Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile
PRESENTANDO UNA RICHIESTA DI ASILO, LE NORME EUROPEE PREVEDONO CHE NELL’ATTESA DELLA VALUTAZIONE SIA LORO DIRITTO RIMANERE IN TERRITORIO EUROPEO… E ANCHE DOPO NON SERVE A UNA MAZZA SE NON RIESCI A FARE I RIMPATRI
«Questa Corte d’appello dubita della legittimità della disciplina del protocollo Italia-
Albania e della conseguente legge di ratifica». Questa la motivazione con cui la Corte d’Appello di Roma torna nelle motivazione dei provvedimenti di convalida del trattenimento di tre cittadini marocchini con decreto di espulsione trasferiti a Gjader in attesa di rimpatrio. Sulla questione la Corte di giustizia europea dovrebbe pronunciarsi il 23 marzo.
Gjader come un Cpr
Attualmente i migranti trasferiti dai Cpr italiani all’Albania presentano una nuova richiesta di asilo. Le norme europee prevedono che nell’attesa della valutazione sia loro diritto rimanere in territorio europeo. E quindi non in Albania, che non faparte dell’Ue. A quel punto il trattenimento in Albania non viene convalidato e i migranti tornano in Italia liberi. Il nuovo patto asilo e immigrazione e la nuova direttiva rimpatri entreranno in vigore a fine giugno. «Ancora oggi — scrivono nelle motivazioni — permangono i dubbi già sollevati da questa Corte di Appello rispetto alla compatibilità con l’articolo 9 della direttiva europea, a norma del quale il richiedente asilo ha il diritto di rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda».
Le motivazioni
La richiesta di convalida del trattenimento «non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando, questa Corte di Appello, della legittimità della disciplina e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e il 17 novembre scorso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea». E ancora: «Permangono i dubbi già sollevati da questa Corte di Appello con decreto del 24 aprile 2025 e ribaditi poi da questa Corte di Appello il 19 maggio 2025, rispetto alla compatibilità con l’articolo 9 della direttiva, a norma del quale il richiedente asilo ha il diritto di rimanere nello Stato membro fino all’adozione della decisione sulla sua domanda».
(da agenzie)
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Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL FILO-PUTIN SALVINI FA IL CONTROCANTO: “È GIUSTO CHE MOSCA CI SIA”… MELONI NON VUOLE PIU’ VEDERE BUTTAFUOCO NEANCHE IN CARTOLINA. E DA FDI METTONO IL CARICO: “LA SUA GESTIONE È UNA DELUSIONE PER LA MAGGIORANZA” … LA COMMISSIONE UE MINACCIA DI TOGLIERE I 2 MILIONI DI EURO DI FINANZIAMENTI
«Trasformare in armi sport, musica, cinema e festival d’arte, come la Biennale di Venezia, non aiuta mai». È poco più di un inciso in un’intervista più ampia quello in cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky cita la 61esima esposizione internazionale d’arte che per la prima volta dal 2019 ospiterà un padiglione di artisti russi. Il parallelismo, per il leader di Kiev, «è con i grandi eventi sportivi». Sono strumenti di legittimazione geopolitica per uno Stato paria. Mosca li usa «per rafforzare la propria influenza e dimostrare che non è isolata».
La firma dell’Ucraina, del resto, era già in calce alla lettera con la quale altri 21 Paesi europei hanno chiesto al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di revocare la partecipazione della Russia.
La pressione sulla fondazione veneziana è sempre più alta. La Commissione europea anche ieri ha ribadito la sua condanna con una minaccia assai concreta: la
Fondazione Biennale, ha spiegato ieri il portavoce Thomas Regnier, potrebbe perdere una sovvenzione di due milioni di euro per un periodo di tre anni.
Buttafuoco non risponde. Da qualche giorno, tuttavia, il suo ufficio stampa insiste su un aspetto procedurale: «Sono i Paesi che chiedono autonomamente di partecipare alle mostre della Biennale». E così è stato anche questa volta: «La Russia ha comunicato la sua partecipazione» e la Fondazione «ha preso atto».
Il vicepremier Matteo Salvini, intercettato alla Camera, alla domanda di Repubblica sulla decisione di Buttafuoco risponde senza esitazione: «Ha fatto bene, la cultura e lo sport avvicinano, non escludono e non allontanano». Posizione esattamente opposta a quella espressa dal ministro della Cultura Alessandro Giuli che martedì, in un video proprio per la presentazione ufficiale del Padiglione Italia alla Biennale, ha ribadito che lo spazio russo «verrà aperto contrariamente all’opinione» dell’esecutivo.
Nel centrodestra in difesa di Buttafuoco intervengono in pochi. Tra questi, il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, nel cda della Fondazione: «L’istituzione è autonoma, la Russia è un aggressore, ma altra cosa è il popolo russo. Siamo in democrazia, non in una dittatura». A Palazzo Chigi però l’imbarazzo rimane forte.
La premier Giorgia Meloni, invitata, non ha ancora deciso se partecipare all’inaugurazione della mostra il 9 maggio – coincidenza infelice con la Giornata della vittoria in Russia. La situazione difficilmente cambierà. Il Cremlino non sembra intenzionato a rinunciare alla vetrina veneziana. E i tentativi di far desistere Buttafuoco – tra i quali una telefonata del presidente della commissione Cultura di Montecitorio Federico Mollicone – sono andati a vuoto. Tra i meloniani il disappunto va oltre l’affaire Russia: «La sua gestione woke in continuità con il predecessore Roberto Ciccutto è una delusione per la maggioranza», commenta un dirigente di FdI.
Buttafuoco non teme la graticola. Chi lo conosce lo racconta, anche in queste ore, fedele a un detto siciliano: “Calati juncu ca passa la china”. Piegati giunco che passa la piena.
Non c’è niente e nessuno, finora, che sia riuscito a convincere il presidente della Fondazione Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, dell’opportunità di impedire la partecipazione della Russia alla 61esima edizione dell’esposizione d’arte che si aprirà a maggio. Non sono servite le minacce della Commissione europea di chiudere il rubinetto da 2 milioni di euro di finanziamenti.
Non lo ha scalfito la lettera di protesta firmata da 22 tra ministri degli Esteri e della Cultura di Paesi europei e dell’Ucraina, né lo ha fatto arretrare la contrarietà di mezzo governo italiano.
Buttafuoco – racconta chi lo ha sentito in queste ore – si è anzi convinto della necessità di difendere l’istituzione che presiede dalle pressioni politiche. E dunque, di confermare la presenza degli artisti russi a Venezia.
La Fondazione gode di piena autonomia nelle sue decisioni rispetto alla politica e Buttafuoco non intende aprire una breccia in questo muro. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli lo conosce da anni, lo stima, è legato a lui da una sincera amicizia, ma questa situazione va ormai oltre il loro rapporto personale. In questi giorni ha quindi dovuto preparare una rosa di nomi spendibili nel caso in cui Buttafuoco, pur di non cedere, decidesse di dimettersi. È una delle opzioni.
Non la preferita del governo, nonostante il solo nominarlo provochi ormai uno spontaneo moto di irritazione in Giorgia Meloni. Giuli vorrebbe invece averlo ancora alla guida della Fondazione, purché si decida a mettere un veto sulla partecipazione di Mosca. La situazione, dice speranzoso a chi gli è vicino, «si può ancora recuperare».
Ogni ora che passa, tuttavia, sembra aggravare le cose.
La vicenda è già diventata un caso internazionale e questo non fa che aumentare le preoccupazioni del ministro della Cultura, perché senza una correzione di rotta rischiano di aggiungersi altri problemi. Potrebbero ritirarsi gli sponsor. Peggio ancora, quali effetti avrebbe sulla reputazione della Biennale se alcuni tra i Paesi europei, come la Francia o la Spagna, iniziassero a farsi indietro? È un crinale pericoloso.
Da un lato c’è la difesa dell’autonomia della Fondazione, dall’altro il rischio di macchiare il prestigio della più importante istituzione culturale italiana. Anche per questo il Pd, con la sua capogruppo in commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, chiede a Giuli di riferire in Parlamento e chiarire.
(da La Stampa)
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Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile
NESSUN MEMBRO DEL GOVERNO HA INCONTRATO I DELEGATI DEL MEDIA FREEDOM RAPID RESPONSE IN ITALIA PER UN’ISPEZIONE
La riforma dell’emittente pubblica Rai e la sua conformità il Regolamento europeo sulla
libertà dei media (Emfa); il recepimento della direttiva Ue Anti-Slapp e la riforma in materia di diffamazione; aggressioni, minacce digitali e l’uso della sorveglianza contro i giornalisti, con riferimento al caso del tojan Paragon; la concentrazione del mercato dei media, con particolare attenzione alla vendita del gruppo Gedi e la sua compatibilità con l’Emfa.
Sono le quattro macro-aree cha ha preso in esame l’ultimo rapporto di monitoraggio Media Freedom Rapid Response (Mfrr), presentato lunedì a Roma, a conclusione della quarta missione informativa in Italia di una sua delegazione, per valutare i principali sviluppi che influenzano la libertà di stampa e dei Media nel nostro Paese e sollecitare l’attuazione di riforme cruciali.
Nessun esponente del governo ha incontrato i delegati Mfrr
I membri Mfrr hanno dato conto degli incontri avuti, come quello con la presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza della Rai, Barbara Floridia, ma, soprattutto, di quelli che non hanno avuto, visto che non sono stati ricevuti da alcun esponente del governo italiano, nonostante le richieste inoltrate.
Certificate 118 violazioni della libertà di stampa nel 2025
Nell’ultimo rapporto di monitoraggio Mfrr ha documentato 118 violazioni della libertà di stampa in Italia nel 2025. I casi registrati includono aggressioni fisiche, molestie legali, gravi casi di spionaggio informatico e l’attentato al giornalista Rai, Sigfrido Ranucci. Questa tendenza – dicono gli esponenti di Mfrr – segnala l’esistenza di minacce strutturali alla sicurezza dei giornalisti, all’indipendenza editoriale e al pluralismo dei media in Italia.
La vendita di Gedi sotto la lente
Nell’operazione di vendita del Gruppo Gedi, ovvero dei quotidiani la Repubblica e La Stampa, oltre alle altre testate che tra carta stampata ed emittenti fanno capo allo stesso gruppo editoriale, alla compagnia greca Antenna, “occorre la massima trasparenza in fatto di occupazione e di pluralismo”, si legge nel report.
Tra i temi principali della missione in Italia c’era infatti anche la concentrazione del mercato dei Media e la sua compatibilità con l’European Media Freedom Act. Secondo Mfrr la portata di questa operazione di mercato “è qualcosa di rivoluzionario nel panorama dei media” e la proposta venuta dal corpo redazionale di Repubblica circa la separazione tra la gestione editoriale e quella corporate, secondo Mfrr, è una “la soluzione percorribile”, anzi “per l’articolo 22 dell’Emfa dovrebbe esserci proprio questo tipo di operazione, e quindi si potrebbe valutare se è opportuno sostenere questa dichiarazione e questo progetto di indipendenza della redazione”. Secondo gli estensori del rapporto “l’indipendenza della redazione è vitale per il pluralismo e la libertà dei media in Italia”.
Italia a rischio procedura di infrazione
Una parte consistente del report è stato dedicato alla Rai perché da agosto 2025 sono scaduti i termini previsti per il recepimento della direttiva del Media Freedom Act, che impone una governance indipendente dalla politica per il servizio pubblico. Tanto che l’Italia è a rischio di apertura di una preceduta di infrazione da parte di Bruxelles e Roma ha già ricevuto una lettera di richiamo.
In alto mare anche sulle querele temerarie
Altro fronte caldo è il recepimento della direttiva sulle querele temerarie da parte dell’Italia, che per ora è limitata alle cause trasnfrontaliere. Secondo Sielke Kelkner dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, in Italia “c’è un ricorso sistematico da parte delle figure pubbliche di alto livello alle azioni temerarie per mettere a
tacere qualunque forma di critica, non solo dei giornalisti e delle inchieste, ma anche critiche che vengono appunto da parte di intellettuali”.
L’esempio riportato – ma è solo l’ultimo in ordine di tempo – la minaccia di querela del presidente del Senato Ignazio La Russa al rettore dell’Università per stranieri di Siena, Tomaso Montanari. Ma è stato ricordato anche il caso dello stand-up comedian romano Daniele Fabbri, querelato dalla premier Giorgia Meloni.
(da anotiziagiornale.it)
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Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL CASO DEI 37 DIPENDENTI ALTAMENTE QUALIFICATI LICENZIATI A MARGHERA PER SOSTITUIRLI CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
A Marghera un’azienda californiana ha appena licenziato in blocco i suoi 37 dipendenti altamente qualificati per sostituirli con un programma di intelligenza artificiale. È la prima volta che succede in Italia e tutto lascia immaginare che sia la prima di tante volte.
Confindustria e sindacati hanno appreso la notizia da un comunicato asettico, scritto probabilmente dalla stessa macchina che ha tolto il posto ai lavoratori, in cui la Investcloud afferma di non trovare più conveniente tenere aperti i suoi uffici in ogni parte del globo, dal momento che con l’AI può farsene bastare uno solo.
Ci siamo, dunque. Anche da noi l’intelligenza artificiale comincia a licenziare quella umana. E la rapidità, e l’assenza di regole, con cui lo sta facendo si scontra con la lentezza delle istituzioni europee (Draghi si sgola inascoltato da mesi) e il rifiuto della maggioranza delle persone, me compreso, di comprendere le dimensioni del cambiamento.
Tanti mestieri e impieghi che abbiamo conosciuto finiranno in poco tempo. Ne nasceranno di nuovi? Verranno ancora versati degli stipendi? Con quali soldi sarà alimentata la fabbrica del consumismo? E che cosa faremo durante il giorno, oltre a scrollare il telefono?
Forse qualcuno si era egoisticamente illuso che questi problemi avrebbero riguardato la prossima generazione. Invece i 37 laureati di Marghera mandati a casa da una macchina sono qui a dirci che la campana sta suonando per noi. E non tra dieci o cinque anni. Adesso.
(da Corriere della Sera)
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Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile
“LA GUERRA FINIRA’ QUANDO LO DECIDO IO”
“La guerra finirà nel momento in cui lo decido io”, ha detto testualmente Donald Trump. I
meno giovani hanno un sobbalzo: il copyright della frase è di Giucas Casella, il mago di Domenica in ai tempi di Baudo. Intimava al pubblico di intrecciare le dita delle mani e poi aggiungeva, autorevole, categorico: “potrete sciogliere le mani solo quando lo dico io! Quando lo dico io!”. Il “quando lo dico io” di Giucas divenne, per anni, uno dei più frequentati “meme” (che ancora non si
chiamavano meme) del linguaggio pop e della satira italiana. Faceva molto ridere l’idea che qualcuno, con sguardo spiritato, potesse intimare agli altri come e quando obbedire alla sua volontà superiore. Ma si trattava di un illusionista, e di un segmento minore della società dello spettacolo. Non del presidente degli Stati Uniti.
Pur essendo entrambi personaggi televisivi, è improbabile che Giucas Casella sia tra gli ispiratori di Trump. Non hanno fatto gli stessi studi (quelli di Giucas sono sicuramente più qualificati). Li accomuna, però, l’intenzione di far credere di essere muniti di una sorta di superpotere in virtù del quale il solo atteggiamento plausibile è la sottomissione: la meraviglia e l’applauso. Il vantaggio di Giucas è che si rivolgeva a un pubblico domestico e bonario: disposto, anche ridendo, a stare al gioco. Lo svantaggio di Donald è che il suo pubblico è il mondo. E il mondo applaude, o non applaude, quando lo dice lui, non quando lo dice Donald.
(da Repubblica)
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Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile
AL CENTRO DELL’INCHIESTA CI SONO 10 AGENTI DELLA POLIZIA PENITENZIARIA (DUE SONO INDAGATI PER TORTURA, CINQUE PER LESIONI E TRE PER FALSO IDEOLOGICO) – A ROMPERE IL SILENZIO SONO STATI EDUCATORI, OPERATORI E IL CAPPELLANO, CHE HA DETTO: “QUI O SI INTERVIENE O SCAPPA IL MORTO”
“Vi porto sopra e vi faccio come carne macinata”. Non era una frase buttata lì ma una promessa. La stessa che torna nelle carte dell’inchiesta della Procura di Roma su ciò che sarebbe accaduto tra febbraio e novembre del 2025 dentro l’istituto penale minorile di Casal del Marmo. In breve: torture, lesioni, falsi. Reati commessi a vario titolo da 10 agenti, due dei quali sono indagati per tortura, cinque per lesioni e tre per falso ideologico in atto pubblico. Per cinque di loro i pm hanno chiesto la sospensione dal servizio.
Nelle zone dell’istituto non coperte dalle telecamere avrebbero commesso una serie di violenze: pestaggi, schiaffi, pugni, aggressioni con sedie, bastoni, perfino estintori. Vittime almeno tredici detenuti stranieri, tra i 15 e i 19 anni. Le accuse si fondano sui loro racconti e su quelli di operatori del penitenziario: cappellani, suore, educatori. Narrazioni che restituiscono agli investigatori un lessico fatto di soprannomi. Gli agenti diventano “Pugile”, “Animale”, “lo sceriffo”, “Shrek”. Le cui azioni vengono descritte come brutali.
«Animale mi ha lanciato addosso dei libri e mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi mi ha minacciato di tagliarmi le palle, ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue. Io piangevo, pregavo di smettere. E poi mi hanno riportato in cella e hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni», è una tra delle testimonianze. A lungo taciute per timore di ritorsioni
A rompere il silenzio sono stati educatori, operatori e guide spirituali. Il cappellano arriva a dire: «Qui o si interviene o scappa il morto». «Tutto questo va fermato
prima che accada qualcosa di peggiore», dice invece una suora, raccontando di aggressioni sventate anche contro il prelato. E poi ci sono gli educatori, cacciati via, con violenze verbali e spintoni, nei momenti di maggiore tensione. Che a Casal del Marmo sono frequenti, come racconta la cronaca. È un carcere difficile: 214 sanzioni disciplinari nel 2024, 16 detenuti trasferiti nel circuito per adulti per ragioni di sicurezza, 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi. Ma anche 4 evasioni.
Una situazione insostenibile, denunciata costantemente dai sindacati della polizia penitenziaria. Dall’altro lato della medaglia c’è invece l’inchiesta della pm Rosalia Affinito e del procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, nata dai racconti arrivati alle orecchie del capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile del ministero, Antonio Sangermano, e quindi sul tavolo dei magistrati coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi
Al momento le accuse più dettagliate riguardano le violenze. Una vittima dice: «Entravano in cella e mi prendevano a schiaffi senza nessun motivo». Un altro parla di aggressioni con «qualsiasi cosa, bastone, sedia». Il racconto più duro è quello di un quindicenne. Dice che dopo una lite con il compagno di cella sarebbe intervenuto un agente. il “Pugile”. Un pugno in pieno volto.
«Poi mi hanno portato in infermeria perché avevo l’occhio nero». E lì «mi hanno minacciato di tagliarmi i testicoli», dice. «Diceva al collega: passami il bisturi, quale tagliamo, il sinistro o il destro?», conferma un altro ragazzo.
(da La Repubblica)
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Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile
COME PRIMO ATTO, ORDINA LA COSTRUZIONE DI “BARRIERE FISICHE” AL CONFINE CON LA BOLIVIA, IL PRINCIPALE PUNTO DI INGRESSO NEL PAESE PER I MIGRANTI
Prima tangibile misura contro l’immigrazione illegale da parte di José Antonio Kast: il neo
presidente ultraconservatore del Cile ha ordinato la costruzione di “barriere fisiche” al confine con la Bolivia, il principale punto di ingresso nel Paese per i migranti irregolari, principalmente venezuelani.
“Chiedo la vostra attiva collaborazione per aumentare il numero di funzionari” e “vi affido anche la costruzione di barriere fisiche per impedire l’ingresso di immigrati irregolari” al confine con la Bolivia, ha dichiarato Kast al capo dell’esercito Pedro Varela.
La comunicazione è avvenuta durante un evento tenutosi dopo il suo insediamento come successore di Gabriel Boric, in cui ha firmato i suoi primi sei decreti, tre dei quali riguardano l’immigrazione irregolare. In campagna elettorale, Kast ha promesso di deportare circa 340.000 migranti illegali
Al via in Cile l’era di José Antonio Kast. Tre mesi dopo aver stravinto le elezioni, s’è insediato il presidente più conservatore della storia democratica della giovane Repubblica cilena. Da ieri Donald Trump sa che potrà contrare in America Latina su due alleati più che fedelissimi: lui e il presidente argentino Javier Milei.
Un grande amico anche del governo italiano: poche settimane fa, non ancora in carica, ha già fatto visita a Giorgia Meloni. «Sono qui in nome e per conto del governo italiano: tra la Presidente Meloni e il Presidente Kast il rapporto ha radici antiche», ha detto la ministra Annamaria Bernini, appena atterrata in Cile in rappresentanza dell’esecutivo.
(da agenzie)
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Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile
“NON STAVO URLANDO. AVRÒ FATTO QUALCHE BATTUTA, NIENTE DI PIÙ. MA SO DI AVERE UNA VOCE BARITONALE. DEVO DEDURRE CHE LA RUSSA OFFENDE ABITUALMENTE I SENATORI, QUANDO SA DI NON ESSERE ASCOLTATO “… IL REGOLAMENTO PREVEDE LA CONVOCAZIONE DEL GIURÌ IN CASO DI OFFESE TRA SENATORI E SPETTA AL PRESIDENTE FARLO…CIOE’ LA RUSSA DOVREBBE CONVOCARE UN PROCEDIMENTO IN CUI È PARTE IN CAUSA. NON È MAI SUCCESSO CHE UN PRESIDENTE DEL SENATO ABBIA OFFESO UN COLLEGA”
“Come si chiama quel coglione che continua a urlare?», scappa detto al presidente del Senato Ignazio La Russa il 5 marzo in un video della seduta a palazzo Madama. Un fuorionda. Alle 17,30 di ieri il destinatario dell’insulto, il senatore pd Antonio Nicita, 58 anni, siciliano di Siracusa, attende il cronista davanti a un bar fuori da palazzo Madama.
Ricorda cosa stava urlando?
«Non stavo urlando. Avrò fatto qualche battuta, niente di più. Ma so di avere una voce baritonale».
Lei quindi non ha sentito l’insulto di La Russa?
«Nessuno l’ha sentito in aula».
E allora perché c’è quel video?
«Perché si è sentito nella diretta tv, seppur flebilmente. E qualcuno che seguiva il dibattito in diretta streaming l’avrà segnalato alla trasmissione di Floris che l’ha mandato in onda a tutto volume».
La Russa la sta cercando, per chiederle scusa.
«Non voglio farmi trovare».
Perché?
«Perché prima voglio intervenire in aula. Non voglio scuse private. Non è una questione personale. Ha offeso l’intera istituzione. E pure il segretario generale a cui chiede di me».
La Russa era nervoso?
«Il fuorionda rivela la familiarità con quel tipo di linguaggio. Ne devo dedurre che lui offende abitualmente i senatori, quando sa di non essere ascoltato».
Cosa succederà adesso?
«Il regolamento prevede la convocazione del Giurì in caso di offese tra senatori. La convocazione spetta al presidente».
La Russa dovrebbe convocare un procedimento in cui è parte in causa?
«Sì, un inedito. Non è mai successo che un presidente del Senato abbia offeso un collega».
Come ha saputo dell’insulto?
«Me l’hanno detto alcuni colleghi, che in mattinata mi hanno girato il video».
Che è virale sui social.
«Provo stupore per l’intera vicenda. Mi dispiace non averlo sentito in quel momento. Un dispiacere istituzionale».
Lei lo ringrazia in quel momento.
«La Russa mi risponde “prego”».
La Russa ha offeso l’istituzione?
«Mi chiedo: cosa penseranno i cittadini comuni? Ogni giorno noi ospitiamo delle scolaresche, a cui spieghiamo l’importanza del dialogo istituzionale».
Si conterrà col vocione?
«Non mi faccio intimidire. Continuerò a dire quel che penso, sempre nel rispetto delle regole. Sono un professore universitario, ex commissario Agcom. Faccio interventi tecnici, non da pasdaran».
Ha ricevuto solidarietà dal centrodestra?
«Nessuno si è fatto vivo».
(da La Repubblica)
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Marzo 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL MINISTRO ZANGRILLO: “PRIMA DI ANDARE IN TV È MEGLIO CHE CI PENSI TRE VOLTE”. UN PARLAMENTARE LEGHISTA: “IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA? UN COVO DI VIPERE” … PALAZZO CHIGI AVREBBE VOLUTO SPOSTARE SUBITO LA CAPO DI GABINETTO ALLA DIREZIONE DI UN DIPARTIMENTO MA IL MINISTRO NORDIO HA ALZATO UN MURO…IL NODO DEI DUE FASCICOLI APERTI SULLA BARTOLOZZI: UNO RIGUARDA IL VIAGGIO A CAPRI DELL’OTTOBRE SCORSO A BORDO DI UNA MOTOVEDETTA DELLA FINANZA. POI C’E’ L’INCHIESTA SUL CASO ALMASRI IN CUI E’ INDAGATA
Vorrebbero ma non possono. Almeno non subito, non a campagna referendaria in corso. I
partiti di maggioranza, capitanati da Forza Italia, hanno recapitato al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, la richiesta — quasi la pretesa — di invitare la sua capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, a un passo indietro per aver parlato, in diretta tv, della magistratura come un «plotone di esecuzione da togliere di mezzo».
Parole troppo forti «che non hanno nulla a che vedere con il merito della riforma», hanno detto tanti esponenti di governo che negli ultimi giorni vedono con preoccupazione il sì alla norma in discesa. «Infelici», le aveva definite il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano.
«A volte le parte la frizione. Prima di andare in tv è meglio che ci pensi tre volte», commentava ieri nei corridoi della Camera, il ministro Paolo Zangrillo. Insomma, nessuno le ha dato ragione. Nessuna solidarietà di fronte agli attacchi dell’opposizione, non più isolata nel chiedere le dimissioni. Il ministero della Giustizia? «Un covo di vipere», si lascia sfuggire, in Transatlantico, un leghista che il dicastero lo conosce bene: «In questi giorni c’è l’inferno lì dentro».
L’input è arrivato anche da palazzo Chigi. Ieri mattina la voce che circolava con insistenza in ambienti di via Arenula e della maggioranza raccontava di una possibile rimozione di Bartolozzi. Si è ipotizzato un cambio non troppo traumatico.
Secondo lo schema, Bartolozzi avrebbe dovuto lasciare l’incarico di capo di gabinetto per essere spostata alla direzione di un dipartimento, anche di peso.
Ma niente da fare. Il ministro Nordio ha alzato un muro: «È una capo di gabinetto di grandissima esperienza. Le dimissioni si chiedono per ragioni molto più serie», è il refrain che ha ripetuto non solo a microfoni accesi ma anche ai colleghi che gli hanno chiesto almeno di fermarsi a riflettere.
La questione però non riguarda solo le ultime uscite, non autorizzate, della capo di gabinetto sulla magistratura.
Queste sono solo la punta dell’iceberg. Più giù ci sono i due fascicoli aperti su di lei. Uno riguarda il viaggio a Capri dell’ottobre scorso. In programma c’era un convegno sulla digitalizzazione della giustizia, ma Nordio non riusciva ad essere presente. Bartolozzi invece raggiunse l’isola su una motovedetta della Guardia di finanza. Adesso la Procura di Napoli sta verificando se quel passaggio in mare fosse previsto da un protocollo di sicurezza nel quale, in assenza del ministro, rientra comunque la sua capo di gabinetto o se invece si è trattato di un abuso e dunque un danno erariale.
E poi c’è l’inchiesta sul caso che riguarda il generale e torturatore libico Almasri, arrestato in Italia su mandato della Corte penale internazionale e poco dopo rimpatriato con un volo di Stato.
Tra gli indagati dalla procura di Roma c’è anche Bartolozzi accusata di aver fornito false informazioni al pubblico ministero. È vero che la maggioranza sostiene che la capo di gabinetto non può essere processata senza l’autorizzazione del Parlamento, perché per lei varrebbero le stesse tutele previste per i ministri, ma è anche vero che, complici le ultime uscite in tv e invasioni di campo non sempre gradite, l’umore nei suoi riguardi è cambiato.
La vicenda è solo rinviata di qualche settimana.
(da La Repubblica)
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