Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL SINDACATO: “DA NOI STIPENDI SOTTO LA MEDIA UE, COSI’ RISCHIAMO CHE PARTANO TUTTI”
Sul sito dell’Institut français Italia compare un’offerta di lavoro rivolta agli infermieri
italiani disposti a trasferirsi in Canada. Stipendi fino a tre volte più alti rispetto a quelli italiani, trasferimento pagato e supporto completo per immigrazione e formazione linguistica. L’unico requisito è essere un infermiere e avere un livello di francese intermedio. Un’offerta che preoccupa in un sistema che continua a fare i conti con una carenza di personale. Iniziative di questo tipo rischiano di rendere ancora più concreta una fuga già in atto. «Quando arrivano bandi del genere, è inevitabile che gli infermieri guardino altrove», spiega Salvatore Vaccaro a Open, vicesegretario nazionale Nursind. «Non ci sorprende, ma ci preoccupa». «La possibilità che un infermiere se ne vada è reale», aggiunge. «E spesso chi parte poi non torna più».
L’offerta dal Canada
La proposta riguarda strutture sanitarie di Montréal, tra cui l’Ospedale Santa Cabrini e il Centro di accoglienza per cure a lungo termine Dante, e si rivolge a
infermieri con almeno un anno di esperienza e una conoscenza intermedia del francese. «Sono offerte che inevitabilmente attirano», osserva Vaccaro, perché «garantiscono condizioni complessive migliori rispetto a quelle che oggi molti trovano in Italia». A rendere la proposta particolarmente competitiva è l’insieme delle condizioni. La retribuzione mensile lorda varia tra i 4.380 e gli 8.140 dollari canadesi (ossia 2.750-5.120 euro), ma non si tratta solo di stipendio. Il percorso è strutturato per accompagnare i candidati in ogni fase, dalle pratiche di immigrazione ai corsi di lingua, fino al trasferimento vero e proprio, con i biglietti aerei inclusi. È proprio questa combinazione a fare la differenza.
«Questo bando è sicuramente un campanello d’allarme – aggiunge Vaccaro – , se domani Paesi più vicini come la Scandinavia, la Finlandia o la Norvegia facessero offerte simili, sarebbe ancora più facile che chi lavora già nel sistema scegliesse di andarsene per condizioni migliori».
Il problema degli infermieri in Italia
Ed è qui che emerge il paradosso. Mentre altri Paesi cercano infermieri italiani, in Italia gli infermieri mancano già. Secondo una stima della Corte dei Conti, mancano almeno 60mila infermieri in Italia per garantire livelli adeguati di assistenza. «Con 60mila infermieri non riusciremmo a fare tutto, ma riusciremo almeno a mettere gli ospedali in sicurezza», aggiunge Vaccaro. Una carenza che si riflette direttamente nelle condizioni di lavoro, con turni pesanti, burnout e difficoltà nel garantire servizi adeguati. «La nostra professione ha stipendi abbondantemente sotto la media europea», spiega Vaccaro. Oggi un infermiere guadagna mediamente tra i 1.700 e i 1.900 euro netti al mese, inclusi turni e notti, con margini di crescita molto limitati nel corso della carriera. A questo si aggiunge il carico di lavoro. «Un infermiere può trovarsi a seguire più di 12 pazienti, quando gli standard internazionali si fermano a sei», sottolinea. «Ci sono studi che dimostrano che superare i sei pazienti aumenta la mortalità». Una pressione che si traduce in stress, burnout e crescente frustrazione. Secondo il sindacato, inoltre, la situazione non è migliorata nemmeno dopo la pandemia. «Noi viviamo ancora come se fossimo sotto Covid dal punto di vista degli organici», osserva Vaccaro. «Il sovraffollamento nei pronto soccorso c’era prima e c’è ancora, così come le aggressioni al personale. Non è cambiato nulla».
Come evitare la fuga di infermieri
Per il sindacato, il problema non è impedire agli infermieri di partire, ma capire perché sempre più spesso scelgono di farlo. «Bisogna creare le condizioni per restare», spiega Vaccaro, indicando una serie di interventi che vanno ben oltre il solo aumento degli stipendi. La questione riguarda anche le prospettive di carriera, oggi molto limitate. «Si parte da circa 1.600 euro e si arriva a poco più di 2.000 euro a fine carriera», osserva, un’evoluzione che difficilmente regge il confronto con l’aumento del costo della vita. A questo si aggiunge il tema del welfare, che incide soprattutto sulle donne. «Tra turni e mancanza di servizi come gli asili nido, conciliare lavoro e famiglia diventa complicato», sottolinea, contribuendo a spingere molti a lasciare l’ospedale o il Paese. In questo scenario, offerte come quella canadese diventano più di una semplice opportunità, ma un’alternativa concreta. «Possiamo provare a convincerli a restare», conclude Vaccaro, «ma quando cercano condizioni migliori, è difficile dargli torto».
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
LA GIUSTIZIA FRANCESE INDAGA SUL SUO RUOLO NELLA GESTIONE DELLA CRISI MIGRATORIA
Un giudice francese ha disposto l’apertura di un’inchiesta nei confronti dell’eurodeputato del Rassemblement National, Fabrice Leggeri, per i reati di complicità in crimini contro l’umanità e di tortura, a seguito di una denuncia presentata nel 2024 dalla Lega per i diritti dell’Uomo (LDH). Lo riporta l’Agence France-Presse (AFP), ripresa da Le Monde. L’organizzazione accusa Leggeri, ex direttore dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere Frontex dal gennaio 2015 all’aprile 2022, di aver tollerato o favorito pratiche che avrebbero violato i diritti dei migranti. Secondo la LDH, Leggeri avrebbe «tollerato respingimenti illegali» e, pur non essendo direttamente responsabile delle operazioni delle autorità nazionali, avrebbe «promosso politiche tese a rendere sempre più difficile l’ingresso nell’Unione europea per chi cercava protezione». L’agenzia europea è da
tempo sotto accusa per aver effettuato respingimenti di massa di richiedenti asilo, in violazione delle leggi Ue e del diritto internazionale.
La denuncia
Nel testo della denuncia si legge che l’ex direttore avrebbe “incoraggiato” agenti di Frontex a facilitare l’intercettazione di imbarcazioni di migranti da parte delle autorità libiche e greche, operazioni che, secondo i firmatari, avrebbero esposto le persone soccorse a violenze, condizioni di detenzione arbitrarie e rischi gravi per la vita. Leggeri, che ha lasciato la guida di Frontex nel 2022 mentre l’Ufficio europeo di lotta antifrode (OLAF) indagava su presunte violazioni, è entrato in politica nel 2024, candidandosi con il partito di Marine Le Pen e ottenendo un seggio al Parlamento europeo.
(da agenzie)
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Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL TESTIMONE: “SI PARTIVA DAL MINISTERO CON LE AUTO CON LAMPEGGIANTI. A TAVOLA IN 30-40-60”… CHI HA PAGATO IL CONTO?
Chi ha pagato il conto dimm Andrea Delmastro alla Bistecchieria d’Italia? La domanda è
importante perché la risposta potrebbe configurare il peculato. Ovvero il reato del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che «si appropria di denaro o cose mobili della Pubblica Amministrazione di cui ha il possesso per ragioni d’ufficio».
L’ipotesi la ventila stamattina il Corriere della Sera. E intanto uno dei presenti alle cene dice al Fatto che «non erano certo riservate. Si partiva dal ministero con quattro o cinque auto con i lampeggianti. E si finiva a tavola che eravamo in 30, 40, a volte anche 50 persone. C’era chiunque».
Ovvero: «Membri del governo, come Delmastro, capi di gabinetto come Bartolozzi. Massimi dirigenti dell’Amministrazione penitenziaria. Ma anche agenti di scorta che nulla c’entravano con quelle discussioni delicatissime. Per non dire del personale del ristorante».
E c’era anche Mauro Caroccia: «In alcune circostanze ricordo di averlo visto girare tra i tavoli, anche dove c’era Delmastro». A testimoniare il tutto c’è anche un video del settembre 2025. All’epoca Caroccia ha ricevuto la seconda condanna in Appello ed è in attesa della Cassazione. Annuncia su TikTok l’inaugurazione del locale in via Tuscolana. E dice: «Sono tornato. Ci sono io in sala, questo locale è ancora più bello degli altri»
Il video prosegue con un interlocutore che fa una domanda: «E il nome?». La replica del prestanome dei Senese: «Lasciamo stare, è una lunga storia». Dell’ipotesi peculato per le cene istituzionali di Delmastro con Bartolozzi e altri dirigenti invece parla il Corriere della Sera. Mentre la questione del nome si spiega con gli altri locali di Caroccia: “Baffo 2018”, “Baffo 2 Fish”, “Baffolona Burger”. Adesso, fa capire, ha dovuto cambiare nome. E non per sua iniziativa. Ma per scelta di qualcun altro. Forse i suoi nuovi soci? Di certo il fratello Daniele ha fatto notare
l’assonanza tra il nome Bistecchieria d’Italia e Fratelli d’Italia. Così come il simbolo con i tre colori della bandiera italiana sembra essere già visto.
L’interrogatorio
Nelle prossime settimane i pubblici ministeri di Roma che indagano su Mauro e Miriam Caroccia per intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso potrebbe sentire il sottosegretario come testimone. Intanto si muove anche la procura di Torino. Come anticipato da La Stampa, i pm valutano l’apertura di un fascicolo gemello di quello romano. Per approfondire gli aspetti societari meno chiari. Come la cessione delle quote di Delmastro. E la mancata dichiarazione alle istituzioni di appartenenza. Delmastro non ha comunicato la costituzione della società alla Camera, così come Chiorino e Zappalà in Consiglio regionale Piemonte.
(da Open)
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Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile
PERSONAGGIO INDEGNO DI RICOPRIRE UNA CARICA PUBBLICA
Con quel sorriso un po’ così, e dopo aver messo in cantina il senso del suo ruolo istituzionale, l’assessore ventimigliese al turismo Serena Calcopietro (in quota Fratelli d’Italia), ha pensato bene di esprimere il suo giudizio sull’esito del Referendum. Secondo Calcopietro gli italiani che hanno deciso per il No sono «a bunch of old school retros scared idiots», ovverosia «un gruppo di retrogradi della vecchia scuola, idioti spaventati».
Ancora: «We deserve shit justice and left corrupted magistrates», ovvero «meritiamo una giustizia di merda e magistrati di sinistra corrotti». Il Partito democratico sostiene che dichiarazioni di questo tenore non sono soltanto offensive, «ma incompatibili con un incarico pubblico». A Ventimiglia, spiegano i Dem, hanno votato per il no 3.565 persone. In Italia sono 15 milioni: il che significa che tra i No ci sono anche molti elettori del centrodestra. Le dichiarazioni di Calcopietro sono un’analisi politica un po’ frettolosa e superficiale. E soprattutto non tengono conto del fatto che anche lei, quando scadrà il suo mandato, avrà bisogno di quel branco di idioti spaventati. La politica dimentica in fretta, il popolo sovrano si direbbe di no.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
CON UNA NOTA, PALAZZO CHIGI FA SAPERE CHE LA DUCETTA “ESPRIME APPREZZAMENTO PER LA SCELTA DEL SOTTOSEGRETARIO ALLA GIUSTIZIA ANDREA DELMASTRO E DEL CAPO DI GABINETTO GIUSI BARTOLOZZI DI RIMETTERE GLI INCARICHI FINORA RICOPERTI. AUSPICA CHE, SULLA MEDESIMA LINEA DI SENSIBILITÀ ISTITUZIONALE, ANALOGA SCELTA SIA CONDIVISA DAL MINISTRO DEL TURISMO DANIELA SANTANCHÈ”
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni “esprime apprezzamento per la scelta
delSottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e del Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione.
Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè”.
Lo riferisce una nota di Palazzo Chigi
Il pomeriggio è iniziato con due addii in poche ore. Lascia il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, avvocato e amico personale della premier, e fa la stessa scelta la capo gabinetto di via Arenula, Giusi Bartolozzi. Un clima che aveva reso credibile che a fare valutazioni analoghe potesse essere anche la ministra del Turismo, coinvolta in ben tre fascicoli di indagine. Ad accreditare questa ipotesi è stato per prima l’edizione on line del Corriere della Sera ma dal suo ministero avevano smentito con forza: «Sta lavorando ha altre riunioni in programma anche domani», fanno sapere ad Open. Poi è arrivata la nota da Chigi: netta.
Nel pomeriggio di oggi, 24 marzo, dopo alcune indiscrezioni hanno scelto di lasciare anche Bartolozzi e Delmastro. Il secondo ha deciso di rilasciare anche una dichiarazione alla stampa difendendosi e dicendosi tranquillo per l’inchiesta che, pur non coinvolgendolo direttamente per ora, riguarda l’intestazione fittizia di beni da parte della sua socia in affari, figlia di un prestanome della Camorra: «Ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
INDAGATA CON L’ACCUSA DI FALSE DICHIARAZIONI NEL CASO ALMASRI, LA SUA USCITA DA VIA ARENULA ERA CASOMAI PREVISTA DOPO AVER OTTENUTO LO SCUDO PENALE DAL PARLAMENTO, AL PARI DEL MINISTRO NORDIO E DEL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO… SENZA LO ”SCUDO”, LA ZARINA RISCHIA IL RINVIO A GIUDIZIO E PROCESSO, SE SBOTTA LA BARTOLOZZI, CHE E’ CONOSCENZA DELL’INTERO INTRIGO, POTREBBERO VOLARE CAZZI AMARI SU PALAZZO CHIGI
“Ho consegnato oggi le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio”. Lo dichiara in una nota Andrea Delmastro Delle Vedove.
Il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi e il sottosegretario Andrea Delmastro sono a colloquio con il ministro della Giustizia Carlo Nordio negli uffici di via Arenula. Secondo quanto si apprende da fonti informate, si va verso le dimissioni dei due.
Secondo quanto risulta all’agenzia Italpress Giusi Bartolozzi ha rassegnato le dimissioni dalla carica di capo di gabinetto del ministero della Giustizia, che ricopriva dal 19 marzo 2024.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
MA LA DUCETTA SI E’ RINTONTITA CON IL POTERE: COME SCRIVE “LA STAMPA”, MELONI NON VUOLE NEANCHE CHIEDERE UN VOTO DI FIDUCIA IN PARLAMENTO… RESTANDO A PALAZZO CHIGI SI LOGORERA’ PER LE FOLLIE DEL SUO AMICO TRUMP, PER LA BENZINA A 2 EURO A LITRO, PER LE GAFFE DI NORDIO, PER I RISVOLTI GIUDIZIARI DELLE INCHIESTE SU DELMASTRO E SANTANCHE’ E PER LE DIVISIONI NELLA COALIZIONE (FORZA ITALIA E LEGA RIBOLLONO COME DUE PENTOLE DI FAGIOLI), ARRIVANDO ALLE POLITICHE DEL 2027 COTTA A PUNTINO
Era attesa a Palazzo Chigi, dove avrebbe dovuto assistere allo spoglio, ma alla fine ha preferito restare lontana dall’epicentro della festa del No […] In piazza hanno chiesto le sue dimissioni […] Ore 16.45, Giorgia Meloni registra un video che inaspettatamente pubblica molto presto, appena saputo l’esito del voto. […]
Il filmato ha una fattura amatoriale, evidentemente frutto di una decisione improvvisa: lo registra da sola, davanti a una siepe, con in sottofondo il cinguettio degli uccellini, l’inquadratura troppo tremolante. La premier appare fiaccata dalla sconfitta, amareggiata, il grigio del maglioncino scatena i social che, impietosi, lo paragonano alla tuta che indossò l’influencer Chiara Ferragni nel video di scuse dopo la storiaccia del pandoro-gate.
Meloni passerà tutto il giorno al telefono […]I vertici di Fratelli d’Italia sono disorientati, incerti su come reagire. Temono che le prossime settimane e i prossimi mesi si faranno più duri. C’è sempre come un’onda in politica, che si gonfia e può diventare incontrollabile, sia quando ti porta su, al successo, sia quando ti trascina giù nei consensi.
Questo è stato il primo indubitabile tonfo di Meloni, e i suoi non nascondono un’evidenza: che è stato un voto contro di lei. Un voto che ha esaltato l’elettorato più giovane quello che con il governo di destra si era già confrontato in autunno, dalle piazze per Gaza. Qualcosa, sostiene Meloni, non ha funzionato anche nella campagna per il Sì e l’analisi personale della leader – ci viene riferito – si concentra pure sulla scelta di mettere se stessa alla testa della sfida, come ha fatto, da frontwoman mediatica, quasi quotidianamente nelle ultime settimane.
Manca all’incirca un anno alle politiche del 2027: il tempo non è tanto, ma è abbastanza per riuscire a compiere altri errori. Non è escluso che Meloni salirà al Quirinale. Un atto di cortesia istituzionale, per un confronto con il presidente della Repubblica[…] Niente di più. Anche per non trasmettere l’immagine di una crisi in corso. Potrebbe andarci di ritorno dall’Algeria, dove è attesa domani, e con l’occasione allargare il colloquio al Colle anche ai nodi internazionali, dall’energia, a Donald Trump, alla guerra in Iran.
Non ci sarebbe, invece, la minima intenzione di chiedere una nuova fiducia in Parlamento, perché un ipotetico Meloni II comprometterebbe l’obiettivo che si è data di arrivare a settembre, per incassare il record di presidente del Consiglio più longevo della storia. La premier ha smentito più volte lo scenario del voto anticipato. Ma è vero che accanto a lei qualcuno ha ventilato questa possibilità. Tra i parlamentari più in vista di FdI si sostiene sia Giovanbattista Fazzolari, principale consigliere di Meloni a teorizzare la tentazione di portare gli italiani prima del tempo alle urne per non farsi logorare e per sfruttare le divisioni che ancora regnano nel centrosinistra.
E forse non a caso è proprio Fazzolari, unica voce di Palazzo Chigi autorizzata ieri a parlare, a paventare un complotto delle toghe: «Il risultato di questo referendum è quello di legittimare le scelte della magistratura su una serie di temi: noi vediamo che l’azione del governo spesso viene rallentata sul fronte di immigrazione e sicurezza da decisioni che la magistratura non condivide. La preoccupazione è che potrebbe diventare ancora più invasiva».
Nei piani di Meloni adesso ci sarebbe lo sprint sulla legge elettorale, tatticamente depositata in Parlamento prima del referendum. Le percentuali del No rendono più complicato convincere i partiti di opposizione a sedersi al tavolo e ragionare su una legge che prevede un premio di maggioranza considerato eccessivo dal campo largo.
C’è un timore, poi, che si fa largo nelle riflessioni a caldo tra Palazzo Chigi e il partito: la sconfitta al referendum segna anche l’addio all’unica riforma che Meloni avrebbe potuto sventolare come successo di legislatura. È un argomento che useranno le opposizioni a partire da oggi: il governo più stabile politicamente della storia non è riuscito a fare nemmeno una riforma significativa
Qualcuno pagherà per questo, sussurrano a Via dello Scrofa. E tutti gli indizi portano in direzione del ministero della Giustizia, alla capa di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, mal tollerata da Meloni e protagonista di una delle dichiarazioni più infelici contro i magistrati. La resa dei conti potrebbe travolgere anche il sottosegretario Andrea Delmastro perché ha creato un enorme imbarazzo
(da La Stampa)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
A NULLA E’ SERVITA L’ESPOSIZIONE DI MARINA E PIER SILVIO BERLUSCONI, IN NOME DI BABBO SILVIO – LA SCOPPOLA E’ FERALE PER TAJANI E LA SUA “BANDA DI LAZIALI” (GASPARRI E BARELLI) INCAPACI DI MOBILITARE GLI ELETTORI NELLA LORO REGIONE (NEL LAZIO IL “SI” SI E’ FERMATO AL 45,4%) … IL “NO” HA SBANCATO IN SICILIA, CALABRIA E BASILICATA, REGIONI GOVERNATE DA FORZA ITALIA CON SCHIFANI, OCCHIUTO E BARDI … FRANCESCA PASCALE: “VEDENDO GASPARRI IN TV DIRE SÌ, PERSINO IO AVREI VOTATO NO”
Il pomeriggio più tetro, a destra, è quello di Forza Italia. Gli azzurri sognavano di dedicare la
vittoria a Berlusconi, con le due dita al cielo tipo Kakà ai bei tempi rossoneri, e invece si ritrovano a masticare amaro.
Con l’ultima beffa, recapitata dai sondaggisti: quasi un elettore su cinque del partito dell’ex Cavaliere ha votato no alla riforma bandiera, la separazione delle carriere. Tra le forze politiche della maggioranza, FI sconta insomma il dato peggiore di dissidenza rispetto alla linea ufficiale: quasi il 18% degli elettori ha cassato la legge, dati Opinio per la Rai.
Numeri che rimbalzano fino a Milano. Sorprendono Marina Berlusconi, confida chi l’ha sentita in queste ore tribolate. La primogenita del fondatore di FI si era spesa in prima persona nella campagna referendaria. E adesso viene descritta così: delusa, «amareggiata». Anche se «rispettosa» del responso delle urne, per quanto decisamente più agro che dolce, nella lettura che arriva dall’ex “real casa” di Arcore (e a proposito: pure ad Arcore ha vinto il no, anche se di un soffio, 47 voti).
Marina Berlusconi ha passato la giornata al telefono. Contatti con la premier, Giorgia Meloni, per condividere il dispiacere. E un paio di chiamate ad Antonio Tajani, una prima, una dopo il patatrac.
Strigliata alle viste? Nel gruppone dei parlamentari azzurri in realtà non prevedono repulisti. Il vicepremier non avrebbe insomma un avviso di sfratto sul bavero della giacca. «Ha fatto quello che poteva», concedono i Berlusconi.
Però dall’entourage della primogenita continua a trapelare – e si fa più insistente a maggior ragione oggi – la richiesta di un rinnovamento ai vertici del partito. Senza mettere in discussione Tajani, ma altri sì. Il segretario qualcosa farà: c’è la tentazione di anticipare i congressi regionali, con il via entro aprile.
Da fuori, punge Francesca Pascale, che di Berlusconi è stata compagna per quasi un decennio: «Vedendo Gasparri in tv dire sì, persino io avrei votato no…», si sfoga a passeggio dietro Montecitorio.
«Tajani dovrebbe dimettersi? Non ha leadership, tanti giovani liberali non hanno votato, perché non si sono sentiti coinvolti e rappresentati. FI non ha fatto abbastanza. Salvo solo Giorgio Mulè». Il vicepresidente della Camera, recordman di visualizzazioni sui social del sì.
Tra gli azzurri (e pure nella cerchia di Tajani) si spulciano numeri, si additano colpevoli. In Sicilia, sul banco degli imputati finisce Renato Schifani: il no ha scavallato il 60%
Tajani in pubblico si fa conciliante: «Ci inchiniamo al popolo sovrano, l’alto grado di partecipazione è una grande prova di democrazia, abbiamo fatto tutto il possibile». Il ministro Paolo Zangrillo si rammarica: «Avrei voluto dedicare la riforma a Berlusconi, ma non è un voto politico».
Sottotraccia, però, tra gli azzurri montano i malumori anche verso gli alleati. Contro i leghisti poco mobilitati: «Un loro elettore su tre non è andato ai seggi». Sbuffi d’irritazione raggiungono pure contro il duo Delmastro-Bartolozzi.
C’è chi scommette che nel chiuso di Chigi, dai forzisti arriverà un suggerimento alla premier: quei due ci hanno danneggiato, una riflessione sulla loro permanenza al governo va fatta. Assomiglia a un benservito. A Meloni un messaggio è già arrivato sulla legge elettorale: «Bisogna sedersi con l’opposizione – avverte Mulè – e trovare un equilibrio».
(da il Fatto Quotidiano)
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Marzo 24th, 2026 Riccardo Fucile
QUINDI DELMASTRO NON POTEVA NON SAPERE CHI FOSSE QUELL’UOMO, USATO DALLA CAMORRA PER RIPULIRE IL DENARO SPORCO – L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI ROMA PER INTESTAZIONE FITTIZIA E RICICLAGGIO SI CONCENTRA SUI SOLDI
Mauro Caroccia promuove il ristorante La bisteccheria d’Italia – video del 25 settembre 2025. «Il baffo non c’è più, ora è Bisteccheria d’Italia. Il nome? Lascia stare, è una storia lunga, lascia perdere, lascia sta’». La frase è pronunciata con un certo imbarazzo da Mauro Caroccia, davanti a una telecamera.
È da video come questo che parte l’indagine con cui la procura di Roma ora mira a comprendere il giro di soldi, le sponsorizzazioni a radio calcistiche e tv che ruotano intorno al ristorante fondato dalla figlia del pregiudicato insieme al sottosegretario Andrea Delmastro e ad altri politici di Fratelli d’Italia.
In quel video emergono altre prove di una verità ormai nota: il sottosegretario alla Giustizia non poteva non sapere — come dice — chi fosse Mauro Caroccia, il patron della catena “Baffo” utilizzata dai clan per ripulire il denaro L’uomo — per Delmastro — non era soltanto il padre della ragazza diciottenne con cui aveva fondato la 5 Forchette Srl. Era anche altro: un volto noto dentro la sua “Bisteccheria Italia”. Un dipendente del locale.
Il video in questione è datato 25 settembre 2025. Caroccia è lì, serve ai tavoli, parla, promuove il ristorante. Lo fa otto mesi dopo la condanna in Appello, arrivata a gennaio 2025. In quel momento Delmastro è ancora all’interno della società. Le quote le cederà in fretta, ma solo più avanti.
Alla domanda sul nome del ristorante, Caroccia si irrigidisce. «Lascia stare, è una storia lunga». Dentro l’imbarazzo, il passato che ritorna, il marchio che suona familiare: «Bisteccheria d’Italia».
“Baffo” non è un nome qualunque. È un locale già sequestrato, in tutte le sue versioni: “Baffo 2018”, “Baffo 2 Fish”, “Baffolona Burger”. E in quel video Caroccia lega la Bisteccheria a Baffo. Un mondo già sotto i fari dall’antimafia.
Le aziende dei Caroccia infatti sono osservate da tempo. Dopo la sentenza definitiva, la guardia di finanza torna a controllarle. E trova quel video, la nuova attività. Poi il lavoro classico: seguire i nomi, seguire i soldi. I nomi portano alla Bisteccheria.
E la Bisteccheria porta a una rete. Dentro ci sono la figlia di Caroccia, Delmastro, e altri esponenti di Fratelli d’Italia: Elena Chiorino, Davide Eugenio Zappalà, Cristiano Franceschini. E poi Daniela Pelle, imprenditrice vicina al partito.
Padre e figlia finiscono nel registro degli indagati. Forse non solo loro. Perché il meccanismo è sempre lo stesso. Prestanome, amici e parenti. «Sarei contento se tu ci mettessi Sonia», diceva Angelo Senese, fratello del boss Michele ‘O pazz. Una frase che somiglia a un metodo.
E poi ci sono i soldi. Gli investigatori cercano di capire da dove arrivano quelli usati per aprire la Bisteccheria d’Italia. Come abbia fatto una diciottenne a entrare nell’operazione. E perché paga in contanti le quote quando i soci politici decidono di uscire: 5mila euro. L’indagine è anche sul cash che circolava dentro il ristorante, sulle sponsorizzazioni che, in passato, Caroccia veicolava verso radio locali già al vaglio dall’antimafia.
E infine la domanda più semplice: chi pagava le cene, gli incontri, le serate con politici e funzionari? La deputata Chiara Appendino la mette così: serve chiarezza totale. Bisogna escludere, tracciamenti alla mano, «che anche un solo euro pubblico sia finito lì dentro». È la stessa domanda che si fanno i magistrati.
(da La repubblica)
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