Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
MENTRE LA GUERRA DEL GOLFO CAUSA DANNI PESANTI ALL’ECONOMIA ITALIANA, LA GIORGIA DEI DUE MONDI INSISTE NEL SUO EQUILIBRISMO PER NON FAR INCAZZARE TRUMP … DE ANGELIS: “MAI UNA CRITICA, ANCHE SE OGNI COSA CHE FA TRUMP È UN COLPO ALL’INTERESSE NAZIONALE. CI VUOLE LA SCOPPOLA DEL REFERENDUM E IL GASOLIO ALLE STELLE PER UN DISTINGUO POST-DATATO, SENZA NOMINARE TRUMP”
In questi giorni di Apocalisse annunciata sull’Iran, sulla rete rimbalza il video di un comiziaccio toscano di Giorgia Meloni: «C’è una persona che si deve ringraziare, si chiama Donald Trump. Presidente degli Stati Uniti d’America. Repubblicano. In linea con i presidenti repubblicani, che solitamente la pace la portano e la guerra non la creano».
Sono i giorni degli accordi di Sharm el-Sheikh (ottobre scorso), in cui si sperticano gli osanna, quasi liberatori, dopo i mesi della carneficina su Gaza con la complicità del tycoon, segnati dal balbettio del governo italiano.
Con l’Iran ora vacilla anche Gaza, sta collassando il Libano e lo scenario aiuta Putin a vendere gas. Può dirsi rimandata anche la candidatura al Nobel per la pace auspicata poi dalla premier a gennaio, altro acuto per attestare una fedeltà, quando il mondo era già sulle montagne russe.
Insomma, mai una critica, anche se ogni cosa che fa il presidente degli Stati Uniti è un colpo all’interesse nazionale. E pure alla narrazione del “ponte” con la Casa Bianca, tutta domestica.
La nostra premier l’aveva imbastita sin dalla prima telefonata con Trump dopo la rielezione: nel comunicato si sottolinea la volontà comune di «lavorare in stretto coordinamento per promuovere stabilità e sicurezza, dall’Ucraina al Medioriente». Ops. Poi volò a Washington, alla cerimonia dell’insediamento.
Unico premier europeo presente in sala. L’illusione è durata poco. E la storia diventa di imbarazzi praticati, intervallati da elogi sperticati. La prima mina sono i dazi, accolti da una cortina di silenzi e freno a mano tirato sulle contromisure europee. Solo in un secondo momento bollati come un «errore»: «Dovremmo andare in una direzione del tutto opposta».
Sono i mesi del flirt smaccato di Trump con Putin, di polemiche con i partener europei, di Zelensky bullizzato alla Casa Bianca, dove in primavera arriverà Giorgia Meloni. Solo in Italia poteva essere presentato dai cicisbei del potere di turno come una specie di nuova Yalta.
Questa la formula di rito usata da Giorgia Meloni: «Trump è un leader coraggioso, schietto, determinato, che difende i suoi interessi nazionali». E, per spiegare la relazione: «Io sono coraggiosa, schietta e determinata. Quindi tra amici e alleati ci si deve parlare con franchezza».
Macron, la domenica successiva, con franchezza va in Groenlandia, alle prime minacce di invasione. Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di agosto con Trump, glissa sul resto e plaude sull’Ucraina: «Grazie a lui qualcosa sta cambiando». Alla storia passa però il fuorionda: «Io non voglio mai parlare con la stampa italiana». E infatti ci parla solo nella conferenza stampa di inizio anno, che vale tutto l’anno
Lì il caso è il Venezuela, dove Trump ha fatto fuori Maduro per governare coi
sodali di Maduro, in nome del petrolio: «Un’operazione difensiva legittima contro il narcotraffico» aveva detto la premier a caldo.
Stesso copione sugli omicidi a sangue freddo dei miliziani dell’Ice per le strade di Minneapolis. Non una parola, se non per prendersela con la sinistra che non li vuole alla Milano-Cortina: «Quelli che fanno polemica sono quelli che chiedono agli Stati Uniti di continuare a occuparsi della nostra difesa».
È sembrato per un attimo che potesse avere un sussulto europeista, sbandierando un asse franco-tedesco con Mertz. Ma è durato fino alle critiche al mondo Maga del cancelliere tedesco: «Non condivido», dice appena atterrata ad Addis Abeba. E annuncia, tra un video per Orban e una difesa del diritto di veto, che parteciperemo a quel comitato d’affari, che va sotto il nome di Board of peace, come osservatori: «Non capisco chi non capisce l’importanza di non autoescludersi». Gli altri mandano anonimi funzionari, noi il ministro degli Esteri.
Si arriva così all’Iran dove la formula è degna di Ponzio Pilato: «Non condivido né condanno» l’attacco, sferrato senza nemmeno avvisare i cosiddetti alleati. Ci vuole la scoppola del referendum e il gasolio alle stelle per un distinguo post-datato, senza nominare Trump e Netanyahu.
Ma un sussulto, dicasi uno, in nome di ciò che conviene all’Italia? Ecco, quando il tycoon ha criticato gli alleati che, in Afghanistan, si sarebbero tenuti lontani dalla prima linea: «Parole inaccettabili». Almeno sulla storia siamo intransigenti.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
GIULI E’ SUBITO FINITO SOTTO I COLPI DEL “FUOCO AMICO” DEL CAMERATA MOLLICONE: FAREBBERO CAPO AL PRESIDENTE DELLA CULTURA DELLA CAMERA GRAN PARTE DEI CINQUE MEMBRI DELLA COMMISSIONE, AUTORI DELLA BOCCIATURA REGENI: CIAMMAGLICHELLA, FIORINI, DAMIANI, MANIERI, VOCCA
Gli toccherà anche questa volta mettere una toppa, o quantomeno provarci. Al Question
Time di oggi il ministro della Cultura Alessandro Giuli disconoscerà una decisione presa dalla commissione che risponde alla Direzione Cinema del suo stesso dicastero.
Perché la discrezionalità dei membri è una scusa che non regge di fronte all’evidenza: e cioè, come lo stesso Giuli ha confessato a suoi, che la storia di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso a Il Cairo dai servizi segreti egiziani, «possiede un intrinseco valore culturale, sociale, politico, morale, internazionale, a
prescindere dalla qualità artistica dello specifico documentario che ancora non ho visto»
Non è concepibile per il ministro, dice chi lo conosce, escludere il documentario su Regeni, ”Tutto il male del mondo”, diretto da Simone Manetti, vincitore del Nastro della Legalità 2026, in una selezione che premia con i contributi pubblici – come scritto nella mission – «film di particolare qualità artistica, personaggi e avvenimenti dell’identità culturale nazionale».
È un controsenso. Talmente enorme che ieri due dei quindici membri della Commissione Selettivi, a sua volta divisa in tre sezioni, hanno presentato le proprie dimissioni. Sono Massimo Galimberti e il critico cinematografico del Corriere della Sera Paolo Mereghetti.
Hanno lasciato l’incarico nonostante non facessero parte della cinquina che ha decretato altre esclusioni eccellenti, come il film The Echo Chamber, tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, a tutto favore di opere di discutibilissima qualità.
Nella relazione in Parlamento, Giuli risponderà a interrogazioni e interpellanze di Pd, Avs e Più Europa che pretendono chiarimenti su quale sia stata la ragione delle bocciature, se ci sia stata censura e un mandato politico o se si tratti di un caso di manifesta incompetenza. Il ministro nega di aver avuto un ruolo di manipolazione nelle scelte dei commissari
Perché tali li considera, alla luce anche delgi 800 mila euro finiti a Tony Pappalardo Investigations, film del creatore del Bagaglino, Pier Francesco Pingitore.
Al ministero si parla di pressioni ma anche di autocensura, frutto di un preciso clima di destra
Quel che è certo è che due dei cosiddetti esperti della sotto-commissione incriminata hanno a loro volta un referente tra i partiti della maggioranza: l’ex deputata della Lega Benedetta Fiorini è legata alla sottosegretaria con delega al cinema Lucia Borgonzoni, e Pier Luigi Manieri è considerato uomo vicino al deputato romano di Fratelli d’Italia Federico Mollicone.
Il nome del parlamentare a capo della commissione Cultura della Camera torna ripetutamente nelle ricostruzioni sui condizionamenti della politica sul cinema e sul ministero.
La convivenza forzata tra Giuli e Borgonzoni non impedisce a entrambi di sospettare un attivismo e uno sconfinamento di Mollicone, molto attento a indirizzare le risorse verso opere che siano garanzia di una certa affinità ideologica.
I rapporti sono tesi, come ci confermano a margine della proiezione alla Camera di ”Alla festa della rivoluzione”, il film su Fiume che Mollicone ha presentato e voluto patrocinare a Montecitorio con tanto di logo personale.
La polemica sui mancati contributi è solo l’ultimo episodio della lunga serie che sta tormentando il MiC e Giuli – già in lite con il Tesoro per i 25 milioni di euro decurtati a favore delle accise – dal caso della direttrice d’orchesta Beatrice Venezi, alla rottura con il direttore della Biennale Pietrangelo Buttafuoco fino alle grane su Cinecitt
Mai il ministero era stato così al centro delle cronache politiche, quanto in questi anni di Giorgia Meloni al potere, con la destra febbrilmente ansiosa di affidare ai propri fedelissimi e amici le poltrone più prestigiose delle istituzioni culturali. Ieri anche una fetta importante del mondo del cinema è tornata a protestare sulla composizione della commissione.
Il Coordinamento delle associazioni di autori e autrici 100autori, Anac, Wgi, Air3, Aidac, Acmf ha ricordato di aver più volte sollecitato, «prima il ministro Sangiuliano e poi il ministro Giuli, affinché la nomina degli esperti avvenisse all’insegna della massima competenza e trasparenza».
Galimberti, uno dei due membri dimissionari, che lavorava da anni con il ministero, parla di «una sorta di incompatibilità ambientale, in questa fase, legata a vari fattori, nell’approccio alle procedure, nell’analisi e nella valutazione degli elementi dei progetti». Il clima, appunto, di cui si parlava sopra.
(da agenzie)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO GLI ATTACCHI, L’IRAN INTERROMPE IL PASSAGGIO DELLE NAVI ATTRAVERSO LO STRETTO DI HORMUZ E VALUTA LA POSSIBILITÀ DI RIPRENDERE RAID CONTRO ISRAELE (TANTI SALUTI AL CESSATE IL FUOCO) – IL PREMIER LIBANESE NAWAF SALAM DENUNCIA “LA STRAGE DI CIVILI” COMMESSA, NELL’ULTIMO RAID, DALLO STATO EBRAICO
“Esprimo la mia più ferma e indignata protesta per quanto accaduto questa mattina nel settore di responsabilità di Unifil in Libano meridionale”. Così il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “Solo lievi danni ai veicoli non si registrano feriti, ma fino a quando? È inaccettabile che militari italiani impegnati sotto bandiera delle Nazioni Unite, con compiti esclusivamente di garanzia della pace e della stabilità, vengano esposti a situazioni di rischio da parte dell’esercito israeliano” sottolinea il ministro che aggiunge: “La messa in pericolo di convogli chiaramente identificati con la bandiera dell’Onu non puo’ essere tollerata. Si tratta di un comportamento grave che rischia di compromettere la sicurezza dei peacekeeper e la credibilità stessa della missione”.
È un ‘Lince’, il veicolo tattico leggero multiruolo in dotazione all’Esercito italiano, il mezzo raggiunto dai colpi di avvertimento dell’Idf in Libano. Secondo quanto si apprende da fonti qualificate, il veicolo era in una colonna con diversi altri mezzi –
a guida italiana – e stava andando a fare rifornimento. I colpi hanno interessato i pneumatici e il paraurti.
L’Iran sta valutando la possibilità di riprendere gli attacchi contro Israele in risposta a quelle che considera “violazioni del cessate il fuoco temporaneo in Libano”: lo scrive l’agenzia di stampa iraniana Fars, citando un funzionario iraniano. Lo riporta Al Jazeera.
“Israele continua a espandere la sua aggressione prendendo di mira aree residenziali densamente popolate e togliendo la vota a civili disarmati in varie parti del Libano, inclusa, in particolare, la capitale Beirut”.
Lo denuncia il premier libanese Nawaf Salam, in una drammatica dichiarazione ripresa con evidenza dalla Bbc britannica, sullo sfondo d’immagini di devastazioni estese.
Salam evoca di fatto una strage di civili, smentendo i riferimenti dei bollettini di guerra israeliani che citano vittime solo fra gli Hezbollah sulla scia dell’ultima ondata di raid a tappeto.
“Appena uscito da quest’aula chiederò al ministero degli Esteri di chiedere informazioni immediate all’ambasciatore di Israele in Italia su ciò che è accaduto e che ha portato al danneggiamento di un mezzo militare italiano” in Libano. “Per ribadire, i soldati italiani in Libano non si toccano. Le forze armate israeliane non hanno alcuna autorità per toccare i militari italiani”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani al question time alla Camera.
(da agenzie)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
SCENOGRAFIE COMPRATE PER 30.000 EURO ISCRITTE A BILANCIO PER 1.300.000 EURO SULLA BASE DI UNA “PERIZIA NON ASSERVATA” OVVERO UNA PERIZIA NON VINCOLANTE E NON GIURATA
È il reato di falso in bilancio quello su cui la Procura di Genova potrebbe indagare, nei
prossimi mesi, in merito ai conti della fondazione Teatro Carlo Felice dopo l’esposto presentato ieri dal sovrintendente Michele Galli e della presidente del consiglio di indirizzo, nonché sindaca di Genova, Silvia Salis. Un altro esposto è stato depositato presso la Corte dei Conti regionale. Il fascicolo è stato affidato dal procuratore capo Nicola Piacente al pool dei pm che si occupano di reati economici. Ancora non si conoscono ulteriori dettagli.
A preoccupare gli attuali vertici del teatro sono alcune voci poco trasparenti e in particolare la decisione della passata gestione di inserire come posta positiva (ammortamento) nel bilancio 2024 per 1,4 milioni alcune scenografie acquistate di seconda mano dal teatro della Scala (per 30mila euro) e poi ristrutturate dal personale del teatro. L’aumento esponenziale di valore, stabilito con una perizia non asseverata, ha ripianato solo in maniera teorica le casse della fondazione, consentendo di chiudere il bilancio 2024 con circa 14mila euro di avanzo. La patrimonializzazione riguardava, nello specifico, quattro allestimenti scenici relativi alle opere Idomeneo (Mozart), Madama Butterfly (Puccini), I due Foscari e Falstaff (Verdi).
L’analisi condotta dal nuovo consiglio di indirizzo, insediatosi nell’aprile 2025, ha evidenziato la necessità di ulteriori approfondimenti sul tema, anche alla luce delle osservazioni formulate dal nuovo collegio dei revisori. Nel corso di queste attività sono stati acquisiti elementi tecnici e amministrativi, tra cui relazioni interne e valutazioni economiche, nonché disposta una ulteriore perizia indipendente affidata a un esperto di chiara fama nel settore degli allestimenti teatrali.
Ancora non ci sono indagati. La passata governance, quella che si trova sul documento di bilancio consuntivo 2024, vedeva come sovrintendente Claudio Orazi. Il presidente del consiglio di indirizzo era Pietro Piciocchi, essendo ai tempi già facente funzione di Marco Bucci. Il consiglio di indirizzo vedeva ancora Musso e Menini, ma anche Gianfranco Gadolla, in rappresentanza del ministero della Cultura ed Enrico Reggio, come nomina di Iren. Il collegio dei revisori era composto da Stefano Castiglione, Pietro Lagomarsino e Roberto Forneris.
Oggi il sovrintendente del Carlo Felice è Michele Galli, nominato il 23 aprile 2025 dal ministro della Cultura Alessandro Giuli. Il consiglio di indirizzo, presieduto dalla sindaca di Genova Silvia Salis, è composto da Enrico Musso (Comune di Genova), Mario Menini (Regione Liguria), Fabrizio Callai (Conservatorio Paganini) e Francesco Bongarrà (Iren). Il collegio dei revisori dei conti è composto da Carmela Mirabella, Marcello Bessone e Marta Mazzucchi.
(da Genova24)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO IL CESSATE IL FUOCO TRA USA E IRAN, KIEV ESORTA TRUMP A RIPORTARE L’ATTENZIONE SUL CONFLITTO UCRAINO. IL MINISTRO DEGLI ESTERI, ANDRIY SYBIGA: “È GIUNTO IL MOMENTO DI UNA RISOLUTEZZA SUFFICIENTE A COSTRINGERE MOSCA A PORRE FINE ALLA GUERRA”
L’Ucraina esorta adesso gli stati Uniti, dopo il cessate il fuoco con l’Iran, a riportare l’attenzione sulla guerra in Ucraina. “Accogliamo con favore l’accordo tra il presidente Trump e il regime iraniano per sbloccare lo stretto di Hormuz e cessare il fuoco, così come gli sforzi di mediazione del Pakistan.Riteniamo che sia giunto il momento di una risolutezza sufficiente a costringere Mosca a cessare il fuoco e a porre fine alla guerra contro l’Ucraina”, ha scritto su X il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga.
È sempre più stallo sul fronte in Ucraina. L’arrivo della primavera per ora ha fallito nel restituire movimento e dinamismo al conflitto. L’attesa offensiva russa di primavera è iniziata con un paio di sanguinosi fallimenti, assalti compiuti da gruppi di mezzi corazzati immediatamente bloccati dai droni e dall’artiglieria di Kiev
Una situazione di stallo, anche se non completo, che però finisce ugualmente con il rafforzare la determinazione del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, deciso a non cedere alla richiesta russa di consegnare tutto il Donbass, richiesta che di fatto gode anche dell’appoggio della Casa Bianca, principale alleato di Kiev. Nelle interviste Zelensky continua a ribadire che la cessione di territori rimane «inaccettabile».
L’ultima avanzata russa riferita risale a ieri sera, quando il servizio di monitoraggio del conflitto Deep State, vicino alle forze armate ucraine, ha parlato di soldati di Mosca nei pressi del villaggio di Hryshyn, non lontano da Pokrovsk, la città del Donbass per cui i russi hanno combattuto per gran parte dell’ultimo anno e mezzo.
Nel frattempo, se in Donbass la situazione è di stallo, più a occidente sono gli ucraini ad avanzare. Nella regione di Zaporizhzhia, dove dal mese di febbraio gli ucraini stanno portando avanti contrattacchi sempre più incisivi, la situazione per i russi continua a peggiorare.
Le forze di Kiev, in particolare, si starebbero concentrando contro le punte avanzate delle linee russe, dove le truppe di Mosca sono arrivate a circa quindici chilometri dai sobborghi meridionali dell’importante città industriale di Zaporizhzhia.
Se le truppe di Kiev dovessero continuare ad avanzare in questo settore, avverte Rybar, i russi potrebbero trovarsi respinti alle posizioni che occupavano all’inizio del 2025, annullando nel giro di due mesi oltre un anno di avanzate costose in termini di personale e di mezzi perduti.
(da agenzie)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
COME È POSSIBILE CHE IL MINISTRO DELL’INTERNO NON SAPESSE CHI ERA DAVVERO LA SUA MUSA? NON SOLO DUBBI SUL CURRICULUM E SULLA LAUREA, LA PREZZEMOLONA CIOCIARA SI FACEVA ANCHE SELFIE FARLOCCHI. SCOPERTI “FOTTOMONTAGGI” CON SILVIO BERLUSCONI E PAPA FRANCESCO
Dal villaggio di Is Morus Relais, in Sardegna, passando per i corridoi dell’università Luiss
a Roma, fino ai palazzi vaticani. Claudia Conte, la donna che ha rivelato la sua relazione col ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, voleva andare dappertutto. Ma si è dovuta accontentare delle visite al Viminale.
Risulta a Domani che la giornalista pubblicista, iscritta all’Ordine da settembre 2023, ha partecipato anche alle audizioni del programma della rete Mediaset Temptation Island insieme all’ex Angelo Paradiso, ma alla fine dei casting non è stata scelta.
«Senta, lei ha partecipato insieme al Paradiso alle audizioni per il programma televisivo Temptation Island?», la domanda dell’avvocato della difesa. «Sì – la risposta di Conte – Si tratta di una di quelle cose che io non farei mai nella vita, occupandomi di diritti umani, è facile scoprire chi sono, mi vedete in televisione tutti i giorni». «Scusi, se non le interessava perché è andata a fare queste audizioni?», chiederà il giudice Lorenzo Ferri ricevendo una risposta vaga. «Perché decideva lui (Paradiso, ndr) per me».
Ma il reality di Canale 5 non è il solo luogo dove Conte non è mai andata. Anche al dipartimento di Giurisprudenza del prestigioso ateneo privato le tracce della giornalista sono pressappoco nulle: come già raccontato da Domani la dottoressa, che nello scarno curriculum indica la laurea magistrale in Legge senza riferimenti al luogo di conseguimento o alla votazione conseguita, non si sarebbe mai laureata alla Luiss.
Non avrebbe inoltre frequentato la Scuola di politiche economiche e sociali intitolata a Carlo Azeglio Ciampi, al contrario di quanto sostenuto, e non risulta tra gli ammessi per gli anni 2023, 2022, 2021 alla Scuola politica di Sabino Cassese (possibile che la giornalista l’abbia frequentata in un altro anno). Anche in quest’ultimo caso, è quanto dichiarato da Conte nel suo curriculum.
In ultimo, Conte non sarebbe stata nemmeno un’habitué della Santa Sede: sulla sua pagina Instagram i selfie con papa Francesco sono innumerevoli.
Ma sono tutti autentici? In uno, in particolare, si scorge la dottoressa che mette uno dei suoi romanzi nelle mani del pontefice argentino. Due figure scontornate in primo piano e sullo sfondo un cielo turchese, quasi color Tiffany. Abbiamo usato alcuni programmi informatici, necessari a capire se certi scatti siano veri o no: la foto con Francesco che riceve come dono il romanzo di Conte è un fotomontaggio.
Lo conferma anche un tecnico informatico, consulente in processi di primaria importanza a Roma, che rimarrà anonimo: «Lo sfondo è troppo lineare». Claudia Conte, la foto col Papa, insieme ad altre a tema vaticano, le pubblica un anno fa, alla morte di Francesco. In realtà un incontro reale c’era stato, quando era stata inserita nella veste di portavoce di un’associazione, nella visita organizzata dalll’ex capo dela Figc Gabriele Gravina e il calciatore ucraino Andrij Ševcenk
Ma non aveva forse fatto una foto con il suo volume. È aprile 2025, Lunedì dell’Angelo, quando la professionista scrive su Instagram e tagga il pontefice: «le Tue parole saranno sempre un faro per la mia vita. Continua a pregare per noi dalla Casa del Padre».
Ma non è l’unico selfie che Conte pubblica con personalità appena scomparse. Tra i tanti autoscatti c’è quello con Silvio Berlusconi, morto a giugno 2023. «Anche in questo caso la foto è un fake», dice l’informatico a questo giornale.
Dunque, la domanda resta solo una. Chi è davvero Claudia Conte? Ed è possibile che il ministro Piantedosi e le istituzioni con cui ha lavorato (in primis la Polizia e l’Esercito) non si fossero accorte delle pecche del curriculum e delle manipolazioni sui social? Nel suo spazio radiofonico su Raiuno è riuscita a intervistare personalità di spessore.
Si va dall’ormai ex procuratore di Perugia Raffaele Cantone fino al numero uno dell’Agenzia nazionale per la cybersicurezza Bruno Frattasi. Tra i suoi tanti impegni lavoratori risulta, in ultimo, quello da portavoce di “Domus Europa”, il Centro europeo di cooperazione per la ricostruzione dell’Ucraina, presieduto dall’imprenditore Stefano Nicolussi Rossi
L’associazione, come risulta da fonti di stampa, sarebbe nata grazie alla conferenza bilaterale sulla ricostruzione dell’Ucraina tenutasi a Roma nel 2025 alla presenza dei ministri (Esteri ed Economia), italiani e ucraini. Il direttore del comitato scientifico dell’associazione – che vuole accompagnare la ricostruzione dell’Ucraina non solo sul piano materiale, ma anche sociale e culturale, ponendo le basi per una cooperazione tra Italia e Ucraina – è il senatore di Fratelli d’Italia Marco Scurria, ex dirigente missino ed ex parlamentare europeo.
Oggi Scurria è vicecapogruppo di Fdi a Palazzo Madama. Il centro italo-ucraino ha numerosi sponsor. All’occhio ne viene immediatamente uno: è il Ferrara film festival, la kermesse artistica che conta una co-direttrice d’eccellenza. Chi è? Naturalmente lei, Claudia Conte.
(da Domani)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANALISI DEI 10 PUNTI PROPOSTI DA TEHERAN PER LA PACE (IL REGIME DEGLI AYATOLLAH LEGITTIMATO, L’IRAN PADRONE DI HORMUZ, IL DIRITTO A CONTINUARE L’ARRICCHIMENTO DELL’URANIO) RAPPRESENTA UNA VITTORIA PER LA REPUBBLICA ISLAMICA – È DIFFICILE CAPIRE PERCHÉ IL TYCOON ABBIA VOLUTO LA GUERRA (CHE INIZIALMENTE PREVEDEVA UN CAMBIO DI REGIME A TEHERAN) E COME ISRAELE POSSA ACCETTARE QUESTA CONCLUSIONE
Chi ha vinto? Ammesso e non concesso che il cessate il fuoco accettato dal presidente americano Trump e dal ministro degli Esteri iraniano Araghchi regga, e porti nelle prossime due settimane ad un accordo definitivo, chi ne ricaverà più vantaggi?
La proposta mediata dal Pakistan ha fatto passare il mondo dal baratro della minaccia lanciata dal capo della Casa Bianca di cancellare un’intera civiltà, col timore che fosse pronto a usare persino le armi nucleari, alla prospettiva di una pace duratura nell’intero Medio Oriente, secondo le parole usate dallo stesso Trump.
Ma è stata la conferma dell’efficacia delle brusche maniere negoziali dell’autore di “Art of the Deal”, oppure una marcia indietro umiliante dettata dal fatto che la guerra non stava andando secondo le sue aspettative, ingolfando il mondo in una crisi energetica che rischiava di infiammare e allargare il conflitto?
Per cercare le risposte partiamo dai fatti. La notte in cui aveva ordinato l’attacco all’Iran, il presidente americano aveva lasciato capire chiaramente che il suo obiettivo era il cambio di regime, perché aveva incitato la popolazione a scendere in piazza per riprendersi il paese.
Quando poi gli ayatollah hanno risposto bloccando lo Stretto di Hormuz la priorità è diventata riaprirlo, perché gli effetti economici si facevano sentire anche in America urtando la base del movimento Maga, che aveva eletto Donald per chiudere le guerre infinite, non rilanciarle proprio in Medio Oriente.
Trump sostiene che questa confusione, questa imprevedibilità, fanno parte della sua strategia negoziale, che ha prodotto il cessate il fuoco
Se però andiamo a guardare i dieci punti della proposta di pace iraniana, che lo stesso presidente ha definito come una base accettabile per il negoziato delle prossime due settimane, la realtà appare assai diversa.
E’ chiaro che il regime non è caduto, ma anzi viene legittimato come interlocutore principale per definire il futuro dell’Iran. Un colpo devastante per le persone che a gennaio avevano avuto il coraggio di manifestare contro il governo, pagando con la vita in oltre 40.000 casi.
Le forze armate della Repubblica islamica sono state duramente colpite e indebolite, però hanno mantenuto la loro capacità di combattere e soprattutto hanno dimostrato di poter minacciare l’intera regione del Golfo Persico, strangolando il traffico navale attraverso Hormuz.
Lo Stretto ora verrà riaperto, ma sotto il controllo di Teheran. Se questa soluzione diventerà definitiva, gli ayatollah avranno ottenuto un risultato molto significativo, diventando di fatto i padroni di una larga fetta del mercato energetico mondiale.
Le infrastrutture nucleari sono state bombardate, ma i dieci punti iraniani affermano il diritto di continuare l’arricchimento dell’uranio, come previsto peraltro dal Trattato di non proliferazione.
In teoria solo a scopi civili, ma se la Repubblica islamica era arrivata sulla soglia della costruzione della bomba atomica, non c’è motivo di fidarsi quando promette di non riprovarci in futuro. Quanto ai proxy, le condizioni degli ayatollah richiedono anche la fine delle operazioni di Israele contro Hezbollah in Libano.
I dieci punti poi prevedono la fine delle sanzioni economiche contro Teheran, il pagamento delle riparazioni per i danni provocati dalla guerra, e la cancellazione delle risoluzioni dell’Onu e dell’Aiea, accompagnate ovviamente dall’impegno americano a non attaccare più il Paese
Se questa è la base dell’accordo, diventa difficile capire perché Trump abbia voluto la guerra e come Israele possa accettare questa conclusione. Il capo della Casa Bianca risponderà che il negoziato partirà anche dai suoi 15 punti, molto più punitivi per la Repubblica islamica, e se non si troverà un punto di incontro gli attacchi riprenderanno.
In attesa di vedere se le prossime due settimane produrranno questa soluzione, di sicuro al momento il presidente americano ha accettato un cessate il fuoco che gli offre in cambio poco o nulla di quanto pretendeva la notte dell’inizio dei bombardamenti.
(da Repubblica)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
“C’È UNA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI GENOVA CHE CHIARISCE CHE IL LOGO NON È DI PROPRIETÀ DELL’ATTUALE ASSOCIAZIONE – GIUSEPPE CONTE? SAREBBE UN OTTIMO LEADER PER IL PD – AL REFERENDUM HO VOTATO ‘SI’”
Davide Casaleggio, lei ha votato al referendum?
«Sì. Sono un sostenitore della partecipazione al voto se porta ad una conseguenza certa».
E cosa ha votato?
«Per la separazione delle carriere e il sorteggio pur non condividendo tutta la riforma, in coerenza con il programma di governo del M5S del 2018. Il sorteggio è uno strumento potente e sottovalutato: lo estenderei alle Authority, per sottrarle al poltronificio della politica. In altri Paesi le assemblee sorteggiate stanno producendo risultati concreti».
Che giudizio dà del governo Meloni?
«Nel mio campo, quello dell’innovazione, ha avuto un buon avvio sulla governance dell’Ai ma poi si è fermato. L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa ma investe in intelligenza artificiale una frazione di Francia e Germania. Stiamo discutendo di centrali a carbone mentre i milioni di posti di lavoro verranno trasformati dall’automazione nel prossimo decennio».
E come valuta il progetto del Campo largo?
«Il Campo largo lo vedo sempre più stretto».
Giuseppe Conte si è candidato per la leadership della coalizione progressista .
«L’ho sempre detto che sarebbe un ottimo leader per il Pd
Intanto Beppe Grillo rivendica nome e simbolo del M5S.
«Penso che il miglior modo di rispettare la storia del Movimento sia chiarire che si tratta di una grandiosa avventura con valori che oggi non esistono più. C’è una sentenza del Tribunale di Genova che chiarisce che il logo non è di proprietà dell’attuale associazione».
E il Movimento?
«Cambiare nome e simbolo può essere un atto di chiarezza, non di debolezza».
Tra pochi giorni cade il decennale della morte di suo padre Gianroberto. Ci sono persone che hanno la sua capacità di visione?
«Ci sono persone nel settore privato con visione straordinaria. Ma pochi hanno il coraggio di sacrificare quello che costruiscono nel privato per metterlo al servizio del pubblico. Mio padre lo fece quando non era conveniente farlo».
Qual è l’eredità di suo padre?
«La consapevolezza che ogni modello di società può essere cambiato, persino quello partitico».
In alcuni progetti, come Gaia, suo padre aveva previsto lo scontro tra autarchie e democrazie.
«Sì, con vent’anni di anticipo. Lo vediamo in tempo reale: regimi che usano la tecnologia per controllare e democrazie che faticano a usarla per includere».
Tra i lasciti di suo padre c’è anche il blog.
«Lo stiamo trasformando. Il blog farà un passaggio di stato con il progetto Avalon: l’intelligenza artificiale analizza i suoi scritti, la sua visione, e genera ogni settimana un post che collega il suo pensiero ai fatti di oggi.».
(da l “Corriere della Sera”)
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Aprile 8th, 2026 Riccardo Fucile
UNA TESSERA FONDAMENTALE PER UN ACCORDI DI PACE È LA SOSPENSIONE DELLE SANZIONI ALL’IRAN. E L’UE POTREBBE ESSERE CHIAMATA A SVOLGERE UN RUOLO
Le sanzioni sull’Iran, cioè la loro potenziale sospensione, sembrano una tessera fondamentale del mosaico dell’accordo fra Stati Uniti e Iran che adesso si profila nei negoziati a partire dai prossimi giorni
In questo anche l’Unione europea potrebbe essere chiamata a svolgere un ruolo: mentre le sanzioni americane sono in vigore dal 1979 e sono state progressivamente rafforzate in vari passaggi, quelle europee sono iniziate nel 2007 e ora potrebbe esserci una richiesta di sospensione o allentamento, se ci sarà un accordo più complessivi. Dunque l’Europa potrebbe tornare al tavolo.
La Associated Press nella notte ha fatto sapere che all’Iran e all’Oman potrebbe essere permesso di prelevare una tariffa per il passaggio delle navi dallo Stretto di Hormuz. L’inclusione dell’Oman, il Paese che controlla la punta Sud dello Stretto, servirebbe a legittimare la pretesa dell’Iran
È interessante che l’Oman, soprattutto nelle ultime settimane, è stato di gran lungo il Paese del Gulf Cooperation Council nettamente meno bersagliato dai missili e dai droni dell’Iran. Sembrava quasi una preparazione di un accordo per il prelievo congiunto, o comune, di un dazio per il passaggio da Hormuz.
Trump sottolinea comunque che le forze americane «resteranno da quelle parti», quasi ad avvertire la Cina. Ma se questa guerra era ormai per il controllo di Hormuz e l’ipotesi della tariffa sullo Stretto si concretizzerà, questa è una sostanziale vittoria di Teheran.
L’Iran continua a rivendicare l’arricchimento dell’uranio «per scopi civili» (era nei suoi 14 punti della recente proposta di pace, resta senz’altro nei 10 punti presentati nella notte).
Appare plausibile che al regime di Teheran sia proposto uno stretto monitoraggio internazionale, magari da parte di uno o più Paesi che praticano il nucleare civile (la Francia potrebbe essere fra questi).
L’Iran potrebbe accettare questa proposta perché ora sa che la potenziale chiusura di Hormuz gli conferisce pari potere di deterrenza e pressione sul sistema internazionale, mentre il nucleare resta una minaccia solo simbolica e pericolosa per sé, perché attrae durissime ritorsioni di Israele e degli Stati Uniti. Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu potrebbero comunque presentare questa tessera dell’accordo come un proprio successo.
Fra le richieste dall’Iran c’è da sempre la levata delle sanzioni internazionali e senz’altro essa ritorna nei dieci punti della proposta presentata questa notte. Su questo sembra esserci molto spazio per negoziare.
Trump potrà sottolineare che, più che una levata, si tratterebbe in ogni caso di una sospensione di almeno alcune delle sanzioni imposte progressivamente negli anni. Esse potrebbero comunque tornare a scattare in qualunque momento.
Ma gli accenni di Trump nel suo post su Truth nella notte («Big Money will be made!» e il riferimento a una «Golden Age for the Middle East») vanno nella direzione di un’apertura a un regime economico meno restrittivo nei confronti di Teheran.
Il negoziatore pakistano nel conflitto, il ministro degli Esteri e vicepremier Mohammad Ishaq Dar, era stato a Pechino dal potente ministro degli Esteri cinese Wang Yi appena otto giorni fa. Ne era uscito con un piano di pace in cinque punti che includeva anche la richiesta della riapertura di Hormuz.
La Cina è senz’altro il garante economico di ultima istanza dell’Iran (e il protettore del Pakistan) e ha fatto sentire il suo peso decisivo nel negoziato. Sicuramente ne esce più forte, avendo svolto un ruolo probabilmente decisivo nello spingere il regime di Teheran all’offerta di riaprire Hormuz formulata nelle ultime ore.
Peraltro, la Cina sembra soddisfatta del fatto che in Iran non c’è stato regime change sotto le bombe, ma un probabile rafforzamento dell’ala militare più propensa anche agli affari.
Sia le minacce di distruzione delle infrastrutture civili proferite da Donald Trump (che oggettivamente sono servite ad avvicinare l’accordo), sia il blocco che oggi l’idea di una tariffa su Hormuz (altri elementi entrati nella guerra e poi nel negoziato) sono del tutto fuori dalla legalità internazionale e dalle convenzioni delle Nazioni Unite.
Ma ormai sono elementi sul tavolo di questo e qualunque futuro confronto, in qualche maniera accettati come «normali».
Trump o altri leader hanno validi motivi per minacciare distruzioni di infrastrutture civili, se vorranno ottenere qualcosa da una potenza straniera. Altri Paesi potranno valutare quali bracci di mare bloccare o sottoporre a un dazio arbitrario. Sempre più viviamo in un mondo dove vale la legge del più forte, non il diritto internazionale del dopoguerra.
Federico Fubini
per il “Corriere della Sera”
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