Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
BOLLETTE DA + 350 EURO A FAMIGLIA E BENZINA ALLE STELLE
Il conflitto in Medio Oriente incendia i prezzi dei combustibili fossili: petrolio a +45% e gas
a +62%. Mentre le città italiane contano i danni miliardari, l’industria lancia l’allarme insolvenza: «Sopra i 130 dollari a barile agricoltura e tessile rischiano il crac»
A due settimane dall’esplosione delle ostilità in Iran, l’economia italiana inizia a presentare il conto. Se i mercati delle materie prime «fredde» come rame e nichel mostrano una tenuta solida, il comparto energetico è in piena ebollizione. Secondo l’ultima analisi della Cgia di Mestre, i rincari di petrolio (+45,8%) e gas (+62%) sono già più violenti di quelli registrati dopo l’invasione russa dell’Ucraina, trasformandosi in una tassa invisibile ma pesantissima per cittadini e imprese.
La stangata sulle bollette
Le stime di Nomisma Energia parlano chiaro: ogni famiglia italiana si prepara a sborsare, in media, 350 euro in più all’anno per luce e gas. Si tratta di un salasso complessivo da 9,3 miliardi di euro che colpirà con particolare durezza le grandi
aree metropolitane. Roma guida la classifica nazionale dei rincari con una spesa energetica aggiuntiva prevista di 705,8 milioni di euro, seguita da Milano con 554,5 milioni e Napoli, che sfiora i 406 milioni. Al contrario, l’impatto sarà decisamente più contenuto nelle province di Isernia, Aosta e Vibo Valentia, dove i rialzi oscilleranno tra i 12 e i 23 milioni di euro complessivi.
Lo spettro del petrolio a 150 dollari
Come riportato dal Corriere della Sera, il Brent sta danzando pericolosamente intorno ai 100 dollari, ma ha già toccato picchi di 119 dollari. Il vero timore degli analisti riguarda lo Stretto di Hormuz: se il blocco navale dovesse persistere a lungo, il greggio potrebbe schizzare a 150 dollari, superando il record storico raggiunto nel luglio del 2008. L’Italia appare estremamente vulnerabile a questo scenario, avendo importato dal Medio Oriente beni energetici per quasi 16 miliardi di euro nel solo 2025. Il nostro Paese è oggi il secondo importatore europeo dall’area del Golfo dopo la Francia, con una dipendenza strategica cruciale dal Qatar per il gas liquefatto e dall’Iraq e Arabia Saudita per il greggio.
Dall’agricoltura ai voli: i settori a rischio crac
Lo stress test di Scope Rating lancia un monito severo: se il petrolio dovesse restare stabilmente sopra la soglia dei 130 dollari, molti settori industriali andrebbero incontro a rischi di insolvenza. L’agroalimentare è già in prima linea: Coldiretti ha presentato esposti in Procura per denunciare sospette manovre speculative sul gasolio agricolo, il cui prezzo è passato in una sola settimana da 0,85 a 1,25 euro al litro. Non va meglio nei cieli, dove il supplemento carburante per i voli è già raddoppiato, né nel mondo della moda, dove il rialzo delle fibre sintetiche e la chiusura delle boutique negli hub del lusso come Dubai stanno mettendo in ginocchio la filiera italiana.
La ricetta per evitare il default delle famiglie
La Cgia chiede al Governo interventi fiscali immediati per evitare che la speculazione affossi definitivamente il potere d’acquisto. Le proposte sul tavolo prevedono un calo temporaneo e mirato delle accise sui carburanti, che hanno già subito rincari pesanti (benzina +8,7% e diesel +18,2%), oltre a una modulazione
dell’Iva e una riduzione degli oneri di sistema nelle bollette. Parallelamente, gli esperti suggeriscono di rafforzare i poteri delle autorità di vigilanza per monitorare le speculazioni lungo tutta la filiera energetica. In questo clima di incertezza, Piazza Affari ha già bruciato 48 miliardi di euro di capitalizzazione dall’inizio del conflitto, pur mostrando una resistenza maggiore rispetto ai listini di Francoforte e Parigi.
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
EX DISOCCUPATO, EX FUORI CORSO, ORA ANCHE PROFESSORE ONORARIO AL KING’S COLLEGE LONDON
In assenza di smentite, la notizia è da considerarsi vera: Luigi Di Maio, il nostro mitico Giggino, è stato nominato professore onorario presso il dipartimento di Defence studies del King’s College London. Lo so che può apparirvi incredibile. Ma temo che ogni stupore sia fuori luogo. L’hanno chiamato Zelig, Bel Ami, Forrest Gump.
Di Maio, in realtà, è solo Di Maio. Un esemplare unico. Spaventoso, però unico. La prima volta che ci parlai fu al telefono. Beppe Grillo e Casaleggio avevano da poco inoculato il tremendo virus dell’ “Uno vale uno” nelle vene del Paese e Giggino, a 26 anni, ex disoccupato, ex fuoricorso, ex steward allo stadio San Paolo di Napoli, era diventato vice-presidente della Camera.
Subito già nel ruolo, parlava con la scaltrezza di un vecchio politico. Non diceva niente, ma lo diceva magnificamente. L’inizio di una carriera mostruosa. Sul nulla. Mentre il suo compare dell’epoca, Alessandro Di Battista, dopo essere uscito dal Parlamento, aver fallito come falegname, barman e scrittore, ora va in giro a raccattare ospitate tivù, Giggino – un governo dopo l’altro, abbracciando prima la Lega, poi il Pd, poi tutti – è stato capo del M5S, vice-premier, ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro e persino ministro degli Esteri.
Persino, perché sembra si facesse aiutare da tre interpreti: per il francese, il tedesco e l’inglese. Forse un po’ d’inglese, ora, l’ha imparato. Me lo ricordo che, a malapena, diceva yes, please, Manchester City. Arrampicatore determinato e furbissimo. Sempre in ghingheri, sbarbato, l’aria di uno che dice cose serie. Anche quando collocava Pinochet in Venezuela. Chiamava “Ping” il presidente cinese Xi Jinping
Oppure da Fazio chiedeva l’impeachment per Mattarella, salvo – sei mesi dopo – definirlo «l’angelo custode del governo». Si lascia andare solo una volta. La sera
che s’affaccia al balcone di Palazzo Chigi e urla alla folla: «Abbiamo abolito la povertà!». Intendeva la sua.
Fuori dalla politica, Giggino diventa Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico a 12 mila euro (netti) al mese. Gira con la scorta di un sultano. Chiaro che, a uno così, il King’s College non poteva rinunciare. E che noi ci ostiniamo a far fuggire all’estero le nostre menti migliori
Fabrizio Roncone
(da corriere.it)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL TONO CIALTRONESCO CON CUI TRUMP SI RIVOLGE ALL’UMANITA’
Forse un giorno ci diranno che era un esperimento. Una specie di stress test: per quanto
tempo la democrazia più importante del mondo può reggere un Presidente che parla come Cetto La Qualunque? La solennità drammatica della guerra – di ogni guerra, persino di questa fatta di armi, vittime e macerie invisibili – ha reso ancora più stridente il tono cialtronesco con cui Trump si rivolge all’umanità.
Ecco alcune perle che ha messo in fila nelle ultime 24 ore: «Guardate cosa succederà a questi pazzi bastardi: li sto uccidendo ed è un grande onore per me farlo». «Il regime sta per cadere». «Il regime cadrà, ma forse non subito». «Stanno per arrendersi, ma poiché abbiamo fatto fuori tutti i loro leader, non c’è nessuno che possa annunciare la resa». «Potremmo fargli cose terribili, ma siamo buoni». «La prossima settimana colpiremo duro». «Putin li sta un po’ aiutando, d’altronde anche noi stiamo un po’ aiutando l’Ucraina, è giusto così». «Le navi tirino fuori le palle e attraversino lo stretto di Hormuz!»
E con la civettuola immagine di una petroliera che esibisce gli attributi possiamo congedarci dal sommo conferenziere, almeno per oggi.
Considerando che quell’altro fanfarone del suo ministro, Pete Hegseth, ha appena paragonato i capi nemici a un branco di topi, mai avrei immaginato di aspettare con impazienza le dichiarazioni di Netanyahu per sentire finalmente qualcuno parlare della guerra come se fosse una guerra.
(da corriere.it)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
“IL VERO PUNTO È: A QUALE TITOLO MARCO BUCCI SEGNALAVA GLI ARTICOLI A LUI SGRADITI E SUGGERIVA CORRETTIVI? CON QUALE DIRITTO? CON QUALE DENARO È STATO PAGATO QUESTO LAVORO DI DOSSIERAGGIO NEI CONFRONTI DEL SECOLO (E, A QUANTO SEMBRA, ANCHE DI ALTRE TESTATE)? CON DENARO DELLA REGIONE, CIOÈ PUBBLICO, CIOÈ DEI CONTRIBUENTI?”
Questa è la storia delle pressioni che Marco Bucci (A quale titolo? Con quale diritto?) ha esercitato sul Secolo XIX. Vado per punti in ordine cronologico.
Marco Bucci ha cominciato a esercitare pressioni sulla mia direzione quando era ancora sindaco, e prima ancora che io cominciassi, e prima ancora che tra noi due ci fosse alcun contatto (io e Bucci non ci conoscevamo).
Infatti nei mesi di agosto e settembre del 2024 Bucci ha più volte detto in pubblico, rivolgendosi a giornalisti del Secolo XIX, che sarebbe presto arrivato un direttore
che “li avrebbe messi in riga” dopo il modo in cui il Secolo aveva seguito l’inchiesta della Procura della Repubblica sul governatore Giovanni Toti.In un’occasione disse a un giornalista del Secolo che avrebbe parlato con lo stesso giornale solo dopo il mio arrivo: “A quel punto sì che faremo tante interviste”. La circostanza è provata da un editoriale pubblicato sul Secolo XIX dall’allora direttrice Stefania Aloia, che denunciava il disprezzo per la democrazia e per la libertà di stampa dell’allora sindaco Bucci
Quando sono arrivato (29 settembre 2024) dopo i primi incontri di cortesia, Bucci ha cominciato a lamentarsi per alcuni articoli (qui sotto le mie chat con Bucci su whatsapp).
Ho sempre cercato di fare un giornale il più equilibrato possibile, come è nella mia storia giornalistica (20 anni al Corriere della Sera, sei a La Stampa, e poi direzioni di giornali non schierati: La Provincia di Como, la Gazzetta di Parma, il Quotidiano Nazionale, il Resto del Carlino) e come mi aveva raccomandato a Ginevra il mio editore, il signor Gianluigi Aponte, il giorno della mia assunzione: “Faccia un giornale apolitico, apartitico, dia voce a tutti e non si faccia tirare la giacca da nessuno”.
Ho annunciato l’equidistanza del giornale nell’editoriale di ingresso e in quelli all’inizio delle due campagne elettorali, per le regionali e per le comunali, in pieno accordo con il mio editore
I primi contatti con Marco Bucci, allora sindaco, sono stati cordiali. Lui mi disse subito che il Secolo era fazioso, di sinistra, schierato con la Procura della Repubblica. Io gli risposi che avrei fatto un giornale imparziale e lo invitai a segnalarmi eventuali errori o squilibri. Lui cominciò presto a mandarmi messaggi di lamentela su alcuni articoli.
Durante la campagna per le elezioni comunali della primavera 2025 Bucci ha cominciato a intensificare le pressioni facendo preparare dal suo staff una serie di dossier tesi a dimostrare che il Secolo era schierato con il centrosinistra.
Questi dossier, e non semplici rassegne stampa, riportavano alcuni articoli del Secolo XIX seguiti da commenti negativi e da informazioni del tutto false: venivano inviati da Bucci al presidente di Blue Media, editrice del Secolo, Pierfrancesco Vago, che me li girava solo per conoscenza, senza mai dire di favorire alcuno.
A un certo punto (13 maggio 2025) Bucci ha inviato a Vago anche le istruzioni su come fare il giornale in campagna elettorale e Vago me le ha inoltrate. È un foglio che si intitola “Risposta del governatore Bucci”: lo ripubblico e pubblico anche lo screenshot che dimostra l’inoltro, contemporaneo a quello di uno di questi dossier preparati dallo staff di comunicazione di Bucci.
Ho interrotto i rapporti con Bucci, protestando per il suo comportamento, l’8 maggio 2025, come risulta dalla chat tra me e lui su whatsapp.
In ottobre Pierfrancesco Vago mi ha chiesto un incontro chiarificatore con Bucci, avvenuto in Regione il giorno 9. Gli ho risposto via mail che ritenevo irrituale che l’incontro si svolgesse in Regione . Alla fine ho accettato quella sede solo per il grande rispetto che ho nei confronti del signor Vago, persona educata, onesta, perbene, che mi ha sempre trattato in modo impeccabile.
In quell’incontro ho ripetuto a Bucci quello che gli avevo sempre detto: che mi era stato dato mandato di fare un giornale super partes, e gli avevo chiesto che se avesse visto qualche errore, inesattezza o faziosità, avrebbe dovuto segnalarmela (in modo da permettermi di verificare ed eventualmente correggere, come faccio con chiunque) invece che far preparare questi dossier.
Dossier che erano confezionati a cadenza regolare. Prova ne sia che, come pubblichiamo in queste pagine, ce n’è uno che parte da settembre, quindi in un tempo in cui Bucci ed io non avevamo rapporti. Altro che concordati con me
Ma anche dopo quel 9 ottobre Bucci ha continuato a inviare a Vago questi dossier sul Secolo per dimostrare che il giornale è fazioso e contro di lui (risulta dalle chat tra Vago, che mi inoltrava le lamentele di Bucci, e me). Bucci contesta perfino la mia presenza alla festa di compleanno della sindaca Salis, dove c’era mezza città: quindi non potevano certo essere dossier concordati con me! Addirittura lo staff di Bucci contesta la qualità delle fotografie pubblicate, sostenendo che in un servizio sull’Ilva quella del governatore era sfuocata e quella di Silvia Salis più nitida; che lui era ritratto a capo chino, e lei “orgogliosa” a testa alta. Lascio al lettore giudicare il livello culturale, intellettuale e politico di simili osservazioni. Per “provare” che stiamo con la sinistra, l’ufficio comunicazione di Bucci stigmatizza perfino il fatto che un giornalista del Secolo, Emanuele Capone, dice “brava la mia sindaca!” commentando sui social un video in cui Silvia Salis canta con i Pinguini Tattici Nucleari. Sto scherzando? Purtroppo no.
Il 22 novembre Bucci ha inviato anche a me uno di questi dossier, e gli ho risposto in modo chiaro che si trattava di ricostruzioni inaccettabili (vedi chat tra me e Bucci)
Da quel momento Bucci ha ripreso a inviare i dossier al mio editore, che me li inoltrava. Ho sempre risposto al mio editore che non accettavo le interferenze del presidente della Regione. Tutto questo è riscontrabile nella chat integrale tra me e Bucci, che ho anche allegato all’Ordine dei Giornalisti e che è agli atti dell’inchiesta.
All’inizio di dicembre 2025 Bucci scrive al mio editore che il Secolo non deve dare spazio a “quelli del Pd”, i quali sono “cretini totali”, e che invece il giornale dovrebbe denunciare il Pd “come il partito delle tasse”.
Le pressioni dell’ufficio stampa della Regione sono diventate di dominio pubblico a Genova, anche perché non riguardavano solo il Secolo, e l’Ordine dei Giornalisti della Liguria in gennaio ha aperto un’inchiesta sui giornalisti che compongono l’ufficio comunicazioni del governatore
Il 14 gennaio 2026 Federico Casabella, capo dello staff di Bucci, ha fatto mettere a verbale all’Ordine dei Giornalisti che i dossier sui giornalisti del Secolo, a quanto gli risultava, erano stati concordati tra Bucci e me. Una palese menzogna, che ho potuto dimostrare all’Ordine dei Giornalisti in quattro punti:
1) il fatto che questi dossier sono sempre stati inviati al mio editore, e non a me, salvo l’ultimo di settembre-ottobre-novembre, inviato a entrambi a fine anno.
2) il fatto che in questi dossier si critica il mio operato: ad esempio quando si chiede all’editore di farmi cambiare linea per le elezioni comunali o si stigmatizza la mia presenza alla festa di compleanno della sindaca Silvia Salis. È del tutto evidente che simili affermazioni non possono essere state concordate con me.
3) Il fatto che in tutte le chat su whatsapp tra me e Bucci e tra me e Vago è sempre evidente la mia protesta per tali dossier e tali indebite ingerenze.
4) Il fatto che l’11 giugno 2025 ho scritto un editoriale in prima pagina e ospitato a pagina 10 una serie comunicati di protesta contro il comportamento di Bucci il quale, a un evento pubblico e davanti alle telecamere, aveva detto “quelli del Secolo devono darsi una regolata”. È evidente che tra noi due c’era un duro contrasto, non un accordo
Il 27 febbraio scorso l’Ordine dei Giornalisti mi ha prosciolto dall’accusa di aver concordato i dossier con Bucci, accusa che ha ritenuto del tutto falsa, alla luce della documentazione che ho prodotto
Voglio infine aggiungere che faccio questo lavoro da mezzo secolo e ho diretto cinque quotidiani, ma mai ho visto una cosa del genere. Bucci non ha fatto solo pressioni: si è comportato come se avesse un chissà quale diritto sul Secolo XIX. Un conto sono le normali osservazioni o lamentele dei politici (quelle esistono ovunque e da sempre), un altro conto è un presidente di Regione che manda all’editore l’elenco degli articoli da pubblicare in campagna elettorale. A che titolo?
I dossier preparati dall’Ufficio Stampa della Regione, su richiesta di Bucci, riportano solo alcuni articoli, senza mai menzionare quelli in cui, invece, è Bucci stesso o comunque il centrodestra a parlare. Si tratta insomma di estrapolazioni, come la raccolta del Secolo può facilmente dimostrare.
Molte affermazioni a commento di queste “rassegne stampa”-dossier sono assolutamente false. Ad esempio vien scritto, nelle istruzioni che Bucci pretende di dare al giornale per la campagna elettorale per le comunali, che il Secolo ha intervistato solo politici nazionali di centrosinistra, e nessuno di centrodestra. Ma a quella data (12 maggio 2025), come si può agevolmente documentare, il Secolo aveva intervistato molti più esponenti nazionali di centrodestra (quasi il doppio) che di centrosinistra
Sono a Genova da un anno e mezzo e con nessun altro politico ho avuto problemi. Anche nel centrodestra, non c’è nessuno che mi abbia mai manifestato lamentele per una faziosità del giornale.
È infine del tutto evidente che la dichiarazione di Casabella, secondo il quale io sarei stato d’accordo con Bucci nel confezionare e inviarmi dossier sui miei giornalisti, è di una gravità assoluta e comporta un ingente danno reputazionale. La mia redazione avrebbe avuto ben diritto di sfiduciarmi e avrei subito pesanti (ma soprattutto infamanti) sanzioni disciplinari, credo anche la radiazione dall’Albo. Quindi sono stato costretto a tutelarmi presentando alla Procura della Repubblica di Genova una querela per diffamazione contro il portavoce Casabella e chiunque altro abbia eventualmente contribuito a convincerlo dell’esistenza di quell’accordo.
Mercoledì 11 marzo il governatore Marco Bucci e il suo portavoce Federico Casabella hanno indetto una conferenza stampa in Regione ribadendo la menzogna di un mio accordo nella preparazione dei dossier, chiamati da loro “normali rassegne stampa”. Due giornalisti hanno chiesto conto del vademecum mandato al mio editore per la campagna elettorale 2025 ed entrambi hanno risposto di non sapere di che cosa si trattasse, di non aver mai visto quel foglio, e quindi – tantomeno – di non averlo mai inviato ad alcuno.
Giovedì 12 ho scritto che Bucci mente e ho indicato la data, l’ora, il minuto e il secondo in cui quel vademecum è stato inviato al mio presidente Vago.
A quel punto Bucci, con un comunicato diffuso anche dall’Ansa, ha rettificato, dicendo che se quel documento è intitolato “Risposta del governatore Bucci” significa che qualcuno glielo aveva chiesto, e quindi che non era nato di sua iniziativa. Bucci si è dunque smentito da solo.
Lo stesso giorno (12 marzo) Bucci mi ha chiesto il permesso di pubblicare le chat tra noi due. Gli ho risposto che non avevo alcun problema (infatti le pubblico qui integrali) ma, a quel punto, bisognava pubblicare tutte le chat, anche i messaggi che lui mandava al mio editore, e di depositare tutto alla Procura della Repubblica. Gli ho scritto: “Ci stai?”. Marco Bucci non mi ha risposto, ha eluso l’opzione-Procura e nella tarda serata di venerdì 13 ha diffuso, senza il mio permesso, le chat tra noi du
Ecco perché ho reagito pubblicando anche i messaggi che il mio presidente mi ha inoltrato, sbugiardando Bucci – tra l’altro – sul vademecum elettoral
“Reagito” è la parola chiave. Nulla, in questa vicenda, è stato frutto di una mia iniziativa.
Ho reagito alla prepotenza e all’arroganza di dossier pieni di falsità, che accusavano i giornalisti del Secolo. Ho difeso i miei colleghi, la mia testata, la sua storia di 140 anni di indipendenza
Ho reagito quando ho saputo dall’Ordine dei Giornalisti che Federico Casabella aveva affermato che quei dossier erano stati concordati con me.
Ho reagito quando Bucci ha detto in conferenza stampa di non aver mai inviato nulla al mio editore.
Ho reagito quando Bucci ha affermato – in una conferenza stampa ripresa in diretta da Primocanale e da TeleNord, quindi tutto documentato – di non sapere nulla del vademecum elettorale sulle comunali 2025.
Ho reagito quando ha diffuso le chat tra me e lui (io non avevo mai pubblicato sue frasi delle chat, solo due mie proteste).
Ecco, questa è la storia di uno di noi, anzi di loro. Una storia voluta da Bucci e il suo staff, non certo da me, che ho sempre respinto le sue pressioni anche grazie al mio editore Pierfrancesco Vago, che mi ha sempre solo riferito di queste pretese di Bucci, senza mai impormi nulla, anzi sempre ribadendomi di “tenere la barra dritta per un giornale imparziale ed equilibrato”.
Ora, al di là di tutto questo, il vero punto è: a quale titolo Marco Bucci segnalava gli articoli a lui sgraditi e suggeriva correttivi? Con quale diritto? Io, ripeto, ho fatto un giornale credo imparziale. Ma se anche avessi voluto farlo di sinistra, o di destra, nessun politico avrebbe avuto il diritto di eccepire. Solo l’editore può dire a un direttore: così non va bene. Non certo alcun altro. Marco Bucci, così come nessun altro politico, non ha alcun diritto di interferire nella linea di un giornale.
Ultimissima. Con quale denaro è stato pagato questo lavoro di dossieraggio nei confronti del Secolo (e, a quanto sembra, anche di altre testate)? Con denaro della Regione, cioè pubblico, cioè dei contribuenti?
Michele Brambilla
direttore de Il Secolo XIX)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
LE PRESSIONI DI SALVINI PER PRECETTARE I LAVORATORI
“In Italia è eccessivamente limitato il diritto di sciopero”; la sonora bocciatura arriva dal
Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds), con una decisione appena pubblicata. Secondo l’organismo internazionale, infatti, le nostre norme sono troppo restrittive, riducono in modo esagerato il diritto di scioperare per i lavoratori dei servizi pubblici. Questo rappresenta un bel guaio per il governo Meloni, che ora dovrà adeguarsi al provvedimento arrivato dopo un ricorso presentato nel 2022 dall‘Unione sindacale di base (Usb), curato dal giuslavorista Giovanni Orlandini e dagli avvocati Danilo Conte e Marco Tufo. L’obiettivo dichiarato del centrodestra, in questi anni, era semmai ridurre ancora di più il diritto di sciopero con regole ancora più aspre.
Il Ceds è il comitato che vigila sul rispetto della Carta sociale europea da parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa, da non confondere con l’Unione europea. Anche l’Italia ne fa parte, quindi è tenuta a rispettare le norme della Carta. La nostra legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, la 146 del 1990, viola
invece diversi diritti riconosciuti dal documento. Innanzitutto, la nostra legge contiene una nozione troppo estensiva di servizi pubblici essenziali. Questo significa che un numero molto ampio di lavoratori può essere sottoposto alle limitazioni. Quindi il Comitato dice che bisogna invece ricomprendere solo le prestazioni che siano davvero connesse a interessi generali. Per esempio i trasporti: non sempre garantiscono servizi essenziali.
L’altro punto bocciato dal Comitato riguarda una norma che contraddistingue la legge italiana: l’obbligo di annunciare la durata dello sciopero, tra l’altro con largo anticipo. Secondo il Ceds, questo dovere imposto ai sindacati riduce l’efficacia della mobilitazione, perché dà tempo e modo alla controparte di organizzarsi per minimizzare il disagio. In Italia gli scioperi durano massimo un giorno, ma spesso sono solo per otto ore o addirittura solo quattro. In questo modo, la controparte non subisce alcuna pressione. Infine, l’altro rilievo mosso dal comitato riguarda l’eccesso di periodi in cui è vietato proclamare scioperi, le cosiddette franchigie. In Italia li abbiamo a ridosso di vacanze, feste religiose, grandi eventi. E ancora, il nostro ordinamento prevede il cosiddetto obbligo di “rarefazione”, cioè ogni sciopero deve essere proclamato a una certa distanza temporale dall’altro, per evitare di concentrarne troppi nello stesso periodo. Come detto, questi lacci e laccioli limitano il diritto di sciopero in settori che non sempre sono davvero riconducibili a servizi essenziali.
Il Comitato, va ricordato, ha una composizione moderata, le sue ultime decisioni hanno spesso deluso i sindacati. Solo una componente su quattordici ha una tendenza favorevole ai lavoratori, ma in generale non si tratta di un organo “militante”. Il destino beffardo ha voluto che questa pronuncia arrivasse proprio durante il governo Meloni, esecutivo che in questi anni aveva manifestato la volontà di dare un’ulteriore stretta al diritto di sciopero. Tra l’altro, la Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali (Cgsse), di nomina politica, ha già da tempo assunto un orientamento estremamente restrittivo, quindi ha già di fatto contratto il diritto di mobilitazione sindacale. Basti ricordare i provvedimenti sugli scioperi generali contro il governo di Cgil e Uil, i numerosi richiami nei confronti dei sindacati di base, e anche il blocco dello sciopero a favore di Gaza e della Flotilla.
L’orientamento severo della Commissione è stato cavalcato ampiamente dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che spesso ha fatto leva su queste pronunce per precettare i lavoratori. E tra l’altro Fratelli d’Italia prova da tempo a inserire una norma che imporrebbe ai lavoratori dei trasporti di comunicare preventivamente l’adesione agli scioperi. La decisione del Comitato non ha un’applicazione diretta, ma il governo dovrà adeguarsi e inoltre costituirà una fonte che dovrebbe indirizzare i giudici e le autorità amministrative. Quindi anche la stessa Commissione di garanzia dovrà tenere in considerazione questa pronuncia, ed evidentemente modificare in modo netto la tendenza degli ultimi anni.
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
GLI AEREI SONO SEMIVUOTI, I TAXI IN AEROPORTO ATTENDONO ANCHE DIECI ORE E SPIAGGE E BAR SONO DESERTI …SE NE VANNO CITIBANK, DELOITTE, PWC, STANDARD CHARTERED, DISNEY
Dubai bye bye. Arrivi e capisci che la festa era ieri, e ora son pensieri. Non è Ghost City, la vita va avanti, però il fantasma della guerra fa paura. Il traffico non sarà mai stato il problema più grave, e ancora c’è. E si gioca a golf o a tennis, come sempre, anche se prenotare non è più un problema. Chi lavora, si rinchiude nello smart working come ai tempi del Covid. E nella fuga dei primi giorni qualche Ferrari è stata lasciata di corsa al confine con l’Oman, sì, ma non come nella crisi del 2008: nessun posteggio al sole di supercar, il lusso rimane nei garage, aspettando strade e futuri più sicuri.
I colossi tengono qui i manager, ma non si fidano a rischiare gli impiegati: se ne vanno Citibank, Deloitte, PwC, Standard Chartered, Disney..
«Le immagini di Dubai ci fan pensare che gli acquisti si riducano — dice il presidente dell’Ice, Matteo Zoppas —, ma ci sono categorie indispensabili che dovranno pur restare».
Fra queste, non gli hotel: dove si viveva di turismo, il turista è volato via e gli affari son calati del 70%. Le suite pentastellate con doppio bagno vengono via a 150 euro. Le Tesla Model, le noleggiano al prezzo d’una 500 (anche se poi l’oscuramento dei satelliti fa impazzire i gps: Andrew, un rider ugandese che consegna pizze con la moto, racconta di metterci il doppio del tempo a trovare gl’indirizzi «perché il navigatore mi manda sempre in mezzo al mare…»).
Si svuotano le spiagge, e c’entra pure che piova, ma non si riempiono i bar e si sconsola il proprietario d’un ristorante libanese sul lungomare: «Mio cugino che sta a Beirut, anche lui sotto le bombe, ha più clienti di me…». In aeroporto, i taxi attendono anche dieci ore, atterrano solo Emirates ed Etihad: sul nostro volo da 2.200 euro eravamo in dodici, e gli altri erano bangla-schiavi costretti a rientrare per il lavoro di domestico, di giardiniere, d’autista.
Non è l’inizio della fine, si sforzano tutti di crederci, ma sembra finita una certa idea degl’inizi di Dubai. «Se ci sarà una cosa positiva dopo la guerra — prevede un’imprenditrice italiana —, sarà lo stop ai bilocali da 4 milioni d’euro». E forse a una folla di latitanti, evasori e papponi che faceva del Golfo una tortuga malvista, non il luogo dove tanti han cavato la fortuna dalla sabbia: «Alle prime esplosioni, i primi a scappare sono stati proprio quegli influencer che dicevano d’amare tanto Dubai…».
Mica tutti: sta finendo a stracci e querele, fra stampa inglese e tatuatissime opinion maker , dopo la scoperta che qualche regina dei follower postava video tranquillizzanti — «raga, qui è sicurissimo, venite che adesso costa meno!» — solo perché ben retribuita dall’Emirato.
Se danneggi Dubai, del resto, lo sai che son guai: una ventina di pensionati inglesi è stata denunciata per aver pubblicato i video dei droni, fiamme e fumo, l’accusa è d’attentato alla sicurezza e rischiano fino a due anni di galera. Non c’è post(o) al sole, per chi diffama. E l’emergenza non ammette sconti.
Chi è scappato, non s’è portato dietro neanche il cane: ne han salvati a decine, abbandonati sulle terrazze delle penthouse.
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA CRISI MAGGIORE È PER ALIMENTARI (-3,8%), EDICOLE, LIBRERIE E NEGOZI DI GIOCATTOLI (-3,6%) – L’ALLARME DI CARLO SANGALLI, PRESIDENTE DI CONFCOMMERCIO: “LA DESERTIFICAZIONE COMMERCIALE È DIVENTATA UN’EMERGENZA CHE PENALIZZA LE AREE URBANE, CON MENO SERVIZI E MENO SICUREZZA”
Lo scorso anno in Italia hanno cessato l’attività 17mila negozi, circa 46 al giorno. Il trend
delle chiusure è in accelerazione perché nel 2025 lo stock di attività commerciali è calato di quasi il 3,2% mentre in passato era al 2,2 per cento.
«Il fenomeno della desertificazione commerciale accelera, con il rischio che da qui al 2035 avremo città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, una popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e l’ipotesi di un maggior degrado delle città», ha detto Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, prima di presentare l’undicesima edizione dell’analisi “Città e demografia d’impresa”, che
ha scandagliato l’andamento di aperture e cessazioni per 18 tipi di attività in 107 capoluoghi di provincia e nei 15 comuni più popolosi.
Alimentari tra i più penalizzati Lo scorso anno tra le attività con la maggiore quota di chiusure ci sono, per esempio, i negozi di alimentari (-3,8%), edicole, librerie e negozi di giocattoli (-3,6%), computer e telefonia (-3,3%), abbigliamento e calzature (-2,6%). Il commercio ambulante ha perso quasi 4mila licenze (-6,4%), tanto che il sistema del commercio al dettaglio segna un -3,2% con poco più di 517mila imprese.
I ristoranti sono stabili, i bar vedono un -2,2% ma sovente diventano ristoranti. Per quanto riguarda l’ospitalità i b&b sono quasi 46mila con un +6,5% negli ultimi dodici mesi.
Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, va direttamente al punto. «La desertificazione commerciale è diventata un’emergenza che penalizza le aree urbane, con meno servizi e meno sicurezza – dice –. Va avviato il nostro progetto Cities con i sindaci su tre priorità: disciplinare l’offerta commerciale nei centri storici, riutilizzo immediato dei locali sfitti, coniugare sviluppo economico e urbanistica». Cities, a cui collabora anche l’Anci, potrebbe essere l’antidoto alla desertificazione aprendo un confronto costruttivo con sindaci e assessori.
Tra le proposte c’è il riconoscimento per le imprese di prossimità di essere attori del governo urbano, integrando politiche di sviluppo economico e urbanistica, attraverso l’attribuzione di deleghe a un’unica figura politica o a una cabina di regia inter-assessorile per favorire il raccordo tra gli strumenti di pianificazione urbanistica e la programmazione commerciale
Si auspica la creazione di un osservatorio permanente sul tessuto economico urbano, integrando le fonti amministrative tradizionali con fonti innovative, come le Cities Analytics di Confcommercio sui flussi pedonali nelle vie del commercio.
La lunga crisi
Più pesante il bilancio di lungo periodo dell’analisi “Città e demografia d’impresa”. «Tra il 2012 e il 2025 sono scomparsi 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante, oltre un quarto del totale – continua Bella –. Crescono solo le
imprese del comparto alloggio, in modo particolare quelle legate agli affitti brevi, i B&B e ristorazione (+19mila) e aumenta il numero di locali commerciali sfitti».
Nello stesso lasso di tempo c’è stata la crescita impetuosa dell’ecommerce. «Nel 2025 le vendite online rappresentano l’11,3% dei consumi totali dei beni acquistabili e il 18,4% dei servizi, contribuendo a ridurre il numero di negozi fisici e modificando l’organizzazione dell’offerta commerciale» rimarcano da Confcommercio prima del confronto sulle performance tra on e offline.
(da agenzie)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
A GESTIRLO SARANNO ANASTASIA KARNEEVA, FIGLIA DEL GENERALE NIKOLAY VOLOBUEV, UNA VITA NEL KGB, E EKATERINA VINOKUROVA, FIGLIA DEL MINISTRO DEGLI ESTERI LAVROV … A METTERE I SOLDI E’ L’OLIGARCA DEL GAS LEONID MIKHELSON, SECONDO UOMO PIÙ RICCO DI RUSSIA, SOTTO SANZIONI OCCIDENTALI PER AVER FINANZIATO IL RECLUTAMENTO DI VOLONTARI DA INVIARE IN UCRAINA…SECONDO I DISSIDENTI, CHE PREPARANO LA PROTESTA, L’OPERAZIONE BIENNALE È STATA PENSATA A MOSCA
Due organizzatrici con parentele moscovite altolocate, un oligarca come sponsor e una quarantina di artisti dai nomi prevalentemente sconosciuti, che probabilmente non si aspettavano nemmeno di generare uno scandalo di dimensioni europee. Il progetto con il quale la Federazione Russa intende rientrare al suo padiglione alla Biennale di Venezia per ora non sembra promettere nulla di clamoroso.
Al di là dell’intento, i nomi dei partecipanti, quasi tutti musicisti, insegnanti di musica e sperimentatori nel campo del folclore musicale, non dicono molto non solo al grande pubblico, ma anche agli addetti ai lavori. «Sono in maggioranza degli sconosciuti, e pochissimi di loro sono artisti in senso stretto, sono dei musicisti», spiega Danila Tkachenko, artista e fotografo moscovita in esilio in Italia dopo essere stato incriminato nel 2022 per una performance contro l’invasione russa dell’Ucraina
Danila – uno dei fotografi russi più celebri della nuova generazione, con un premio World Press Photo nel curriculum e una serie di scatti della Russia che sono finiti sulle copertine di mezzo mondo – è uno dei quasi 8 mila firmatari della lettera di protesta contro il ritorno dei russi a Venezia, sottoscritta da artisti, intellettuali e politici di tutto il mondo. Insieme al famoso gruppo delle Pussy Riot e ad altri artisti esuli russi sta preparando una protesta davanti al padiglione russo, una performance i cui dettagli per ora vengono tenuti segreti.
Ma soprattutto a garantire che il padiglione non diventerà un luogo di riflessione critica sulla guerra è la sua commissaria Anastasia Karneeva, figlia del generale Nikolay Volobuev, una vita nel Kgb e poi vicedirettore per “incarichi speciali” di Rosoboronexport e Rostech, i monopolisti delle armi russe, e membro del cda del consorzio Kalashnikov.
Laurea a Mosca e a Londra, moglie di un banchiere, Anastasia possiede l’agenzia SmartArt, che dal 2019 gestisce il padiglione russo a Venezia, insieme a un’altra moscovita di buona famiglia, Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri Sergey Lavrov.
Due personaggi che difficilmente possono permettersi una qualche autonomia, così come il loro sponsor, l’oligarca del gas Leonid Mikhelson, il secondo uomo più ricco della Russia, sotto sanzioni occidentali per aver finanziato il reclutamento di volontari da inviare in Ucraina. Per Danila Tkachenko, l’operazione Biennale è stata chiaramente pensata a Mosca, che ci guadagnerà comunque: se va in porto, aprirà un varco per il soft power di Putin, se viene respinta creerà un impatto mediatico che farà guadagnare punti fedeltà ai suoi protagonisti.
(da La Stampa)
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Marzo 13th, 2026 Riccardo Fucile
IL GANGSTER DELLA CASA BIANCA, DOPO AVER FALLITO IL “REGIME CHANGE” A TEHERAN, NON SA CHE PESCI PIGLIARE: “IL REGIME IN IRAN CADRÀ, MA FORSE NON IMMEDIATAMENTE… POI RESPINGE L’OFFERTA DELL’UCRAINA DI AIUTARE GLI STATI UNITI A DIFENDERSI DAI DRONI IRANIANI
Il presidente americano Donald Trump ha ribadito che il conflitto con l’Iran potrebbe finire
“a breve”, ma ha anche sottolineato che stabilirà la fine delle ostilità “quando lo sentirò a pelle”. Lo ha detto a Fox News.
l regime in Iran cadrà, “ma forse non immediatamente”. Lo ha detto Donald Trump, parlando con FoxNews. Un rovesciamento del potere da parte del popolo in Iran si verificherà “probabilmente”, ma “forse non immediatamente – ha affermato il presidente americano – Quando vanno in giro con le mitragliatrici e li abbattono e dicono ‘tutti quelli che manifestano, vi prenderemo per strada’, penso che sia un grosso ostacolo da superare per le persone che non hanno armi”.
Donald Trump ha respinto l’offerta dell’Ucraina di aiutare gli Stati Uniti a difendersi dai droni iraniani. “No, non abbiamo bisogno del loro aiuto per difenderci dai droni”, ha dichiarato il presidente in un’intervista a Fox News.
(da agenzie)
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