e con esigenze più urgenti, per trasbordare loro a Pozzallo e lasciare gli altri in rotta per la Puglia. Il comandante aveva risposto che non aveva le competenze per fare una selezione di questo tipo, che avrebbe messo a rischio la vita dell’equipaggio e delle persone soccorse. Le autorità italiane avevano concesso lo sbarco a Pozzallo, ma poi era partito il fermo.
Il tribunale civile di Ragusa ha stabilito che il comandante ha agito correttamente, in modo “conforme alla normativa vigente” ha sempre dato le informazioni
richieste. La nave non si è “arbitrariamente rifiutata di fornire informazioni o di osservare indicazioni”, ma si è “limitata a rappresentare la situazione concreta”. Insomma, è sbarcata a Pozzallo non a causa di una “ingiustificata disobbedienza”, ma perché la situazione lo richiedeva.
Perciò, tutte le sanzioni sono state annullate. Il ministero dell’Interno è tenuto a pagare le spese processuali, quindi anche quelle sostenute dalla Ong per gli avvocati.
(da Fanpage)

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GUERRA TRA IRAN, USA E ISRAELE, IL GENERALE CAPITINI: “I DRONI IRANIANI DA 6.000 DOLLARI STANNO METTENDO IN CRISI I MISSILI DI USA E ISRAELE”

Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile

PER ABBATTERE UN DRONE SHALED DA 25.000 EURO GLI USA DEVONO USARE UN MISSILE PATRIOT DA 2,5 MILIONI

Il rumore che sta terrorizzando il Medio Oriente non è il boato di un jet supersonico, ma il ronzio di un motore a scoppio a due tempi alimentato a miscela e simile a quello montato su una comune Vespa: è il suono dei droni iraniani, armi “povere” ma letali che stanno mettendo in crisi la tecnologia bellica più avanzata del pianeta. Per farsi un’idea di cosa parliamo: uno “Shahed” iraniano non costa più di 25mila dollari (ma ce ne sono anche di molto più economici), mentre i due missili Patriot statunitensi spesso necessari per abbatterlo costano 2,5 milioni di dollari ciascuno, senza contare il prezzo del lanciatore. Così un Paese povero e sotto sanzioni da decenni – l’Iran – sta mettendo in crisi la logica militare delle superpotenze americana e Israeliana.
Fanpage.it ne ha parlato con il generale Paolo Capitini, docente di Storia militare presso la scuola sottufficiali dell’Esercito Italiano: a 15 giorni dall’inizio della guerra è sempre più chiaro che l’Iran non cerca lo scontro frontale, ma punta ai nervi scoperti dell’avversario. Mentre Washington spende oltre un miliardo di dollari al giorno – come rivelato due giorni fa dal New York Times – Teheran
continua a produrre armi a basso costo in fabbriche diffuse sul suo sterminato territorio, rendendo quasi inutile la superiorità aerea nemica. Dalle rampe di lancio nascoste nei tir ai costi insostenibili della difesa americana, Capitini decifra per noi i segnali di una guerra dove la “lucidità” strategica conta più della potenza di fuoco.
Generale Capitini, siamo al quindicesimo giorno di guerra. Qual è la sua lettura della situazione attuale? L’Iran non sembra intenzionato ad arrendersi, anzi.
Dobbiamo innanzitutto capire che in questo momento, sullo stesso territorio, si stanno combattendo due guerre contemporaneamente. Da un lato c’è quella condotta dagli americani e dagli israeliani contro l’Iran, che segue una propria linea strategica. Dall’altro, però, c’è la guerra dell’Iran, che non si oppone frontalmente alla prima, ma persegue una linea d’azione completamente diversa. In pratica, si stanno attaccando a vicenda in campi dove l’altro non è presente. È una scelta che segue molto la lezione di Sun Tzu: combatti l’avversario dove lui non c’è. Se l’Iran avesse deciso di replicare all’offensiva israelo-americana sul piano convenzionale – contraerea, scontri tra jet, missili contro missili – sarebbe stato polverizzato in un attimo. Lo sanno perfettamente. Per questo hanno scelto un’altra via.
Qual è questa “altra via” scelta da Teheran?
L’Iran punta a colpire le fragilità politiche della coalizione avversaria a partire da un dato di fatto, cioè che i Paesi arabi e quelli del Golfo non vogliono prendere parte attiva alla guerra. L’Iran sta mettendo in risalto le contraddizioni di quella che potremmo definire un’alleanza innaturale. Il messaggio che Teheran invia ai vicini arabi è brutale: “Gli americani non sono in grado di difendervi”. Dice loro: “Avete speso cifre astronomiche, avete concesso basi e accesso al vostro territorio eppure, all’atto pratico, noi riusciamo a colpirvi comunque. Possiamo bloccare le vostre fonti di ricchezza, il petrolio, il gas; possiamo colpire le vostre città e la vostra tranquillità”. I paesi del Golfo hanno barattato la presenza americana con la protezione e la rispettabilità internazionale. Ora l’Iran sta dimostrando loro che hanno fatto male i conti.
Perché, all’atto pratico, gli USA non stanno proteggendo i loro alleati.
Esattamente. L’Iran suggerisce agli stati arabi un fatto molto semplice: se gli Stati
Uniti devono scegliere a chi destinare un missile contraereo, lo daranno sempre a Israele e mai a loro. Siete in un’alleanza con “ebrei e cristiani” contro altri musulmani e, per giunta, siete gli ultimi della lista nelle priorità di Washington. Ma Teheran offre anche una via d’uscita: ricorda a questi Paesi che hanno leve economiche e finanziarie gigantesche, che hanno sovvenzionato campagne elettorali e hanno i forzieri pieni di dollari nelle banche americane. L’Iran li spinge a usare questo potere per fare pressione sul loro “alleato”, che poi tanto alleato non è, per far cessare le ostilità.
Intanto, nonostante già nel primo giorno di guerra sia stato subito ucciso Ali Khamenei, il “regime change” in Iran non è riuscito. Come mai?
Perché l’Iran ha lavorato sulla coesione interna in modo molto diverso rispetto ad altre dittature come quella di Saddam Hussein. Quella iraniana è una leadership estremamente diffusa e condivisa. Non c’è un “capo” unico nel senso classico del termine, ma il potere è parcellizzato. Chi comanda davvero sono istituzioni come i Pasdaran, non il singolo comandante dei Pasdaran. Smantellare un sistema plurale di questo tipo, dove il comando è diviso per aree, è quasi impossibile. Inoltre gli iraniani si aspettavano questa guerra da trent’anni: si sono preparati tecnicamente per affrontarla.
Parliamo allora di armamenti. Abbiamo visto droni economici mettere in crisi sistemi di difesa sofisticatissimi. È questa la vera forza tecnologica dell’Iran?
L’Iran ha fatto un ragionamento strategico molto lucido. Il loro punto di forza è la capacità di bloccare lo stretto di Hormuz. Per farlo non serve una marina oceanica o un’aviazione di altissimo livello che possa competere con quella israeliana. Quando Israele o gli USA dicono di aver annientato la marina o l’aeronautica iraniana, dicono una cosa vera ma irrilevante. All’Iran non servono. Lo stretto di Hormuz è così stretto che lo si può bloccare con le mine o colpendolo con qualsiasi cosa che non sia un aereo ad alta tecnologia. Possono selezionare chi far passare: le petroliere cinesi e indiane passano, le nostre no. Questo è il primo pilastro. Il secondo è la produzione autonoma di droni e missili a basso costo.
Si dice che i droni iraniani siano quasi “artigianali”, eppure funzionano
Sono pieni di ingegneri capaci, non hanno bisogno di comprare roba all’estero. Progettano e producono da soli da anni, e lo fanno con una logica di guerra: sanno che le loro fabbriche possono essere bombardate, quindi hanno un sistema di produzione diffuso sul territorio. Non c’è un’unica “fabbrica dei droni” da colpire per risolvere il problema. Inoltre, hanno puntato tutto sulla mobilità. Non usano lanciatori fissi, ma rampe montate su camion, su semplici tir. In un territorio di un milione e mezzo di chilometri quadrati – grande quanto metà dell’Europa – nascondere un tir è facilissimo. La sfida tra i satelliti americani e i lanciatori mobili iraniani è una gara di resistenza. Al momento, nonostante gli annunci di Trump, siamo ancora all’inizio. Colpire quello che ha colpito lui non significa aver tolto all’Iran la capacità di nuocere.
Facciamo due conti: quanto costa questa guerra agli americani rispetto a quanto costa agli iraniani?
Se guardiamo ai costi, gli americani sono già “fuori con l’accuso”. Un drone iraniano dei più economici costa tra i 6 e i 7 mila dollari; quelli più avanzati arrivano a 25 mila. Un singolo missile Patriot, necessario per intercettarli, costa 2 milioni e mezzo di dollari. E siccome di solito se ne sparano due per essere sicuri dell’abbattimento, tirare giù un drone da quattro soldi ti costa 5 milioni di dollari. Il sistema THAAD, per i missili balistici, costa ancora di più, circa 6 milioni a colpo. Secondo il New York Times nei primi sei giorni di conflitto Washington ha già speso 11,3 miliardi di dollari. Certo, le guerre non finiscono mai solo per mancanza di soldi, ma il divario economico è clamoroso.
Come funzionano i droni iraniani low cost?
Gli Shahed hanno motori a due tempi, quando passano sembrano lambrette. Tant’è che alcuni Paesi arabi stanno già cambiando tattica: invece di sprecare missili costosissimi, mandano in aria elicotteri con a bordo soldati armati di mitragliatrici per cercare di tirarli giù “a vista”, dato che sono molto lenti. Usare i jet contro i droni è pericoloso e antieconomico: devi avvicinarti troppo, rischiando che i detriti dell’esplosione vengano risucchiati dai motori del caccia, e comunque dovresti
usare un missile che costa una fortuna. L’Iran sta conducendo una guerra molto intelligente.
Se l’Iran riesce a rimanere in piedi dopo questa ondata di attacchi, cosa succederà agli equilibri del Medio Oriente?
Se alla fine di tutto questo la Repubblica Islamica, pur ammaccata, sarà ancora in piedi, dovremo ridiscutere l’intero ordine regionale. Molti inizieranno a chiedersi se valga davvero la pena affidarsi a un alleato come Israele, la cui unica opzione strategica sembra essere bombardare i vicini, o agli Stati Uniti, che non sono riusciti a garantire la sicurezza promessa.
Nelle ultime ore si parla di una possibile missione navale europea per proteggere il transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz. Ma quant’è alto il rischio?
Se decidi di mandare navi da guerra per far passare petroliere legate alla coalizione, ti stai esponendo direttamente. Per l’Iran, una nave che scorta un obiettivo “nemico” diventa essa stessa un obiettivo. Che siano droni, missili o barchini esplosivi, il rischio è altissimo. Anzi, per Teheran aumentare il numero di nazioni coinvolte e “sotto tiro” è quasi un vantaggio: più Paesi subiscono danni o perdite, più aumenteranno le pressioni su Washington affinché si metta fine al conflitto. Più il fronte dei “protestatari” si allarga a inglesi, francesi o italiani, più la posizione israeliano-americana si indebolisce.
Un’ultima questione, forse la più inquietante. Donald Trump ha spesso mostrato un’imprevedibilità marcata. Esiste il rischio reale che possa evocare o minacciare l’uso dell’arma nucleare contro l’Iran?
Se guardiamo al personaggio, la risposta è sì. In Putin, o persino in Medvedev, c’è una razionalità cinica, un disegno leggibile. Le dichiarazioni di Trump, invece, sono spesso illogiche: un giorno chiede la resa incondizionata, il giorno dopo dice di voler trattare; un momento dichiara che non c’è più nulla da colpire, e il momento dopo ordina nuovi bombardamenti. In questo quadro di incoerenza, la minaccia nucleare ci sta benissimo, fa parte del suo repertorio comunicativo. Se lo dicesse un altro Presidente, il mondo si fermerebbe terrorizzato. Detto da lui, fa fare qualche titolo in più, il che è paradossalmente ancora più pericoloso perché abbassa la
soglia di allarme. La speranza è che nella “cerchia” dei suoi consiglieri ci sia ancora qualcuno in grado di spiegargli che non è onnipotente.

(da Fanpage)

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