Destra di Popolo.net

“IL VIZIO DELLA DESTRA SOVRANISTA È STATO PENSARE CHE UN’EGEMONIA CULTURALE SI CREA CON NOMINE E DECRETI”. LO STORICO GIANNI OLIVA: “ALLA DESTRA MANCA UN’IDEOLOGIA DEFINITA. CHE FORMA DI EGEMONIA SI ESERCITA PROMUOVENDO BEATRICE VENEZI A LA FENICE? E CHE SENSO HA AFFIDARE LA DIREZIONE DELLA BIENNALE A BUTTAFUOCO PER POI CRITICARNE APERTAMENTE LE SCELTE?”

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

“E PERCHÉ ESCLUDERE UN INTELLETTUALE COME MARCELLO VENEZIANI, TANTO SCOMODO QUANTO CAPACE? QUANDO L’EGEMONIA SI COSTRUISCE SULL’ASSENZA DI CULTURA, I RISULTATI NON POSSONO CHE ESSERE QUESTI: POLEMICHE, IRRIGIDIMENTI, DIMISSIONARI, DIMISSIONATI”

Inutile elencare gli infortuni del Ministero della Cultura nell’era Meloni, che hanno riempito (e riempiono) pagine di giornali. Il tema, semmai, è che cosa sottintendono, al di là delle polemiche occasionali.
Il primo vizio sta nella premessa: la Destra, almeno dagli anni Settanta, ha patito un complesso di inferiorità e denunciato la supposta egemonia culturale della Sinistra. Vero è che molti intellettuali hanno espresso posizioni di sinistra e assunto potere in enti cultural, ma la cultura “egemone”, in Italia, è sempre stata quella cattolica.
Lo è stata persino nei decenni lontani di fine Ottocento, quando lo Stato era profondamente laico: Cuore, il pilastro della pedagogia italiana, ignora il Natale, la Pasqua, le preghiere, ma riflette un sentire comune fatto di buoni propositi, di maniere corrette, di fratellanza, di educazione al sacrificio, di comprensione tra le classi
Una cultura che ha continuato ad essere tale nell’Italia del Ventennio, dove le liturgie di regime hanno creato spettacolo ma non hanno trasformato il contadino italiano in un acrobata che salta nel cerchio di fuoco; e lo è rimasta nell’Italia democristiana della Prima Repubblica, a dispetto dei tanti registi, scrittori, pittori che guardavano al Partito comunista.
Il secondo vizio è stato pensare che un’egemonia si crea con nomine e decreti. Per almeno due secoli il dibattito filosofico si è domandato se è l’ideologia a generare la realtà (idealismo) o la realtà a generare l’ideologia (materialismo).
La Destra ha affrontato il tema in assenza di un’ideologia definita. Quale è l’identità della Destra, oggi? Qua e là sono stati raccolti spunti di provenienze differenti: Tolkien, nel cui universo narrativo si esprimono gerarchie sociali apparentemente allusive a distinzioni razziali (ma Tolkien si espresse durante contro il razzismo nazista); Atreju, protagonista de La storia infinita il cui autore, Michael Ende, pur rifiutando etichette politiche specifiche, era vicino a posizioni progressiste e ambientaliste; all’esordio del governo Meloni è stato richiamato come uomo di destra Dante Alighieri e il ministro Sangiuliano ha immaginato un pantheon di riferimenti che spaziavano da Giuseppe Prezzolini, a Benedetto Croce, a Giovanni Gentile ma coinvolgevano anche Piero Gobetti e Antonio Gramsci.
La somma di citazioni e di appropriazioni non basta a fare un’identità. E mancando un’identità manca un progetto: quale è il progetto di informazione e programmi per rilanciare la televisione pubblica?
Quale è il progetto per sviluppare il teatro, il cinema, la musica, la danza, l’arte partendo dalle generazioni più giovani? Quale è il progetto per sostenere l’editoria? Quando la partenza è fondata su premesse sbagliate, lo sviluppo non può che essere sbagliato.
Che forma di egemonia culturale si esercita promuovendo Beatrice Venezi a La Fenice? Esiste forse un modo di “destra” o “sinistra” di dirigere un’orchestra? E che senso ha affidare la direzione della Biennale ad un uomo di valore (oltreché di area) come Pierangelo Buttafuoco per poi criticarne apertamente le scelte? E, ancora, perché escludere un intellettuale come Marcello Veneziani, tanto scomodo quanto capace?
L’egemonia culturale si costruisce quando c’è assonanza tra la forza politica al governo e il sentire comune: “egemonia” significa la costruzione di consenso attorno ad un sistema valoriale e come tale richiede tempo, intelligenze, aperture.
Quando la si costruisce sull’assenza di cultura, i risultati non possono che essere questi: polemiche, irrigidimenti, dimissionari, dimissionati. E l’egemonia meloniana (come ha scritto ieri su La Stampa Alberto Mattioli) finisce in macerie.
Gianni Oliva
per “La Stampa”

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TRUMP E XI JINPING, CHE SI INCONTRERANNO A PECHINO, NON POSSONO PERMETTERSI DI FARSI LA GUERRA

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

“WASHINGTON E PECHINO RESTANO SIMULTANEAMENTE RIVALI STRATEGICI E PARTNER NECESSARI. TRUMP CERCA RISULTATI SPENDIBILI NEGLI USA: EXPORT AGRICOLO, BOEING, TREGUA COMMERCIALE, INVESTIMENTI… XI PUNTA A RIDURRE LA PRESSIONE AMERICANA SU COMMERCIO, TECNOLOGIA E DETERRENZA ASIATICA. LA DIFFERENZA TRA I DUE LEADER È CGE TRUMP PENSA IN TERMINI DI “DEAL”, XI IN TERMINI DI TRASFORMAZIONI STORICHE

Il vertice di Pechino tra Trump e Xi arriva in un momento instabile per le relazioni tra Usa e Cina. Sul tavolo non c’è più soltanto il commercio. Guerra economica, crisi energetica, competizione tecnologica e deterrenza militare rischiano ormai di convergere in un’unica crisi sistemica.
Supply chain, semiconduttori, AI, terre rare e dati sono diventati strumenti di sicurezza nazionale.
È il grande paradosso di questa fase storica: Washington e Pechino restano simultaneamente rivali strategici e partner necessari.
Sul piano economico Trump cerca risultati immediatamente spendibili negli Usa: export agricolo, Boeing, tregua commerciale, investimenti. È la logica delle cinque “B”: Boeing, Beef, Beans, Board of Trade e Board of Investment, cioè gestire la competizione senza rompere l’interdipendenza.
Xi ragiona invece secondo una logica diversa. Le tre “T” – Tariffs, Technology, e Taiwan – definiscono le priorità strategiche cinesi: ridurre la pressione americana su commercio, tecnologia e deterrenza asiatica.
È la differenza tra i due leader. Trump pensa in termini di “deal”. Xi in termini di trasformazioni storiche. La Cina non ragiona in cicli elettorali, ma in cicli industriali, tecnologici e strategici. Lo confermano le scelte del XV piano quinquennale cinese.
Pechino vuole sopravvivere al contenimento occidentale, dominare la manifattura avanzata e trasformare superiorità industriale in influenza geopolitica permanente. Ha bisogno, soprattutto, di preservare i flussi di commercio e le proprie esportazioni per consentire una crescita sufficiente a contenere la disoccupazione interna.
Ed è questo che preoccupa Washington: la guerra economica americana non sta rallentando la macchina industriale cinese. In molti casi sta addirittura accelerando la corsa di Pechino verso autosufficienza tecnologica e supremazia manifatturiera.
Non a caso Trump arriverà accompagnato da importanti amministratori delegati Usa, da Apple a Boeing, da BlackRock a Tesla. È la contraddizione centrale
americana: mentre Washington parla di contenimento strategico, una parte del capitalismo americano continua a dipendere dal mercato e dalle “supply chain” cinesi.
Ma il vertice non può essere compreso senza la crisi iraniana. La guerra con Teheran ha prodotto tre effetti strategici: aumento della vulnerabilità energetica globale, trasferimento di risorse militari americane verso il Golfo e crescente convinzione cinese che gli Usa fatichino a sostenere simultaneamente più fronti.
Pechino osserva il logoramento militare americano e lo spostamento di portaerei dal Pacifico. La domanda cinese ormai non è più soltanto se Washington voglia difendere Taiwan, ma se possa farlo efficacemente mentre resta impantanata in Medio Oriente.
Hormuz controlla i flussi energetici globali. Taiwan quelli tecnologici. Uno è il rubinetto del petrolio mondiale. L’altra l’interruttore dell’economia digitale. Taiwan è l’Hormuz del silicio.
Iran e Taiwan non sono, quindi, più crisi separate. Sono i due grandi colli di bottiglia della globalizzazione contemporanea.
L’incontro Trump-Xi ha soprattutto una dimensione sistemica. La geopolitica ora non ruota più soltanto attorno al controllo del territorio, ma dei flussi: energetici, tecnologici, logistici, finanziari. È questo che collega Iran, Taiwan e Cina entro lo stesso quadro strategico.
Il vero obiettivo del vertice, dunque, non è migliorare le relazioni. È piuttosto evitare il loro corto circuito. «Stabilità», ora, significa impedire che i rapporti peggiorino.
La relazione Usa-Cina entra così in una fase di «ostilità stabilizzata»: una convivenza competitiva segnata da diffidenza reciproca permanente. Ciò perché Usa e Cina ragionano ormai soprattutto in termini di vulnerabilità sistemica. Gli Usa temono dipendenza industriale e terre rare cinesi.
La Cina teme strangolamento tecnologico ed escalation tariffaria. Il vertice, quindi, non serve a costruire fiducia ma a gestire la paura reciproca. Anche la possibilità che Trump e Xi riescano a imporre limiti all’espansione delle rispettive guerre
economiche sarebbe già un successo. Questo spiega una delle contraddizioni più evidenti della fase attuale.
Washington accusa società satellitari cinesi di aver aiutato Teheran attraverso supporto geospaziale avanzato. Ma contemporaneamente chiede a Pechino di esercitare pressione sull’Iran per stabilizzare il conflitto.
In fondo, il vertice rappresenta il tentativo di costruire una forma di “G2 transazionale”: non un’alleanza, ma una coabitazione competitiva forzata tra due potenze che continuano simultaneamente a commerciare, contenersi e prepararsi allo scontro strategico di lungo periodo.
Per questo l’incontro probabilmente non produrrà grandi accordi. Produrrà soprattutto una tregua nel deterioramento dei rapporti. Pechino vuole un’America abbastanza forte da mantenere aperti mercati e rotte commerciali e continuare a importare, ma abbastanza logorata da non riuscire più a contenere l’ascesa cinese. E forse l’immagine che descrive meglio la strategia di Xi è in un’antica formula dell’Arte della Guerra del generale Sun Tzu: osservare le tigri che combattono, dalla cima della montagna.
Ettore Sequi
per “La Stampa”

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URSO, SEI SVEGLIO O DORMI? IL COLOSSO SVEDESE DEGLI ELETTRODOMESTICI ELECTROLUX TAGLIA 1.700 LAVORATORI SU QUATTROMILA IN ITALIA E SPIEGA: “PAGHIAMO L’ACCIAIO IL 31% IN PIÙ DI QUANTO NON ACCADA IN CINA”

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

I SINDACATI, CHE HANNO INDETTO UNO SCIOPERO, DENUNCIANO: “NON SIAMO COMPETITIVI NEMMENO CON L’ACCIAIO DELL’ILVA” … IL MINISTRO DEL MADE IN ITALY RESTA IN SILENZIO E IL GOVERNO DEVE CERCARE “CONTROPARTITE” DA OFFRIRE A ELECTROLUX PER EVITARE I PESANTI TAGLI

Che le cose si stessero mettendo male i sindacati lo avevano intuito già il mese scorso. Prima la decisione di chiudere uno stabilimento in Ungheria – ottocento dipendenti – poi quella di rinunciare alla produzione ad Anderson in Carolina del Sud, altri 1.200 lavoratori.
Il testo della convocazione dell’incontro di ieri con le rappresentanze sindacali a Mestre – è del 28 aprile – aveva confermato le preoccupazioni: «Piano di ottimizzazione e revisione organizzativa».
Nulla di nuovo sotto il cielo del settore degli elettrodomestici: per il governo Meloni è il secondo tempo della vicenda Beko, il gruppo turco che acquistò le attività europee dell’americana Whirpool.
Allora, dopo una lunga trattativa che costrinse la premier a telefonare direttamente a Recep Erdogan, Palazzo Chigi riuscì a evitare la chiusura dello stabilimento ex Merloni di Comunanza, nelle Marche.
Questa volta la faccenda è più complessa: l’annuncio dell’azienda svedese promette di ridurre drasticamente tutte le attività italiane sparse in cinque fabbriche. A marzo di quest’anno Electrolux dava lavoro in Italia a 4.542 persone, quattro anni fa erano 5.700: se andrà in fondo nei suoi piani, ne rimarranno 2.800.
Durante la riunione di ieri davanti ai sindacati raggelati l’azienda ha spiegato di essere costretta ai tagli per la difficoltà a far fronte alla concorrenza cinese e asiatica sui prodotti di gamma medio-bassa. Electrolux in Italia produce ancora di tutto: frigoriferi, congelatori, lavastoviglie, lavatrici, lavasciuga, forni, piani cottura e cappe da cucina.
La ragione di fondo dei tagli è la stessa per tutti, ed è beffarda per il sistema Italia: «Paghiamo l’acciaio il 31 per cento in più di quanto non accada in Cina», hanno spiegato gli uomini di Electrolux.
«Non siamo competitivi nemmeno con l’acciaio dell’Ilva», denuncia il responsabile elettrodomestici dei metalmeccanici Cisl Massimiliano Nobis. Il dettaglio è particolarmente urticante per il governo, perché se c’è una vicenda che in questi quattro anni non ha trovato soluzione è quella dell’Ilva, la cui vendita al fondo
americano Flacks – inizialmente data per certa – è naufragata per l’assenza di una proposta seria.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso – sempre più sotto attacco anche all’interno del governo per i troppi dossier irrisolti – al telefono si chiude nel silenzio: «Ho fatto un comunicato, sto lavorando, non è il momento delle dichiarazioni».
Il comunicato non aggiunge nulla: promette di voler «svolgere tutte le attività di monitoraggio necessarie» e di «mantenere un confronto costante con l’azienda e i sindacati».
Secondo quanto ricostruito, l’idea sarebbe quella di offrire contropartite come quelle che hanno permesso di evitare la chiusura della Beko, salvata in extremis dopo una trattativa fra governi sulle partnership militari di Leonardo e il destino di Piaggio Aerospace, utile a Baykar, l’azienda specializzata nella costruzione di droni militari e guidata dal genero di Erdogan.
Questa volta però il contesto è del tutto diverso, perché Electrolux non è Beko e benché abbia ancora nella famiglia Wallenberg un socio importante, è una public company partecipata da svariati fondi di investimento fra cui l’americano Causeway.
I sindacati speravano che durante l’incontro si materializzasse la cinese Medea, da tempo interessata alle attività europee di Electrolux. «E invece niente», riferiscono i presenti.
(da La Stampa)

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LA CRISI ENERGETICA SPINGE GLI ITALIANI SULLE ROTAIE (TANTI AUGURI…). PER L’ESTATE IL GRUPPO FS REGISTRA UN’IMPENNATA DI PRENOTAZIONI PER I VIAGGI IN TRENO

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

SULLE LINEE FERROVIARIE ITALIANE SONO PREVISTI 1.300 CANTIERI (700 PER LO SVILUPPO DELLA RETE E ALTRI 600 PER LE MANUTENZIONI), CON CONSEGUENTI DISAGI PER I VIAGGIATORI

Paura di volare, in queste settimane di guerre, di prime cancellazioni dei decolli e di iniziali carenze di cherosene. Voglia allora di prendere il treno, di colpo percepito come un mezzo più affidabile ed economico.
Il Gruppo Fs ha registrato una fiammata di presenze tra Pasqua, il 25 aprile e il fine settimana del Primo maggio con 28 milioni di persone a bordo. Un afflusso che ha costretto ad aumentare le Frecce e i posti su InterCity e InterCity Notte. E non è finita.
Nelle tratte già in vendita e grazie ad algoritmi predittivi, Ferrovie intravede un ulteriore picco di domanda a giugno e luglio. Per le Frecce, ma soprattutto per gli Intercity. Lungo la dorsale tirrenica e in Liguria
Aldo Isi, amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana, mostra una cartina dell’Italia con due linee grigie che la società lascerà sostanzialmente libere da cantieri. Mentre 1.300 interventi sono previsti o già attivi nel Paese, i lavori vengono ridotti al minimo lungo le due litoranee del Paese, la tirrenica e l’adriatica.
Il campo sarà sgombro quindi tra Reggio Calabria a Genova; e da Lecce fino a Trieste. Entrambe le “autostrade” ferroviarie potranno ospitare il maggior numero possibile di treni e viaggiatori. La domanda, dicevamo, è già sostenuta e minaccia di aumentare se le compagnie aeree saranno costrette a cancellazioni più massive dei voli interni, effetto della penuria di carburante per i loro velivoli.
Salvaguardate le due litoranee, i cantieri non mancheranno certo tra giugno e agosto lungo i binari nazionali, con inevitabili disagi per i viaggiatori: 1.300 interventi, dicevamo, 700 per lo sviluppo della rete e altri 600 per le manutenzioni. Record nella storia di Fs.
La linea alta velocità da Milano a Venezia sarà chiusa quindici giorni (dal 2 al 16 agosto) – tra Verona e Vicenza – per realizzare l’attraversamento a Vicenza e migliorare la stazione di Montebello. Nuovo stop al nodo di Firenze – dal 5 al 9 luglio e poi dal 26 al 30 luglio – per avanzare nella sostituzione del Ponte al Pino.
In strada bus navetta fra Firenze Santa Maria Novella e Firenze Campo di Marte, con deviazioni dei convogli sulla Tirrenica. Lavori anche per la linea veloce Milano-Bologna. Causeranno – tra il 10 e il 17 agosto – l’interruzione tra Piacenza Est e Melegnano dove si lavora al rinnovo degli scambi.
Intervento importante per la Milano-Genova – dal 3 giugno al 30 settembre – causa manutenzione urgente del Ponte Po. Tra il 20 luglio e il 28 agosto, la linea sarà del tutto interrotta.
E ancora. Per l’alta velocità da Firenze a Roma, blocco da Chiusi Sud a Orvieto Nord – dal 10 al 28 agosto – per mettere in sesto sia la galleria Fabro sia il viadotto Paglia. A cantiere aperto, i treni imboccheranno la linea convenzionale con tempi di viaggio ben più lunghi.
Infine, la linea tra Caserta e Foggia – dal 10 al 30 giugno – sarà impattata dai cantieri per la nuova linea veloce da Napoli a Bari. Si andrà in autobus.
(da agenzie)

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GIULI NON HA RETTO ALL’ELEVAZIONE DI BUTTAFUOCO, VUOLE ANCHE LUI DIVENTARE LO ‘’STUPOR MUNDI’’ E PIETRA DELLO SCANDALO. E PER DIMOSTRARE DI ESSERE LIBERO DAL ‘’CENTRO DI SMISTAMENTO DI PALAZZO CHIGI’’, HA SFANCULATO IL SUO “MINISTRO-OMBRA”, IL FAZZO-BOY MERLINO

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

IL CASO GIULI NON È SOLO L’ENNESIMO ATTO DEL CREPUSCOLO DEL MELONISMO-AFTER-REFERENDUM: È ANCHE IL RISULTATO DEL FALLIMENTO DI RIMPIAZZARE LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE CAPACE CON LA FEDELTÀ DEI CAMERATI DI COLLE OPPIO, FINO A TOCCARE IL CLIMAX DEL FAMILISMO METTENDO A CAPO DEL PARTITO LA SORELLA ARIANNA, LA CUI GESTIONE IN VIA DELLA SCROFA HA SGRANATO UN ROSARIO DI DISASTRI, GAFFE, RIPICCHE, NON AZZECCANDO MAI UNA NOMINA (MICHETTI, TAGLIAFERRI, SANGIULIANO, CACCIAMANI, GHIGLIA, DI FOGGIA, MESSINA)

Lo stereo-vaffa di Giuli, che sfancula il suo “ministro-ombra”, il Fazzo-boy Emanuele Merlino, non è solo l’ennesimo atto del crepuscolo del melonismo-after-referendum: è anche il risultato dello scollamento in atto tra i Fratellini d’Italia di via della Scrofa e la “Fiamma Magica” di Palazzo Chigi.
Diventato nel giro di appena due lustri un partito di massa – al suo esordio del 2013 non arrivò al 2% e nove anni è il primo partito ottenendo il 26% dei voti – la Melona de’ noantri si è sempre testardamente rifiutata di prendere atto che la classe dirigente del partito era insufficiente, incapace e spesso impresentabile.
Contemporaneamente, diffidente di tutti coloro che non hanno le loro radici nel Movimento Sociale e Fronte della Gioventù, o perlomeno in Alleanza Nazionale, la Statista della Garbatella ha rimpiazzato la mancanza di una classe dirigente con il cameratismo più sfrenato fino a toccare il climax del “familismo”, quando ha catapultato nel 2023 l’amatissima sorellina a capo della segreteria politica e responsabile del tesseramento di Fratelli d’Italia, dove manco per sbaglio ne ha azzeccata una
Essì, una Meloni non vale l’altra. Già nel 2021 l’ex segretaria di Rampelli aveva subito dato prova del suo deficit di cultura politica proponendo, dopo averlo ascoltato cianciare dei pallonari della Lazio sull’emittente capitolina Radio Radio, la fallimentare candidatura di Enrico Michetti a sindaco di Roma.
Con Arianna a via della Scrofa, la gestione di Fratelli d’Italia ha sgranato un rosario di disastri, pasticci e gaffe, con decisioni e nomine una più sbagliata dell’altra: dopo Michetti, arriva un noleggiatore d’auto di Frosinone, Fabio Tagliaferri, che diventa presidente e amministratore delegato di Ales S.p.A., la società “in house” del Ministero della Cultura (MiC) incaricata della tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano.
Facendo storcere naso-bocca-orecchi a Fazzolari, suo collega ai tempi della Regione Lazio, l’ex moglie di Lollobrigida si lancia per trasformare il direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano, in un ministro della Cultura; dopo la bis-Boccia delle dimissioni, Arianna l’ha protetto e spinto a candidarsi alle regionali in Campania (altro tonfo), dove ha portato a casa una sonora sconfitta. E Genny non è stato neanche il primo degli eletti: è finito alle spalle di Fele Palmira detta Ira.
La prova schiacciante che la “Sorella d’Italia” non possiede l’esperienza e la competenza necessaria per gestire un partito, è deflagrata con il caso di Agostino Ghiglia, membro dell’Autorità garante per la privacy che viene filmato, il giorno prima della multa di 150mila euro a ‘’Report’’, mentre usciva da via della Scrofa.
Ubriachi di potere, i Fratelli d’Italia si sono anche spacchettati in correnti (Lollobrigida, Rampelli, Donzelli, La Russa) e Arianna non ha avuto la “cazzimma”, fatta di scaltrezza e determinazione, per governare un partito attraversato e destabilizzato da una guerriglia intestina fatta di colpi bassi, ripicche e sputtanamenti, intrighi e complotti che sbrocca quotidianamente su posti e prebende.
Quando il romano Luca Sbardella (in quota La Russa) diventa commissario di FdI in Sicilia, avviene l’eruzione di Manlio Messina vicinissimo alle Meloni e ora uscito dal partito, che ha scoperchiato a ‘’Report’’ il vaso di Pandora della gestione dei fondi per la promozione del turismo siculo.
Focolai di scontro sono esplosi in Toscana, con lettere anonime e foto compromettenti ai danni del consigliere comunale Tommaso Cocci, costretto a ritirarsi dalle elezioni regionali
In Puglia, la consigliera comunale di Bari Raffaella Casamassima, che fa capo a Raffaele Fitto, quando è stata fatta fuori dalle liste per le regionali dal sottosegretario ‘’farmacista’’ Marcello Gemmato ha fatto fuori, si è rivolta direttamente a Giorgia Meloni: “Vengo estromessa perché non gradita al ‘club’ dei detentori del potere? Dov’è il merito?”.
In breve, altre melonate: alla Regione Lombardia, se viene silurata dal fuoco amico la sottosegretaria allo Sport Federica Picchi, Debora Massari, figlia del divo della pasticceria Iginio, è nominata assessore al Turismo senza nemmeno la tessera di Fratelli d’Italia: è bastato essere amica di Arianna.
Più noti alle cronache, altri pupilli e beniamini di Arianna: Manuela Cacciamani elevata alla presidenza di Cinecittà Spa, Giuseppina Di Foggia a capo di Terna Spa, Marco Mezzaroma a Sport e Salute, Antonella Giuli, dalla comunicazione del partito è decollata all’Ufficio Stampa della Camera dei Deputati, eccetera.
Il filo di Arianna si è via via attorcigliato pericolosamente intorno al suo collo quando ha sostenuto l’ascesa al Collegio Romano di Alessandro Giuli contro il parere di Fazzolari che si ricordava, da ex-‘’gabbiano’’ di via Sommacampagna, il giorno in cui Fabio Rampelli lo aveva cacciato a pedate per il suo estremismo para-nazi.
Una decisione che si è rivelata un bombastico passo falso: se Emanuele Merlino è un Fazzo-boy, Elena Proietti è una Arianna-girl. Senza considerare il caratterino avvolgente come un serpente a sonagli del ministro del Pensiero Solare che suona il ciufolo per il dio Pan.
Uterino com’è, Giuli non ha retto alla elevazione di Buttafuoco a nuovo idolo della sinistra e della destra radicale, in seguito al caso del padiglione russo riaperto (per tre giorni) alla Biennale veneziana dell’arte.
Il sospetto è che l’Alessandro Mignon dell’egemonia culturale di destra voglia anche lui diventare lo ‘’stupor mundi’’ e pietra dello scandalo per liberarsi dal giogo di ‘’Pa-Fazzo Chigi’’ e dimostrare di essere libero. Come Buttafuoco appunto.
Che qualcosa nei neuroni del Giuli-vo si stesse agitando lo si era percepito una settimana fa in Consiglio dei Ministri, protagonista di un violentissimo scontro sul Piano Casa con Salvini, che puntava a ridimensionare il ruolo delle Soprintendenze in materia di autorizzazione paesaggistica.
Alla fine la spunta il ministro basettoni e nel testo del decreto sul Piano casa, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, scompare la norma del Capitone leghista.
“Quel che non è emerso fino in fondo è che in quella lite Giuli ha avuto un autentico frontale anche con Meloni”, informa Tommaso Ciriaco su “Repubblica”. “La premier, a un certo punto, sarebbe intervenuta nella contesa: “Avverto una punta di prosopopea”. (secondo altri: “Mi avete scocciato, basta spocchia”).
Aggiunge Ciriaco: “Chiosa evidentemente non gradita al ministro della Cultura, che punto sul vivo avrebbe risposto piccato: «Ti stai rivolgendo a me?». Domanda
ripetuta per due volte, in tono di sfida. Vista la piega, la premier avrebbe però preferito glissare”
Dalla celebre scena di Robert De Niro in “Taxi driver”: “Are you talking to me??? Hey, are you talking to me?”, si arriva a domenica sera con il Giuli a cazzo dritto che sfancula il “ministro-ombra” Emanuele Merlino (per fine del rapporto fiduciario, e ci sta) e licenzia Elena Proietti (rea di mancato accompagnamento a New York, in quanto ricoverata in ospedale, sic!).
Come andrà a finire? Giuli scriverà un altro libro: dal “Passo delle oche” al “Passo dei capponi”. Un pollaio di cui lui ha fatto parte…
(da Dagoreport)

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“GIORGIA LA ‘SCIAMANA’ OGGI È IN TERRA INCOGNITA”: MASSIMO GIANNINI NEL SUO NUOVO LIBRO TRATTEGGIA L’ASCESA E LA CADUTA DELLA (EX?) “TRUMPETTA” MELONI: “LE COSE NON SONO ANDATE COME SPERAVA. L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA L’HA FATTA A PEZZI LA CORTE COSTITUZIONALE, IL PREMIERATO FORTE È FINITO SU UN BINARIO MORIBONDO, LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE TRA GIUDICI E PM È STATA BOCCIATA DAL POPOLO SOVRANO”

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

“IL PRESEPE TRUMPIAN-MELONIANO SI SGRETOLA, L’ARMADIO SOVRANISTA SI SVUOTA DEI FETICCI IDEOLOGICI E SI RIEMPIE DI SCHELETRI. ORA LA PREMIER PROVA A SMARCARSI DALL’ABBRACCIO MORTALE DEL TYCOON. MA È UNA FATICA”

Estratto da “La sciamana”, di Massimo Giannini (ed. Rizzoli), pubblicato da “la Repubblica”
“A Massimo, che con le sue critiche mi aiuta a crescere…”. È un giorno di maggio del 2021 e di buon mattino, appena entro in redazione mi ritrovo sulla scrivania un libro appena uscito.
Si intitola Io sono Giorgia – Le mie radici, le mie idee. In copertina c’è lei, immortalata in primo piano. Lo apro, e c’è questa dedica che mi fa effetto e mi fa anche piacere. Soprattutto sorrido per la firma: “Giorgia – LA SCIAMANA”. Con Meloni abbiamo una lunga e lontana consuetudine. L’ho seguita per anni, soprattutto da quando ha fondato Fratelli d’Italia nel dicembre 2012.
L’ho sempre apprezzata per la tenacia con cui ha condotto la sua interminabile traversata nel deserto, caricandosi sulle spalle un partitino che al suo esordio elettorale del 2013 prese l’1,95% e portandolo solo nove anni dopo sulla vetta più ambita e impensabile di Palazzo Chigi. E l’ho sempre criticata, imputandole una radicalità da destra estrema che nel passato non ha mai fatto i conti con la storia dalla quale proviene e nel presente non fa i conti con la realtà dalla quale fugge. Ma il rispetto non è mai mancato.
E penso che da lì nasca quella sua dedica di allora, e questo mio libro di oggi. Che ha la sola pretesa di raccontare, senza rancore, cosa non funziona nel dispositivo del potere meloniano.
Un potere originato da un Dna ideologico reazionario, settario e orgogliosamente minoritario, e nutrito attraverso un cordone ombelicale mai reciso non tanto e non solo dalla colleganza col fascismo di Mussolini, ma soprattutto dalla militanza nel Msi di Almirante.
Un potere che si addestra tra le pieghe di un ventennio berlusconiano, con il quale si innesta in modo solo all’apparenza innaturale. Un potere che si afferma cavalcando gli spiriti animali del sovranismo internazionale e individuando nelle burocrazie di Bruxelles la malattia, nel ritorno alle piccole patrie il farmaco, e nei leader eurofobici alla Orbán il medico impietoso.
Un potere, infine, che si consolida e probabilmente si consuma nella connessione politica – colpevolmente volontaria e consapevolmente identitaria – con la figura più tragica e titanica del nuovo millennio: Donald Trump
L’idea del titolo di questo libro nasce da lì: la Sciamana Giorgia ha fatto la sua scelta allora e l’ha rifatta nel novembre 2024, quando Donald rivince le presidenziali e lei, la nostra presidente del Consiglio diventa la sua cheerleader e non si allontana mai dal suo amico onnipotente.
Come ha detto il primo ministro canadese Mark Carney al Forum di Davos del
gennaio 2026, questa è un’era di rottura, non di transizione. È dentro questa rottura, in cui lo Sceriffo di New York è artefice e carnefice, che bisogna inquadrare il fenomeno Meloni. La parte di un tutto, senza il quale lei non si comprende e quello che fa, ha fatto o ha provato a fare non si giustifica.
Non si capisce il gravoso “vincolo esterno” subito con l’America Maga e l’omertoso silenzio su tutte le scempiaggini del suo Commander in Chief. Non si capisce la strampalata teoria sul “ponte” tra le due sponde dell’Atlantico e la testarda difesa del voto all’unanimità nell’Europa dei 27, la vagheggiata riforma del “premierato forte” e l’abortita riforma della giustizia, la scellerata operazione di outsourcing sui migranti deportati a Gjader e Shengjin, l’esasperata ubriacatura pan-penalistica dei decreti sicurezza, la cortigianeria della Rai sotto occupazione e l’idiosincrasia della premier per la libera informazione.
Le cose non sono andate come la Sorella d’Italia sperava. L’autonomia differenziata l’ha fatta a pezzi la Corte costituzionale. Delle due leggi di revisione costituzionale, il premierato forte è finito su un binario moribondo, la separazione delle carriere tra giudici e pm è stata bocciata dal popolo sovrano.
Oggi la Sciamana è in terra incognita.
Il presepe trumpian-meloniano si sgretola, l’armadio sovranista si svuota dei feticci ideologici e si riempie di scheletri. Cominciano a cadere gli idola tribus del clan ultra-conservatore.
Cade Dio, perché Donald aggredisce il vicario di Cristo e costringe anche la cheerleader a sguainare la spada per difendere il Santo Padre. Cade la Patria, perché la fine di Orbán è un duro colpo all’Europa degli Stati-Nazione. E un po’ cade anche la Famiglia, visti i “sacrifici umani” tra i Fratelli tricolori richiesti a Santanchè, Delmastro e Bartolozzi, e poi anche le pulizie di Pasqua in Forza Italia imposte da Marina Berlusconi.
Ora la premier prova a smarcarsi dall’abbraccio mortale del tycoon. Ma è una fatica. C’è una fulminante vignetta di Stefano Disegni, che riassume al meglio i turbamenti di Giorgia, che agitata e stralunata dice «ahò, nun me potete chiede de rinnegà Trump, devo ancora finì de rinnegà Mussolini!».
Eppure un posto dove andare ce l’avrebbe ancora.
Se vuole provare davvero a recuperare lo scettro che le è miseramente scivolato di mano, Meloni ha una sola chance: rientrare nella “Casa Europa”.
Come ha scritto Ezio Mauro, è nell’Ue che si può e si deve giocare la partita decisiva. E la destra può ancora provarci, ricucendo i fili che la legano agli Stati Uniti ma rompendo le catene che la imprigionano a Trump. Questa sì, sarebbe l’unica scelta autenticamente “patriottica” che la Sciamana, pentita, potrebbe ancora fare.
Massimo Gannini
(da La Repubblica)

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IL CAOS AL MINISTERO DELLA CULTURA ARRIVA SUL “TIMES”: IL QUOTIDIANO LONDINESE METTE IN FILA TUTTI I DISASTRI DI ALESSANDRO GIULI, FINO AD ARRIVARE AL LICENZIAMENTO DEL “MINISTRO OMBRA”, IL FEDELISSIMO DI FAZZOLARI, EMANUELE MERLINO

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

“IL MINISTRO GIULI È STATO IMPLICATO IN UNA SERIE DI GAFFE, DALLA CONTROVERSIA SUL RITORNO DELLA RUSSIA ALLA BIENNALE DI VENEZIA ALLA NOMINA DELL’ALLEATA DI MELONI, BEATRICE VENEZI, A DIRETTRICE D’ORCHESTRA DEL TEATRO LA FENICE DI VENEZIA. L’IMMAGINE NON È POSITIVA PER MELONI, CHE, DOPO LA BRUCIANTE SCONFITTA AL REFERENDUM DI MARZO, STA CERCANDO DI RIMETTERE IN SESTO IL PARTITO IN TEMPO PER LE ELEZIONI DEL PROSSIMO ANNO

Un ricercatore italiano dell’Università di Cambridge, Giulio Regeni, è scomparso al Cairo nel gennaio 2016. Il suo corpo mutilato è stato ritrovato nove giorni dopo in un fossato. L’autopsia ha rivelato estesi segni di tortura. A dieci anni dalla morte di Regeni, le autorità egiziane non sono riuscite a rendere giustizia e i governi italiani che si sono succeduti sono stati criticati per non aver fatto abbastanza per spingere il Cairo a far progredire il caso.
Nell’ultimo episodio della saga, il governo di Giorgia Meloni è stato denunciato dalla stampa dopo che una commissione ha scelto di assegnare finanziamenti statali a un documentario che esplora gli eventi che circondano la morte di Regeni.
In risposta, Alessandro Giuli, il ministro della Cultura, ha licenziato domenica due dei suoi collaboratori più stretti.
Emanuele Merlino era a capo della segreteria tecnica del ministero ed Elena Proietti a capo della segreteria personale del ministro. Giuli è stato implicato in una serie di gaffe, dalla controversia sul ritorno della Russia alla Biennale di Venezia alla nomina dell’alleata di Meloni, Beatrice Venezi, a direttrice d’orchestra del Teatro La Fenice di Venezia. L’immagine non è positiva per Meloni, che, dopo la bruciante sconfitta al referendum di marzo, sta cercando di rimettere in sesto il partito in tempo per le elezioni del prossimo anno.
“Sebbene sia molto rispettata all’estero, internamente le cose potrebbero sembrare andare a rotoli”, ha affermato Daniele Alberta, professore di scienze politiche all’Università del Surrey.
“Nel tempo, è l’erosione della sua reputazione a essere dannosa”. Il film Giulio Regeni, diretto da Simone Manetti e con la partecipazione sullo schermo dei genitori di Regeni, è stato proiettato nelle sale cinematografiche italiane per tre giorni a febbraio. Con un budget di 328.000 euro, la società di produzione ha richiesto 131.000 euro di finanziamenti pubblici. Tuttavia, un comitato indipendente di 15 membri nominato dal ministero per assegnare 14 milioni di euro di sovvenzioni non ha ritenuto… ammissibile.
La decisione ha provocato un’ondata di proteste pubbliche ed Elly Schlein, leader del Partito Democratico all’opposizione, ha chiesto a Giuli di chiarire la decisione. Almeno tre membri della commissione si sono dimessi, citando disaccordo con l’esito.
Il Post, un giornale online, ha affermato che non era “sorprendente” che il film
avesse ottenuto un punteggio mediocre nella gara a punti, che privilegiava l’originalità e la qualità della sceneggiatura sopra ogni altra cosa.
Ciononostante, Giuli ha ammesso il fallimento la scorsa settimana. Giuli ha licenziato Merlino per la vicenda Regeni, è stato riportato dai media italiani, e Proietti è stata licenziata perché non si era presentata all’aeroporto per la missione di Giuli a New York a marzo, aggrava la crisi nel ministero dell’arte di Meloni durante il quale ha raccolto un dipinto dal Museo Maxxi di Roma nel 2022 e Antonello da Messina il ministero era stato nominato ministro da Meloni due acquistati per quasi 15 milioni di dollari, anni dopo.
Sandro Ruotolo, responsabile della cultura del Partito Democratico ha affermato che i licenziamenti, tra cui numerosi scandali, hanno mostrato che il governo era “nel caos tra guerre interne e rese dei conti”, Lorenzo Castellani, politologo dell’Università Luiss di Roma, ha dichiarato:
“Con la sconfitta referendaria e le elezioni che si avvicinano, le cose si fanno più complicate”. Fabio Vittorini, professore di media all’Università IULM di Milano, ha detto al Times che i licenziamenti riflettevano un modello di scarso giudizio seguito da… Fanno un pasticcio, sperano… e poi, quando il danno viene alla luce, eliminano le persone.”
(da agenzie)

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SONDAGGIO WINPOLL; SI RIDUCE IL DISTACCO TRA FDI (26,6%) E PD (23%), MENTRE ELLY SCHLEIN PRENDE IL VOLO SU CONTE IN CASO PRIMARIE: 61% CONTRO 39%

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

SCHLEIN NETTAMENTE AVANTI AL CENTRO-NORD, CONTE ALLA PARI SOLO AL SUD

Gli ultimi dati del sondaggio di Winpoll arrivano in una fase in cui il quadro politico italiano continua lentamente a ridefinirsi. Non ci sono movimenti improvvisi o ribaltoni, ma una serie di piccoli spostamenti che, settimana dopo settimana, stanno riducendo alcune distanze considerate fino a pochi mesi fa più solide.
Fratelli d’Italia si conferma primo partito con il 26,6%, mantenendo una distanza significativa sugli avversari ma scendendo sotto quella soglia del 27% che, negli ultimi mesi, aveva rappresentato una sorta di linea stabile del consenso. Alle spalle cresce il Partito Democratico, che arriva al 23%. Il distacco tra i due partiti si riduce così a poco più di tre punti e mezzo, un margine più contenuto rispetto a molte rilevazioni precedenti.
Più complessa la situazione del Movimento 5 Stelle, che si attesta all’11,4%. Un dato che mantiene il partito in una posizione centrale negli equilibri dell’opposizione, ma che appare più debole rispetto alle settimane precedenti.
Uno degli elementi più interessanti riguarda invece Alleanza Verdi e Sinistra, che sale al 7,5% e supera nettamente la Lega, ferma al 6,4%.
Un sorpasso che ha anche un peso simbolico, perché segnala la crescita di un’area progressista più radicale proprio mentre il partito guidato da Matteo Salvini continua a faticare.
Nel centrodestra, inoltre, Forza Italia consolida il ruolo di seconda forza della coalizione all’8,5%, rafforzando ulteriormente il riequilibrio interno al blocco governativo.
Le altre forze e un quadro ancora frammentato
Fuori dai partiti maggiori, Futuro Nazionale raggiunge il 3,7%, confermando una crescita lenta ma costante. Italia Viva si attesta al 3,1%, mentre Azione è al 2,7%.
Più indietro +Europa all’1,3% e Pace Terra Dignità all’1,5%. Numeri che continuano a raccontare uno spazio politico molto frammentato e ancora incapace di trovare un centro di gravità stabile.
Primarie del campo largo: Schlein prevale nettamente
Accanto alle intenzioni di voto, il sondaggio misura anche uno scenario politico che da mesi attraversa il dibattito dell’opposizione: l’ipotesi di primarie per scegliere una leadership comune del campo largo. Nel confronto diretto tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, la segretaria del Pd prevale con il 61% contro il 39%.
Il dato più significativo è che Schlein risulta avanti praticamente in tutte le categorie analizzate. Ottiene i risultati migliori tra i più giovani e tra gli elettori più anziani, cresce soprattutto tra le donne e domina nettamente nel Nord e nel Centro del Paese. Conte resta invece competitivo quasi esclusivamente nel Mezzogiorno, dove il margine tra i due si riduce fino quasi a scomparire.
(da agenzie)

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COSI’ LA GRECIA SI E’ RESA COMPLICE DELLO STATO TERRORISTA DI ISRAELE NELL’ASSALTO ALLE NAVI DELLA FLOTILLA

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA RICOSTRUZIONE DELL’ATTO DI PIRATERIA, VIOLATA LA SOVRANITA’ EUROPEA: IL BLACKOUT RADIO, LE OTTO ORE DI SILENZIO DELLA GUARDIA COSTIERA… UN PAESE NORMALE AVREBBE AFFONDATO LE NAVI DEI TERRORISTI, MA ORMAI C’E’ UN GOVERNO CRIMINALE A CUI TUTTO E’ PERMESSO

Un arco temporale di otto ore, nelle acque del Mediterraneo al largo di Creta, rischia di trasformarsi in un caso diplomatico per il governo di Atene. È l’intervallo di tempo trascorso tra l’assalto israeliano alle navi della “Global Sumud Flotilla” e
l’arrivo dei primi soccorsi greci: otto ore di vuoto, in cui la sovranità europea sembra essersi dissolta per fare spazio agli interessi strategici di Tel Aviv.
Ufficialmente, il Ministro degli Esteri Giorgos Gerapetritis ha parlato davanti al Parlamento di un’operazione dettata da un “dovere umanitario”. Ma la ricostruzione fornita a Fanpage.it da Paris Laftsis, attivista della Flotilla, descrive una realtà differente: quella di una sovranità che sarebbe stata “congelata” per permettere ai militari israeliani di agire indisturbati, sequestrare le imbarcazioni e rapire decine di attivisti, tra cui Saif Abukeshek e Thiago Avila, senza alcuna interferenza da parte delle autorità europee.
Il black out e il canale 16
Nel diritto marittimo esiste una regola considerata sacra: il Canale 16. È la frequenza internazionale riservata esclusivamente ai soccorsi, l’unico ponte radio che garantisce la sicurezza in mare aperto. Chiunque si trovi in pericolo lancia un segnale su quella banda; chiunque sia nelle vicinanze ha l’obbligo legale di rispondere.
“In linguaggio nautico lo chiamiamo Mayday”, spiega Laftsis, che quella notte ha seguito l’operazione in contatto costante con i compagni a bordo della barca Tam Tam. Alle 21:00 di mercoledì 29 aprile, mentre i militari israeliani (IDF) iniziavano l’arrembaggio, è calato il silenzio. Ma non un silenzio naturale. Secondo la ricostruzione di Laftsis, le forze di Tel Aviv avrebbero inondato il Canale 16 con rumori bianchi e interferenze, rendendo impossibile ogni comunicazione di emergenza. Un atto che l’attivista definisce come un vero e proprio crimine internazionale, consumatosi nel “silenzio assordante” delle autorità greche, spettatrici di un blackout radio che preludeva alla violenza.
Le otto ore di silenzio: l’ammissione del Governo
Nonostante il sabotaggio delle frequenze, Atene non sarebbe rimasta al buio. A sgretolare il muro del silenzio è stata, paradossalmente, la stessa voce ufficiale del governo greco: in una conferenza stampa rimasta agli atti, il portavoce Pavlos Marinakis ha infatti confermato che nell’area dell’assalto erano presenti ben tre unità della Guardia Costiera ellenica. Un dettaglio che trasformerebbe il sospetto in prova documentale: le autorità greche non erano distanti, né ignare. “Erano fisicamente lì, testimoni oculari di una violazione che hanno scelto di classificare
come “fuori giurisdizione” per giustificare un’immobilità durata otto ore”. In quel lasso di tempo infinito, le motovedette di Atene sarebbero rimaste sospese in un’inerzia che Laftsis descrive come deliberata: “Avrebbero osservato tutto mentre i militari israeliani distruggevano i motori della Tam Tam, abbandonandola alla deriva con i civili a bordo”, denuncia l’attivista.
La ricostruzione che emerge è quella di un’attesa calcolata: la Guardia Costiera avrebbe atteso il completamento di ogni singola fase dell’operazione dell’IDF (l’abbordaggio, le percosse, i sequestri) prima di palesarsi. Non solo, secondo il racconto di Laftsis, le unità greche avrebbero mantenuto i propri potenti riflettori puntati costantemente sulle imbarcazioni della Flotilla. Mentre i droni israeliani sorvegliavano il cielo, le luci greche avrebbero cioè squarciato il buio per illuminare il ponte della nave, fornendo ai soldati dell’IDF il supporto visivo necessario per muoversi agevolmente durante l’assalto. Solo all’alba di giovedì, dopo otto ore di totale abbandono e a “lavoro” concluso, i greci si sarebbero finalmente mossi per gestire il trasferimento dei superstiti verso la terraferma. Un ritardo che, agli occhi degli attivisti, non somiglia affatto a una svista burocratica, ma piuttosto all’esecuzione di un ordine preciso: garantire a Israele il tempo necessario per agire indisturbato, nell’ombra protetta di un porto europeo.
Il rimpallo verso la Difesa
Per comprendere le ragioni di uno stallo durato otto ore mentre dei civili lanciavano segnali di emergenza nel Mediterraneo, bisogna spostare lo sguardo dai radar di Creta ai palazzi del potere ateniese. Dietro l’immobilismo della Guardia Costiera si intravede infatti un passaggio politico cruciale: il trasferimento della gestione del caso dall’ambito civile-marittimo a quello militare. Nella notte dell’assalto, la parlamentare greca Peti Perka, esponente del partito New Left, avrebbe tentato più volte di contattare il Ministero della Marina per chiedere l’attivazione immediata dei soccorsi. Secondo quanto riportato da Laftsis, il ministro degli Esteri Giorgos Gerapetritis le avrebbe però risposto con una frase destinata a diventare centrale nella vicenda: “Da questo momento la questione è di competenza del Ministero della Difesa”
Un dettaglio apparentemente tecnico che, letto nel contesto di un mayday in mare, assume però un peso politico enorme. Nel diritto marittimo internazionale, infatti, un’emergenza civile ricade normalmente sotto le autorità di ricerca e soccorso e sotto il coordinamento della Guardia Costiera. Il passaggio immediato del dossier alla Difesa implica invece una riclassificazione dell’evento: non più un’operazione di salvataggio, ma una questione di sicurezza militare. E sarebbe proprio in questo slittamento amministrativo che gli attivisti leggono la prova di un coordinamento preventivo tra Atene e Tel Aviv. Perché una decisione del genere difficilmente può maturare nel caos di poche ore: presuppone una catena di comando già attiva, un livello politico già allertato e soprattutto una scelta precisa sulla natura dell’operazione. Trasferendo la gestione alla Difesa, il governo greco avrebbe di fatto congelato il protocollo ordinario di soccorso marittimo, lasciando alla Guardia Costiera un ruolo passivo mentre l’IDF completava l’assalto, i sequestri e la deportazione degli attivisti.
Il paradosso delle quattro miglia
Ma se la diplomazia si muove su binari ambigui, la geografia possiede leggi che non ammettono interpretazioni. Ed è proprio la rigidità delle mappe a smentire la linea difensiva tracciata dal governo davanti al Parlamento. In quelle ore, il titolare degli Esteri ha tentato di sollevare Atene da ogni responsabilità sostenendo che l’abbordaggio fosse avvenuto in acque internazionali, una “terra di nessuno” dove la giurisdizione ellenica non avrebbe avuto potere di intervento. Le coordinate fornite dalla Flotilla disegnano però una geometria del tutto differente. Venerdì mattina, la “nave-prigione” battente bandiera israeliana, con il suo carico di 178 persone, “si trovava ancorata a sole 4 miglia nautiche dalla costa di Creta, proprio di fronte al porto di Atherinolakkos”, spiega Laftsis.
Un dettaglio che cambia la natura ontologica dei fatti: secondo il diritto internazionale, entro il limite delle 12 miglia lo Stato costiero esercita la sua piena e assoluta sovranità. In quel tratto di mare, la Grecia non è quindi un ospite impotente, ma la padrona di casa. “La Guardia Costiera greca avrebbe agito come un semplice servizio taxi”, denuncia Laftsis. Secondo l’attivista, le motovedette di Atene avrebbero fatto la spola tra l’imbarcazione israeliana e la terraferma per sbarcare 176 dei prigionieri sequestrati, accettando però silenziosamente che
Thiago e Saif rimanessero a bordo per la deportazione. In quegli stessi istanti, il team legale della Flotilla aveva già presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha effettivamente aperto un fascicolo chiedendo alla Grecia di spiegare questo “complesso coordinamento”.
“Tra le persone poi trasferite a terra, 36 o 37 erano ferite seriamente. Molti si sono rifiutati di scendere senza Thiago e Saif e per questo sono stati picchiati duramente. Alcuni attivisti hanno denunciato di aver subito abusi sessuali o stupri durante la detenzione sulla nave, mentre altri sono stati feriti dai proiettili di plastica sparati durante l’arrembaggio”. Nonostante le grida e i segni evidenti di percosse, nessun ufficiale greco avrebbe osato salire a bordo per interrogare il capitano o chiedere conto della detenzione di cittadini europei in territorio nazionale. Le autorità elleniche avrebbero cioè rinunciato ai propri poteri di polizia marittima, limitandosi a facilitare la logistica di un sequestro e accettando passivamente che Thiago e Saif rimanessero prigionieri per la deportazione. Una consegna silenziosa avvenuta a pochi passi dalle spiagge di Creta.
L’asse del gas e la sovranità barattata
Per comprendere le ragioni di una postura tanto remissiva da parte di Atene, è necessario però allargare lo sguardo oltre la notte dell’assalto alla Flotilla. Negli ultimi quindici anni, il Mediterraneo orientale ha smesso di essere solo uno specchio d’acqua per trasformarsi in un complesso scacchiere dove la Grecia avrebbe progressivamente ricalibrato la sua storica vicinanza alla causa palestinese in favore di un’alleanza strategica con Tel Aviv. Un legame che oggi appare come un intreccio inscindibile di interessi energetici, cooperazione militare e stabilità regionale.
Il punto di svolta risale al 2010: mentre la frattura tra Israele e Turchia si faceva insanabile, Atene intuiva l’occasione geopolitica per proporsi come nuovo partner strategico di Israele nell’area. Attorno ai campi offshore di Leviathan e Tamar è nata così un’intesa energetica tra Grecia, Israele e Cipro volta a ridisegnare gli equilibri del continente. Il progetto EastMed (il gasdotto pensato per portare l’energia israeliana in Europa aggirando Ankara) ne è diventato il simbolo, con l’Italia nel ruolo di terminale occidentale di questo corridoio strategico.
Ma insieme alla diplomazia dell’energia, a consolidarsi è stata soprattutto una muscolatura militare condivisa che ha trasformato la Grecia nel principale poligono straniero dell’aviazione israeliana. Negli ultimi anni, le esercitazioni congiunte (come la massiccia Iniochos, una delle più importanti simulazioni di dogfight e bombardamento tattico nel Mediterraneo) sono diventate un appuntamento fisso. Lo spazio aereo ellenico, con la sua complessa morfologia montuosa, offre all’IDF una risorsa rara: la possibilità di addestrarsi a eludere i sistemi di difesa missilistica S-300 di fabbricazione russa (presenti nell’arsenale greco e in quello dei principali avversari regionali di Israele), simulando attacchi a lungo raggio e missioni di neutralizzazione di obiettivi sensibili. Una cooperazione che ha superato la soglia della semplice cortesia tra alleati: Atene ha affidato a colossi della difesa israeliani, come la Elbit Systems, la gestione di centri di addestramento strategici sul proprio suolo attraverso contratti miliardari, come quello per il polo aeronautico di Kalamata.
È insomma proprio dentro questa cornice di interdipendenza tattica che gli attivisti della Flotilla leggono l’immobilismo di quella notte. La scelta della Guardia Costiera di restare a motori spenti per otto ore, il passaggio della gestione della crisi al Ministero della Difesa e l’assenza di un intervento diretto contro l’abbordaggio israeliano non sarebbero stati frutto di una casualità. Al contrario, rappresenterebbero il riflesso di un equilibrio politico ormai consolidato, in cui Atene eviterebbe accuratamente qualunque collisione con un alleato considerato vitale per la propria sicurezza energetica e militare.
Così, mentre sulle banchine i sopravvissuti sbarcavano portando con sé ferite da proiettili di plastica e i segni di percosse e abusi, nelle cancellerie il governo israeliano ringraziava pubblicamente la Grecia per la ‘collaborazione’. Una formula diplomatica che, alla luce delle otto ore trascorse senza interventi, assume agli occhi degli attivisti un peso diverso. Perché ciò che emerge dal racconto della notte di Creta non sarebbe soltanto la cronaca di un abbordaggio nel Mediterraneo, ma il ritratto di un’Europa attraversata da interessi strategici talmente profondi da rendere il confine tra ambiguità diplomatica e complicità improvvisamente molto più sottile.
(da Fanpage)

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