Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO TRUMP NON SA PIU’ COSA DIRE
Quando Trump non sa più cosa dire, dice «tra due settimane». Una soltanto gli sembrerà
troppo micragnosa. «Facciamogli vedere che abbondiamo» per citare una persona seria, Totò. «Aumenterò (toglierò) i dazi tra due settimane, distruggerò (incontrerò) Zelensky tra due settimane, il piano sanitario (il piano di pace, il parcheggio multipiano) sarà pronto tra due settimane».
Trump è come quegli impiegati coscienziosi che danno sempre il preavviso, ha detto il comico Jimmy Kimmel. Un’abitudine che probabilmente getta le sue radici nel passato più remoto: lo scolaretto Trump che promette di riconsegnare la merenda al compagno tra due settimane, il renitente alla leva Trump che giura di rendersi reperibile tra due settimane, il seduttore Trump che garantisce alla fidanzata di intestarle uno yacht tra due settimane, massimo tre. Adesso tocca agli iraniani, che erano andati a letto convinti di venire «sterminati come civiltà» e si sono risvegliati amiconi degli Usa, grazie a un «cambio di regime molto produttivo» avvenuto nel corso della notte all’insaputa del regime ma non di Trump, che perciò ha accettato di rinviare l’Armageddon. Di quanto? Che domanda: di due settimane.
C’è del metodo nella follia di questo finto pazzo che sembra vero (o viceversa) e risiede in quella formuletta attendista, paragonabile al «da lunedì» con cui noi promettiamo di metterci a dieta o cominciare pilates. Nella testa sgombra o fin troppo affollata di Trump «due settimane» significa poi, oppure mai, ma più probabilmente: boh.
(da Corriere della Sera)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
LA POLITICA RAZZISTA DEL GOVERNO DI ISRAELE
Israele azzanna il Libano, spara ai caschi blu, identifica la soluzione dei suoi problemi con la distruzione di insediamenti umani classificati “Hezbollah” per comodità logistica, diciamo così: per essere sicuro di colpire il mio nemico, distruggo tutto ciò che gli sta attorno.
Come se qualcuno, per eliminare la camorra (sempre ammesso che i camorristi siano degni solamente di morire ammazzati), radesse al suolo Napoli. E nella sua mappa mentale cancellasse il nome “Napoli” e scrivesse “Camorra”, così se qualcuno lo accusa di avere distrutto Napoli, lui può rispondere: “Ma no, ho distrutto Camorra”.
È già accaduto a Gaza, è venuto il momento di chiedersi se il Libano non rischi di diventare la fase due di quella carneficina. La trasformazione degli esseri umani e delle popolazioni civili in bersaglio bellico prevede la loro de-classificazione su basi ideologiche o religiose o semplicemente antropologiche: nemici, infedeli, comunque “altri”, e in quanto tali meno umani, meno “noi”, meno depositari di una identità riconoscibile e di diritti identici ai nostri.
Civiltà da distruggere in una notte, ha detto Trump, ma la parola «civiltà» dev’essergli scappata. Non è da lui ammettere che ne esista qualcuna, al di fuori di Mar-a-Lago.
Parla chiaro l’atto razzista con il quale il governo israeliano ha stabilito che, a parità di delitto, la pena di morte vale solo per i nemici di Israele (in pratica: per i palestinesi). Un passo deciso contro l’universalità della condizione umana e il concetto stesso di uguaglianza. Ci sono uomini di serie A, uomini di serie B. Che
pensarlo siano alcuni discendenti di chi subì la Shoah, è una delle notizie più terribili e tristi di questo nuovo secolo. Si fatica a crederlo. Eppure.
(da Repubblica)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
PUR ESSENDO UNA NOMINA CHE SPETTA AL MINISTERO DI GIORGETTI, L’ACCORDO SUL SUCCESSORE NON È SBUCATO FUORI. A RIMETTERCI DALLA PROROGA NON È SOLO DE GENNARO, CHE VEDE COSÌ VOLATIZZARSI NEL GRAN BALLO DELLE NOMINE DELLE PARTECIPATE DI STATO (ENI, LEONARDO, ETC.) UNA DOVIZIOSA PRESIDENZA. MA ESCONO DALLA COMPETIZIONE ANCHE I CANDIDATI FABRIZIO CUNEO E BRUNO BURATTI, A BREVE DESTINATI AMBEDUE ALLA PENSIONE – RESTANO IN POLE VITO AUGELLI, LEANDRO CUZZOCREA, UMBERTO SIRICO, MA NEI PROSSIMI SEI MESI, POTRA’ SUCCEDERE DI TUTTO
Fiamme Gialle per la “Fiamma Magica” di Palazzo Chigi, ormai diventato una
rappresentazione tragica di un governo allo sbando, azzoppato da faide e sgambetti e veti incrociati di Lega e Forza Italia. La proroga di sei mesi del comandante generale della Guardia di Finanza, Andrea De Gennaro, in scadenza a maggio, sta lì a rappresentare un governo che sbanda al di là della crisi di nervi.
Pur essendo una nomina che spetta al Ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti a decidere è Palazzo Chigi. Ma qualcosa deve essere andato storto tra i tre partiti della maggioranza e un accordo sul successore di De Gennaro non è sbucato fuori. Quindi, il Consiglio dei Ministri ha promulgato una proroga che doveva essere di un anno ma, pare, il Quirinale non era dello stesso parere ed è finita con un compromesso per sei mesi.
A rimetterci non è solo De Gennaro che vede così volatizzarsi una doviziosa poltrona di presidente in qualche azienda partecipata di Stato (Eni, Leonardo, etc.), ma escono dalla competizione a comandante generale delle Fiamme Gialle anche per i candidati Fabrizio Cuneo e Bruno Buratti, a breve destinati ambedue alla pensione.
Resta in pole il generale Vito Augelli, a seguire si vocifera di Leandro Cuzzocrea, poche chance per il candidato preferito di Giorgetti e Crosetto, Umberto Sirico, finito nel tritacarne degli accessi abusivi del caso Striano. E la proroga alimenta anche qualche speranza per i sogni di Francesco Greco. Ma nei prossimi sei mesi chissà cosa potrà succedere
(da Dagoreport)
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Aprile 9th, 2026 Riccardo Fucile
LUCIANO, 67 ANNI, IN STRADA DAL 2022: “DI GIORNO MI ARRANGIO, LA NOTTE DORMO NEGLI ANDRONI DEI PALAZZI, NON VOGLIO PERDERE LA DIGNITA’”
La storia di Luciano, di cui non riveliamo il cognome per tutelarne la privacy, si snoda attorno alle vie e alle piazze della Barona, quartiere nella periferia sud di Milano. È lì che il 67enne ogni giorno, da quattro anni, cerca appigli per restare a galla in una città che sembra averlo dimenticato. “Quattro anni fa, quando ancora avevo una famiglia e un tetto sopra la testa, non avrei mai immaginato di dover sperare nel portone aperto di un palazzo, per trovare rifugio di notte sulle scale o nell’androne”, dice Luciano a Fanpage.it.
La vita prima della strada
“Nella vita – racconta Luciano – mi sono sempre dato da fare, ho svolto diversi lavori, tra cui l’imbianchino e il tipografo. Un giorno però mi sono fatto male a una mano con la pressa e da allora non riesco più a usarla come prima, in più faccio fatica a camminare e ho problemi cardio-circolatori. Per questo sono diventato invalido civile”.
Fino al 2022 Luciano viveva a Milano in un alloggio popolare insieme alla fidanzata, poi la relazione è finita: “Il contratto di locazione era intestato alla mia ex compagna, io pagavo regolarmente la mia parte di affitto e spese – ricorda Luciano -, ma quando abbiamo deciso di separarci, dopo 18 anni di convivenza, mi sono ritrovato per strada senza nulla, se non la mia pensione di invalidità”.
“Vorrei solo una casa”
Da quattro anni Luciano gira in zona Barona, in attesa di poter avere ancora un tetto sopra la testa: “Durante il giorno sto all’aperto o entro in qualche bar – spiega -, la sera vado a dormire dove trovo rifugio: di solito nei box o negli androni dei palazzi rimasti aperti. Ma sono pulito – assicura -, cerco sempre di farmi almeno una doccia a settimana dove posso, non voglio perdere la mia dignità”.
Da subito ha fatto domanda per un alloggio popolare: la prima candidatura risale a dicembre 2022, poi ancora a settembre e a novembre 2024, istanze a cui si aggiungono quelle di agosto e dicembre 2025. “Al Caf di zona mi aiutano a fare la domanda, sono entrato in graduatoria e anche con un punteggio alto, ma non sono mai stato chiamato per l’assegnazione dell’alloggio”.
“La mia pensione di invalidità arriva tra tutto a circa 700 euro – spiega Luciano -, soldi con cui devo anche mangiare e quando servono comprarmi le medicine: ovviamente non posso permettermi un affitto sul mercato privato, nemmeno fuori Milano”.
L’unica soluzione resta attendere una casa popolare in città. “Capisco che ci sono tante famiglie che aspettano come me da anni – conclude Luciano – e non voglio passare davanti a nessuno, ma sono stanco e vorrei solo un posto da poter chiamare casa”.
(da Fanpage)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA SUA FOLGORANTE CARRIERA E’ FRUTTO DI UN GIGANTESCO “SCHEMA PONZI” DELL’AUTOREVOLEZZA, CREATO SCIENTIFICAMENTE
La 34enne di Aquino ha messo a reddito la sua avvenenza, i suoi modi affettati, il suo
eloquio perbene conquistando la compiacenza dei “dinosauri” del potere italiano per riempire il suo curriculum di consulenze, convegni, titoli e incarichi di ogni sorta.
Il suo primario obiettivo era diventare famosa, affrancarsi dal paesello ciociaro interiore: non importa come. E non le si può rimproverare scarso impegno. Prima ha provato a sfondare nel cinema, poi nel settore moda (sia come modella che come “stilista” di bikini), ha accarezzato velleità letterarie, vergando numerosi romanzi (qualcuno li ha letti?), infine ha scoperto il “sacro fuoco” del giornalismo.
La 34enne prezzemolona ciociara si è auto-appuntata la medaglietta della reporter, realizzando un documentario, una manciata di intervista e accumulando numerose, quanto innocue, ospitate televisive.
Giornalista, almeno sulla carta, Claudia Conte lo è davvero: è iscritta all’albo dei pubblicisti dal settembre 2023. Anche se online si trovano poche, pochissime, tracce di questo suo lavoro.
E qui si pongono alcune domandine: per diventare giornalista pubblicista, bisogna aver collaborato almeno due anni continuativamente con una testata registrata, dietro pagamento degli articoli (che devono essere almeno 80 in 24 mesi).
Per chi ha lavorato, agli albori della sua carriera, la prezzemolona ciociara?
Sembra difficile che una come lei, sempre pronta a pubblicizzare il proprio lavoro, non abbia condiviso sui social i suoi articoli che le hanno permesso di diventare giornalista pubblicista. Online non v’è traccia dei suddetti contenuti né si trovano sul curatissimo sito personale della Conte.
Nella sezione “A mia firma”, compaiono articoli a partire dal 2024, quando cioè aveva gia’ ottenuto il tesserino da pubblicista. E quelli precedenti?Sono spariti?
Strano che una metodica “producer di se stessa”, che pubblicizza anche l’ospitata alla Fiera mondiale del peperoncino a Rieti, non dia spazio alle sue fatiche giornalistiche. Non è una questione di lana caprina.
Sull’essere “giornalista” Claudia Conte ha edificato il suo castello di presentabilità. E’ grazie a quel tesserino che ha potuto presenziare a eventi, talk, moderare convegni, andare in tv e lasciarsi alle spalle il suo forse ingombrante passato da aspirante attrice e modella (e fidanzata di un calciatore). Si sa, in certi ambienti romani la forma è sostanza. E per chi, come Claudia Conte, ambiva al cuore delle istituzioni una certa frivolezza giovanile non era il miglior biglietto da visita.
La vicenda della “giornalista” Conte pone una questione molto seria per l’Ordine e i suoi iscritti.
La 34enne sui suoi social promuoveva la sua attività, anche giornalistica, taggando (e dunque pubblicizzando) i brand di moda scelti per i suoi outfit che la ripostavano. Una promozione vietata ai giornalisti.
Come è fuori luogo che i giornalisti sfruttino i media per la mera promozione di loro stessi neanche fossero starlette, rockstar o attrici. Bisognerebbe dare notizie e non fare di sé la notizia.
Ovviamente Claudia Conte non è la prima e non sarà l’ultima (magistrale l’articolo di Michele Masneri sulle “Claudie Conte” d’Italia) a sfruttare le debolezze del “sistema” italiano, basato sull’amichettismo da salotto e sull’unico ascensore sociale nazionale ancora esistente, cioè “il maschio anziano al comando” (copy Masneri).
Sorprende anche che il presenzialismo della giovane e rampante Claudia Conte, per anni, è stato ignorato dalle testate nazionali. Dagospia, in solitaria, ha parlato di lei chiedendosi da dove arrivasse tanta visibilità
E solo Dagospia ha segnalato, in tempi non sospetti, la vicinanza della 34enne al ministro Piantedosi. Gli altri giornalisti dov’erano? Forse a scattarsi selfie con la stessa Claudia.
E’ la solita romanella: basta entrare nel giro giusto, dove ci si conosce tutti, per poi, di liana in liana, avanzare nella foresta del potere.
E così ha fatto Claudia: ha scassinato la cassaforte della Roma potentona, con il potere dei suoi occhioni da lince, ottenendo incarichi a go-go. Sul profilo Linkedin della verace Claudia si contano svariate esperienze lavorative tra le quali svetta, come caso paradigmatico, l’incarico di “Consigliere” per l’associazione Remind.
La Conte ha pubblicato la lettera del tesoriere, Massimo Santucci: “Gentile Dott.ssa Claudia Conte, con la presente siamo lieti di comunicarle la Sua nomina quale Membro del Comitato Remind “Cultura dell’Abitare”, con la possibilità di utilizzare la denominazione di Consigliere Remind per la Cultura dell’Abitare”.
Un incarico di cui si fatica a comprendere il senso ma utile ad alimentare lo “schema Ponzi” dell’autorevolezza.
Il 24 febbraio, a pochi giorni dalla nomina (che Claudia Conte data da marzo 2026) l’ex “Ragazza Cinema Ok” intervista per “l’Opinione” il presidente di Remind, nonché Cavaliere di Gran Croce, Paolo Crisafi. Tout se tient.
Di libro in libro, di presentazione in presentazione, il “sistema” ha dato il suo “timbro”, validando la credibilità dell’ambiziosa e un tempo misconosciuta ciociara.
È una modalità preoccupante perché la maionese a volte puo’ impazzire e creare pastrocchi, persino pericolosi.
Ricordiamo il caso di Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene, le “attiviste” femministe indagate per stalking e diffamazione, che definivano Mattarella “vecchio di merda” ed evocavano metodi terroristici per “fare giustizia”. Tre giovani donne che nessuno avrebbe mai preso sul serio se le case editrici, le tv e i giornali non le avessero ospitate e trasformate in un “simbolo” della battaglia contro il “maschio”.
Togliete i tatuaggi, aggiungete qualche lifting, sostituite le ciance sull’empowerment femminile al radicalismo femminista, e i paralleli con il caso Claudia Conte emergono in tutta evidenza.
Una semisconosciuta sprovvista di un reale coté giornalistico o professionale, in virtù dei suoi buoni uffici, inizia a essere chiamata dalle tv a straparlare di tutto.
A quel punto il suo seguito online lievita (300mila follower) favorendo le ospitate successive, visto che le tv vanno a caccia di volti da social che “portino in dote” follower ed engagement. Di tassello in tassello, si “costruisce” una carriera. Tutto perfetto…fino al 31 marzo.
E’ il giorno in cui Claudia Conte, che fino al giorno prima aveva misurato ogni mossa, a sorpresa, si fa chiedere dal giovane virgulto meloniano Marco Gaetani della sua relazione con il ministro Piantedosi. Un “coming out” inaspettato e apparentemente kamikaze, per lei, per la sua carriera e per la rispettabilità del duro ministro irpino.
Perché la “producer di se stessa” ha deciso di rischiare il tutto per tutto, persino di vedere crollare il castello di carte fino ad allora costruito? Perché lo ha fatto?
È una “vendetta” verso Piantedosi? C’entra qualche promessa non mantenuta? Il giorno precedente all’intervista su “Money”, parlando al portale “Virgilio”, Claudia Conte aveva sussurrato: “Il mio desiderio più grande è diventare madre e costruire una famiglia. Tuttavia, finora la vita non mi ha ancora offerto questa possibilità. In ambito sentimentale ho attraversato momenti difficili e, anche per questo, mi sono dedicata intensamente al lavoro. Oggi la situazione è più serena: accanto a me c’è una persona e spero che questa relazione possa consolidarsi e trasformarsi nella realizzazione di quel sogno…”. Le due uscite pubbliche sono collegate? C’è un nesso invisibile tra le due interviste?
(da Dagospia)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA RICOSTRUZIONE DEL NEW YORK TIMES: VANCE E IL GENERALE CAINE ERANO CONTRARI, ANCHE LA CIA NON CREDEVA AI PIANI
Perché Donald Trump ha dichiarato guerra all’Iran? Mentre il presidente annuncia una tregua di due settimane nelle ostilità con Teheran senza aver conseguito nemmeno uno degli obiettivi che si era prefissato all’inizio del conflitto, un retroscena del New York Times ricostruisce la decisione della Casa Bianca. Mettendo in luce il ruolo di Benjamin Netanyahu, che l’11 febbraio scorso in una riunione con il tycoon ha dipinto il regime degli Ayatollah come prossimo alla caduta, mentre un esponente del Mossad sosteneva di poter alimentare le proteste. Così Trump si è convinto che quella dell’Iran fosse una campagna facile, come il Venezuela.
Il ruolo di Netanyahu nell’attacco degli Usa all’Iran
Il Nyt anticipa il racconto presente nel libro di Maggie Haberman e Jonathan Swan. La storia comincia l’11 febbraio scorso, quando un SUV con a bordo il primo ministro israeliano arriva alla Casa Bianca poco prima delle 11 del mattino. Lontano dagli occhi dei giornalisti, i funzionari statunitensi e israeliani si sono riuniti nella Sala del Gabinetto, adiacente allo Studio Ovale. Poi Netanyahu si è diretto al piano inferiore per una presentazione sull’Iran nella Situation Room. Trump non era a capotavola. Netanyahu era al suo opposto. Sullo schermo apparivano invece gli interventi di David Barnea, direttore del Mossad, l’agenzia di intelligence estera israeliana, e alcuni ufficiali militari israeliani.
La decisione sulla guerra
Con Trump c’erano il Segretario di Stato Marco Rubio e quello alla Difesa Pete Hegseth oltre al generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff. Poi John Ratcliffe, direttore della CIA, Jared Kushner, genero del presidente, e Steve Witkoff, inviato speciale di Trump. Assente il vicepresidente JD Vance, che si trovava in Azerbaigian. Nell’ora successiva i rappresentanti israeliani hanno presentato l’opzione della guerra con l’Iran. Il libro che racconta quelle ore si chiamerà “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”. Trump era in sintonia con Netanyahu sull’Iran da molti mesi. I membri più scettici del gabinetto di guerra, a eccezione di Vance, si sono via via arresi all’istinto del presidente.
L’11 febbraio
Netanyahu ha spiegato a Trump che l’Iran era maturo per un cambio di regime. Gli israeliani hanno mostrato al presidente un breve video che includeva un montaggio di potenziali nuovi leader che avrebbero potuto prendere le redini del paese in caso di caduta del governo conservatore. Tra questi figurava Reza Pahlavi, il figlio in esilio dell’ultimo scià dell’Iran, ora dissidente residente a Washington, che aveva cercato di presentarsi come un leader laico in grado di guidare l’Iran verso un governo post-teocratico. Netanyahu e il suo team hanno delineato le condizioni che, a loro dire, indicavano una vittoria pressoché certa: il programma missilistico balistico iraniano sarebbe stato distrutto in poche settimane. Il regime sarebbe stato talmente indebolito da non poter più bloccare lo Stretto di Hormuz, e la probabilità che l’Iran potesse colpire gli interessi statunitensi nei paesi limitrofi era considerata minima.
Il Mossad
Inoltre, l’intelligence del Mossad indicava che le proteste di piazza in Iran sarebbero riprese e che, con l’impulso dei servizi segreti israeliani nell’alimentare rivolte e ribellioni, un’intensa campagna di bombardamenti avrebbe potuto creare le condizioni per il rovesciamento del regime da parte dell’opposizione iraniana. Gli israeliani avevano anche paventato la possibilità che combattenti curdi iraniani attraversassero il confine dall’Iraq per aprire un fronte di terra nel nord-ovest, mettendo ulteriormente a dura prova le forze del regime e accelerandone il crollo.
«Un’ottima cosa»
«Mi sembra un’ottima cosa», ha detto Trump al primo ministro. Per Netanyahu questo ha rappresentato un probabile via libera per un’operazione congiunta tra Stati Uniti e Israele. Netanyahu non è stato l’unico ad aver tratto dall’incontro l’impressione che il signor Trump avesse praticamente già preso la sua decisione. I consiglieri del presidente si sono resi conto che era rimasto profondamente colpito dalle potenzialità dei servizi militari e di intelligence di Netanyahu, proprio come era accaduto quando i due si erano parlati prima della guerra di dodici giorni con l’Iran a giugno.
Ali Khamenei
In precedenza, durante la sua visita alla Casa Bianca dell’11 febbraio, Netanyahu aveva cercato di focalizzare l’attenzione degli americani riuniti nella Sala del Gabinetto sulla minaccia esistenziale rappresentata dalla Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, di 86 anni. E il premier ha sostenuto che il prezzo dell’azione sarebbe aumentato se si fosse ritardato l’attacco, concedendo all’Iran più tempo per accelerare la produzione di missili e creare uno scudo di immunità attorno al suo programma nucleare. Durante la notte, gli analisti hanno lavorato per verificare la veridicità di quanto il team israeliano aveva riferito al presidente. I risultati dell’analisi dell’intelligence statunitense sono stati condivisi il giorno seguente, il 12 febbraio, in un’altra riunione riservata ai soli funzionari americani nella Situation Room.
Gli esperti Usa
I funzionari statunitensi hanno valutato che gli obiettivi di decapitare la leadership e indebolire le difese fossero raggiungibili con l’intelligence e la potenza militare americane. Hanno invece ritenuto che il terzo e il quarto punto della proposta di Netanyahu, che includevano la possibilità di un’invasione di terra dell’Iran da parte dei curdi, fossero lontani dalla realtà. Quando il signor Trump si è unito alla riunione, il signor Ratcliffe lo ha informato sulla valutazione. Il direttore della CIA ha usato una sola parola per descrivere gli scenari di cambio di regime del primo ministro israeliano: «Farseschi».
Il generale Caine
Il presidente si è rivolto quindi al generale Caine. «Generale, cosa ne pensa?». La risposta: «Signor presidente, per esperienza so che questa è la prassi standard per gli israeliani. Esagerano con le promesse e i loro piani non sono sempre ben definiti. Sanno di aver bisogno di noi, ed è per questo che insistono tanto».
Trump ha rapidamente valutato la situazione. Il cambio di regime, ha detto, sarebbe stato «un loro problema». Non era chiaro se si riferisse agli israeliani o al popolo iraniano. Ma il punto fondamentale era che la sua decisione sull’opportunità di entrare in guerra contro l’Iran non sarebbe dipesa dalla realizzabilità delle parti 3 e 4 della presentazione di Netanyahu.
La decisione
Negli ultimi giorni di febbraio, americani e israeliani hanno discusso di una nuova informazione che avrebbe accelerato significativamente i tempi. L’ayatollah si sarebbe incontrato in superficie con altri alti funzionari del regime, in pieno giorno e completamente esposto a un attacco aereo. Era un’occasione irripetibile per colpire al cuore la leadership iraniana, un obiettivo che forse non si sarebbe più ripresentato. A quel punto Trump ha dato all’Iran un’altra possibilità di raggiungere un accordo che gli impedisca di dotarsi di armi nucleari.
Quella stessa settimana, Kushner e Witkoff hanno telefonato da Ginevra dopo gli ultimi colloqui con i funzionari iraniani. Nel corso di tre cicli di negoziati in Oman e Svizzera, i due avevano messo alla prova la disponibilità dell’Iran a raggiungere un accordo. A un certo punto, hanno offerto agli iraniani combustibile nucleare gratuito per tutta la durata del loro programma, un test per capire se l’insistenza di Teheran sull’arricchimento fosse realmente motivata dalla necessità di energia civile o dalla volontà di preservare la capacità di costruire una bomba atomica.
L’attacco
Gli iraniani hanno respinto l’offerta, definendola un attacco alla loro dignità. Il signor Kushner e il signor Witkoff hanno illustrato la situazione al presidente. Probabilmente avrebbero potuto negoziare qualcosa, ma ci sarebbero voluti mesi, hanno detto. Giovedì 26 febbraio, intorno alle 17:00 ha avuto inizio l’ultima riunione della Situation Room. A quel punto, le posizioni di tutti i presenti erano chiare. Tutto era già stato discusso nelle riunioni precedenti; ognuno conosceva il
punto di vista degli altri. La discussione è durata circa un’ora e mezza. «Penso che dobbiamo farlo», ha concluso Trump. Due giorni dopo è arrivato l’attacco.
(da Open)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
GIOACCHINO AMICO E’ ENTRATO COME OSPITE DI QUALCHE PARLAMENTARE DI FDI, ORA NESSUNO SE LO RICORDA…
Chi ha fatto entrare l’uomo dei Senese alla Camera? Ieri Giorgia Meloni ha attaccato
Report e gli altri giornali che hanno parlato del selfie tra lei e Gioacchino Amico, all’epoca referente del clan Senese in Lombardia e oggi collaboratore di giustizia nel processo Hydra a Milano. Montecitorio ha smentito che Amico avesse un «tesserino permanente» per entrare alla Camera. Ma quel tesserino viene rilasciato a giornalisti e staff. Mentre lui è entrato come ospite di qualche parlamentare. Ma non è possibile avere accesso allo storico degli ingressi. E quindi dentro Fratelli d’Italia parte la caccia al colpevole.
“Uno non lo fa alla luce del sole a Montecitorio”
La tesi che circola nei vertici del partito è che non conveniva far entrare Amico conoscendo la storia del personaggio. «Uno non lo fa alla luce del sole a Montecitorio», è il ragionamento. Lo stesso che avrebbe dovuto convincere Andrea Delmastro a non investire nel ristorante con un prestanome dei Senese. E sappiamo tutti com’è andata a finire. Nella scorsa legislatura il capogruppo dei 40 deputati di Meloni era il cognato e attuale ministro Francesco Lollobrigida. Che oggi fa sapere
al Fatto di non aver mai controllato gli ospiti dei colleghi. Ammesso e non concesso che sia entrato con FdI.
Stop vittimismo
Le opposizioni hanno chiesto chiarimenti alla premier. «Basta vittimismo, entra nel merito e chiarisci i rapporti degli esponenti del clan Senese e dei loro prestanome con il tuo partito», dice il M5S Giuseppe Conte. La leader Pd Elly Schlein: «Meloni ora faccia chiarezza». Mentre Nicola Fratoianni di Avs parla di «facilità di relazione di alcuni alti esponenti del suo partito con questi personaggi». Amico è diventato collaboratore di giustizia il 3 febbraio alle 15.12. Ha cominciato a raccontare che si guadagnava da vivere vendendo all’ingrosso frutta e verdura. Ma in realtà è uno dei capi del “Sistema mafioso lombardo”, l’alleanza tra camorra, ‘ndrangheta e Cosa nostra al Nord.
Quel giorno di febbraio, racconta ancora il Fatto, l’uomo del clan Senese in Lombardia – che aveva legami con gli uomini di Matteo Messina Denaro – dice: «Ci sono tante persone che mi vogliono morto. Gente libera, molto feroce, in grado di infiltrarsi ovunque, su tutto il tessuto sociale. Cioè infiltrarsi in politica, con alcuni componenti delle forze dell’ordine». Su Fratelli d’Italia: «Mi è arrivata la tessera di partito», esulta, intercettato, il 6 giugno 2020. In altre intercettazioni discute sul presentare una lista per le elezioni nel comune di nascita in Sicilia: «Il prossimo anno abbiamo le comunali, ci facciamo la lista a Canicattì. Io chiamo la Frassinetti». Il riferimento è all’attuale sottosegretaria al ministero dell’Istruzione.
Le confessioni del pentito
Amico ha detto alla procura di Milano di aver fatto parte «di un partito politico, Movimento Fare di Flavio Tosi, coordinatore cittadino di Canicattì dell’ex sindaco di Verona, che conosco bene». Dall’indagine emerge «il contatto diretto» di Amico con Carmela Bucalo, all’epoca deputata e oggi senatrice FdI, con la stessa Frassinetti e le loro collaboratrici. La senatrice su Amico fa sapere: «Trovo inaccettabile l’accostamento della mia persona a fatti e vicende a cui sono del tutto estranea. E trovo inammissibile la speculazione che, nel disprezzo della verità, da giorni viene condotta da alcuni organi di informazione sulla mia onorabilità. Nel signor Amico mi sono imbattuta solo al termine di una cena – alla quale lo stesso non ha neanche partecipato – consumata con la collega Frassinetti al termine di una
giornata di lavori d’aula. Si è trattato di un incontro del tutto casuale, fugace e senza alcun significato.
Per quanto ne so, Amico era venuto al ristorante per cercare di incontrare la collega Frassinetti, visto che era un politico del territorio. Tutto qui. Non ho mai intrattenuto rapporti, nel tempo, di nessun genere con il signor Gioacchino Amico. Nel mio staff, come può essere verificato in qualsiasi momento, non ho mai avuto assistenti donne: è dunque una clamorosa bugia pure il riferimento ad una avvocatessa che sarebbe stata inserita al Viminale, dopo aver fatto parte della mia segreteria politica. Affermazioni di contenuto diverso sono solo millanterie o, peggio, calunnie vere e proprie. E chi dovesse ancora rendersene responsabile, ne risponderà in tribunale».«Dobbiamo andare a Roma, prendiamo contratti di sanificazione», dice il boss nel maggio 2020, in pieno Covid. Gli incontri, scrivono i carabinieri, si svolgono.
Gli altri nel centrodestra
Un altro contatto «diretto» è quello con Mario Mantovani, ex senatore di Forza Italia, oggi europarlamentare di FdI. Nel 2021 Amico «accenna alla possibilità di aggiudicarsi la gestione delle mense, del servizio di pulizia e manutenzione del verde presso le Rsa» del senatore. E parla con Monica Rizzi, segretaria federale del partito “Grande Nord”, ex consigliera regionale leghista.
«Grazie per l’invito»
L’obiettivo è Giulia Martinelli, ex compagna di Matteo Salvini, in quel momento capo segreteria della presidenza della Regione Lombardia. Ma qui non emergono contatti. Il 17 febbraio 2019 è al congresso di Grande Nord. C’è anche Carlo Fidanza, oggi europarlamentare FdI, che sale sul palco e dice: «Grazie a Gioacchino Amico per l’invito…». Anche l’ex parlamentare di FI Roberto Caon (non indagato) dice: «Ho conosciuto Amico nel 2016 in Sicilia per il movimento diFlavio Tosi. A Roma mi ha chiamato per un caffè, voleva che lo portassi in Parlamento, può essere che lo abbia portato dentro ma non me lo ricordo».
Gli altri amici di Amic
Secondo gli atti di Hydra Amico fa il nome di Renato Brunetta (non indagato). Che spiega di «non aver mai visto né conosciuto Amico». Così come il sottosegretario
alla Difesa Giorgio Mulè: «Un perfetto sconosciuto». Parla anche del leghista e attuale sottosegretario Nicola Moltemi. E sostiene di aver messo al Viminale Alessandra Gazzellone, avvocato di una sua società, già nelle segreterie politiche di Frassinetti e Bucalo.
(da La Stampa)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
“LA STAMPA”: IN TRE ANNI HA COSTRUITO ACCORDI CON LE FRANCESI AIRBUS E THALES, CON I TURCHI DI BAYKAR, CON I TEDESCHI DI RHEINMETALL. POI È ARRIVATO IL “MICHELANGELO DOME”, IL PROGETTO DI DIFESA AEREA. UN INVESTIMENTO DA OLTRE VENTI MILIARDI DI EURO E POCO GRADITO AL DEEP STATE AMERICANO…ALCUNI RACCONTANO DI UNA DISCUSSIONE ACCESA CON LA MELONI DAVANTI A TESTIMONI”
«Decido io», disse quando lo impose a dispetto di candidati con più esperienza nel settore. «Decido io», va dicendo ora che a chi le chiede del suo destino. La vicenda di Roberto Cingolani ha del paradossale, e dice molto dello stile di governo di Giorgia Meloni.
Entro il 13 aprile, giorno ultimo per la presentazione delle liste per il rinnovo del consiglio di amministrazione, il governo deve confermare o meno l’attuale amministratore delegato di Leonardo. Le voci che circolano a palazzo sono di una decisione presa e comunicata all’interessato poco prima di Pasqua: «Grazie per il tuo lavoro». A meno che il titolo (ieri -8,05 per cento) non crolli ancora e la spinga a ripensarci.
Ha del paradossale la vicenda, e dice molto del protagonista stesso, probabilmente l’unico capo azienda che verrà sacrificato sull’altare del cambiamento. Fisico, fondatore e direttore scientifico dell’Istituto italiano di Tecnologia di Genova, la storia di Cingolani è un turbinio di idee e ambizioni. Scopre presto di non essere interessato alla vita e allo stipendio del professore universitario.
Consigliere di amministrazione a Ferrari e a Illy, dopo aver lasciato in eredità al successore (e con risultati non banali) il primo centro di ricerca pubblico e alternativo al Cnr, diventa capo della ricerca a Leonardo.
Racconta chi c’era che è l’amministratore delegato Alessandro Profumo a volerlo, e sarà lo stesso Profumo a maledire quella decisione. Cingolani piace ai Cinque Stelle, e per questo Mario Draghi lo sceglie come ministro della Transizione ecologica del governo di larghe intese. Lo ama soprattutto Beppe Grillo, e sarà Beppe Grillo a disconoscerlo. A ottobre del 2022, quando a Palazzo Chigi arriva Giorgia Meloni, Cingolani diventa consigliere per l’energia.
La scelta di nominare l’ex ministro del governo Draghi a Leonardo costa alla premier settimane di gelo con l’amico Guido Crosetto, che nel frattempo Cingolani riuscirà a conquistare. Allora il titolare della Difesa sponsorizzava un manager interno, Lorenzo Mariani, prima imposto come condirettore generale, poi costretto a tornare da dove era venuto, ovvero i vertici del consorzio missilistico Mbda. Per ironia della sorte, ora Mariani è nella lista dei possibili successori.
Ma perché Meloni vuole mandare a casa Cingolani?
Due le ipotesi, o meglio, soprattutto una: il carattere fumantino, impolitico e troppo autonomo di Cingolani.
In tre anni l’ex ministro ha costruito accordi con le francesi Airbus e Thales nello spazio, con i turchi di Baykar nei droni, con i già citati tedeschi di Rheinmetall nella difesa di terra.
Poi è arrivato il “Michelangelo Dome”, il progetto di difesa aerea grazie al quale contava nella riconferma. Un investimento da oltre venti miliardi di euro e – dicono i maligni – poco gradito al Deep State americano.
C’è chi contesta a Cingolani una strategia molto concentrata sulla cybersicurezza e poco sui sistemi d’arma tradizionali, eppure quella è la linea che aveva annunciato sin dall’inizio del mandato.
Altri raccontano del disappunto dei vertici militari per la sua assenza alla parata del 2 giugno. Altri ancora di una discussione accesa con la Meloni davanti a testimoni. «Non cercate spiegazioni che non ci sono. La rottura fra Giorgia e Roberto è essenzialmente personale», sintetizza una fonte di governo.
Sia come sia, se Cingolani dovesse essere giudicato per i risultati, non ci sarebbe sostituzione possibile. Da aprile 2023 il titolo in Borsa è cresciuto di oltre il
trecento per cento. E qualcuno dirà: con la guerra in Ucraina e Iran chi mai avrebbe potuto fare peggio. Il punto è che gli investitori stanno ai numeri: Guy Wyser-Pratte definisce la sostituzione «un’ingerenza politica», Intermonte e Intesa Sanpaolo sottolineano i risultati «solidi» della gestione Cingolani e il rischio di un’incertezza strategica in un momento a dir poco delicato. Ma a quanto pare Meloni ha deciso: perso il referendum, bisogna dare un segnale di discontinuità, e non solo nella squadra di governo.
(da La Stampa)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’ALTRA QUESTIONE BOLLENTE È QUELLA DEI CONGRESSI REGIONALI, CHE TAJANI INTENDE CELEBRARE ENTRO MAGGIO, PER BLINDARSI DAL MOMENTO CHE LE ATTUALI TESSERE FANNO CAPO A LUI
Dentro Forza Italia in molti auspicano che il faccia a faccia tra Marina Berlusconi e
Antonio Tajani sia il prima possibile. «Siamo in sospeso, tutto è in sospeso», è lo stato d’animo di tanti deputati azzurri al di là che siano a favore o contro il segretario
In sostanza, il nodo della questione non è quando sarà l’incontro ma quali propositi e decisioni Tajani porterà al tavolo della presidente di Fininvest che, come è stato più volte ricordato in questi giorni, ha in mano la cassa del partito.
Quindi, solo se il segretario abbandonerà la trincea dietro la quale si è rifugiato, Marina Berlusconi sarà disposta a vederlo. E questa trincea è segnata dai congressi e da Paolo Barelli
Per questo, anche se le voci parlano di un incontro nel fine settimana o al massimo all’inizio della prossima, una data ufficiale ancora non c’è. Nulla di confermato, quindi, se prima il segretario non deciderà di “sacrificare” Barelli, capogruppo alla Camera, suo fedelissimo ma anche suo consuocero. Insomma, difficile da defenestrare senza dargli in cambio una poltrona di peso.
A Palazzo Madama, dopo la sconfitta del sì al referendum e i malumori tra i senatori, il capogruppo Maurizio Gasparri ha lasciato il posto a Stefania Craxi, non
senza fatica. Contro di lui erano state raccolte quattordici firme su venti.
La via d’uscita? Gasparri è diventato presidente della commissione Esteri al posto di Craxi. A Montecitorio la questione è molto più complicata, anche per il forte legame tra Tajani e Barelli.
Andrea Orsini, deputato molto vicino al segretario il cui nome circola, insieme a quello di Pietro Pittalis, come possibile nuovo presidente dei deputati. Almeno secondo i desiderata di Tajani. Ma nel segno della discontinuità, chiesta dalla famiglia Berlusconi al partito, circola con insistenza il nome della deputata Deborah Bergamini, così sarebbero due donne a guidare i gruppi parlamentari. Non escluso anche Giorgio Mulè, che però dovrebbe lasciare la vicepresidenza della Camera.
Tuttavia il nodo principale rimane il nuovo incarico da affidare a Barelli: senza un paracadute, l’attuale capogruppo non ha alcuna intenzione di lasciare il ruolo attuale. Il diretto interessato avrebbe chiesto un posto nel sottogoverno e Tajani si starebbe spendendo in tal senso con gli alleati
Le poltrone da sottosegretario rimaste vacanti sono diverse, tra cui quella al ministero della Giustizia, dopo le dimissioni di Andrea Delmastro, e quella al ministero della Cultura, dopo che Gianmarco Mazzi è diventato titolare del Turismo.
Da Forza Italia viene riferito che l’obiettivo sarebbe il ministero dell’Interno o quello delle Imprese, con una delega all’energia. Tajani lavora a una soluzione, chiedendo anche «un atto di generosità» ai colleghi di governo così da uscire dall’impasse
Comunque sia, ormai il destino di Barelli appare segnato. Le indicazioni di un cambio di passo, che arrivano anche da Milano, sono chiare. Tocca a Tajani decidere cosa fare
Così come sui congressi, che il segretario intende celebrare già questo mese e il prossimo per blindarsi dal momento che le attuali tessere fanno capo a lui, mentre i berlusconiani chiedono di rinviarli, dando priorità a una ridistribuzione degli incarichi. che accontenti anche l’altra anima del partito, quella più vicina alla famiglia Berlusconi
(da agenzie)
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