Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
LA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE DI VIGILANZA RAI BARBARA FLORIDIA: “TRE GIORNI. TG1 E TG2. ZERO ASSOLUTO SULLA VICENDA DI ANDREA DELMASTRO. NON UN TITOLO, NON UN SERVIZIO, NON UN ACCENNO. BLACKOUT TOTALE SU UNA STORIA CHE PARLA DI POLITICA, AFFARI E LEGAMI IMBARAZZANTI CON L’ORBITA DEL CLAN SENESE. A QUESTO PUNTO LA QUESTIONE NON È PIÙ SOLO DELMASTRO. È LA CREDIBILITÀ DEL SERVIZIO PUBBLICO. CHI PAGA IL CANONE NON MERITA UN SIMILE BUCO NERO NELL’INFORMAZIONE”
“Tre giorni. Tg1 e Tg2. Zero assoluto sulla vicenda di Andrea Delmastro. Non un titolo, non un
servizio, non un accenno. Blackout totale su una storia che parla di politica, affari e legami imbarazzanti con l’orbita del clan Senese. Già prima del voto la scusa della par condicio non reggeva.
La par condicio riguardava il referendum, non era un interruttore per spegnere le notizie. E comunque adesso che è finita, il blackout su Delmastro continuerà? O il silenzio serve ancora a non disturbare Giorgia Meloni alle prese con la gestione della sonora sconfitta al referendum? A questo punto la questione non è più solo Andrea Delmastro.
È la credibilità del Servizio Pubblico. Chi paga il canone non merita un simile buco nero nell’informazione. Chi ha deciso questo blackout sul caso Delmastro?”. Così la presidente della commissione di vigilanza Rai Barbara Floridia in una nota.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
“LA STAMPA”: “NON DA UNA MINORANZA, MA DALL’ITALIA PROFONDA, OLTRE GLI STESSI CONFINI DEI RECINTI PARTITICI, VEDI QUEI TANTI GIOVANI CHE, IN ALTRE CIRCOSTANZE, HANNO DISERTATO LE URNE (E MAGARI SONO QUELLI SCESI IN PIAZZA PER GAZA)” – “SI APRE UNA FASE NUOVA, CHE GIORGIA MELONI SI TROVA AD AFFRONTARE DA LEADER NORMALIZZATA, SENZA PIÙ TOCCO MAGICO E NARRAZIONE
È maturata con Giorgia Meloni che è scesa in campo, politicizzando il voto. Si è manifestata con un’affluenza record quasi a livello, appunto, da elezioni politiche.
E lo scarto, consistente pur non essendo una slavina (come ai tempi di Matteo Renzi), è comunque superiore alle peggiori previsioni che giravano nel governo.
Che si era preparato a uno scenario di partecipazione più bassa e a meno punti di differenza tra il “no” e il “sì”. Per poi poter dire: le politiche, quando vota davvero il popolo, sono un’altra cosa, quindi avanti come se nulla fosse.
Per queste ragioni, la prima, vera, sconfitta politica di Giorgia Meloni non è né banale né indolore. Rappresenta una potente rottura narrativa per il melonismo e per il centrodestra a trazione sovranista.
Che si è nutrito della retorica del popolo nella fase dell’assalto al cielo e l’ha brandita come una clava nei primi anni di governo. Anni in cui, proprio in nome di quella legittimazione popolare si è quasi irriso qualunque punto di vista alternativo. E non solo sulla riforma della giustizia.
Ora il “governo del popolo”, guidato dalla “figlia del popolo” (il titolo dell’adorante pamphlet di Italo Bocchino), è stato bocciato dal popolo.
Non da una minoranza, ma dall’Italia profonda, oltre gli stessi confini dei recinti partitici, vedi quei tanti giovani che, in altre circostanze, hanno disertato le urne (e magari sono quelli scesi in piazza per Gaza).
La sconfitta muta radicalmente il clima: all’estero, in Italia, e nella coalizione. I giornali stranieri, gli stessi che finora avevano registrato la stabilità dell’Italia, anche rispetto agli altri governi europei (vero punto di forza della premier), titolano oggi sulla bocciatura di Giorgia Meloni.
In Italia, dopo anni di una non sfida interna, torna l’idea della contendibilità del potere. E l’immagine della premier che, da sola, ci mette la faccia in un video dello sconforto, con un suo vice (Salvini) a Budapest per sostenere Orban e l’altro che si appalesa solo sul far della sera, dà l’idea di ciò che accadrà nella coalizione.
Non solo sulla legge elettorale, dossier che si complica. In attesa di capire se e quando Marina Berlusconi prenderà un’iniziativa, c’è da scommettere che è destinato a mutare lo schema del centrodestra monarchico. Diventerà una coalizione più normale, con più discussione – discussioni, non rotture – e meno «signor sì»
In definitiva, il risultato chiama in causa i fondamentali del melonismo: la sua classe dirigente (Nordio e Delmastro resteranno lì? ), la postura incline al primato del racconto (e della ricerca dei nemici) sul governo (piuttosto immobile), il modo in cui viene affrontato il tema Trump, come destabilizzatore del mondo e tassa alle pompe di benzina. Tutti fattori che, assieme alla difesa della Costituzione, hanno alimentato i tanti “no”.
Insomma, da oggi si apre una fase nuova, che Giorgia Meloni si trova ad affrontare da leader normalizzata, senza più tocco magico e narrazione (compresa la demonizzazione dei giudici su tutto).
Qui si vedrà se ha la stoffa, l’umiltà e la duttilità di un nuovo inizio. Per ora, si registra lo choc: poche interviste, zero analisi sulle ragioni della sconfitta, nessun accenno di autocritica e il fuoco della resa dei conti che cova sotto la cenere del silenzio.
La linea del «non è successo nulla» è destinata a durare poco. Vedremo se l’ansia da onnipotenza sfregiata produrrà una sindrome da ultima spiaggia.
Sicuramente qualcuno suggerirà di andare al voto anticipato, temendo che il prossimo anno diventi una via crucis, dove c’è tutto da perdere: la possibile sconfitta di Orban, un Mid-Term da «allacciate le cinture», fine dei soldi del Pnrr, il che equivale a dire recessione. Previsione del cronista: andrà avanti.
Il punto è se, davanti alla prima crepa, Giorgia Meloni sarà capace di un vero rilancio politico.
(da La Stampa)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
I DUE, CONSIDERATI INTOCCABILI, FANNO GIRARE I CABASISI ALLA DESTRA NAPOLETANA CHE LI VEDE COME CORPI ESTRANEI (E INFATTI NON VA A VOTARE) … AI DUE SI E’ AGGIUNTA MARTA SCHIFONE, CARA AD ARIANNA MELONI, DIVENUTA COMMISSARIO PROVINCIALE DEL PARTITO
Campania a morto per Fratelli d’Italia e tutto il centrodestra. Con un risultato imprevedibile, la
regione si classifica al primo posto in assoluto per i voti contrari alla riforma: 65,22% di No. Una valanga, arrivata da una regione tutto sommato tutt’altro che “rossa”: da Antonio Rastrelli a Stefano Caldoro, non sono mancate vittorie del centrodestra e anni di governo. E poi c’è Napoli: il suo 75,5% di No (71% per quel che riguarda la provincia), ha sostanzialmente certificato che il centrodestra, all’ombra del Vesuvio, non esiste più. Come è accaduto? Che è successo?
Semplice: la Lega a Napoli per comprensibili ragioni non si è mai affermata, Forza Italia fa quello che può, ma Fratelli d’Italia è diventato un partito respingente. In Campania muove ancora i fili del comando, nonostante la scoppola rimediata contro Roberto Fico alle ultime regionali, il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli.
Tra un incontro e l’altro con l’ambasciatore russo, il salernitano Cirielli viene accusato da tanti, troppi, “fratellini” di pensare solo ai suoi fedelissimi, e pure ai parenti: il figlio Italo è consigliere comunale a Cava dei Tirreni, la moglie Mara Campitiello è stata nominata dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, a capo del dipartimento della Prevenzione, ricerca ed emergenze sanitarie del ministero, e ora il partito sta pure lottando per candidare il cognato, Nicola Campitiello, fratello di Maria Rosaria, a sindaco di Pagani, grosso comune della provincia di Salerno.
Tutte scelte ovviamente avallate dal partito nazionale, che però sui territori fanno storcere il naso, e non solo, ai militanti e ai dirigenti storici della destra. Poi c’è il “mistero buffo”, in termini politici, che risponde al nome di Gennaro Sangiuliano. Dopo l’addio al Ministero della Cultura per il Boccia-gate, Genny è stato sospinto da Arianna Meloni verso il posticino di consigliere regionale della Campania: la sorellona d’Italia lo ha accompagnato personalmente in alcune iniziative e ha tempestato di telefonate i riferimenti campani di Fdi per farlo votare.
Nonostante cotanto impegno, che ha ovviamente irritato gli altri candidati al Consiglio, Sangiuliano non è riuscito neanche ad essere il primo degli eletti del suo partito. Eppure, fa il bello e il cattivo tempo: è stato designato capogruppo di Fdi, e
ora che Cirielli si è dimesso da capo dell’opposizione Arianna lo vuole imporre al posto del viceministro (Forza Italia non ne vuole sapere).
Sostanzialmente, in Campania e soprattutto a Napoli il partito è nelle sue mani, così come alle sue mani è stata affidata la campagna referendaria, che lo ha visto protagonista in incontri e in tv, con i risultati che vediamo. Il fatto che ogni sua apparizione social sia accompagnata da centinaia di sfottò e insulti, il fatto che dai territori giunga forte a Roma la voce dell’insofferenza per questo dominio assoluto imposto dall’alto e privo di fondamenta elettorali, non fa cambiare idea alle Meloni: a Napoli comanda Sangiuliano, e nessuno deve fiatare.
Il motivo? Non si sa: quello che si sa è che ovviamente si moltiplicano congetture e ipotesi sulle ragioni che hanno spinto i dirigenti di Fratelli d’Italia a non scontentare mai la coppia Cirielli-Sangiuliano.
Diretta emanazione dei due dioscuri campani è l’attuale commissario provinciale di Fdi, Marta Schifone, deputata iper-presente nei tg nazionali, residente a Roma, tanto cara (anche lei) ad Arianna Meloni, quanto lontanissima dalle dinamiche complesse dei territori.
La batosta referendaria terrificante rimediata da Giorgia Meloni a Napoli e in Campania ha dunque dei precisi responsabili, che però fa rima con “intoccabili”. Fratelli d’Italia veleggia dunque verso le politiche 2027 con molti dubbi. Il prossimo anno la Campania, terza regione d’Italia per popolazione, e Napoli in particolare, potrebbero essere determinanti per un’eventuale, e non più improbabile, sconfitta nazionale.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
C’È STATO UN 10% DI ELETTORATO “DORMIENTE” CHE SI È RISVEGLIATO NEGLI ULTIMI GIORNI E HA DECISO DI PUNIRE IL GOVERNO: LE CAUSE? UN PO’ LE BOMBE DI TRUMP E NETANYAHU, UN PO’ IL CARO BENZINA (IL CALO DELLE ACCISE PER VENTI GIORNI NON È SERVITO: È STATO PERCEPITO COME UNA PRESA PER IL CULO)
“Gli elettori del centrosinistra e di quello che allora veniva definito terzo polo (Azione-Italia Viva) hanno partecipato massicciamente al voto (presentano tassi di astensione prossimi allo zero in tutte le città esaminate), quelli del centrodestra si sono astenuti in una quota simile agli elettori del M5S (13-15%).
Ma, attenzione: gli elettori che nel 2022 avevano votato per il M5S hanno partecipato al referendum in una misura significativamente superiore rispetto alle Europee del 2024 e al ciclo delle regionali, quando il loro tasso di astensione rispetto alle politiche era stato intorno al 30%.
Dunque, in occasione del referendum costituzionale, anche l’elettorato del M5S ha risposto in misura molto elevata alla campagna di mobilitazione del partito
D’altro canto, la defezione dal voto di circa il 12-15% degli elettori che nel 2022 avevano votato per il centrodestra non può essere interpretata con certezza come il riflesso di una scelta politicamente motivata”. E’ scritto nell’analisi dell’Istituto Cattaneo sul referendum sulla giustizia.
“Un astensionismo aggiuntivo di questa entità, in occasione dei referendum rispetto alle elezioni politiche precedenti, è abbastanza fisiologico.
Ad esempio, il tasso di partecipazione al combattutissimo referendum costituzionale del 2016 fu, nel complesso, di 10 punti percentuali inferiore a quello registrato nelle elezioni politiche di tre anni prima
È dunque straordinario non tanto il tasso di astensione tra gli elettori di centrodestra quanto il tasso di partecipazione tra gli elettori dei partiti di opposizione.
Assumendo che il maggiore astensionismo tra gli elettori di centrodestra non sia politicamente motivato, possiamo dire, che se il tasso di partecipazione al voto referendario dell’elettorato di centrodestra fosse stato pari al tasso di partecipazione dell’elettorato di centrosinistra il Sì avrebbe potuto contare su circa 4 punti percentuali in più”, si spiega
“Sia gli elettori di centrosinistra e M5S sia gli elettori del centrodestra che sono andati a votare, hanno votato in maniera piuttosto compatta seguendo la posizione prevalente nel proprio campo
La quota del ‘voto divergente’ è minima sia da una parte sia dall’altra, con una sola eccezione degna di nota: nelle città del Sud una quota variabile tra il 10% e il 30% di elettori del centrodestra ha optato per il No, così come è accaduto a parti invertite per gli elettori del centrosinistra.
Il voto al Sud sembra insomma avere avuto un carattere meno ideologico o comunque meno legato alla contrapposizione frontale tra gli schieramenti politici”. Lo si legge nell’analisi dell’istituto Cattaneo sul referendum.
“Come avevamo già potuto osservare in occasione di elezioni comunali e regionali, gli elettori che nel 2022 avevano votato per l’alleanza Azione-Iv si sono invece divisi: in circa i due terzi hanno votato Sì; un terzo ha votato No”, si spiega.
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
TAJANI, IL FUTURO ORA A RISCHIO, IL SEGRETARIO HA FALLITO, MA L’ALTERNATIVA OCCHIUTO E’ RIUSCITO A FAR VINCERE IL NO IN CALABRIA
Un sogno tramontato. L’esito della consultazione referendaria non vale neanche una
dichiarazione pubblica per Antonio Tajani. Il segretario di Forza Italia, dopo la certezza del risultato, affida il suo pensiero a una nota in cui spiega che «per il governo non cambia nulla». Il leader degli azzurri cerca di allontanare i fantasmi di elezioni anticipate e regolamenti di conti interni. E guarda al 2027: «Gli italiani decideranno se abbiamo lavorato bene o male. E di sicuro troveranno ancora una volta insieme Forza Italia con le altre forze del centrodestra». Nel merito, aggiunge, «la riforma della giustizia rimane un tema sul tavolo, e non rinunceremo mai a occuparcene. Durante la campagna per il voto tutti hanno riconosciuto che questa necessità esiste, pur dividendosi sulle soluzioni».
Dopotutto il provvedimento aveva un valore particolare per Forza Italia. Un’occasione di realizzare il “grande sogno” di Silvio Berlusconi. Domenica, intercettata al seggio, sua figlia Marina aveva parlato della possibilità di dedicare un’eventuale vittoria del Sì a suo padre. Aggiungendo che «è questione di esercitare un voto oggi per poter dare un contributo positivo al futuro di questo paese. È un’occasione quella di oggi che non possiamo farci sfuggire, la dedica è agli italiani, sperando che prevalga il Sì per un’Italia civile democratica e moderna».
§Non è andata così. E di sicuro la cosa non ha fatto piacere alla presidente di Fininvest e a suo fratello Pier Silvio. Che già avevano mostrato una certa insofferenza nei confronti di Tajani.
Eppure Forza Italia ci ha creduto fino all’ultimo. E il partito ha addirittura aperto la sala stampa a Montecitorio in attesa del risultato. Man mano che procedeva lo spoglio, però, i parlamentari, più che festeggiare, hanno dovuto trovare modi sempre più eleborati per spiegare la sconfitta. «I referendum confermativi storicamente vedono la vittoria dei No», ha detto il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri. Mentre la sottosegretaria Matilde Siracusano è arrivata addirittura a parlare di «elettori abbindolati da una campagna di terrorismo».
Il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, a capo del comitato per il Sì, dopo settimane di campagna, si è affrettato a spiegare che «non è una sconfitta di Forza Italia. Sono stati messi sul tappeto temi che non c’entravano nulla con il referendum, abbiamo la consapevolezza di aver fatto quello che andava fatto». In ogni caso, per evitare problemi con gli alleati, ha aggiunto: «Non muoviamo alcun rimprovero agli amici della maggioranza».
A guardare i dati elaborati nel corso del pomeriggio dal consorzio Opinio per la Rai, non sembra un messaggio casuale: il 18 per cento degli elettori di Forza Italia avrebbe votato No. Poca disciplina di partito o l’effetto di una politicizzazione inevitabile?
Certo è che, quantomeno nel corso dell’ultimo mese, il merito è finito in secondo piano e il referendum si è trasformato in un voto su Giorgia Meloni. A quel punto sono anche tornati a galla i malumori di FI nei confronti degli alleati di FdI, che in parte hanno sposato la riforma sulla separazione delle carriere soltanto per utilizzarla come trampolino di lancio per il premierato. Peraltro in opposizione alla storica linea giustizialista degli eredi di Giorgio Almirante.
Il futuro
Resta da vedere su quali temi possa puntare adesso Forza Italia per avere un asset da usare nella campagna per le elezioni politiche. Di certo, la famiglia Berlusconi ha, da oggi in poi, un motivo in più per chiedere un rinnovamento del partito.
A mettere il dito nella piaga è Francesca Pascale, ex compagna delm Cavaliere: «Mi dispiace moltissimo perché nel simbolo di Forza Italia c’è scritto “Berlusconi presidente” e quel cognome o si onora e si rispetta oppure si mette il cognome di chi rappresenta quel partito. Quindi, se Tajani è così forte all’interno di Forza Italia, se è stato così bravo a fare il tesseramento – cosa che Berlusconi non amava, non amava il partito delle tessere – se è così forte metta il suo cognome e vediamo quanti voti riesce ancora a prendere Forza Italia. Per me non ha mai avuto la leadership».
E ancora: «C’è una comunità che non si sente rappresentata. Non voglio puntare il dito contro gli altri ma purtroppo i partiti sono chiusi e mi dispiace fortemente che Forza Italia continui a essere un partito chiuso. Molti ci provano, Occhiuto ad esempio, ad avanzare e a scalare il partito, a immaginare di dare un aspetto diverso e più progressista, però si fa fatica».
Un assist al presidente della Calabria, che ha promesso di non volersi candidare al congresso pre elezioni di inizio 2027 e che non ha certo brillato in questa tornata referendaria (nella sua regione il No ha superato il 57 per cento). Ma la sua posizione, ora, acquisisce tutto un altro peso.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
ALTRO CHE ALLARME ASTENSIONISMO, GLI ELETTORI SONO CORSI ALLE URNE SPAVENTATI DALLE MOSSE USA
Altro che quesito “troppo tecnico”, altro che allarme astensionismo. Il referendum sulla Giustizia segna un punto e a capo. Ieri raccontavamo l’Italia del disimpegno e degli interessi tiepidi, oggi guardiamo stupiti un Paese che davanti alla prospettiva di una modifica sostanziale della Costituzione è uscita di casa in massa e ha e risposto: no grazie. Il voto conferma un dato storico: ottenere il consenso popolare
su una riforma della Carta è difficilissimo, quasi impossibile. Ci hanno sbattuto contro premier che si credevano onnipotenti, Silvio Berlusconi nel 2006, Matteo Renzi dieci anni dopo e adesso tocca a Giorgia Meloni, pure lei certa di vincere grazie a dati di consenso personale altissimi, pure lei sconfessata dal pronunciamento degli elettori.
La Costituzione si conferma una sorta di “bene rifugio” del Paese, e anche l’estintore che il popolo imbraccia per spegnere l’incendio di leader percepiti come troppo sicuri di sé, strabordanti, che chissà cosa si sono messi in testa. Ma stavolta il Centrodestra è scivolato soprattutto su un fenomeno più recente e travolgente, contro il quale nulla ha potuto: il fantasma del sovranismo realizzato, della “primazia degli eletti” rispetto a ogni potere concorrente, che ha preso forma nella vicenda americana in una catena di bullismo verbale, abusi interni, guerre.
La storia della campagna elettorale è, anche, la storia di una crescente preoccupazione per le possibili derive di un potere politico liberato dai contrappesi che lo contengono. I grandi testimonial-gaffeur della riforma – il ministro Carlo Nordio, la sua fedelissima Giusi Bartolozzi – ma anche tante figure minori dei dibattiti televisivi, hanno raccontato il loro progetto come mezzo per “tagliare le unghie” a settori della magistratura politicizzati e ostili al governo. I media vicini all’esecutivo e la stessa premier hanno tambureggiato quotidianamente sui casi di cronaca gestiti contro il presunto interesse nazionale, i delinquenti liberati, i clandestini riportati in patria, le famiglie divise, eccetera. Ma mentre elaboravano questa narrazione, ogni giorno i cittadini scoprivano cosa significa vivere in un Paese dove la politica può perseguire i suoi scopi in assoluta libertà e interpretare l’interesse nazionale oltre ogni limite di legge. Gennaio, i fatti di Minneapolis, due omicidi di cittadini innocenti da parte della polizia anti-immigrazione, con l’impunità degli assassini rivendicata apertamente dal governo Usa. Subito dopo, la minaccia di una invasione militare della Groenlandia, così concreta – lo si scopre adesso – che la Danimarca invia nell’isola esplosivi per minare strade e aeroporti. Febbraio, il caos sui dazi, con la Corte Suprema americana che li boccia e Donald Trump che ne annuncia di aggiuntivi. Marzo, l’attacco della Casa Bianca all’Iran deciso mentre gli inviati dei due Paesi sono al tavolo delle trattative, la rappresaglia su Hormuz, petrolio ed energia alle stelle, il rischio di un conflitto globale
È questo il contesto allarmante in cui si è svolta la nostra campagna elettorale. E hai voglia a mobilitare i Comitati del Sì – erano ben undici, c’erano tutte le categorie dai penalisti agli sportivi – per spiegare la necessità di una magistratura che “non boicotti” il governo e remi nella sua stessa direzione, magari non sottomessa ma sicuramente allineata al potere politico. Ogni mattina gli italiani hanno visto quel modello agire oltreoceano. Non gli è piaciuto. Ne hanno avuto paura. Sono usciti di casa per dire la loro. E hanno trovato nella difesa della “vecchia” Costituzione lo strumento per chiudere un percorso giudicato ad alto rischio per gli equilibri italiani e forse per il loro stesso, personale, destino.
I numeri notevolissimi dell’affluenza, quel 59 per cento che ha stupito i sondaggisti, sono anche il frutto di questa percezione: la cornice di sicurezze e stabilità che la Carta ha offerto al Paese per ottant’anni non è sostituibile. Non adesso, mentre l’America ci mostra i pericoli della democrazia plebiscitaria. Non con un governo in carica che aspira al premierato, e se vince potrebbe correre in quella direzione.
Nell’ultima settimana prima del voto la maggioranza aveva puntato molto su un concetto: se vince il No sarà impossibile per un decennio rimettere mano alla questione giustizia. In realtà quel che ci dice il voto è un po’ diverso: l’idea di toccare la Costituzione con una prova di forza è infelice e destinata all’insuccesso, chiunque ci provi. Il testo fondativo della Repubblica nasce dal paziente lavoro di incontro e sintesi tra storie politiche diverse, addirittura contrapposte, e chi vuole cambiarlo deve sottoporsi alla stessa fatica.
In fondo la vera buona notizia è proprio questa: persino nell’era del bipolarismo muscolare, il sentimento profondo del Paese rifiuta l’idea di un cambiamento fondato sulla lacerazione della Repubblica. Persino con un governo solidamente maggioritario, gli italiani respingono la prospettiva di una svolta imposta da una parte contro l’altra.
(da lastampa.it)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
FRENO PER IL PREMIERATO, MONTANO DUBBI SULLA LEGGE ELETTORALE
Il mito dell’invincibilità di Giorgia Meloni è crollato sotto i colpi dei 15 milioni di No al
referendum sulla giustizia. Una bocciatura senza appello per la riforma e per la presidente del Consiglio. La personalizzazione del voto degli ultimi giorni non ha portato alla svolta che pure a destra vagheggiavano o comunque speravano: le interviste televisive a raffica, la partecipazione al podcast di Fedez, i video sui social non hanno portato le truppe di centrodestra alle urne.
I Sì sono stati staccati di 2 milioni dai No, fermati a poco più di 13 milioni. In termini percentuali, quando lo scrutinio dei voti degli italiani all’estero non è ancora terminato, è finita 53,4 per cento a 46,6, quasi sette punti di divario (il Sì ha recuperato oltre 100mila voti, chiudendo davanti, 55,3 a 44,7 fuori dall’Italia). Il tocco magico meloniano non c’è stato. L’approccio muscolare, a tratti arrogante, ha spinto gli italiani a dire un secco No.
C’è stata, invece, una festa di partecipazione popolare, con il 59 per cento di affluenza, un bagno di democrazia inatteso, che mette il freno alla brama di pieni poteri della premier. L’ordinamento giudiziario non si tocca, l’antico sogno del centrodestra – con il marchio di Silvio Berlusconi – non è stato realizzato.
Sconfitta politica
La grande corsa alle urne degli elettori per il referendum ha ampliato il significato politico del voto. Nessuno può sminuirne l’esito, non esistono letture consolatorie. È stato respinto il “contesto” della riforma, la sua visione politica, con il desiderio di mettere al guinzaglio i magistrati ponendo il sistema giudiziario sotto il controllo del governo.
Meloni ha preso atto della batosta, pubblicando un video sui social. Scura in volto ha detto che «gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza e rispettiamo la loro
decisione», esprimendo «rammarico per l’occasione persa». E ha ribadito che non ci saranno conseguenze: «Questo non cambia il nostro impegno per continuare con determinazione». Concetto ripreso dal vicepremier Antonio Tajani: «Non cambia nulla». E dal leader della Lega, Matteo Salvini. «Il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione», ha scritto in una nota.
Dunque, nessun effetto sull’esecutivo, come era stato annunciato, ma si deve imporre una modifica dell’agenda. Un primo cambiamento è arrivato nei toni. Tajani, erede di Berlusconi al timone di Forza Italia, ha lanciato l’appello a un «dialogo pacifico e sereno» sulla giustizia, omettendo che la maggioranza non ha concesso nemmeno di approvare un emendamento durante l’iter parlamentare della riforma sulla giustizia. La mano tesa arriva solo dopo il fallimento della prova muscolare. Un ripensamento postumo.
E in ogni caso non si può far finta di niente. Il voto sulla separazione delle carriere era il grimaldello per scardinare la Costituzione. Un lavoro di riscrittura che sarebbe proseguito con altre riforme, che avevano un solo obiettivo: accentrare il potere a Palazzo Chigi. Ancora meglio intorno a una sola persona: Meloni.
Insieme alla separazione delle carriere per i magistrati affonda – o comunque subisce un colpo pesante – un’altra riforma, quella del premierato. Il testo era stato già riposto nel cassetto in attesa di un’approvazione per la prossima legislatura. Ora finirà in archivio a meno che la destra non voglia intestardirsi a sbattere contro la Costituzione con tutti i rischi connessi.
Riforme affondate
Già nelle scorse settimane ai vertici di Fratelli d’Italia c’era una certa prudenza a parlare della riforma, anche se in pubblico era stata rilanciata dalla reggente del partito, la sorella della premier, Arianna Meloni. Resta aperta la questione della legge elettorale: il testo è stato deposito in Parlamento a febbraio, in tutta fretta, in pieno periodo sanremese.
L’esame è stato poi rinviato a dopo il referendum, nell’auspicio di una vittoria che potesse dare la spinta politica all’approvazione. La storia è andata diversamente, le opposizioni escono ringalluzzite. «Non credo che cambierà la nostra agenda parlamentare», ha detto il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami. Ma uno strappo a colpi di maggioranza sulla legge elettorale sarebbe difficile d
spiegare, visto che il cosiddetto Stabilicum è in realtà il Melonellum, cucito intorno ai desiderata della premier.
La sconfitta impone alla destra un’inedita analisi della sconfitta, visto che deve fare i conti con il primo vero ko dalle politiche del 2022. Certo, c’erano state alcune battute d’arresto alle regionali, ma mai perentorie come in questo caso. Le responsabilità cadono inevitabilmente su Meloni, frontwoman del governo, con Salvini che si è tenuto più defilato. Ma il risultato riguarda a cascata l’intera alleanza del centrodestra e più in generale il cosiddetto fronte del Sì. All’inizio della campagna referendaria il vantaggio sul No oscillava – secondo alcuni sondaggi – tra i 10 e i 15 punti percentuali.
Numeri che facevano presagire a una cavalcata trionfale per i sostenitori della riforma. I calcoli erano sbagliati. La gestione della comunicazione è stata disastrosa ed è partita la remuntada del No. Cosa non ha funzionato? Una marea di cose: messaggi aggressivi («il plotone di esecuzione» evocato da Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del ministro Nordio e lo stesso Guardasigilli che aveva parlato di sistema «paramafiosa» al Csm) e contraddittori (è diventata celebre la frase di Giulia Bongiorno che spiegava come la riforma non avesse effetti sulla giustizia).
Gli elettori hanno capito che si tratta di un pasticcio. E non hanno convinto, risultato alla mano, nemmeno le strumentalizzazioni dei casi di cronaca, da Garlasco alla famiglia nel bosco, che nulla c’entravano con il contenuto del testo. Meloni andrà avanti con il supporto degli alleati. Ma da oggi non è più la leader infallibile.
(da editorialedomani.it)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
DA SOLI, CIRCONDATI DA UNA CERCHIA DI MEDIOCRI E OSSEQUIENTI, SI PUO’ ILLUDERE UN PAESE PER UN PAIO DI ANNI. ALLA LUNGA IL POPOLO SI SVEGLIA
Meloni avrebbe una via diretta per risollevarsi, dimostrandosi donna di Stato e non boss di partito. Ammettere che è stato un errore mettere mano alle regole comuni con spirito di fazione e in modo unilaterale. E dire che l’unica riforma della giustizia possibile, alla luce della netta prevalenza del No, si può fare mettendo attorno a un tavolo governo e opposizione (insomma, il Parlamento), e senza escludere dalla discussione la magistratura, parte in causa.
Spiazzerebbe, con una sola mossa, l’opposizione, oggi legittimamente giubilante, e la cosiddetta “magistratura politicizzata”, chiedendo loro: a questo punto, visto che io da sola non ce l’ho fatta, mettetevi in gioco e ditemi voi che cosa dobbiamo fare per migliorare la giustizia in Italia. Ma non lo farà. È troppo convinta non solo del suo carisma, anche del ribaltamento “rivoluzionario” dell’assetto repubblicano, che lei e i suoi considerano greve e illegittimo per congenita insofferenza al Dna antifascista della Repubblica.
L’intera storia di questo governo, a partire dall’accaparramento forsennato dei posti di potere e di sottopotere, come se si trattasse di espugnare palazzi occupati da usurpatori, dimostra una incapacità quasi patologica di accettare la convivenza e il confronto.
Se una delle tare indubbie della storia repubblicana è stato il vizio consociativo, dopo questo voto è sotto accusa il vizio dissociativo del melonismo, il suo porsi come deus ex machina non avendone né il carisma né (oggi possiamo dirlo) il peso elettorale.
Da soli, soprattutto se supportati da una cerchia di mediocri e di ossequenti, si può illudere un Paese per un paio d’anni. Alla lunga, il Paese si scopre meno angusto, più largo e più irrequieto. Quasi come sono le democrazie.
(da Repubblica)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
IPOTESI COLLOQUIO AL QUIRINALE NEI PROSSIMI GIORNI… POSSIBILE CONFRONTO CON LE OPPOSIZIONI SULLA LEGGE ELETTORALE
Incubi notturni, risvegli bruschi e amarissimi. Domenica notte Giorgia Meloni capisce, solo un
miracolo può invertire la rotta di un referendum che punta dritto contro di lei.
Le scrivono i suoi dirigenti, incessantemente: i numeri non tornano, qualcosa sembra essersi inceppato anche in alcuni storici fortini. La premier infine comprende: «Stiamo perdendo».
Rompe il silenzio elettorale, telefona ad Antonio Tajani e Matteo Salvini, che intanto lanciano a loro volta un ultimo appello alla partecipazione. Inutile: attorno a mezzogiorno, i sondaggisti comunicano i primi exit poll, quelli che anticipano lo svantaggio poi ufficializzato alle 15. Una cosa, però, Meloni non riesce a cogliere
finché non la tocca con mano: la portata della sconfitta. La valanga dei giovani, quei due milioni di voti in meno al centrodestra. Non lo immaginava lei, né il suo cerchio magico e neanche la classe dirigente dei Fratelli d’Italia. A quel punto detta la linea ai più fidati: dovete sostenere che andiamo avanti, il resto lo decideremo a mente fredda.
Medita molto altro, soltanto che conosce la politica e sa che la prima reazione deve essere ispirata alla calma. E però c’è rabbia, preoccupazione, risentimento. Accarezza l’idea di un blitz per non farsi rosolare: servirebbe a spiazzare avversari che soltanto ora iniziano a programmare le primarie. È uno scenario sul tavolo, anche se non si può pronunciare, al momento l’unica linea prevede di «andare avanti fino a fine legislatura».
Il video col sottofondo melodico dei “parrocchetti monaci”, i pappagallini verdi che hanno colonizzato Roma Sud, lo registra in un giardino lontano da Palazzo Chigi. Su Whatsapp comunica ai suoi anche un’altra profezia: insisteremo sulla legge elettorale e magari adesso la sinistra, sperando di vincere, potrebbe aderire alla proposta. Ma pure in questo caso, fa parte delle riflessioni del primo giorno: vale insomma fino alla prossima mossa.
In realtà, la presidente del Consiglio è consapevole che il sistema presentato alle Camere poco prima del referendum rischia di essere un reperto confinato nel passato, travolto da 15 milioni di voti. Insistere avrebbe un effetto simile a quello provocato dalle forzature sulla giustizia: mobiliterebbe gli avversari, facendoli gridare al colpo di mano.
Sa anche che gli alleati, adesso, si concentreranno sui propri interessi, più che sul testo scritto da FdI. L’unica strada immaginata a caldo, semmai, è pianificare un appello alle opposizioni per aprire un tavolo che accolga i suggerimenti del centrosinistra per una riforma elettorale, vedendo l’effetto che fa.
Un altro percorso che appare impervio. Prima, comunque, c’è da gestire l’immediato. Il viaggio in Algeria, programmato la settimana scorsa, la porterà domani in Nord Africa. Nei giorni successivi, però, potrebbe andare al Colle per discutere con il presidente della Repubblica di quanto accaduto. È un’opzione che ai vertici del melonismo non escludono, sia pure depotenziando il valore politico. Suggeriscono anche che la premier non esclude di andare alle Camere, magari per richiedere la fiducia, anche se consapevole che questa mossa potrebbe essere
interpretata come un atto dirompente e, dunque, destabilizzante. Per questo legano l’eventualità alla possibilità che Sergio Mattarella le consigli di farlo (scenario neanche lontanamente verosimile, il Quirinale non si esporrà).
Si procede per aggiustamenti progressivi, dunque. Anche l’azzardo di tornare prima del previsto al voto per evitare di governare almeno un anno in un clima di incertezza interna e internazionale non è considerato un’eresia. Ma significherebbe aumentare le chance di un pareggio, dunque trovarsi di fronte al bivio per le larghe intese: i meloniani giurano che la premier non voglia farlo, anche se a quel Parlamento spetterebbe la scelta del prossimo Capo dello Stato.
Eppure, la domanda rimbalza a sera: conviene davvero arrivare ad aprile del 2027, o sarebbe meglio bruciare i tempi e portare il Paese al voto prima? La finestra si restringe a giugno, perché ottobre sarebbe un azzardo, considerata la sessione di bilancio. Dubbi, tormenti.
Due dati, poi, preoccupano Meloni. Il primo: l’enorme affluenza dei giovani – tra loro, quelli delle piazze per Gaza, assieme a chi si è mobilitato sui social in nome di Nicola Gratteri. Il secondo: il voltafaccia del Sud Italia. Strappo enorme, che lascia temere per le politiche, soprattutto se dovessero restare i collegi del Rosatellum.
Il resto è armamentario polemico buono per il giorno della sconfitta: la rabbia della premier per le uscite scomposte di Carlo Nordio (a proposito, rischiano il posto Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi), per lo scarso impegno dei leghisti, per la campagna timida di Forza Italia. Colpa loro, anche se la sconfitta è sua, il voto contro di lei. Infine, gli spettri.
Quelli che indica Giovanbattista Fazzolari, denunciando il rischio che le toghe blocchino i provvedimenti del governo come prima, più di prima. Parla per la premier, come sempre. E il messaggio assomiglia a quelli che hanno preceduto il referendum. Il risultato, va detto, non è stato dei migliori.
(da Repubblica)
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